Nella sezione Serial Killer di MC Blog si trovano storie, informazioni notizie su quel mondo accanto e parallelo che è l’universo dei serial killer, un terribile fenomeno sociale emerso prepotentemente con la modernizzazione e l’urbanizzazione selvaggia

Chi sono i serial killer e perché uccidono per piacere

Le motivazioni psicologiche del serial killer nell’omicidio possono essere estremamente diverse, ma in buona parte dei casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassino seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati talvolta a traumi infantili come umiliazioni, bullismo o abusi sessuali, oppure a una condizione socio-economica particolarmente deprimente.

Tra le più celebri serial killer donne si possono ricordare Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Rosemary West, Erzsébet Báthory, Delphine Lalaurie, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Ann Cotton, Jeanne Weber, Beverly Allitt, Karla Homolka e le sorelle Delfina e María de Jesús González.

Molte serial killer sono considerate vedove nere, cioè donne che uccidono prevalentemente per ragioni economiche o di guadagno, e che preferiscono avvelenare o strangolare le loro vittime, mentre per i serial killer maschi l’omicidio comprende un grande coinvolgimento fisico e ciò include quindi armi bianche, armi da fuoco, oppure qualsiasi altro oggetto che possa essere utilizzato come arma.

Le motivazioni psicologiche del serial killer nell’omicidio possono essere estremamente diverse, ma in buona parte dei casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassino seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati talvolta a traumi infantili come umiliazioni, bullismo o abusi sessuali, oppure a una condizione socio-economica particolarmente deprimente.

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Il crimine costituisce per il serial killer, in questi casi, una fonte di compensazione da cui trarre una sensazione di potenza e di riscatto sociale. Queste sensazioni possono derivare sia dall’atto omicida in sé sia dalla convinzione di poter superare in astuzia la polizia.

L’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle proprie vittime, altra caratteristica comune agli assassini seriali, è frequentemente descritta con aggettivi come “psicopatica” o “sociopatica”. Associata al sadismo e al desiderio di potere, può condurre alla tortura delle proprie vittime o a tecniche di uccisione che coinvolgono un supplizio prolungato nel tempo della vittima.

Data la natura morbosa, psicopatica e sociopatica, della condotta criminale del serial killer, nella maggior parte dei processi l’avvocato difensore invoca l’infermità mentale. Questa linea di difesa fallisce però quasi sistematicamente nei sistemi giudiziari come quello degli Stati Uniti, in cui l’infermità mentale è definita come l’incapacità di distinguere bene e male nel momento in cui l’atto criminale si è consumato. I crimini degli assassini seriali sono quasi sempre premeditati e l’omicida stesso trova non raramente la propria motivazione nella consapevolezza del loro significato morale.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Nella testa dell’omicida seriale: perché uccide le vittime

Alcuni assassini seriali non sembrano essere soggetti a nessun tipo di abuso durante l’infanzia, anche se possono non essere stati riconosciuti e ceduti per l’adozione, o sono solo passati di parente in parente, creando il sentimento e la sensazione di non essere desiderati e senza radici, come ad esempio Ted Bundy o Gerald Stano. È spesso impossibile sapere esattamente cosa sia successo durante l’infanzia di ognuno, così alcuni di loro possono negare di aver subito abusi, mentre altri possono ingiustamente dichiarare proprio di aver subito abusi. In tal modo sperano di catturare la compassione delle altre persone e dire agli psicologi ciò che desiderano sentirsi dire.

Proviamo ad entrare nella testa dell’omicida seriale e capire perché uccide le vittime. Molti assassini seriali hanno disfunzioni di fondo. Frequentemente sono stati maltrattati da bambini fisicamente, psicologicamente e sessualmente, anche se ci sono stati dei casi documentati determinatisi in assenza di abusi di qualunque tipo. Da questo potrebbe derivare una vicina relazione tra gli abusi subiti durante l’infanzia e i loro crimini.

Per esempio John Wayne Gacy veniva spesso malmenato dal padre, deriso come “femminella” e insultato. Da adulto, Gacy avrebbe stuprato e torturato trentatré ragazzi accusandoli di essere “finocchi” e “femminelle”. Anche Albert Fish all’età di cinque anni viene preso a frustate nell’orfanotrofio. Da qui sviluppa le sue parafilie. Gacy è sposato con una donna ed identificato come eterosessuale.

Carroll Cole, invece, è stato violentato dalla madre, che voleva dei rapporti extra-matrimoniali e forzava Cole a vedere, picchiandolo e ordinandogli di assicurarle che non avrebbe mai rivelato al padre quel terribile segreto. In età adulta, Cole uccide ogni donna “persa” che gli ricordasse sua madre, in particolar modo quelle donne sposate che cercavano avventure sessuali all’insaputa dei mariti.

Pedro Alonso López, che nutre un grande odio verso la madre, commette almeno 110 omicidi: tutte le vittime sono donne che vuole punire per la misoginia che sviluppa negli anni. Henry Lee Lucas vagabonda per gli Stati Uniti – uccidendo – con il compagno Ottis Toole un numero compreso tra le 11 e le oltre 130 persone perché sua madre era solita a picchiarlo e dominarlo da piccolo.

Edmund Kemper viene malmenato dalla madre e da qui sviluppa le sue fantasie violente. Sia Lucas sia Kemper da grandi uccidono la madre. Ed Gein è figlio di una donna luterana e fanatica religiosa, aveva trasmesso ai figli il concetto dell’innata immoralità del mondo, l’odio verso l’alcolismo e che tutte le donne (esclusa lei) fossero prostitute.

Inoltre, il sesso è accettabile soltanto al fine di procreare. Ogni pomeriggio, Kemper legge ai propri figli la Bibbia, in particolare passi dell’Antico Testamento dove si parla di morte, omicidio e punizione divina. Una volta, sorprendendolo mentre si masturbava nella vasca da bagno, gli afferrò i genitali chiamandoli la “maledizione dell’uomo” e lo immerse nell’acqua bollente per punirlo.

Alcuni assassini seriali non sembrano essere soggetti a nessun tipo di abuso durante l’infanzia, anche se possono non essere stati riconosciuti e ceduti per l’adozione, o sono solo passati di parente in parente, creando il sentimento e la sensazione di non essere desiderati e senza radici, come ad esempio Ted Bundy o Gerald Stano.

È spesso impossibile sapere esattamente cosa sia successo durante l’infanzia di ognuno, così alcuni di loro possono negare di aver subito abusi, mentre altri possono ingiustamente dichiarare proprio di aver subito abusi. In tal modo sperano di catturare la compassione delle altre persone e dire agli psicologi ciò che desiderano sentirsi dire.

L’elemento di fantasia negli assassini seriali non deve essere sovraenfatizzato. Essi iniziano spesso fantasticando circa l’assassinio durante l’adolescenza o anche prima. Le loro vite immaginarie sono molto ricche ed essi sognano ad occhi aperti in modo compulsivo di dominare e uccidere le persone, spesso con elementi molto specifici della fantasia omicida che diverranno evidenti nei loro crimini reali.

Alcuni assassini sono influenzati da letture sull’Olocausto e fantasticano sull’essere responsabili di campi di concentramento. Comunque in questi casi non è l’ideologia politica del nazismo ciò di cui godono o che li ispira, ma semplicemente l’attrazione per la brutalità e il sadismo della sua applicazione.

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Omicida seriale, i segnali della Triade di MacDonals

Altri serial killer godono della lettura delle opere del Marchese de Sade, dal cui nome deriva il termine “sadismo” per via delle sue storie zeppe di stupri, perversioni, torture e omicidi. Molti fanno uso di pornografia, spesso del tipo violento che riguarda il bondage, anche se leggono pure riviste in cui vengono narrati veri casi di omicidio. Altri possono essere affascinati ed eccitati da materiale meno discutibile. Jeffrey Dahmer, per esempio, affascinato dal personaggio dell’Imperatore Palpatine de “Il ritorno dello Jedi”, comprò addirittura delle lenti a contatto gialle per poter somigliare al personaggio malvagio, mentre diversi assassini seriali affermano che le loro fantasie sono state influenzate dalla Bibbia, in particolare dal Libro dell’apocalisse.

È il caso di Earle Nelson, omicida statunitense che strangola e abusa dei cadaveri di almeno 22 o 25 donne. Alcuni assassini seriali mostrano nella fanciullezza uno o più segnali di avvertimento noti come Triade di MacDonald.

  • Accendere fuochi (piromania) invariabilmente solo per il gusto di distruggere le cose.
  • Crudeltà verso gli animali (zoosadismo). Molti bambini possono essere crudeli verso gli animali, per esempio strappando le zampe ai ragni, ma i futuri serial killer spesso uccidono e abusano di animali più grossi come cani e gatti, frequentemente solo per il loro piacere solitario, invece che per impressionare i loro pari.
  • Bagnare il letto (enuresi) oltre l’età in cui i bambini cessano tale comportamento.

Questa triade che viene teorizzata nel 1963, recentemente, è stata messa in discussione dai ricercatori. Molti bambini e adolescenti accendono fuochi o nuocciono ad animali per diverse ragioni quali noia, imitazione delle punizioni date dagli adulti agli animali domestici, esplorazione di un’identità da “duro”, o perfino sentimenti di frustrazione. È quindi difficile sapere se queste variabili siano davvero rilevanti per l’eziologia dell’assassinio seriale e, se così fosse, quanto lo siano con precisione. Molti assassini seriali dichiarano di aver compiuto il loro primo omicidio verso i 20-25 anni, anche se questo dato può variare anche di molto.

Ce ne sono alcuni che dichiarano di aver ucciso per la prima volta verso i 38 anni, mentre altri a 15 anni ammettono di aver compiuto quattro omicidi nei due anni precedenti. Per esempio, Mary Bell massacra con la complice due bambini all’età di 11 anni. Jesse Pomeroy e Seito Sakakibara compiono due omicidi all’età di 14 anni.

Giorgio William Vizzardelli uccide per la prima volta a circa 15 anni. Pedro Rodrigues Filho fa le sue prime due vittime a 14 anni. Cayetano Santos Godino uccide la sua prima vittima, un neonato, all’età di 7 anni. Valentino Pesenti nel 1976 uccide a coltellate la sua prima vittima all’età di 16 anni. Jean Grenier nel 1600 uccide e cannibalizza alcuni bambini all’età di 15 anni. L’adolescente americano Rod Ferrell, ha solo 16 anni quando nel 1996 uccide una coppia sposata in Florida e beve il loro sangue.

Tuttavia esiste anche una piccola percentuale di serial killer che decide di dare libero sfogo alla propria furia omicida solamente dopo aver raggiunto la mezza età o addirittura oltre. Per esempio, Andrej Romanovič Čikatilo, il Mostro di Rostov autore di almeno 53 omicidi, commette il suo primo delitto quando ha 42 anni. Albert Fish uccide per la prima volta a circa trent’anni.

Continua a uccidere e commettere stupri e atti di cannibalismo fin quando ha quasi sessant’anni. Vasili Komaroff, il Lupo di Mosca, inizia a uccidere e derubare le sue vittime a partire dagli anni Venti del secolo scorso, all’età di circa 50 anni. Questa, secondo molte teorie, sarebbe una specie di tattica evasiva in quanto, anche se l’assassino dovesse essere preso dalla polizia, non dovrebbe affrontare il problema di trascorrere una vita intera in carcere, ma semplicemente viverci i pochi anni che gli restano.

Molti esperti sostengono che una volta compiuto il primo omicidio, è praticamente impossibile o comunque molto raro che un assassino seriale si fermi. Recentemente questa posizione è stata ripresa in considerazione in quanto nuovi assassini seriali sono stati catturati grazie a mezzi come il test del DNA oggi a disposizione degli investigatori. In particolar modo gli assassini seriali che sono stati catturati grazie a questi test sono proprio quelli che non sono in grado di controllare i propri impulsi omicidi. Così questi assassini seriali sono fortemente presenti nelle statistiche degli uccisori assicurati alla giustizia.

La frequenza con cui reclamano le loro vittime può anch’essa variare molto. Juan Corona uccide almeno 25 persone in sole sei settimane mentre Frederick West e sua moglie Rosemary fecero 12 vittime in un periodo di venti anni. Valentino Pesenti fa 4 vittime in quindici anni, mentre Josef Schwab ne fa 5 in cinque giorni. Jeffrey Dahmer uccide 17 ragazzi in tredici anni, mentre Donato Bilancia uccide 17 persone in sei mesi. Luis Alfredo Garavito ammazza a colpi di machete almeno 140 (si pensa fino a 172 bambini) in circa 8 anni, mentre Hu Wanlin avvelena almeno 146 persone in un anno e mezzo circa.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

La criminologia per capire assassini e omicidi seriali

Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, diversamente che in Italia, la criminologia, a partire dagli anni venti del XX secolo, si qualifica come disciplina prevalentemente sociologica. Può dirsi, in definitiva, che la criminologia costituisca il punto di incontro e di dibattito di tutti i contributi scientifici al problema del delinquente in quanto persona e della criminalità come fenomeno sociale, oltre che a quello delle forme più adeguate a fini di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità.

La criminologia è l’insieme ordinato delle conoscenze empiriche sul crimine, sul criminale, compresi i serial killer, sulla condotta socialmente deviante e sul controllo di tale condotta e sulla vittima. Dal punto di vista storico, i primi albori della criminologia si hanno con l’affermarsi della cultura illuminista nel XVIII secolo e in particolare con l’intellettuale giurista italiano Cesare Beccaria e il suo trattato “Dei delitti e delle pene”. Nasce in questo contesto la cosiddetta scuola classica, imperniata sui concetti liberistici del diritto penale.

Successivamente, nell’XIX secolo, con lo sviluppo delle scienze empiriche (psicologia, sociologia, antropologia), nasce la scuola positiva, che si articola in due direzioni: lo studio dell’uomo che delinque secondo l’approccio medico-biologico dell’antropologia criminale (Cesare Lombroso), e lo studio sociologico delle condizioni che favoriscono la commissione “differenziale” di reati in funzione del ceto sociale di appartenenza.

In seguito, con il moltiplicarsi delle ricerche e delle conoscenze psicologiche, la scuola positiva assume un indirizzo psicopatologico e psichiatrico. La delusione conseguente alle eccessive aspettative che si erano formate in relazione alla possibilità di affrontare scientificamente i problemi della criminalità porterà all’emergere degli approcci di criminologia critica (di impostazione marxista) e di “anticriminologia” da un lato, e dall’altro al riemergere della scuola classica nel filone oggi denominato “neoclassico”: questo in Italia, caratterizzato, come è noto, dall’avversione per le scienze sociali da parte delle ideologie politicamente dominanti.

Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, diversamente che in Italia, la criminologia, a partire dagli anni venti del XX secolo, si qualifica come disciplina prevalentemente sociologica. Può dirsi, in definitiva, che la criminologia costituisca il punto di incontro e di dibattito di tutti i contributi scientifici al problema del delinquente in quanto persona e della criminalità come fenomeno sociale, oltre che a quello delle forme più adeguate a fini di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità.

La criminologia moderna non può essere definita una scienza in senso stretto, ma come un fascio di discipline definite dal loro oggetto comune, il reo e/o il reato. Essa, in realtà, si esaurisce nelle discipline che, a vario titolo, si occupano, ciascuna dal proprio punto di vista, di tale oggetto: fra le scienze empiriche troviamo la sociologia, la psicologia, la psichiatria, la biologia, la genetica, le neuroscienze in generale (anche se il loro contributo alla criminologia è stato grandemente sopravvalutato), e fra le scienze normative il diritto penale e il diritto penitenziario.

La criminologia studia i reati e gli autori

Oggetti fondamentali di studio sono i reati, la cui definizione è sociale e normativa, e i loro autori. Sono stati fatti in passato tentativi di arrivare a definire dei delitti “naturali”, condivisi come tali da tutte le culture, ma essi hanno portato sostanzialmente a un nulla di fatto. Il delitto, in questo senso, non può essere inteso come fatto biologico o “assoluto”, ma come frutto di una certa definizione sociale che varia in funzione del tempo (storia) e dello spazio (geografia), ossia varia da cultura a cultura. Crimine, diritto e cultura sono pertanto concetti profondamente interrelati tra loro.

Tradizionalmente la criminologia si è occupata dello studio della personalità del delinquente, cui hanno contribuito le principali scuole sviluppatesi in ambito psicologico-clinico a partire dalla nascita della psicologia come scienza nell’Ottocento (psicologia sperimentale, antropologia criminale, psicoanalisi e principali scuole psicodinamiche, scuole comportamentistiche e più recentemente cognitiviste, scuole psicologico-sociali, scuole sistemiche e di dinamica familiare; studio della delinquenza tramite i principali reattivi psicodiagnostici).

Per ottenere questi risultati, la criminologia si è avvalsa sia di tecniche quantitative di indagine, sia di tecniche qualitative (attualmente in fase di sviluppo dopo l’ondata quantitativa degli anni ‘70-‘80 del secolo scorso) più tese a studiare in profondità casi singoli o piccoli gruppi di autori. Non vanno dimenticate le metodologie connesse alle scuole interazioniste, dell’“osservazione partecipante”, in cui lo studioso partecipa direttamente al fenomeno che intende studiare.

Dal punto di vista descrittivo, la criminologia si occupa sia dell’epidemiologia dei principali delitti, ossia il modo in cui essi si manifestano concretamente: omicidio, violenza sessuale, reati legati al consumo di sostanze stupefacenti, crimini economici e dei colletti bianchi, delinquenza comune e organizzata, terrorismo, etc; sia delle caratteristiche degli autori dei delitti stessi, della loro maggiore o minore propensione a delinquere, nonché dei fattori di rischio correlati al comportamento criminale.

L’analisi epidemiologica della criminalità ha evidenziato, ad esempio, che la tendenza all’agire criminale è molto più frequente (circa dieci volte di più) nei maschi che nelle femmine, e si concentra nelle fasce giovanili di età, dai 20 ai 35 anni soprattutto. In Italia le statistiche ufficiali della criminalità sono raccolte, elaborate e pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica. Esse forniscono in particolare i tassi relativi ai vari reati. Il “tasso” di un reato è il numero di casi del reato in questione, registrato in un determinato anno, ogni centomila abitanti. Per esempio un tasso di omicidio volontario dell’1,5 per 100.000 significa che in quell’anno, ogni 100.000 abitanti, si è verificato in media un caso e mezzo di omicidio volontario.

I ricercatori svolgono indagini campionarie

Indagini campionarie a scopo criminologico sono svolte, oltre che dai ricercatori nelle università, anche da altri enti di ricerca, per esempio dal Censis e dalla Doxa. Esse consentono, a titolo di esempio, di studiare la percezione dell’opinione pubblica in materia di criminalità e di misurare quante persone sono state vittime di reati (in questo caso si tratta delle cosiddette “indagini di vittimizzazione”).

Il confronto fra i reati ufficialmente denunciati e quelli realmente commessi, quali risultano dagli studi di vittimizzazione, consente una sia pur sommaria valutazione del “numero oscuro” (i reati commessi ma non denunciati né rilevati ufficialmente, e quindi sempre in numero maggiore rispetto ai reati ufficialmente “contabilizzati”). Il problema della valutazione del “numero oscuro” è una delle maggiori sfide metodologiche per la criminologia.

Un ramo applicativo della criminologia viene denominato “criminologia clinica”. Essa si propone, soprattutto attraverso l’analisi e l’intervento su singoli specifici casi, di formulare una diagnosi, una prognosi e una possibile terapia di trattamento relativamente agli autori di reati. La “diagnosi” punta a ricostruire i fattori e le condizioni che hanno portato alla genesi e all’esecuzione del reato (rispettivamente, “criminogenesi” e “criminodinamica”), la “prognosi” cerca di valutare la maggiore o minore pericolosità sociale del soggetto, la “terapia” prevede interventi di rieducazione e di assistenza psicologica, con l’obiettivo di risocializzare il reo e di consentirgli una piena reintegrazione sociale.

Un tempo l’analogia con la medicina era interpretata in modo abbastanza letterale, come provano ad esempio gli studi di Lombroso che avevano appunto un carattere marcatamente antropologico-medicale. Oggi invece i termini diagnosi, prognosi e terapia in criminologia vengono usati prevalentemente come metafore di un processo conoscitivo, interpretativo e trattamentale che non pretende più di avere una valenza medica.

Per quanto riguarda la dimensione prognostica, che ha l’obiettivo fondamentale di valutare la maggiore o minore pericolosità sociale di un soggetto, nonché di stimare le maggiori o minori probabilità di recupero sociale per quel soggetto, un modello previsionale che ha avuto notevole successo in passato è quello sviluppato dai coniugi Eleanor e Sheldon Glueck.

Questo modello ipotizza che tre gruppi di variabili consentano di prevedere la maggiore o minore probabilità di incorrere in una “carriera criminale”:

Variabili legate alla famiglia di origine: clima familiare, atteggiamenti dei genitori, valori o controvalori trasmessi…

Variabili legate alla struttura della personalità del soggetto: stabilità o instabilità emotiva, resistenza o meno alla frustrazione, maggiore o minore impulsività…

Variabili legate ai concreti comportamenti espletati dal soggetto: maggiore o minore precocità di manifestazione di episodi devianti, tendenza o meno alla recidiva, tendenza o meno a fare uso di sostanze voluttuarie o stupefacenti…

Lo studio delle tossicodipendenze e quello delle malattie mentali, nei possibili risvolti criminologici, è di competenza della criminologia clinica e della psichiatria e psicopatologia forense: queste ultime discipline, in Italia, a differenza di quanto avviene all’estero, sono piuttosto vicine alla criminologia in senso stretto. Tale fenomeno discende dalla collocazione accademica prevalentemente medica della disciplina in Italia, a differenza dai Paesi anglosassoni e dalla maggioranza degli altri paesi europei.

Il maggiore campo applicativo della criminologia

Il maggiore campo applicativo di queste discipline riguarda la questione dell’imputabilità, a sua volta collegata alla valutazione della capacità di intendere e di volere. Per la legge italiana, se manca pienamente la capacità di intendere o di volere, chi ha commesso il reato non è imputabile, e nei suoi confronti vengono disposte misure di sicurezza a carattere anche terapeutico. Se invece la capacità di intendere o di volere è grandemente scemata, il criminale è imputabile ma la pena è diminuita e vengono disposte misure di sicurezza.

Parzialmente sovrapponibile alla psichiatria forense (ma non sostitutiva) è la criminologia clinica: la psichiatria si pone prevalentemente il compito della diagnosi, mentre la criminologia clinica, più specificatamente, quello dello studio della criminodinamica e della criminogenesi, per usare l’antica ma ancora efficace terminologia di Etienne de Greeff.

Spesso si confonde, da parte dei mass media, la criminologia con la criminalistica, o con l’investigazione criminale: mentre la criminologia è una scienza che studia i reati, gli autori di reato e le possibili misure per prevenire, trattare e controllare il delitto, l’investigazione concerne attività volte a scoprire “chi” abbia commesso il delitto in modo specifico, messe in atto dalle forze di polizia giudiziaria e dalla difesa dell’indagato/imputato di reati, e la criminalistica fornisce alla stessa le metodologie applicative per le indagini, mutuate dalle scienze forensi.

Dai tempi della scoperta delle impronte digitali, la criminalistica ha percorso un lungo cammino. Oggi, ad esempio, l’analisi del dna fornisce un nuovo tipo di impronta, che consente di risalire con notevoli livelli di precisione alla individuazione dell’autore di alcuni reati. La cronaca mostra che, sempre con maggiore frequenza, i casi delittuosi vengono affrontati attraverso sofisticate metodologie d’indagine che fanno appello alle scienze forensi, e cioè a quelle svariate discipline che si occupano dell’esame di reperti e tracce rinvenute sulla scena di un reato.

Si può ritenere che anche la psicologia criminale e la psicologia investigativa appartengano alle scienze criminali, la prima alle scienze criminologiche, e la seconda alle scienze forensi. Nel caso dell’atto criminale una relazione interpersonale si instaura tra il criminale e la vittima. Dunque le modalità e le motivazioni che stanno dietro le azioni criminali di un soggetto sono direttamente collegabili a quelle che lo accompagnano in qualunque altro rapporto interpersonale.

Uno degli obiettivi della psicologia criminale e investigativa è quello di contribuire alla definizione del cosiddetto “profilo psicologico” del possibile autore di una serie di reati, attraverso una serie di comparazioni fra le evidenze investigative (ad esempio, i rilievi fotografici) e le evidenze psicologico-relazionali (come gli elementi indicatori di aspetti psicologici e cognitivi della persona che ha commesso il reato). Questa operazione è generalmente chiamata profilazione criminale.

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Cos’è la criminalistica? Cosa studia dei serial killer?

Alcuni dei più frequenti metodi della criminalistica per rilevare i reati sono le banche dati delle forze di polizia che riportano solo i reati denunciati e le vittimizzazioni rilevate, le denunce occasionali che sono più appetibili per reati meno frequenti quali gli omicidi e le rapine a mano armata. In Italia vi sono varie agenzie che offrono indici statistici, Doxa, Censis e Istat. Un’altra fonte sono i servizi postali che rilevano dati sul crimine informatico e sulla pedofilia, il Ministero dell’Interno e alcune riviste tra cui Rassegna Penitenziaria e Criminologica.

La criminalistica è la disciplina che serve a studiare e successivamente ad archiviare e a diffondere dati e indici statistici sulla criminalità. Queste statistiche sono rilevate e registrate da molti Paesi e sono oggetto di studio da parte di diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’Interpol e le Nazioni Unite. Le istituzioni legali in alcune nazioni, come ad esempio l’FBI negli Stati Uniti e l’Home Office nel Regno Unito pubblicano periodicamente degli indici che servono come fonti principali per molte ricerche.

Esistono diversi metodi di misurazione per la criminalistica, tra cui questionari “porta a porta”, rilevazioni provenienti dal pronto soccorso o dalle scienze attuariali, registri della polizia o altre istituzioni di difesa sociale. Queste ultime sono le più frequenti, ma molti reati non sono rilevati affatto. Alcune ricerche sono molto più interessanti ed utili rispetto ai dati ufficiali che, per la propria natura autoreferenziale, non coprono tutti i casi e raramente servono a prevenire il crimine, visto che spesso ignorano la fase processuale penale prima della condanna definitiva.

Alcuni dei più frequenti metodi della criminalistica per rilevare i reati sono le banche dati delle forze di polizia che riportano solo i reati denunciati e le vittimizzazioni rilevate, le denunce occasionali che sono più appetibili per reati meno frequenti quali gli omicidi e le rapine a mano armata. In Italia vi sono varie agenzie che offrono indici statistici, Doxa, Censis e Istat. Un’altra fonte sono i servizi postali che rilevano dati sul crimine informatico e sulla pedofilia, il Ministero dell’Interno e alcune riviste tra cui Rassegna Penitenziaria e Criminologica.

Una ricerca condotta in 18 Paesi europei ha scoperto che il livello di criminalità in Europa è diminuito rispetto ai livelli del 1990, e che il livello dei reati comuni mostra un trend calante in America e in Australia e in altri Stati industrializzati. Ricerche europee sono concordi nell’attribuire al mutamento demografico come la causa principale di tale trend. Sebbene gli omicidi e le rapine siano aumentati in America negli anni ‘80 del secolo scorso, nel 2000 erano diminuiti del 40%.

La pratica criminalistica si differenzia non solo tra i Paesi e le giurisdizioni, ma anche tra i diversi sistemi di polizia che, in base alla propria discrezionalità, hanno la facoltà di determinare quanto la criminalità è registrata in base alle proprie pratiche di rilevazione. Inoltre, un ufficiale di un ente pubblico potrebbe registrare un dato e trasferirlo in un’altra agenzia, senza contare che potrebbe passare inosservato a meno che non sia appositamente inserito nelle statistiche ufficiali. Di conseguenza, alcuni reati come la delinquenza minorile potrebbe risultare sottostimata in situazioni dove gli agenti non registrano adeguatamente i reati.

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La criminalistica e l’utilità del tasso criminale

Similmente altre categorie di reati di una certa gravità potrebbero essere rilevate quando c’è qualche forma di incentivo per le forze di polizia. Quasi tutte le infrazioni autostradali, ad esempio sono rilevate tramite sistemi di videosorveglianza perché sono previste delle multe che serviranno a rimpinguare le casse dell’erario ma, allo stesso tempo, è molto difficile che le contravvenzioni effettuate dalla polizia stradale siano registrate a causa della difficoltà di seguire tali eventi caso per caso.

Il tasso criminale è utile per diversi scopi, come la valutazione dell’efficacia delle politiche tese a prevenire la criminalità (difesa sociale) di un quartiere a rischio o di un’intera città o di tutta la nazione, oppure servono dai politici per guadagnare proseliti sull’elettorato. Il computo del tasso criminale serve anche ad arricchire il data base di altri sistemi giudiziari o per stimolare altre ricerche commissionate dal governo. Il metodo comparativo, invece, risulta problematico a causa della differenza esistente tra i sistemi giudiziari di ogni Paese.

A causa della relativa carenza di standard universali, il metodo comparativo a livello internazionale soffre di un severo limite di applicabilità. Molti Stati, comunque, hanno adottato una serie di convenzioni per il computo della criminalità. Innanzitutto, il reato deve essere stato commesso prima di essere registrato, ad esempio quando la polizia trova un’evidenza che sia stato commesso o riceve una verificabile memoria da parte di qualcuno che lo ha denunciato, mentre alcuni Paesi calcolano il reato solo quando inizia il processo.

Molteplici denunce dello stesso reato spesso sono calcolate come una sola, mentre alcuni Stati calcolano ogni denuncia separatamente, alte effettuano il calcolo per ogni vittima. Quando capita che diversi reati sono commessi insieme, solo quello più grave è considerato, mentre alcune nazioni registrano ogni reato separatamente, altre calcolano il caso in base all’autore che ha commesso il fatto.

Quando molti aggressori sono coinvolti nello stesso crimine, il calcolo è effettuato in base ad uno solo di questi, mentre gli altri rientrano nel computo solo in base all’arresto. La delinquenza è rilevata nel momento in cui il fatto assurge agli onori della cronaca, mentre altri paesi effettuano il computo arbitrariamente. I reati per i quali non sono previste sanzioni penali sfuggono alla rilevazione, come i suicidi ed il vagabondaggio.

Studi che vanno oltre le banche dati della polizia

Le banche dati della polizia spesso tendono a riflettere la produttività degli agenti di polizia e possono trascurare diverse evidenze, in quanto gli agenti rilevano solo ciò che sono intenti a fare, come gli omicidi e i furti, mentre i reati da phishing sono rilevati da altre agenzie. Le statistiche dunque, in mano a personale differente, possono risultare fuorvianti.

Per capirci: se la polizia interviene, dopo una telefonata del vicinato, nel bel mezzo di una violenza domestica, gli agenti possono decidere di arrestare qualcuno della coppia, in particolare l’uomo, perché nell’immaginario collettivo la donna si occupa della cura dei figli, a monte del reale motivo della lite. Tale prassi giudiziaria non considera il punto di vista della vittima in quanto non si basa su alcuna evidenza empirica. In questi casi c’è un generale orientamento a valutare un crimine più per ciò che rappresenta a livello sociale che in base al caso particolare.

Un modo per scoprire come le indagini vittimologiche siano utili, è quando evidenziano quei tipi di reati che non sono rilevati normalmente dalle forze di polizia, mentre altri tipi di reati sono sottostimati. Le ricerche in proposito offrono alcuni dettagli su come sono registrati i crimini e su come la gravità dell’offesa può servire ad aumentare il livello di attenzione, mentre l’opportunità della rilevazione, il coinvolgimento di altri partner nonché la natura dell’offesa tendono a ridurlo.

Ciò permette di assegnare degli intervalli di confidenza alle statistiche, come i furti di motocicli sono generalmente denunciati perché la vittima può aver bisogno del risarcimento dalla polizza assicurativa, mentre la violenza domestica, l’abuso minorile e la violenza sessuale sono spesso sottostimati a causa dell’intimità delle relazioni coinvolte o dell’imbarazzo che può inibire la vittima a denunciare il proprio carnefice.

I tentativi di impiegare il metodo comparativo delle indagini vittimologiche tra diverse nazioni sono falliti in passato. Una ricerca recente, però, permette di contrastare tale trend. Si tratta del “International Crime Victims Survey” iniziata nel 1989 e rifinanziata per ben sei volte fino al 2009 pubblicando una serie di risultati interessanti in merito.

Come classificare i reati criminali

Allo scopo di rilevare il crimine con efficacia, alcuni reati hanno bisogno di essere classificati e distinti in gruppi o categorie particolari in modo da essere comparati secondo una visuale olistica. Mentre molti sistemi giudiziari possono probabilmente convenire su cosa rappresenta un delitto, classificare un omicidio può, invece, sembrare più ostico, mentre un reato contro la persona può ampiamente differenziarsi. Differenti sistemi penali, dunque, spesso indicano diverse evidenze criminali che variano in base alle diverse giurisdizioni.

La sanzione per un reato può distinguersi, inoltre, in base alla cauzione o in base al tipo di reclusione. Il livello di sanzione può determinare cosa rappresenta o meno un reato: alcune giurisdizioni possono avere certe fattispecie penali che non esistono in altre. I sistemi di classificazione sono orientati a superare tali limiti, sebbene differenti giurisdizioni rilevano le categorie di reati in maniera differente. Alcuni sistemi si concentrano su specifiche categorie quali l’omicidio, la rapina, il furto con scasso e la sottrazione di beni di valore. Altri sistemi come quello australiano tendono ad essere di tipo olistico.

I criminologi sono intenti ad implementare degli indicatori sempre più efficaci ed universali. Indicatori statistici semplici, in particolare, includono cifre sui reati, sulla vittimizzazione, sul tasso criminale, generalmente con rilevazioni a lungo termine. Indicatori più complessi presentano dati su vittime ed aggressori sulla base della continuità e della recidiva. La vittimizzazione può essere misurata quando la stessa persona subisce la reiterazione del medesimo reato, spesso dal medesimo aggressore. Il tasso di recidiva serve per valutare l’efficacia degli interventi e di trattamenti di assistenza sociale per i liberati dal carcere. Ecco cos’è la criminalistica.

C’è assassino e assassino: tutte le tipologie di serial killer

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

I criminologi e le istituzioni come l’FBI identificano diversi tipi di assassini seriali. In generale, i serial killer sono classificabili in due grandi categorie: assassino seriale organizzato e assassino seriale disorganizzato. Un’altra classificazione in parte indipendente riguarda invece le motivazioni specifiche dell’omicida. Gli assassini seriali possono essere anche classificati in differenti categorie in base alle motivazioni che li spingono a uccidere, cioè al “movente” dei delitti.

L’assassino organizzato è un uccisore lucido, spesso molto intelligente, metodico nella pianificazione dei crimini. I serial killer organizzati mantengono un alto livello di controllo sull’andamento del delitto. Non di rado hanno conoscenze specifiche sui metodi della polizia, che applicano allo scopo di occultare scientificamente le prove. Seguono con attenzione l’andamento delle indagini attraverso i mass media e concepiscono i loro omicidi come progetti di alto livello. Spesso questo tipo di assassino ha una vita sociale ordinaria: amici, amanti, o addirittura una famiglia.

L’assassino disorganizzato agisce impulsivamente, uccidendo quando se ne verifica l’occasione, senza una reale pianificazione. Spesso, l’assassino disorganizzato ha un basso livello culturale e un quoziente intellettivo non eccelso. Non sono metodici, non occultano le tracce, sebbene siano talvolta in grado di sfuggire alle indagini per qualche tempo, principalmente spostandosi velocemente e grazie alla natura intrinsecamente “disordinata” del loro comportamento su lunghi archi di tempo. Questo genere di assassino in genere ha una vita sociale e affettiva estremamente carente e a volte qualche forma di disturbo mentale.

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

Nello specifico possiamo dire che un assassino organizzato tende a portare sul luogo del delitto l’arma o le armi che utilizzerà per commetterlo, così come provvederà a portarle via una volta completato il suo disegno criminoso. Viceversa un tipo disorganizzato tenderà ad utilizzare oggetti trovati sul luogo del delitto e, a volte, potrà lasciarli sul posto all’atto della fuga. La presenza di tracce quali impronte latenti sulla scena rivela una disorganizzazione tipica del secondo tipo mentre ben difficilmente troveremo elementi utili qualora il responsabile appartenga alla prima categoria.

Va detto che questi, come altri indicatori, entrano a far parte di un profilo criminologico dell’autore che, lungi dall’essere prova certa ed inconfutabile, può comunque costituire un valido aiuto nella ricerca del responsabile. Un esempio d’omicida seriale disorganizzato è Richard Trenton Chase.

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Cosa spinge un assassino seriale ad uccidere

Visionari e allucinati. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, non è frequente che l’assassino seriale abbia disturbi mentali importanti, per esempio schizofrenia. In qualche raro caso, tuttavia, un assassino seriale può corrispondere a questo stereotipo e letteralmente uccidere “seguendo le istruzioni di voci nella sua testa” o come conseguenza di esperienze di tipo allucinatorio. Herbert Mullin massacrò tredici persone perché una voce gli diceva che questo sacrificio avrebbe salvato la California dal terremoto. Ed Gein pensava di poter preservare l’anima di sua madre mangiando il corpo di donne che le assomigliavano fisicamente.

Missionari e rituali. Alcuni serial killer concepiscono i loro omicidi come una missione. Per esempio, lo scopo di un assassino seriale “in missione” può essere quello di “ripulire la società” da una certa categoria (spesso prostitute, come per i casi di Saeed Hanaei, Benjamin Atkins e Gary Ridgway, o membri di determinati gruppi etnici, come Elias Xitavhudzi).

Spesso sono dei fanatici religiosi (come Earle Nelson e il satanista Richard Ramirez) o politici, e lasciano dei messaggi per rivendicare e motivare le proprie azioni (come “Jack lo Squartatore”, David Berkowitz, Albert Fish, Zodiaco o la coppia italiana nota come Ludwig, secondo molti anche il Mostro di Firenze). In altri casi pensano di ricevere dei poteri magici dalle uccisioni (come talvolta è successo in Indonesia: il caso più noto è quello di Ahmad Suradji).

In un altro caso dell’inizio Novecento, una fattucchiera di nome Enriqueta Martí rapì e uccise almeno 10 bambini a Barcellona per bollirli e ricavarci delle pozioni magiche che vendeva a personaggi di spicco. Arrestata, fu uccisa in carcere. Infine Leonarda Cianciulli nel 1940 uccise tre donne a Correggio e ne trasformò i cadaveri in saponette e biscotti (che lei stessa mangiò) perché pensava che il loro sacrificio le salvasse i figli.

Gilles de Rais nel Quattrocento torturò, stuprò e uccise almeno 140 bambini perché pensava che il loro sacrificio avrebbe liberato il suo castello da una maledizione. Thug Behram tra il 1790 e il 1830 circa strangolò almeno 125 persone con il lembo del suo mantello. Sacrificò le vittime alla dea Kali. Sachiko Eto, una donna giapponese arrestata nel 1995, uccise a bastonate 6 membri di una sua setta esoterica per “esorcizzarli”.

Tipu Sahib (1750-1799), il sultano di Mysare (India), si credeva il servitore scelto da Maometto che avrebbe dovuto punire gli “infedeli”: allora si mise a sodomizzare ogni europeo che incontrava, forse perché li odiava. In particolare si accanì sui bambini: li castrava, li stuprava sotto un pesante effetto di droghe, li bruciava su un rogo o li defenestrava.

Muti murders. Più in generale, in alcune zone dell’Africa, del Messico e di Haiti esistono dei riti (Palo Mayombe, JuJu, Jambola, Las Matanzas, Voodoo e maolti altri) in cui si praticano dei sacrifici umani. Spesso vengono sacrificati dei bambini. Le uccisioni dell’assassino seriale hanno lo scopo di “portare fortuna” alla persona che ne ha fatto richiesta. Questi omicidi sono detti muti murders, o omicidi per guarigione.

Adolfo Constanzo e Sara Aldrete uccisero a Matamoros tra le 38 e le 60 persone ispirandosi a questi riti. Il loro obbiettivo era quello di proteggere i narcotrafficanti. Costanzo inoltre era in possesso di una collana di vertebre umane. In Sudafrica Moses Mokgethi uccise sei bambini e li squartò. Vendette il loro cuore, fegato e genitali ad un affarista per “migliorare la sua fortuna”. Ad Haiti in alcuni rituali si fa cadere in un coma molto profondo una persona con una sostanza speciale. Dopo alcuni giorni, il sacerdote la fa risvegliare con l’antidoto apposito.

In alcuni casi il muti murderer non la risveglia, causando così la sua morte. I casi di omicidio rituale-propiziatorio si fanno risalire alla preistoria e al mondo antico. Un caso molto noto è quello degli Aztechi, un popolo precolombiano sterminato nel 1500 dai Conquistadores: il sacerdote disponeva la vittima ancora viva su un altare collocato in cima ad un alto tempio, con un coltello di pietra le strappava il cuore e lo offriva al Dio del Sole, Huitzilopochtli. Peraltro i culti del Messico sono ispirati a quello azteco.

Edonistici. Questo assassino seriale uccide con lo scopo di provare piacere. Alcuni amano la “caccia” più che l’omicidio in sé. Altri torturano o violentano le loro vittime mossi da sadismo. Altri ancora uccidono le vittime velocemente per indulgere in altre forme di attività come la necrofilia o il cannibalismo. Il piacere per questi uccisori seriali è spesso di natura sessuale, o ha un analogo andamento e un’analoga intensità pur non essendo riconducibile ad alcun atto esplicitamente sessuale (David Berkowitz, per esempio, provava un piacere sconvolgente nello sparare a coppie appartate, ma non si avvicinava neppure alle vittime).

Dominatori. È il tipo più comune di assassino seriale. Il principale scopo dell’assassino in questo caso è quello di esercitare potere sulle proprie vittime, in tal caso contribuendo al rafforzamento della propria stima di sé nel senso della propria forza fisica e morale. Questo tipo di comportamento è spesso inteso (inconsciamente o consciamente) come compensazione di abusi subiti dall’omicida nell’infanzia o nella vita adulta. Molti uccisori che violentano le proprie vittime non ricadono nella categoria “edonistica” perché il piacere che provano da questa violenza è secondario, se non addirittura assente. La violenza stessa riproduce, fedelmente o simbolicamente, una violenza subita in passato. Ted Bundy rappresenta il prototipo ideale di questa categoria di assassino seriale.

Angeli della morte. Detti anche angeli della misericordia, sono gli assassini seriali che agiscono in ambito medico. La denominazione deriva dal soprannome dato al medico nazista Josef Mengele, famoso per la sua freddezza e per il pieno potere che aveva riguardo alla vita e alla morte dei prigionieri. Gli angeli della morte commettono i loro omicidi iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura e, anche se dichiarano di agire convinti di liberare le loro vittime dalle sofferenze, in realtà sono mossi dal desiderio di decidere della vita e della morte altrui, come prova il fatto che buona parte delle loro vittime siano in condizioni di salute non gravi al momento dell’omicidio.

Le vittime variano in base al compito che svolgono, ma spesso sono neonati, bambini, anziani o invalidi. A volte questi criminali non uccidono i loro pazienti, ma li mettono deliberatamente in pericolo per poi salvarli e guadagnare l’ammirazione dei colleghi. Casi famosi sono quelli di Sonia Caleffi, di Stephan Letter o dell’inglese Harold Shipman, uno degli assassini seriali più efferati della storia. Le sostanze più utilizzate sono dei medicinali pericolosi, facilmente giustificabili nel caso di un’autopsia, quali morfina, atropina o tiopental sodico. La Caleffi, invece, iniettava aria nelle vene dei suoi pazienti per provocare delle embolie sulle quali sperava di intervenire, ma che in almeno quattro o cinque casi risultarono letali.

Motivati dal guadagno. La maggior parte degli assassini che agiscono per ottenere dei vantaggi materiali, per esempio a scopo di rapina o come sicari, non sono in genere classificati come assassini seriali. Tuttavia, esistono casi limite che sono considerati tali. Marcel Petiot, per esempio, era un assassino seriale che agiva in Francia durante l’occupazione nazista. Fingeva di appartenere alla resistenza e attirava ebrei benestanti a casa propria, asserendo di poterli aiutare a fuggire dal Paese, per poi ucciderli e derubarli. Nei suoi 63 omicidi, Petiot ottenne solo qualche decina di borse, vestiti e qualche gioiello. La sproporzione fra il numero di vittime e il bottino materiale che Petiot ne ricavò fanno supporre un substrato morboso di altro genere. Anche il serial killer italiano Donato Bilancia uccise sei delle sue 17 vittime per motivi di denaro.

Vedove nere. La maggior parte delle assassine seriali donne rientra in questa categoria. Le vedove nere agiscono in modo simile al ragno che ha ispirato la loro denominazione: sposano uomini ricchi e, dopo essersi appropriate delle loro proprietà, li uccidono, solitamente avvelenandoli o simulando incidenti domestici. A volte uccidono anche i loro figli, dopo aver stipulato delle assicurazioni sulle loro vite. Casi celebri sono quelli di Mary Ann Cotton e di Belle Gunness, mentre si segnala come uniche varianti maschili il francese Henri Landru e il tedesco Johann Otto Hoch. Anche George Chapman (vero nome Seweryn Kłosowski), uno dei sospetti nel caso di Jack lo squartatore, poteva essere apparentato a questa categoria: difatti uccise tre delle sue mogli per avvelenamento, dopo aver tentato di uccidere anche la sua prima moglie.

Altre motivazioni. Ci sono però numerosi casi di assassini seriali che presentano caratteristiche proprie di più di una di queste categorie, e che possono quindi venire assegnati contemporaneamente all’una e all’altra. Per esempio, Albert Fish soffrì di disturbi mentali con deliri di tipo paranoide già prima di commettere il primo omicidio, pare che torturasse e uccidesse le sue vittime con l’intento di “purificare se stesso e gli altri tramite la sofferenza”, e in ultimo si eccitava sessualmente e provava piacere nell’atto dell’omicidio.

Quindi si potrebbe assegnarlo indifferentemente alla categoria degli assassini seriali “visionari” a quella dei “missionari” e a quella degli “edonistici”. Lo stesso si può dire di David Berkowitz che con ogni probabilità soffriva di schizofrenia con stati deliranti ricorrenti e al tempo stesso provava piacere nel tendere agguati alle sue vittime. Pare spesso si masturbasse dopo aver ucciso e considerasse i suoi delitti alla stregua di “avventure”.

Le stesse considerazioni valgono nel caso di quei serial killer il cui movente varia da un delitto all’altro, e di quelli che non hanno un tipo di vittima preferito e sembrano spinti a uccidere da un “bisogno interno”, una compulsione omicida che si impone sopra qualsiasi altra considerazione razionale. Questi sono ovviamente i casi più difficili da classificare per uno studioso del fenomeno.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco