Nella sezione Serial Killer di MC Blog si trovano storie, informazioni notizie su quel mondo accanto e parallelo che è l’universo dei serial killer, un terribile fenomeno sociale emerso prepotentemente con la modernizzazione e l’urbanizzazione selvaggia

Javed Iqbal Mughal era il Mostro Pakistano: rapisce e strangola

Javed Iqbal Mughal è un assassino seriale, che balza alle cronache col soprannome di Mostro Pakistano perché, attorno al 1999 rapisce e strangola circa un centinaio di bambini vagabondi. I corpi li fa a pezzi e, con l’aiuto di alcuni complici, li scioglie nell’acido. I resti vengono versati nelle fogne, oppure in un fiume nella zona di Lahore, che è la sua città di nascita. Javed Iqbal Mughal nasce nel 1956. Inizia ad uccidere perché nutre un profondo risentimento verso la polizia, che lo arresta una volta e per errore con l’accusa di violenza su minori e lo picchia. È il sesto figlio di un commerciante.

Non si hanno notizie sull’infanzia di Javed Iqbal Mughal. Attorno al 1978 inizia a lavorare mentre si trova al college. Suo padre gli compra due case a Shadbagh. In una delle due, Javed Iqbal Mughal vuole fondare un’impresa di rifusione di acciaio. Vive lì per anni, insieme a dei ragazzi. Nel 1995 e nel giugno 1998 gli vengono mosse alcune accuse di sodomia verso minorenni. Nel primo caso nessun tribunale lo condanna mai. Nel secondo lo liberano su cauzione. Si fece arrestare nel mese di dicembre 1999, dopo che invia una lettera al giornale locale.

Al processo viene condannato a morte tramite impiccagione per cento omicidi. Si impicca in cella insieme ad un complice. Dopo la sua morte, ventisei bambini che si pensavano morti vengono ritrovati vivi. Le sue vittime sono orfani e ragazzi di strada che fuggono dalle proprie famiglie. Hanno tutti tra i sei e i sedici anni. Li avvicina con promesse di cibo e lavoro. Dopo che conquista la loro fiducia e li convince a seguirlo in casa, li droga, li stupra e li strangola con una catena di ferro. Infine, smembra e scioglie il corpo in una tinozza riempita di acido cloridrico. Questo era Javed Iqbal Mughal.

Ai delitti partecipano tre complici, degli adolescenti che dividono la casa con Iqbal. Inizialmente i resti liquefatti vengono scaricati nelle fognature, ma dopo che i vicini si lamentano del cattivo odore, per non rischiare ulteriormente, li getta nel fiume Ravi. I complici si occupano soprattutto di scattare le foto alle vittime. Iqbal annota i nomi, le età e le date della morte in un diario e in un notebook. Le scarpe e i vestiti li conservava in alcuni scatoloni per non lasciare tracce. Ogni delitto gli costa centoventi rupie, meno di tre dollari. I soldi vengono spesi spesi per comprare l’acido da una persona chiamata Ishaq Billa.

Nel tempo si scatena una caccia all’uomo che coinvolge dozzine di persone. Nonostante numerosi arresti, le indagini non danno risultati. Nel dicembre del 1999 invia una lettera alla polizia e ad un giornale locale, dove confessa l’omicidio di cento ragazzi, ammette di non provare rimorsi e di odiare il mondo. Il 30 dicembre, per paura che la polizia lo uccida, si consegna presso la sede del giornale Daily Jang. Viene arrestato poco dopo da un esercito composto da almeno cento soldati. Anche i suoi complici vengono fermati. Si trovavano nella zona del Sohawa e stavano chiedendo l’elemosina ai passanti.

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Un terribile serial killer colpevole di 100 omicidi

Durante la perquisizione di casa sua, gli agenti trovano le prove, macchie di sangue sulle pareti e sui pavimenti, la catena con cui strangola le vittime, alcune bottiglie di alcol e acido, delle maschere antigas, una raccolta di circa cento foto appartenenti alle vittime, un grosso mucchio di vestiti, il diario e il notebook. In una tinozza blu ci sono i resti di due bambini. In casa non si trovano altri corpi.

Fuori dall’abitazione c’è un fusto riempito d’acido che contiene altri resti. Una delle due vittime si chiama Ijaz. Con le foto e i vestiti, i parenti di alcuni bimbi scomparsi identificano i loro figli morti per mano di Iqbal. Il 16 marzo 2000, il giudice Allah Bukhsh Ranjha lo trova colpevole di cento omicidi, di alcuni abusi su minorenni e lo condanna a morte. È previsto che sia portato in un famoso parco, dove un boia lo strangola con una catena di ferro davanti ai parenti delle vittime, lo taglia in cento pezzi e poi scioglie nell’acido.

La sentenza, ovviamente, crea scalpore e le massime autorità religiose islamiche la contestano immediatamente. A questo punto la corte la commuta in una semplice impiccagione. Anche il complice Sajid Ahmad viene condannato alla pena capitale. L’altro complice, un ragazzo di nome Muhammad Sabir, viene condannato a quarantadue anni di carcere, quando ha tredici anni.

A Nadeem Mohammad, l’ultimo complice, il giudice dà centottantadue anni di carcere, quando ha quindici anni ed è accusato di tredici omicidi. Iqbal e il suo complice Sajid Ahmad vengono trovati morti la mattina dell’8 ottobre del 2001 nel carcere di Kot Lakhpat.

La prima versione racconta che si sono avvelenati. La seconda sostiene che si sono impiccati con le lenzuola quattro giorni dopo l’appello. Al momento della morte Iqbal ha quarantacinque anni, Ahmad quasi diciassette. L’autopsia sul cadavere di Iqbal indica segni di tortura: sul corpo e sul viso sono presenti segni di pestaggio e traumi. Se qualcuno lo ha ucciso non viene mai accertato fino in fondo.

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Anatoly Onoprienko: il più spietato assassino dell’Ucraina

Anatoly Onoprienko è l’assassino seriale ucraino più prolifico che, tra il 1989 e il 1996, uccide a caso famiglie intere. Gli spara col fucile o li prende a colpi d’ascia. Anatoly Onoprienko uccide anche i testimoni delle sue stragi e le persone che incontra in giro mentre fugge. Purtroppo, scampa molte volte alla cattura. Nasce a Laski nel luglio del 1959 e perde la madre ad appena quattro anni. Il padre fatica ad accudire da solo i due figli, fino a quando, dopo tre anni, decide di affidare Anatoly ad un orfanotrofio russo, tenendo con sé il primogenito.

Questa scelta peserà molto sulla psiche di Anatoly Onoprienko, che commette i suoi primi due omicidi già a trent’anni, nel 1989. In quel periodo è amico di un uomo di nome Sergei Rogozin, conosciuto in una palestra. Un giorno di quell’anno, i due decidono di diventare criminali, mettendo a segno alcuni furti e svaligiando piccoli appartamenti. Tutto fila liscio per qualche tempo, fino a quando, una notte, mentre stanno svaligiando una casa isolata fuori città, i due vengono sorpresi dai proprietari della casa, la famiglia Bratkovychi.

Anatoly Onoprienko e Sergei Rogozin, che agiscono senza maschere, decidono, per essere ancora liberi, di sterminare l’intera famiglia. Uccidono a colpi di pistola i due coniugi e i loro otto figli. Da quel momento, Anatoly Onoprienko interrompe i rapporti con Rogozin. Passano alcuni mesi e commette il suo primo omicidio in solitaria. Una notte si avvicina ad un’auto, dove dorme un’intera famiglia di cinque persone. Vuole derubarli, ma qualcosa va storto e decide di ucciderli tutti e cinque a colpi di fucile. Uccide anche due testimoni.

Gli omicidi si susseguono, uno dietro l’altro, senza alcuna pietà, fino a superare i cinquanta morti ammazzati. Tutti uccisi a colpi di fucile o di ascia da Anatoly Onoprienko, che dopo questi due massacri si trasferice da un suo cugino. Riesce a tenere a bada i suoi istinti omicidi per più di cinque anni. Ma la notte del 24 dicembre 1995, in un piccolo villaggio dell’Ucraina, una zona rurale, uccide senza motivo la famiglia Zajčenko, composta da un insegnante, sua moglie e i due figli, a colpi di fucile a canne mozze e incendia la casa.

Nove giorni dopo, il 2 gennaio 1996, Anatoly Onoprienko uccide a colpi di pistola i quattro i componenti di un’altra famiglia. Mentre fugge dalla scena del crimine, l’assassino incrocia un altro uomo che passa di lì e, senza pensarci due volte, spara anche a lui. Passano quattro giorni e uccide quattro persone.

In autostrada è deciso ad uccidere il maggior numero di automobilisti che può. Riesce a fermare tre auto. Muore un marinaio, un taxista e un cuoco con sua moglie. Passano solo undici giorni e stermina un’altra famiglia. Il 17 gennaio 1996 penetra nella casa della famiglia Pilat a Bratkoviči, composta da cinque persone. Muoiono tutti sotti i colpi del fucile, compreso un bambino di sei anni.

Esce dalla casa in fiamme e trova casualmente sulla sua strada un’operaia delle ferrovie di ventisette anni, ed un uomo di cinquantasei anni e, senza perdere tempo, li uccise entrambi. Passano solo due settimane e, il 30 gennaio, a Fastov, un villaggio ucraino, uccide una ragazza di ventotto anni, i suoi due figli e un amico di trentadue anni a colpi di fucile.

Poco tempo dopo, nell’oblast’ di Žytomyr, a Olevsk, la famiglia Dubčak, composta da quattro persone, viene massacrata. Onoprienko uccide a colpi di fucile il capofamiglia e il figlio, poi si accanisce a martellate contro la moglie, costringendola ad aprire la cassaforte. Al rifiuto, le spacca il cranio. Dopo aver ucciso ancora tre persone, Onoprijenko si accorge che una bambina è ancora viva e assistite terrorizzata allo sterminio della sua famiglia.

Anatoly Onoprienko massacra senza pietà pure lei. Qualche settimana dopo, il 27 febbraio 1996, a Leopoli, nell’estremo ovest dell’Ucraina, Onoprijenko entra nella casa dei Bodnarčuk, e uccide marito e moglie a colpi di fucile, mentre le due figlie di sette e otto anni vengono fatte letteralmente a pezzi a colpi di ascia. Un uomo d’affari vicino di casa della famiglia uccisa, si trova a passeggiare e Onoprijenko decide di ucciderlo con una fucilata. Il 22 marzo, nel piccolo villaggio di Busk, viene sterminata la famiglia Novosad, di quattro persone, e la casa viene data alle fiamme. È l’ultimo massacro, che compie.

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Il 7 aprile, quasi tre settimane dopo, l’ultimo sterminio, Pëtr Onoprijenko, cugino di Anatolij, telefona alla polizia raccontando di aver trovato nascosta in un armadio del cugino, una gran quantità di armi. Aggiunge di aver mandato via il cugino e di essere stato minacciato di morte.

Anatolij si trasferisce a Žytomyr, insieme ad una donna e al figlio di lei, portando con sé tutto l’armamentario. La polizia, che prende molto seriamente la situazione, e si reca a casa di Anatolij pochi giorni dopo e lo arresta. Il mostro rifiuta di rispondere alle domande e nega la responsabilità nelle uccisioni, nonostante una valanga di accuse contro. L’ispettore Bohdan Teslja riesce a convincerlo e Onoprijenko inizia una lunga confessione, che dura alcuni giorni.

Il processo inizia il 12 febbraio del 1999 e alla fine i giudici lo trovano colpevole di cinquantadue omicidi, ma si pensa siano di più, e lo condannano alla pena di morte tramite fucilazione. L’esecuzione è prevista per il 31 marzo 1999, ma siccome l’Ucraina in quel periodo vorrebbe entrare nell’Unione Europea, la pena viene commutata in ergastolo. Sergej Rogozin, complice di Onoprijenko nel primo massacro, quello della famiglia Bratkovyči nel 1989, viene condannato a tredici anni di reclusione. Onoprijenko muore in carcere per insufficienza cardiaca il 27 agosto del 2013, all’età di cinquantaquattro anni, mentre sconta la sua pena nella prigione di Zytomyr.

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Giancarlo Giudice: l’assassino seriale delle prostitute di Torino

Camionista torinese, Giancarlo Giudice uccide in tre anni, tra il 1983 e il 1986, nove prostitute di età compresa tra i trentasette e i 64 anni, che identificava con la matrigna. Condannato a trent’anni di reclusione più tre di manicomio criminale, esce di prigione nel 2008, dopo aver scontato ventidue anni di carcere.

Gli omicidi seriali di Giancarlo Giudice, il cosiddetto “Mostro di Torino”, iniziano il 28 dicembre 1983 con l’uccisione di Francesca Pecoraro, il cui cadavere non viene identificato fino al momento dell’arresto del suo assassino, cioè il 29 giugno 1986. Il cadavere viene ritrovato carbonizzato nel bagagliaio di una Bianchina rubata alle Basse di Stura, periferia est di Torino. Irriconoscibile.

Passano due settimane e sulla superstrada per Chivasso viene trovato il corpo di Annunziata Pafundo, di quarantotto anni. Fino a giugno del 1986 Giudice colpisce nell’area di Torino nove volte, uccidendo altrettante prostitute. Quella che sembra essere la terza vittima si salva. Lucia Geraci, con la pistola sulla tempia, supplica Giudice di lasciarla in vita per i suoi tre figli.

Dopo una denuncia, Giudice viene condannato per lesioni a sei mesi di reclusione. Nel mese di aprile del 1985 uccide due donne, che il Po restituisce cadaveri. Si tratta di Addolorata Benvenuto, di quarantasette anni, e di Giovanna Bichi, di sessantaquattro anni, una donna costretta a fare la vita per mantenere il figlio disoccupato e tossicodipendente.

A marzo del 1986, Giudice uccide Maria Corda, una sua amica di quarantaquattro anni, ritrovata nel canale Depretis vicino a Caluso. Giudice aveva con questa donna un rapporto di amicizia da molti anni. Il 30 marzo muore Maria Galfrè, anche lei di quarantaquattro anni, uccisa con un colpo di pistola calibro 22. Dopo averle sparato, l’assassino trasporta il cadavere in una baracca vicino alla Stura e poi appicca il fuoco.

A inizio aprile tocca alla sessantasettenne Laura Belmonte, anche lei ritrovata in un canale con i polsi legati con un cavo elettrico ad un gancio da rimorchio. Il mese dopo, il 22 maggio è la volta di Clelia Mollo, strangolata e abbandonata nel suo appartamento di via XX settembre a Torino, dopo essere stata stordita dall’assassino con cocaina e marijuana. Il 28 giugno, Giudice uccide Maria Rosa Paoli, trentasette anni, affiliata ai “nuclei armati proletari”, con un colpo da distanza ravvicinata. Il corpo lo getta nella vegetazione della collina torinese.

È questo il giorno in cui viene fermato inaspettatamente. Sorpreso dalla polizia stradale in una piazzola della Torino-Piacenza in atti osceni solitari, non può nascondere il sangue della Paoli, morta da poche ore. Le forze di polizia, in realtà, collegano ad un unico autore solo sei dei nove omicidi, attribuendo gli altri tre a regolamenti di conti negli ambienti della prostituzione o della tossicodipendenza.

Quando ormai a Torino si è ampiamente diffusa la psicosi del “serial killer delle prostitute”, durante un controllo di routine ad un posto di blocco a Santhià la polizia ferma Giancarlo Giudice, che all’epoca ha trentasette anni, fa il camionista ed è già schedato come pregiudicato. Sulla sua auto vengono trovate due pistole, munizioni e un asciugamano intriso di sangue.

Una testimonianza diretta su Giancarlo Giudice
Una testimonianza diretta su Giancarlo Giudice

L’arresto di Giancarlo Giudice e l’ultimo omicidio

Lo stesso sedile del passeggero, a lato del guidatore, è completamente imbevuto di sangue fresco, dal momento che proprio quel pomeriggio Giudice ha ucciso la sua ultima vittima. Dopo un mese di carcere, l’omicida confessa tutti i suoi delitti, facendo appunto salire il numero delle vittime a lui attribuite da sei a nove e permettendo il riconoscimento dell’identità del cadavere di Francesca Pecoraro. Giudicato capace di intendere e di volere, Giancarlo Giudice nel marzo 1989 viene condannato all’ergastolo, pena ridotta in appello a trent’anni di reclusione più tre di casa di cura.

Uno dei motivi che rallenta le indagini e fa supporre solo dopo parecchio tempo che i delitti sono collegati, è che l’assassino uccide in modi differenti e si comporta in vario modo con i corpi. Sei sono le donne che strangola, una quella sgozzata e due vengono freddate con colpi d’arma da fuoco.

Due cadaveri li dà alle fiamme, quattro li abbandona e gli altri li butta in acqua. Un comportamento poco usuale se si esamina la metodologia classica degli assassini seriali. Giancarlo Giudice cresce in collegio e perde la madre a tredici anni. Viene informato solo a funerali celebrati e tenta il suicidio senza esitazione.

Il padre è un alcolista ed è totalmente assente. Un anno dopo essere diventato vedovo, lascia il figlio a Torino e si trasferisce in Calabria con la nuova moglie. Ed è proprio quest’ultima la donna che Giudice odia. È questo il motivo che lo spinge ad uccidere. Dice di sentire voci. Soprattutto, ammette finalmente, odiava quelle donne trasandate perché gli ricordavano la sua matrigna: sua madre era infatti morta quando era ancora piccolo, lui l’aveva assistita per un cuore malfunzionante.

E quando era morta il trauma lo aveva portato a tentare il suicidio a soli 13 anni. Con la matrigna la famiglia si era trasferita in Calabria e a lui era toccato il collegio. Un’infanzia devastante, con un padre alcolista. Uccidendo le prostitute in là con gli anni si sentiva meglio perché pensava di ammazzare lei, la matrigna arrivata al posto di mamma.

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Il ragazzo inizia a fare uso di cocaina ed lsd e cambia continuamente occupazione. Una virata avviene quando inizia a fare il camionista. Guida giorno e notte senza fermarsi. I colleghi lo definiscono “un mulo del volante”, e ignorano la sua dipendenza dalle droghe.

Nella sua residenza di via Cravero regna il caos e il disordine. Si cammina su un tappeto di riviste pornografiche. In quella stessa casa conserva armi e piccole refurtive, oltre ad una collezione dei suoi scatti con le passeggiatrici che sono la sua unica vera compagnia. Giudice non ha amici e non ha familiari.

Erano gli anni Ottanta, gli anni in cui tutto era lecito. Gli anni in cui il crimine passava spesso inosservato. Era una vita piena: c’era chi sguazzava nell’agio degli anni d’oro, chi tirava a campare arrangiandosi con quel che poteva. Ma erano anche gli anni in cui il boom delle droghe cominciava a mietere vittime.

Tutto aveva il suo posto negli anni Ottanta. Ma nessuno, né negli anni Ottanta né in qualsiasi altra epoca, meriterebbe che il suo posto sia a terra, mangiato dai i vermi, qualsiasi scelta di vita abbia mai attuato. Giancarlo Giudice è tornato in libertà e vive un regime di protezione che ne garantisce la privacy.

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