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Io, il Marocco e i Marocchini: storie di vita vissuta

Una breve premessa è d’obbligo: conosco bene il nord Africa e non perché sono cosentino. Conosco il Marocco – molto bene Casablanca, Agadir, Marrakech – ma anche la Tunisia in periodi di pace, quando ad Hammamet, a Tunisi o a Cartagine parlavano bene l’italiano, conoscevano Craxi, la Carrà e Toto Cutugno, e compravi tappeti splendidi a 5 euro, o la Libia di Gheddafi, dove ti bastava pagare la mazzetta alla frontiera per non aver problemi, passare subito e senza neppure parlare inglese (che se non tiravi fuori un centone non ti capivano e restavi al controllo per ore). Conosco l’Egitto, il Senegal, l’Algeria e il deserto del Sahara. Lì, sono stato sempre trattato bene e da straniero. Da straniero come in Italia.

Quando da ragazzo giravo per Cosenza e provincia con la mia carnagione olivastra, in macchina e in moto, chiunque incontrassi mi parlava in calabrese. Al mare rosolavo al sole e diventavo “nero-negro”. Un “tizzone” come si dice dalle mie parti. Abbronzatura da querela direbbero a Torino. Ma comunque tutte le persone che incontravo mi parlavano in calabrese. Così come a Roma mi parlavano in romano e a Napoli mi parlavano in napoletano.
Nessuno si sarebbe sognato di parlarni in arabo. Ma neppure in italiano. A Cosenza anche i rom si chiamano “compà” fra di loro…

In realtà, da una città tipicamente belga come la Cosenza degli anni ’80 (che non era ancora la Cosangeles di tre palazzinari) i marocchini non ci passavano neppure. Noi cosentini eravamo ospitali. Li volevamo. Ma loro non ci volevano venire. Piuttosto andavano in “Cicilia”, come dicono loro. Anche perché nella bella Isola che al mattino si specchia sul chilometro più bello del mondo (Gabriele D’Annunzio sul lungomare di Reggio Calabria) nessuno li avrebbe “costretti a zappare la terra”. Però, a Roma i marocchini li incontravo già negli anni Novanta e iniziavo a notare che spesso mi guardavano. Da malpensante supponevo che gli piacesse qualcosa di me, forse il portafoglio… Invece, no. Non ho mai avuto problemi con uno di loro…

L’unico con cui ho avuto problemi 20 anni fa circa l’ho spinto nel Po. Eravamo ai Murazzi, voleva farmi il… cellulare. E sì è fatto il bagno col telefonino (e io persi 250 numeri di telefono…). Mi sono già assolto per legittima difesa e avevo bevuto da Giancarlo. Era già tanto che fossi sopravvissuto ad una sabato notte come quelli…

Comunque, a Roma questi marocchini di cui sopra che incontravo (solo uomini, le donne non si vedevano e comunque non ti vedevano) mi salutavano in arabo, mi dicevano qualcosa in arabo, parole condite da vari gargarismi… Io da buon calabrese ignoravo, non sentivo, non vedevo, quindi non potevo parlare.

Però, a Torino, dove il sole da settembre a giugno lo prendi solo se hai un poster murario di una spiaggia caraibica nella stanza da letto, “questi” marocchini continuavano e continuano a parlarmi in arabo. Ma i romeni non mi parlano in romeno. Ci ho impiegato 20 anni, ma poi l’ho capito. Non era il colore della pelle mia. Neppure l’abbronzatura. Anche se al rientro dalla Dakar 2002 a Palermo i carabinieri mi hanno consegnato il permesso di soggiorno valido 6 mesi. Avevo perso le lamette per la barba e 20 giorni nel deserto sotto al sole avevano fatto il resto…

Per un incredibile scherzo del destino, al rientro da quella Dakar, Torino, la città dei misteri, mi ha svelato il mistero. I marocchini italiani mi fanno marocchino di default (me lo hanno confermato la maggior parte di loro), non c’è un perché, mi devo rassegnare…

Poi, dopo un “non sono marocchino”, allora o mi chiedono scusa (de che?) o mi domandano: sei italiano o sei “Ciciliano”?

Io: No, sono calabrese…

Tipica risposta: Anche io ho viaggiato tanto, ti capisco (con la faccia rattristata e comprensiva)…

Ma non ho mai perso le speranze…

L’esperienza mi ha insegnato che, quando vedo uno di “questi” marocchini che sta per salutarmi, e quando vado a fare la spesa a Porta Palazzo succede praticamente ogni 3 secondi, mi basta anticipare subito un notoriamente calabrese “سلام” o più noto come “salàm” e siccome l’accento bolzanino mi tradisce, la maggior parte delle volte sghignazzando mi dicono “ciao” con la mano sul cuore!

PS: chi mi conosce sa che non sono razzista, solo realista e ironico. Chi non mi conosce sappia che ho tanti amici marocchini e tante amiche marocchine a cui voglio bene e che abbraccio

Pane ciambella è una bestemmia: si chiama Pitta

Si chiama Pitta e non “pane ciambella”. È un antico pane calabrese e non un pane inventato per caso non si sa dove e neppure per quale motivo. Lungi dal polemizzare, ma trovo simpaticamente tragicomico se una mamma torinese s’inventa al supermercato una storia di “giocolieri” assunti in un forno nel Canavese che non sapendo cosa fare tra un pane e una pizza, si sono inventati un “pane ciambella”.

Non andò così e non credo proprio che avvenne nel Canavese. Calabresi a Torino ce ne sono tanti e potranno confermare il brivido epidermico del sentire rinominato un prodotto che un nome lo ha e che, per la verità, oltre al nome ha anche un’identità precisa e ben definita. E questo al di là delle sigle IGP, ICP, IPP ed URRÀ.

Vale la pena ironizzare, ovviamente, e auspicare che, almeno, gli amici Torinesi, da ora in poi sappiano che mangiano una morbida, fragrante (spero calda) Pitta con lievito naturale. “Pane ciambella” è un idioma assunto al nord e al centro quando, tanti calabresi, erano timorosi a vantare prodotti e tradizioni della propria terra. Comprensibile in un momento storico in cui l’accoglienza era quella di cartelli con su scritto: “Non si affitta ai meridionali”.

Lo dico e lo sottolineo che Pitta non è una parolaccia, anche perché dopo questo simpatico aneddoto, in quel supermercato di Torino, ho chiesto a qualche commessa e commesso se lì si vendesse il pane Pitta. Le Pitte, come avremmo detto giù, scendendo verso l’equatore. Preciso: gliel’ho chiesto davanti al “pane ciambella”. Mi hanno detto: “No, non credo”, “Non saprei dirle”, “Non ho idea, mi spiace”.

Sghignazzando rispondevo ogni volta: “Grazie”. Non è colpa loro. Non è colpa di nessuno. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Quindi, ora tramandiamo questa storia come quella della Bagna Cauda e del Bicerin, o di Tommaso Campanella e di Camillo Benso di Cavour, ridando a Cesare quel che è di Cesare. Pitta non è una bestemmia. Perché sbagliano a Torino, quanto a Milano e a Treviso.

Un consiglio? Farcite la Pitta come si deve

Ci viene incontro Wikipedia.it con una semplice, persino banale ricerca: “La Pitta è un tipico prodotto di panetteria calabrese. La pitta generalmente è una specialità da forno (tipo una focaccia) preparata con l’impasto per il pane che accompagna tradizionalmente il Morzeddhu a la catanzarisi”. Storicamente, infatti, la Pitta (scusate se mi ostino a scriverla con l’iniziale maiuscola) era un prodotto secondario del forno, e ritenuto di minor pregio rispetto al pane. La pitta veniva usata come verifica della temperatura ottimale del forno a legna per la preparazione del pane.

Secondo il Rohlfs il nome deriva dal greco “πιττα” (Pitta), come del resto anche la lestopitta, ancora oggi presente nell’area grecanica. Inoltre è interessante ricordare che in Grecia e nel Medio Oriente è ancora oggi presente un pane dal nome simile, la pita. Il termine pitta non ha un significato univoco in tutta la regione. Nelle provincie di Vibo Valentia e Reggio Calabria con pitta si intende una forma di pane “normale”, tondeggiante con il buco al centro, da consumarsi possibilmente in giornata.

In provincia di Vibo Valentia è chiamata col nome jettata, letteralmente “buttata”, forse ad indicare il fatto che venisse buttata per provare il forno. In contrapposizione per quanto riguarda la durata, il prodotto a più lunga conservazione è invece il “pani tostu” (pane duro) disidratato ottenuto aprendo alcune forme di pane e lasciandole nel forno ancora caldo per una notte.

Così trattato poteva durare varie settimane e si poteva consumare bagnandolo velocemente sotto l’acqua in uno scolapasta o duro, per accompagnare salumi, formaggi, o anche come biscotto nel latte a colazione o come alimento per i bambini, se cotto ottenendo una pappa.

Il Caffè Basaglia deve riaprire e Torino deve aiutare

Il Caffè Basaglia deve riaprire. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il Caffé Basaglia di Torino è stato costretto a sospendere le sue attività: a luglio 2019 c’era stato il crollo di una soletta in un locale attiguo ed è stato dichiarato inagibile l’intero edificio. Da allora nessuna attività ha potuto tenersi nei locali del Caffè Basaglia: nessun incontro, nessun evento culturale, nessuno spettacolo, bar chiuso, ristorante chiuso, nessuna entrata economica, soltanto spese.

Ad oggi sei dipendenti hanno l’indennità di disoccupazione, altri due con borsa lavoro vedono sfumare la prospettiva di un’assunzione vicina: sono in gran parte malati psichiatrici, alcuni vi lavorano da anni, altri sono giunti da poco ma tutti hanno potuto riscoprire il gusto di una vita in cui i rapporti con le persone cosiddette “normali” si basano sul rispetto reciproco e in cui la convivenza è mediata da regole dettate dall’affettività e dall’empatia.

“Visto da vicino nessuno è normale”: la grande scritta che accoglie chi entra al Caffè Basaglia è un invito a non fermarsi alle apparenze, a superare barriere e pregiudizi per vincere la solitudine competitiva causata dalla frammentazione dei legami sociali.

Questo luogo magico di incontro di esperienze solidali è un progetto concreto di lotta contro l’emarginazione che ha saputo mantenere gli impegni offrendo opportunità di lavoro a pazienti psichiatrici e occasioni di incontro per tutti. Nei suoi undici anni di vita il Caffè Basaglia è stato tutto questo e molto altro ancora, nei suoi locali hanno sede tra l’altro il Comitato acqua pubblica Torino, il Controsservatorio Valsusa e Carovane Migranti è di casa.

Ma oggi il Basaglia è chiuso e non si sa quando potrà riaprire, quando potrà riprendere ad essere quel punto di riferimento per i tanti (torinesi e non) che vedono in questo circolo Arci così “diversamente normale” un grande patrimonio di grandi esperienze collettive nella lotta per la difesa dei diritti, un bene comune da difendere ad ogni costo.

Il Caffè Basaglia deve riaprire. Ce la farà? Dipende anche da tutti noi che, come il Caffè Basaglia, non abbiamo sponsor nei palazzi del potere né governi amici. In queste settimane si svolgono molte iniziative in sostegno del Caffè Basaglia, una delle tante e si terrà nella vicina Val di Susa: una cena solidale alla Locanda del Priore gestita dalla cooperativa Amico che aderisce alla campagna SOS Caffé Basaglia condividendone gli obiettivi. Un cibo di qualità per alimentare un progetto di qualità.

Il caffé Basaglia nasce da un’idea originaria, costituitasi intorno ad una servizio pubblico ed istituzionalizzato, ha generato la costituzione di un’associazione composta anche da non addetti ai lavori ed alla successiva contaminazione con altre associazioni che lavoravano nel territorio con i migranti e nel campo dell’informazione diffusa ed indipendente.

Partendo dal lavoro quotidiano nel Centro Diurno del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl di zona ci siamo trovati ad affrontare questo problema: la consuetudine di imparare a cucinare nei gruppi pranzo e i corsi alberghieri in “borsa lavoro” con il lodevole proposito di acquisire autonomia, si scontravano nella realtà con la difficoltà a trasferire queste competenze nella vita quotidiana.

I pazienti che vivono in famiglia difficilmente hanno spazio e voglia di cucinare, mentre chi vive da solo ha problemi troppo grandi per mettersi ai fornelli quando piomba nella solitudine della sua casa. Inoltre la difficoltà a reggere i ritmi lavorativi e la rarità quasi assoluta di lavori protetti produce un cortocircuito di frustrazioni.