Nella sezione Da leggere di MC Blog, attraverso recensioni, ti racconto di libri che vale davvero la pena avere e studiare per capire la nostra difficile contemporaneità

Mangia, prega, ama: scoprirsi lesbica a 40 anni: le storie

Che poi a pensarci bene è da un po’ che non tocco l’argomento sessualità sul mio diario elettronico. In questi anni ci siamo raccontati storie importanti. Curiosità che ci hanno aiutato a comprendere come va il mondo. Anzi, che oggi il mondo va come prima. Solo che tutto è diventato più fluido grazie alla tecnologia.

Vuoi sapere cosa c’è nel “piatto” questa volta? Ti rispondo con una domanda provocatoria: e se ti scoprissi lesbica a quarant’anni? Perché a quaranta? Perché mezza vita ti è andata. E vuol dire che per la prima metà del tuo cammino o eri eterosessuale o pensavi di esserlo. E nell’ultimo caso dovevi proprio esserne convinta, al punto sentirti una “femmina Alfa”.

Comunque, a Elizabeth Gilbert – autrice del best-seller “Mangia, prega, ama”, da cui è stato tratto nel 2010 il film con Julia Roberts – è successo. Lei stessa ha confessato di aver tranquillamente lasciato il marito dopo essersi innamorata della sua migliore amica. Il libro altro non è che la sua autobiografia. Racconta del viaggio dell’autrice intorno al mondo dopo aver divorziato dal marito, e di cosa ha scoperto durante i suoi spostamenti. La trentaduenne Elizabeth Gilbert è una donna istruita, ha una casa, un marito ed una carriera di successo come scrittrice.

Ciò nonostante non è felice della propria vita e spesso passa la notte a piangere in bagno. Dopo essersi separata dal marito ed aver iniziato la causa di divorzio, che lui contesta, la donna si imbarca in una relazione di rimpiazzo, che dura per un breve periodo e termina lasciandola ancora più depressa. In seguito, dopo aver scritto un articolo sulle vacanze yoga a Bali, la Gilbert incontra un guaritore di nona generazione, il quale le dice che lei un giorno sarebbe tornata ed avrebbe studiato con lui.

Dopo aver portato a compimento il proprio difficoltoso divorzio, la Gilbert trascorre l’anno successivo a viaggiare per il mondo. Il viaggio viene pagato con l’anticipo percepito dal suo editore per un libro in fase di scrittura. La scrittrice trascorre quattro mesi in Italia, mangiando e godendosi la vita, “Mangia”. Dopo, trascorre tre mesi in India, trovando la propria spiritualità, “Prega”. Infine, termina il proprio viaggio a Bali, Indonesia, in cerca dell’equilibrio fra le due precedenti scoperte, trovando l’amore “Ama” in un fattore brasiliano. Il libro è rimasto nella classifica dei libri più venduti stilata dal The New York Times per centottantasette settimane.

Sulla pagina Facebook della Gilbert è comparso un post che ha ha fatto molto discutere. Elizabeth spiega di essersi innamorata di una scrittrice di origine siriane, Rayya Elias, nel momento in cui alla donna viene diagnosticato un cancro incurabile al pancreas.

Credo che sia davvero uno dei coming out più clamorosi della storia. Inevitabilmente, sono tantissimi i messaggi dei fan che l’hanno ringraziata per il suo coraggio e per l’onestà intellettuale dimostrata. “La morte, o la prospettiva della morte, ha il potere di far pulizia di tutto ciò che non è reale. Mi sono resa conto di non voler semplicemente bene a Rayya. Io la amo. E non c’è più tempo per continuare a mentire”. Firmato Elizabeth Gilbert. Il post è diventato virale. Migliaia e migliaia di commenti.

Cosa succede a scoprirsi lesbica avanti con gli anni

Per tornare alla domanda che ti facevo prima, come vedi, nelle tante variabili della vita, ci si potrebbe scoprire lesbica a quarant’anni o anche più. Tutto normale. Ed è normale che anche il fatto di scoprirsi lesbica avanti con gli anni, spesso dopo lunghe relazioni, matrimoni e figli, sta diventando un tema di cui si parla sempre più spesso.

Vuoi che ti faccia un altro esempio? Cynthia Nixon, la Miranda di Sex and the City, tanto per citarne un’altra di una lunga serie, ha avuto una relazione eterosessuale per ben quindici anni prima di innamorarsi di Christine Marinoni, mentre l’attrice Portia de Rossi è stata sposata con un uomo e poi si è risposata con Ellen DeGeneres. Era il 2008.

Se sei uomo, devi capire che la donna, entrando in un periodo diverso della propria esistenza, spesso esplora la propria identità e la propria sessualità e arriva a metterla in discussione proprio perché inizia a non importargli ciò che pensa di loro la gente. Negli ultimi anni, la maggior apertura verso le cosiddette differenze (ma differente da cosa?) e i vari provvedimenti per la legalizzazione del matrimonio egualitario in molti Paesi del mondo occidentale hanno contribuito a dare alle donne adulte la sensazione di poter vivere la propria sessualità in un modo che fino agli anni Ottanta era inimmaginabile.

Certo c’è ancora tanta strada da fare. Esiste ancora tanto pregiudizio, questo è innegabile. Ma le nuove generazione sono particolarmente inclini a coltivare la fluidità di genere, rifiutando le etichette fisse. “Stiamo finalmente iniziando a riconoscere che la sessualità non è qualcosa né di binario né di fisso. Amore, attrazione, affetto e sesso sono più stratificanti e interessanti di quel che ci era stato insegnato”, ha scritto sul The Guardian Susie Orbach, dopo un matrimonio trentennale e tre figli con lo scrittore Joseph Schwartz. E lo sai in che occasione lo ha scritto? Te lo dico? Quando ha deciso di sposare l’autrice Jeanette Winterson.

Non è mai troppo tardi per fare coming out, e non è mai troppo tardi per trovare l’amore. Holland Taylor, che dovresti ricordare come la Peggy Peabody, la madre miliardaria di Helena Peabody, nonché la signorina Petrie in Debs, in un’intervista ha dichiarato di essere fidanzata con una donna molto più giovane di lei e di pensare al matrimonio. Anna Sale, una giornalista, l’ha intervistata e ha scritto: “Ora a settantadue anni, Holland racconta che senza quel periodo di difficoltà, non sarebbe mai stata in grado di arrivare dov’è adesso: nella prima relazione importante della sua vita”.

“È la cosa più bella e straordinaria che mi sia mai accaduta”, racconta Holland, che non ha voluto rivelare l’identità della sua compagna, né ha voluto che la sua sessualità diventasse argomento politico”. In realtà, si sa chi è la sua fidanzata: Sarah Paulson. Secondo la presidente di Stonewall, Jan Gooding, che è stata sposata per quindici anni e che dal marito ha avuto due figli, le donne che cambiano il proprio orientamento sessuale avanti con gli anni tendono a non voler essere etichettate in alcun modo.

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“Le persone faticano a credere che io mi sia innamorata di una donna di punto in bianco. Sospettano che lo sapevo e negavo a tutti. A me stessa e al mondo. Eppure è successo. È andata proprio così. Quest’idea che tutti si conoscano a fondo fa molto male ai percorsi individuali”. Succede, le cose cambiano. Succede che una donna, ad un certo punto, inizi ad amare le donne. Come succedeva e succede che un uomo, ad un certo punto, inizi ad amare gli uomini. Come capita che non succeda nulla.

Vero succede proprio di tutto. Non dimenticare che nel 2015 c’è stato anche un caso in cui un campione olimpico, o almeno questo pensavamo che fosse, ha rivelato di essere una donna. Non ti ricordi? Caitlyn Jenner. Fino al 2015 tutti la conoscevano come Bruce Jenner, ex-campione olimpico, nonché tra i protagonisti della famiglia da reality più famosa al mondo: i Kardashian.

Poi, tutto ad un trattò, arrivò il coming out. Il suo. Durante una lunga intervista per “ABC News” disse: “Sono una donna”. Ma poi quasi rimangiò l’uscita, anche se ormai la frittata era fatta. Alla fine arrivò la copertina di Vanity Fair a firma di Annie Lieboviz in cui si presentava al mondo col suo nuovo nome e l’identità che aveva sempre desiderato, quella femminile.

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Il patto: come andò la trattativa fra Stato e mafia

Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono gli autori di un libro, secondo me, superlativo. “Il patto: la trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato” edito da Chiarelettere. Sembra un film ma è una storia vera, e inedita, di cui pochissimo si è scritto e parlato. Un infiltrato dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda Repubblica. Un uomo d’onore al servizio dello Stato. Oggi le rivelazioni di Ilardo – raccolte dal colonnello Michele Riccio – sono alla base di un processo in corso a Palermo che vede come principale imputato il generale Mario Mori.

Ilardo parla di patti e di arresti di capimafia (“In Sicilia i capi o muoiono o si vendono”). Fa i nomi. Cita Marcello Dell’Utri, “un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi”. Sembra una storia sudamericana, ma accade in Italia. Meno di venti anni fa. E oggi, dopo le rivelazioni del figlio di Vito Ciancimino, molti all’improvviso parlano. Ilardo nel 1994 nessuno lo ascolta – a parte il colonnello Riccio, che registra tutto. Ed è incredibile perché proprio l’infiltrato porterà gli uomini del Ros nel casolare di Provenzano. Perché il boss non fu arrestato? Dice Mori ai magistrati di Palermo: “Non ricordo… tenga presente che io ero responsabile di una struttura quindi avevo una serie di problematiche…”.

E il suo vice Mauro Obinu: “Abbiamo localizzato il casale… (va considerata) la difficoltà tecnica di entrare, in quanto era costantemente occupato da pastori, mucche e pecore”. Risultato? Provenzano continuerà a trattare con i nuovi referenti politici della Seconda Repubblica. La prefazione è di Marco Travaglio. Queste informazioni servono a spingerti ad acquistare il libro. Paghi. Aspetti che arrivi. Finalmente lo stringi tra le mani. Ti siedi comodamente sul divano e inizia a leggere. Un giorno e una notte non bastano. Biondo e Ranucci riescono davvero a filtrare attraverso la storia di Luigi Ilardo, mafioso che decise di infiltrarsi per conto dello Stato in Cosa nostra, la recente storia d’Italia.

Le testimonianze di Oriente (nome in codice di Ilardo) sono un continuum di fatti e misfatti che vedono protagonisti ovviamente mafiosi, ma anche tante persone insospettabili come politici, imprenditori e “sbirri” al servizio di Cosa nostra. Continuando a scavare negli opaci rapporti tra mafia e istituizioni le domande a cui gli autori cercano di rispondere si rincorrono una sull’altra: quando inizia ufficialmente la trattativa tra Servizi segreti italiani e Mafia? Fu Totò Riina il loro interlocutore fino a quando non diventò una preda e venne arrestato? Perchè non venne perquisito in tempo il rifugio di Riina? Provenzano ne prese il posto? E perchè quest’ultimo non fu catturato (per ben sei anni) nonostante si sapesse, grazie a Ilardo, dove fosse rifugiato?

Ma soprattutto, dietro le stragi di Capaci, Via d’Amelio, di Roma, Firenze e Milano c’era un preciso disegno politico per cancellare chi sapeva della famigerata trattativa e vi si oppose (come Borsellino) prima, e per gettare il Paese nel caos e favorire l’avvento di nuove forze politiche amiche della Mafia? E, infine, perché dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage? Ilardo sarà ammazzato nel 1996, pochi giorni prima di diventare ufficialmente pentito. La sua incredibile storia, immortalata in questo libro, racconta dall’interno il patto inconfessabile tra lo Stato e gli uomini della mafia.

Il patto che lo Stato fece con la mafia: ecco i dettagli

Quel patto che ha portato, nell’aprile del 2018, alle condanne in primo grado degli ex vertici del Ros Mori, Subranni e De Donno, dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, di Ciancimino junior e del boss Leoluca Bagarella. Biondo e Ranucci cercano di fare luce su tutte queste ombre che gravano terribilmente sulla storia recente del nostro Paese e che non possiamo dimenticare per chiedere giustizia e verità. “Italia paese dei misteri, ma non dei segreti” diceva Winston Churchill. “Come dice nella prefazione Marco Travaglio, basta mettere in fila i fatti e chiunque può rendersi conto che molte imprese attribuite a Cosa nostra avevano in realtà altri mandanti”, ha detto al Corriere della Sera Romano Montoni.

Infatti, ci fu una schifosa negoziazione tra importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentanti di Cosa nostra portata avanti nel periodo successivo alla stagione delle stragi del 1992 e 1993 al fine di giungere a un accordo e a delle forme di reciproca convivenza, con l’obiettivo anche di far cessare delle stragi. In sintesi, dunque, il fulcro ipotizzato dell’accordo sarebbe stato la fine della cosiddetta “stagione stragista”, in cambio di un’attenuazione delle azioni di lotta alla mafia, in particolare in seguito all’attività del pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone che aveva condannato nel Maxiprocesso di Palermo centinaia di criminali mafiosi.

Secondo le ricostruzioni, nel settembre-ottobre 1991, durante alcune riunioni della “Commissione regionale” di Cosa nostra avvenute nei pressi di Enna e presiedute dal boss Salvatore Riina, venne deciso di dare inizio ad azioni terroristiche, perché erano state arrestate quattrocento e settantacinque persone sospettate di essere mafiosi. Il terrorismo mafioso contro lo Stato italiano doveva essere rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne una riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche i politici.

Il parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana Salvo Lima, e il suo assistente Sebastiano Purpura, il ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno Calogero Mannino, anche loro democristiani, il Ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli, il Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Carlo Vizzini e il Ministro della difesa Salvo Andò, esponenti del Partito Socialista Italiano. Claudio Martelli era nel mirino dei boss mafiosi perché secondo i pentiti Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza era fra quei quattro “crasti” socialisti che prima si erano presi i nostri voti, nel 1987, e poi ci avevano fatto la guerra. In particolare, Martelli aveva chiamato Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari Penali al ministero.

Il 30 gennaio 1992, la Cassazione confermò la sentenza del maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all’ergastolo; in seguito alla sentenza, i capi della “Commissione” mafiosa regionale e provinciale decisero di avviare la stagione stragista già progettata. Il 12 marzo 1992 l’onorevole Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana, venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche, perché non era più in grado di garantire gli interessi delle cosche mafiose nel governo. In particolare perché non era riuscito a far aggiustare il maxi processo in Cassazione.

Il bersaglio da colpire era Giulio Andreotti

Il vero bersaglio era Giulio Andreotti: Cosa nostra avrebbe voluto rivalersi sul presidente del Consiglio, ma era troppo protetto, era irraggiungibile. Così si ripiegò sul capo corrente di Andreotti in Sicilia, e l’omicidio rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Nel periodo successivo all’omicidio di Salvo Lima, l’onorevole Calogero Mannino, all’epoca nominato ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, nel Settimo Governo Andreotti, si mise in contatto, attraverso il maresciallo Giuliano Guazzelli, con Antonio Subranni, all’epoca comandante del ROS, perché aveva ricevuto un avviso mafioso, una corona mortuaria di fiori, evidente minaccia di morte e temeva a sua volta di essere ucciso.

Il 4 aprile 1992 il maresciallo Guazzelli venne ucciso lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle e l’omicidio venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Guazzelli fu ucciso perché i capi mafiosi volevano dare un segnale forte a Mannino e Subranni, alzare il tiro e imporre accordi ad alti livelli. Il 23 maggio 1992 avvenne la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, perché la Commissione regionale e provinciale di Cosa Nostra e presiedute dal boss Salvatore Riina, voleva vendicarsi della sua attività di magistrato antimafia. Nella strage persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro; l’attentato venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”.

Il Consiglio dei ministri nella seduta dell’8 giugno 1992, in seguito alla strage di Capaci, approvò il decreto-legge “Scotti-Martelli” (detto anche “decreto Falcone”), che introdusse l’articolo 41 bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia: il giorno successivo giunse una telefonata anonima a nome della sigla “Falange Armata” in cui si minacciava che il carcere non si doveva toccare. Nello stesso periodo, il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno contattò Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo, per conto del colonnello Mario Mori (all’epoca vicecomandante del ROS) che informò il generale Subranni. A sua volta, Ciancimino e il figlio Massimo contattarono Salvatore Riina attraverso Antonino Cinà, medico e mafioso di San Lorenzo.

In quel periodo, Salvatore Riina mostrò a Salvatore Cancemi un elenco di richieste dicendo che c’era una trattativa con lo Stato che riguardava pentiti e carcere; sempre in quel periodo, Riina disse anche a Giovanni Brusca che aveva fatto un “papello” di richieste in cambio di fare finire le stragi. L’1 luglio 1992 il giudice Borsellino, che si trovava a Roma per interrogare il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, venne invitato al Viminale per incontrare il ministro Mancino; secondo Mutolo, Borsellino tornò dall’incontro visibilmente turbato.Combinazione, nello stesso periodo, Giovanni Brusca ricevette da Salvatore Biondino la disposizione di sospendere la preparazione dell’attentato contro l’onorevole Mannino.

Secondo Salvatore Cancemi, in quei giorni Riina insistette per accelerare l’uccisione di Borsellino e per eseguirla con modalità eclatanti. Il 15 luglio Borsellino confidò alla moglie Agnese che il generale Subranni era vicino ad ambienti mafiosi, mentre qualche giorno prima le aveva detto che c’era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato, e che presto sarebbe toccato pure a lui di morire. Nello stesso periodo, Riina avrebbe detto a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c’era “un muro da superare”. Quel muro era Paolo Borsellino.

Le stragi e la trattativa fra Stato e mafia

Il 19 luglio 1992, con un attentato in via D’Amelio, a Palermo, fu ucciso Paolo Borsellino. L’attentato fu rivendicato sempre con la sigla “Falange Armata”. Secondo il pm Antonino di Matteo, l’assassinio di Borsellino fu eseguito per “proteggere la trattativa dal pericolo che il dottor Borsellino, venutone a conoscenza, ne rivelasse e denunciasse pubblicamente l’esistenza, in tal modo pregiudicandone irreversibilmente l’esito auspicato”. Dal luogo del delitto non verrà mai rinvenuta l’agenda rossa, nella quale il magistrato annotava tutte le sue intuizioni investigative senza separarsene mai.

In seguito alla strage di via D’Amelio, il decreto “Scotti-Martelli” venne convertito in legge e oltre cento mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell’Asinara e di Pianosa e sottoposti al regime del 41 bis, che venne applicato pure ad altri quattrocento mafiosi detenuti. Il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via d’Amelio, la Procura di Palermo deposita l’istanza di archiviazione dell’indagine definita “Mafia e Appalti”, a cui avevano lavorato con grande interesse sia Giovanni Falcone che, successivamente, Paolo Borsellino. Il decreto di archiviazione venne emesso il 14 agosto 1992.

Tra ottobre e novembre 1992, Giovanni Brusca e Antonino Gioè fecero collocare un proiettile d’artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e panico per riprendere la trattativa con il maresciallo Tempesta che si era interrotta: tuttavia la rivendicazione telefonica con la sigla “Falange Armata” non venne recepita e per questo il proiettile non venne trovato nell’immediatezza ma solo in un momento successivo.

Il 15 gennaio 1993, a Palermo, Totò Riina, capo di Cosa Nostra, viene arrestato dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale, uomini del colonnello Mori e del generale Delfino, che utilizzarono il neo-collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio per identificare il latitante. Era latitante da ben ventitré anni. In seguito all’arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Bagarella, Brusca, Graviano) ed un altro contrario (La Barbera, Ganci, Cancemi, Motisi, Spera, Giuffrè, Aglieri), mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia.

Pochi giorni dopo, il 14 maggio 1993, il giornalista di Mediaset, Maurizio Costanzo, scampa per poco a un’autobomba a Roma: tale attentato venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”. I successivi attentati di Firenze e, di nuovo, Roma, sembrano diretti proprio contro gli altri destinatari dell’esposto. Il magistrato Sebastiano Ardita, ex Capo della direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, da “tecnico” che ha vissuto in prima persona molti momenti chiave di questa vicenda, si esprimerà sul legame fra le stragi e le vicende del 41 bis nel saggio Ricatto allo Stato.

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Il papa, il vescovo di Firenze e Maurizio Costanzo

“Rimane di grande interesse notare chi fossero gli altri destinatari di quell’esposto. Si trattava di nominativi aggiunti per conoscenza, ma appariva chiaro che anche a essi veniva richiesto un intervento contro il 41 bis”. Tra di essi spiccavano i nomi del papa, del vescovo di Firenze, di Maurizio Costanzo, oggetto di un attentato all’uscita dal Teatro Parioli, dove conduceva il suo talk show televisivo. Si trattava evidentemente di un avvertimento nei confronti di un giornalista impegnato contro la mafia, ma anche di una richiesta di aiuto per rendere pubblico il problema dei detenuti sulle isole.

Altrettanto inquietante appare la circostanza che il successivo attentato, sempre nel maggio 1993, ebbe come teatro Firenze. Mentre il terzo attentato risultò direttamente rivolto al papa, perché avvenne proprio ai danni del Vaticano nel successivo mese di luglio. Insomma, quell’indirizzario, ben guardato, aveva tutto l’aspetto di una victim list, se non proprio di persone, almeno di luoghi a esse collegati, e la figura del presidente della repubblica rimaneva in cima a quell’elenco di bersagli possibili. Ma Scalfaro, così come gli altri destinatari che avevano già subìto un attentato, mantenne un profilo rigoroso e distaccato rispetto a quelle sollecitazioni, negandosi a ogni richiesta di intervento.

Tra marzo e maggio 1993 vennero revocati 121 decreti di sottoposizione al 41 bis a firma del dottor Edoardo Fazzioli (all’epoca vicedirettore del Dap), come aveva suggerito il dottor Amato nella nota del 6 marzo. Il 27 maggio 1993, a Firenze, avvenne la strage di via dei Georgofili, che provocò cinque vittime e una quarantina di feriti: l’attentato venne pure rivendicato con la sigla “Falange Armata”. All’inizio di giugno 1993, il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato veniva rimosso per essere destinato all’incarico di rappresentante dell’Italia nel Comitato Europeo per la prevenzione della tortura. La promozione apparve al dottor Amato strumentale al punto tale che poco tempo dopo decise di lasciare la Pubblica Amministrazione per dedicarsi all’attività forense.

I procuratori di Palermo si sono accorti che il 14 giugno la Falange Armata tornò a telefonare, “manifestando soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato”. Il telefonista parlò di una “vittoria della Falange”. Seguirono altre telefonate di minaccia a Mancino e al capo della Polizia Parisi (il 19 giugno), poi a Capriotti e al suo vice Di Maggio (il 16 settembre). Il 26 giugno il dottor Adalberto Capriotti, direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Pro Tempore, inviò una nota al ministro Giovanni Conso, Ministro di Grazia e Giustizia, in cui spiegava la sua nuova linea di silente non proroga di trecento e settantatré provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza a novembre, che avrebbero costituito “un segnale positivo di distensione”.

La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 avvenne la strage di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti) e qualche minuto dopo esplosero due autobombe davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, senza però fare vittime: il giorno successivo due lettere anonime inviate alle redazioni dei quotidiani “Il Messaggero” e “Corriere della Sera” minacciarono nuovi attentati. Il 22 ottobre 1993 il colonnello Mori incontrò nuovamente il dottor Di Maggio. Nello stesso periodo, l’imprenditore Tullio Cannella – uomo di fiducia di Leoluca Bagarella e dei fratelli Graviano – fondò il movimento separatista “Sicilia Libera”, che si radunò insieme ad altri movimenti simili nella formazione della “Lega Meridionale”.

Il patto Stato-mafia iniziava a concretizzarsi lentamente e partiva la scalata dei clan agli apparati della politica. Infatti, nell’ottobre 1993, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dichiarò che incontrò il boss Giuseppe Graviano in un bar di via Veneto a Roma per organizzare un attentato contro i carabinieri durante una partita di calcio allo Stadio Olimpico. Sempre secondo Spatuzza, in quell’occasione Graviano gli confidò che stavano ottenendo tutto quello che volevano grazie ai contatti con Marcello Dell’Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi. Il 2 novembre 1993 il ministro Conso non rinnovò circa trecentoe trentaquattro provvedimenti al 41 bis in scadenza per, a suo dire, “fermare le stragi”.

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La storia del rock raccontata nel libro di Guaitamacchi

Nel suo libro La storia del rock Guaitamacchi lo dice forte e chiaro: “Il rock è una forma d’arte”. E in alcuni casi, una forma d’arte suprema paragonabile per valori, influenza e longevità alle più straordinarie espressioni di talento, creatività e fantasia della storia dell’uomo. Ma è una forma d’arte popolare. Indissolubilmente legata a tempi, luoghi e contesti socio-culturali che l’hanno generata. Per capirla, apprezzarla, o amarla ancora di più, questo libro ne racconta la storia. Una storia lunga sessanta anni e che inizia il 5 luglio 1954, nel giorno in cui Elvis Presley ha inciso a Memphis il suo primo singolo. Ma che ha radici più lontane e profonde, tra il continente africano e la cultura e le tradizioni anglo-scoto-irlandesi.

Da allora, sino a oggi, il rock e le musiche a lui connesse o che dal rock si sono sviluppate sono state una colonna sonora fantastica per le vite di centinaia di milioni di giovani (e meno giovani) in tutto il pianeta Terra, accompagnando l’evoluzione dell’uomo del Novecento. Proprio così. Seguimi, in questa recensione che è un viaggio nella storia di una delle arti musicali più belle. Questa popular music sviluppatosi negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. È un’evoluzione del rock and roll, ma trae le sue origini anche da numerose forme di musica dei decenni precedenti, come il rhythm and blues e il country, con occasionali richiami anche alla musica folk.

il rock è incentrato sull’uso della chitarra elettrica, solitamente accompagnata dal basso elettrico e dalla batteria. A partire dagli anni Sessanta in poi, la musica rock si è diramata in una enorme varietà di sottogeneri: si è mescolata con il blues per dar vita al blues rock e al southern rock, poi con il jazz e altre forme di musica orchestrale per creare la fusion e il rock progressivo. Allo stesso tempo, il rock ha anche incorporato influenze dal soul, dal funk e dalla musica latina. Nel corso degli anni sono nati altri generi derivati come il pop rock, l’hard rock, il rock psichedelico, il glam rock, l’heavy metal, e il punk rock.

Gli anni Ottanta hanno visto sbocciare il filone new wave, l’hardcore punk, il rock elettronico e l’alternative rock, mentre negli anni novanta si è assistito alla diffusione del grunge, del britpop, dell’indie rock e del post-rock. La musica rock ha contribuito al diffondersi di movimenti culturali e sociali, portando alla nascita di sottoculture come i mod e i rocker nel Regno Unito e la controcultura hippie, che, da San Francisco, si diffuse negli Stati Uniti negli anni Sessanta. In modo analogo, la cultura punk degli anni Settanta ha poi portato alla nascita delle sottoculture goth ed emo. Continuando una parte della tradizione folk delle canzoni di protesta, una delle manifestazioni iniziali del rock è stata espressione della rivolta giovanile contro il consumismo e il conformismo, fenomeno poi ribaltato a partire dagli anni Ottanta con la diffusione del glam e del pop rock.

Le sonorità del rock si improntano prevalentemente sull’utilizzo di strumenti elettrici, in particolare la chitarra elettrica, che in genere viene accompagnata da una sezione ritmica costituita da basso elettrico e batteria. Frequente negli anni Sessanta fu la presenza dell’organo elettronico, come il Vox Continental e l’Hammond. Dagli anni Settanta e poi sempre più frequentemente hanno cominciato a fare la loro comparsa anche i sintetizzatori. Altri strumenti di contorno, ad esempio il sassofono e l’armonica a bocca, sono usati per lo più in qualità di solisti. Nelle composizioni più elaborate, o nelle ballad, sono talvolta presenti arrangiamenti per archi e ottoni.

Il termine Rock and Roll venne utilizzato per la prima volta nel 1951 dal Dj Alan Freed, per indicare la musica R&B trasmessa nel corso del suo programma radiofonico “The Moondog House Rock’n Roll Party”. Basato sul connubio di vari elementi appartenenti alla tradizione musicale americana e africana (notevoli sono state le influenze jazz, country, blues, folk, gospel, boogie-woogie e R&B), il rock and roll ha rappresentato non solamente un nuovo genere musicale, ma anche un vero e proprio fenomeno sociale, specchio della cultura e della società del tempo, esaudendo così la necessità di emancipazione e i fermenti dei “neri e dei bianchi”.

Tra i precursori rientrano Big Joe Turner nel 1939, con il singolo Roll ‘Em Pete, e Sister Rosetta Tharpe nel 1944, con Strange Things Happening Every Day. Nel 1951 Jackie Brenston and his Delta Cats registrarono quello che da molti è considerato come il primo vero e proprio rock and roll, Rocket 88, presso la Memphis Recording Service di Sam Phillips, raggiungendo il primo posto nella classifica R&B. Verso la metà degli anni Cinquanta iniziarono a riscuotere notevole successo Rock Around The Clock di Bill Halley & The Comets (1954), e soprattutto That’s All Right (Mama) di Elvis Presley (1954), registrata negli Sun Studio di Memphis, che diede origine al cosiddetto “rockabilly”.[14]

Nel 1955 Chuck Berry pubblicò il suo primo singolo Maybelline, unendo country e R&B, e sempre nello stesso anno, uscirono Tutti Frutti di Little Richards e Whole Lotta Shakin’ Goin’On di Jerry Lee Lewis, a rappresentare il massimo splendore del rock and roll. Verso il finire del decennio, numerosi eventi negativi sancirono la fine degli anni d’oro del rock and roll: la morte di Buddy Holly, The Big Bopper e di Ritchie Valens in un incidente aereo. La partenza di Elvis per il servizio militare. I numerosi problemi giudiziari di Chuck Berry e Jerry Lee Lewis. L’ultimo evento culminante fu la morte di Eddie Cochran, il 17 aprile 1960, in un incidente automobilistico, in cui perse la vita il musicista Gene Vincet.

Il rock and roll americano anni Cinquanta riscosse in tutto il mondo un enorme successo, soprattutto in Europa, dove all’inizio degli anni Sessanta Elvis Presley, Chuck Berry e Buddy Holly erano gli artisti d’oltreoceano più amati. Le influenze maggiori si fecero sentire nel Regno Unito, grazie a un crescente numero di giovani che iniziarono a fondare i loro gruppi musicali. Nacquero così gruppi come Beatles, Rolling Stones, Animals, Them, che iniziarono ad entrare nelle classifiche di tutto il mondo grazie a cover di canzoni d’origine statunitense, riuscendo a fondere, in modo originale, il rock and roll con l’R&B.

Iniziò il fenomeno musicale, sociale e culturale della British Invasion, che elevò la Gran Bretagna a fulcro dello sviluppo della nuova generazione anni Sessanta. Il sogno dei giovani artisti divenne presto quello di conquistare la scena negli Stati Uniti. Tra i primi, l’inglese Cliff Richard tentò invano d’imporsi nel mercato americano, proponendosi come l’alternativa inglese a Elvis, e come lui molti altri. Però soltanto nei primi mesi del 1963, con il singolo I Want To Hold Your Hand, i Beatles, con la loro innovativa freschezza, divennero i primi britannici a scalare la classifica statunitense, dando origine al fenomeno Beatlemania, che celermente spopolò in tutto il mondo.

Dai Beatles ai Buzzcocks: viaggio nella storia del rock

Il 9 febbraio del 1964, i Beatles, parteciparono all’Ed Sullivan Show, incollando davanti ai televisori circa settantatré milioni di persone. L’enorme successo dei Beatles aprì la strada all’invasione di altre band inglesi, come gli Animals, che nello stesso anno raggiunsero il successo mondiale con The House Of Rising Sun, mentre I Kinks, con You Really Got Me, realizzarono la prima canzone hard rock della storia. I Rolling Stones, invece, nel 1965, con (I Can’t Get No) Satisfaction, diventarono l’alternativa ai Beatles, portando sonorità derivate dal blues e dal rock, creando uno stile fresco e al contempo fortemente ribelle, rispecchiando i i malumori e le tensioni della società del tempo.

Londra in questo periodo divenne così “la città più di tendenza del mondo”, e la capitale della controcultura giovanile, dando origine anche al movimento “mod” (abbreviazione di modernismo), che abbracciò dal punto di vista musicale band come i The Who, resi noti dal singolo My Generation, e gli Small Faces. Molti gruppi folk rock statunitensi, come i Byrds, con la cover elettrica di Mr Tambourine, i Beau Brummels e i Lovin’ Spoonful, iniziarono a trarre ispirazione dalle band britanniche, nel tentativo di contrastare il loro enorme successo. Si vola. Si passa attraverso tante bellissime correnti artistiche: garage rock, blues rock, surf music, psychedelic rock, jazz rock, west coast rock, progressive canonico, glam rock, passando per la “ribellione punk”.

Stanchi del rock “intellettuale”, come poteva essere definito il rock progressive, una nuova corrente sconvolse il discorso musicale dalla seconda metà degli anni Settanta: il punk. Secondo alcuni critici il pensiero punk nacque negli anni Sessanta grazie ai Velvet Underground. Nelle loro canzoni si parlava già di droga, sesso, vita di strada, degradazione e le loro intenzioni e idee musicali non avevano nulla a che vedere con quelle dei loro contemporanei. Per questo vengono etichettati come proto-punk, e lo storico leader, Lou Reed, venne successivamente riconosciuto dai punk come uno dei padri fondatori del movimento, divenendo un’icona dello stesso tanto da guadagnarsi la copertina del primo numero della rivista Punk Magazine.

Ci furono anche altri gruppi precursori del punk, tra i più famosi si possono citare gli MC5 e Stooges, che avevano il sound rozzo e sporco caratteristico del punk. Durante i primi anni Settanta assistiamo alla nascita del proto-punk, ovvero quel filone di gruppi di ispirazione garage che precedettero l’ondata punk rock dei metà anni Settanta, come i già citati MC5 e Stooges, Patti Smith, o New York Dolls, che diedero alla luce i primi accenni di punk rock proprio sulle basi del garage. Il punk rock sarà considerato un genere direttamente discendente dal garage rock per le sue caratteristiche generalmente più grezze e distorte rispetto al rock and roll più tradizionale. Quindi si può facilmente affermare che il punk nacque molti anni prima dell’avvento di gruppi come Ramones e Clash, ma è nel 1977 che nacquero il movimento e la moda punk.

I primi gruppi oggi riconosciuti con tale etichetta nacquero a New York, tuttavia essi non si identificavano in un genere ben preciso, rivendicando comunque l’appartenenza alla cosiddetta Blank Generation. Fu in questo periodo che i media americani iniziarono ad utilizzare termini come punk, apertamente rifiutato da artisti e fan soprattutto per la sua accezione dispregiativa, e New wave. Solo in seguito questi due termini assunsero una vita propria e distinsero due epoche differenti. Teorico del punk fu il poeta, scrittore, attore, giornalista e musicista Richard Hell. I Ramones, i Sex Pistols ed i Clash furono i primi gruppi “punk” per definizione a livello di moda globale (pur questo non limitando il valore della loro musica).

I Sex Pistols in particolare furono in gran parte plasmati dalla mente del manager Malcolm McLaren (affascinato dagli articoli e dal modo di vestirsi di Richard Hell nei suoi soggiorni newyorkesi) e dalla oggi nota stilista Vivienne Westwood, ma indubbiamente trainati dalla grande personalità del cantante Johnny Rotten (in seguito fondatore dei Pil). Per questo motivo i Sex Pistols sono stati ironicamente definiti “la grande truffa del rock & roll”. La situazione di malcontento e di tumulto durante la crisi del governo thatcheriano in Gran Bretagna fecero sì che il movimento assumesse una forma più massificata rispetto agli Stati Uniti.

L’avvento del punk decretò definitivamente la fine del rock progressive e la fine di quel decennio di sperimentazione e contaminazione: abbandonati i violini, i flauti, i fiati, i sitar, le tastiere, gli organi elettrici, si ritornò alla formazione “originaria” del rock&roll: chitarra, basso e batteria. Dal punto di vista strutturale e armonico delle composizioni, i brani tornarono ad essere di due, tre, massimo quattro minuti, così da poter essere trasmessi per radio, armonicamente più “orecchiabili” e “lineari”, e composti dall’alternarsi di strofe e ritornello. L’ondata di ribellismo dei primi anni punk è testimoniata dagli album Ramones dei Ramones, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols dei Sex Pistols e il primo disco dei Clash.

I Sex Pistols crearono molte controversie durante la loro breve carriera, attirando l’attenzione su di loro e mettendo spesso in secondo piano la musica. I loro show e i loro tour erano ripetutamente ostacolati dalle autorità, e le loro apparizioni pubbliche spesso finivano disastrosamente. I Clash erano famosi per la loro varietà musicale (nel loro repertorio trovano posto reggae, dub, rap, rockabilly e altri generi), per la sofisticatezza lirica e politica che li distingueva dalla maggior parte dei loro colleghi appartenenti al movimento punk e per le loro esibizioni dal vivo particolarmente intense. I Clash con il loro album London Calling marcarono per sempre la storia del rock.

Sempre alla fine degli anni Settanta, sulla scia del punk inglese dei Sex Pistols e dei Clash, si formarono i Police, che diedero vita ad un nuovo sound soprannominato reggae n’ roll, ad evidenziare la particolare inclinazione verso il lato reggae del punk, tra i loro hit, Roxanne, Message in a Bottle. Forse per la prima volta in Gran Bretagna musica rock e politica si incontrarono, ma si persero velocemente di vista: erano iniziati gli anni Ottanta e la filiazione di questo genere di rock approdò alla New wave. Verso la fine degli anni Settanta nacque anche il post-punk, che fonde il punk rock con elementi sperimentali provenienti da artisti come i newyorkesi Velvet Underground, Roxy Music e David Bowie e da generi come disco, dub e krautrock (soprattutto i Can e i Kraftwerk).

Non è da intendere come un genere musicale vero e proprio, ma piuttosto come un’etichetta utilizzata per quei gruppi che intorno al 1980 iniziarono ad unire il punk rock con vari altri generi musicali. Il genere si sviluppò verso i fine anni Settanta tramite l’ondata punk 77, negli Stati Uniti e in contemporanea nel Regno Unito. Con il loro apprezzamento verso i Beach Boys ed il bubblegum pop della fine degli anni Sessanta, i Ramones gettarono le basi per quello che sarebbe poi stato conosciuto come pop punk. Alla fine degli anni Settanta, gruppi del Regno Unito come i Buzzcocks o i The Undertones (successivamente influenzati fortemente dal glam rock) combinarono la velocità e la caoticità delle sonorità punk rock con la musica pop nei toni e nei temi distaccandosi in parte dal punk nella sua rappresentazione classica.

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Dai Green Day agli U2, passando per i Depeche Mode

Il successo vero e proprio del genere però ha inizio verso la fine degli anni Ottanta e primi anni novanta con l’avvento della nuova corrente detta punk revival. I gruppi a saper meglio sfruttare il potenziale commerciale di questi generi e a lanciare il “revival” furono i Green Day, Weezer, The Offspring, seguiti poi da Nofx, classificabili comunque nel melodic hardcore punk, e Rancid, che affermarono il genere a livello mondiale. Alla fine degli anni novanta questo sotto genere è stato poi portato a nuove vette commerciali con i Blink-182. Nel nuovo millennio continua il momento positivo dell’ondata Pop-punk, inizialmente con blink-182 e Sum 41 e poi soprattutto con l’exploit, ancora una volta, dei Green Day da metà decennio in poi, grazie all’apogeo di American Idiot.

Questo bellissimo libro, “La storia del rock”, scava a fondo in correnti come hard rock ed heavy metal, southern rock, new wave of British heavy metal, hair metal, metal estremo e nu metal. Si approda agli anni Ottanta. Sono gli anni della nascita del canale televisivo musicale Mtv, dell’edonismo diventato uno stile di vita, del predominio dell’immagine, delle capigliature cotonate, gellate e laccate, anni che vedono l’esplosione di altri fenomeni musicali come l’hip hop ed il rap, oltre al dilagare della dance. Non sono più i tempi delle radio che promuovono la musica, superate da mirate trasmissioni televisive. Il rock è ancora in evoluzione, in trasformazione, i confini fra pop e rock e altri generi si assottigliano ancora di più, per questo per parlare di rock è doveroso citare anche altri generi.

MTV Europe inaugura le sue trasmissioni con il videoclip di Money for Nothing dei Dire Straits, brano che paradossalmente può essere interpretato anche come una sorta di invettiva contro le rockstar che appaiono in televisione. I Dire Straits sono considerati un unicum nel panorama del periodo, poiché il loro stile musicale risulta del tutto fuori moda e in netta contrapposizione rispetto alle tendenze dell’epoca: la band britannica – guidata dal chitarrista, cantante e compositore Mark Knopfler – propone infatti un rock limpido ed essenziale, ispirato principalmente al blues, al country e al rock and roll americano delle origini. Le loro canzoni, caratterizzate spesso da un tono introspettivo, presentano inoltre testi ricercati e connotati da una forte impronta narrativa.

Il rock si diluisce e si orienta verso il pop, quello mistificato delle grandi multinazionali della musica (o major), alle quali non basta più scoprire nuovi talenti e lanciarli commercialmente, ma astutamente comincia a crearli, svilupparli e lanciarli sul mercato come fossero un qualunque prodotto commerciale, come ad esempio i casi dei New Kids on the Block e dei Milli Vanilli. Ma la scena non è dominio esclusivo di queste operazioni: in questi anni emergono comunque molti gruppi o cantanti che, pur in parte indulgendo alle regole del mercato discografico in materia di promozione dell’immagine, sono dotati di talento. L’album più venduto degli anni Ottanta è stato Thriller di Michael Jackson, mentre la classifica dei singoli vede come vincitori i Bon Jovi con Livin’ on a Prayer. La new wave e la sua sottocultura sbocciano assieme ai primi gruppi punk rock, a tal punto che, inizialmente, punk e new wave sono considerati quasi sinonimi.

Un sottogenere che spicca è inoltre il synth pop, con forti influenze dei Kraftwerk e del compositore francese Jean-Michel Jarre. Il synth pop trova seguaci anche in Italia, come nel caso dei Rockets, che si presentano in pubblico camuffati da alieni e sempre con la pelle ricoperta di crema argentata. Alcune band britanniche come i Depeche Mode e i Pet Shop Boys riscuotono notevole successo. Un personaggio fuori dagli schemi, che emerge in questi anni e che incarna perfettamente il concetto di artista pop rock, è il cantautore Prince, che grazie all’album Purple Rain, dall’arrangiamento innovativo, diventerà uno degli artisti più influenti della musica nera americana.

Il rock degli anni Ottanta sposa l’attivismo politico, che ebbe il suo picco di popolarità negli anni ottanta col singolo “Do They Know It’s Christmas?” del 1984 e il concerto Live Aid per l’Etiopia del 1985, che, oltre ad aver sensibilizzato con successo l’opinione pubblica riguardo alla povertà mondiale e ad aver raccolto fondi per gli aiuti umanitari, è stato anche criticato, insieme ad eventi simili, per aver fornito un palcoscenico per l’accrescimento della popolarità e dei guadagni delle star coinvolte. Gli anni Ottanta vedono il risorgere degli show concepiti come spettacoli di dimensioni sempre più imponenti, che solo a volte sono concerti di beneficenza. A beneficiare del clamore mediatico legato ai mega eventi degli anni ottanta non sono solo i nuovi idoli pop, ma anche gruppi rock già presenti negli anni settanta che raggiungono però l’apice del loro successo nel decennio successivo: gruppi Glam rock come i Kiss o i Queen.

I Queen parteciparono, il 13 luglio 1985, al Live Aid. Nei 20 minuti a disposizione, i Queen suonarono Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer to Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are the Champions. Sia la stampa, sia i settantaduemila spettatori di Wembley, sia gli artisti considerarono la loro interpretazione memorabile, una delle migliori di tutti i tempi. Mercury costruì in questa esibizione “il mito di insuperabile frontman”. La partecipazione al Live Aid diede nuovo entusiasmo ai Queen, che grazie a questo successo tornarono nuovamente a essere un gruppo coeso. Assente dal Live Aid ma personaggio emblematico del rock anni ottanta è Bruce Springsteen, esponente del cosiddetto “Heartland Rock”, caratterizzato da uno stile musicale semplice e rimandi alla vita operaia americana.

Un’altra band emblema del Live Aid, e del rock anni ottanta in generale, è quella degli U2. La band irlandese è caratterizzata dall’utilizzo massiccio di tematiche religiose, politiche e socioeconomiche, che contribuiranno a costruire l’immagine del frontman Bono Vox come guru di un’intera generazione. Gli U2 ottennero il successo planetario con l’album The Joshua Tree, che raggiunse i venticinque milioni di copie vendute. Un tour americano consoliderà la fama della band anche in quel Paese. L’immagine del gruppo negli anni successivi ha continuato ad essere legata alle numerose iniziative umanitarie contro la guerra nei Balcani e a favore della cancellazione del debito dei paesi del terzo mondo. Ma da qui in poi, è un’altra storia. La storia della nascita dell’alternative rock, del grunge, del post-grunge, del britpop, dell’indie rock, del gothic metal e di tutto quello ci siamo portati nel nuovo millennio.

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