Nella sezione Società di MC Blog si trovano storie, informazioni, notizie su tutti i fenomeni tecnologici e informatici, ma anche tendenze, costume, discussioni e approfondimenti sui temi caldi di attualità

Come si sentono le persone belle, desiderate e amate?

Come si sentono le persone belle, desiderate e amate? Già, chissà come ci si sente ad essere talmente belle o belli da attirare lo sguardo dei passanti, il sabato mattina, con i capelli spettinati e senza né trucco né occhiali da sole. Chissà come ci si sente ad essere pieni di amici, di quelli veri però, quelli ai quale dici “sto male” e che si presentano a casa tua al massimo un quarto d’ora dopo.

Chissà come ci si sente ad essere sempre la prima o il primo scelto, mai messi in disparte, mai inutili. Chissà come ci si sente ad avere fiducia in sé stessi. Chissà come ci si sente ad essere amati, ma amati sul serio, di quegli amori che vengono scritti sui muri o tra le pagine di un libro. Quegli amori che ti mettono a soqquadro lo stomaco, e che non ti fanno battere solo il cuore, ma tutta la gabbia toracica. Già, chissà…

Menzogne, egoismo e vigliaccheria spiegati da una barzelletta

Mi sono spesso chiesto come si scriva un editoriale contro corrente. Prima di urto, cos’è contro corrente? Perché sennò si rischia di essere contro corrente per partito preso… Un fenomeno sociale che affonda le sue radici nella notte dei tempi, è senza dubbio quello delle menzogne. E in particolare delle menzogne raccontate dietro compenso, o per compiacere ad un capo. Tutti sono tentati di mentire, ma il problema vero non è la tentazione, bensì non fermarsi in tempo…

Non è importante perché si mente. Si mente e basta. Poi ci si giustifica tra mille pippe mentali più o meno plausibile per gli sciocchi e le sciocche e verosimili per gli schemi e le sceme. Sì perché l’altro problema è chi sceglie di credere alla menzogna. Si dice che si mente perchè si ama, per non far del male, per proteggere, per non far soffrire. Sì dice, addirittura, che non si mente. La più grande menzogna. La realtà è una sola: si mente per egoismo e vigliaccheria. Sì mente per guadagnare qualcosa o per non perderla. Ed ecco che torniamo al punto di partenza: il compenso dietro la menzogna.

C’è una barzelletta che ben descrive la psicologia delle bugie. Una barzelletta divertente, che assume contorni tragicomici se traslata alla realtà. Seguitemi: un plurimilionario, stanco della vita di tutti i giorni, parte per un viaggio e porta una valigia con ottocento mila euro in contanti, deciso a regalare quei soldi alla prima persona che gli farà vedere qualcosa di nuovo e incredibile.

Un giorno, mentre è in Africa a pescare lungo la riva di un fiume, gli si presenta davanti una scena assurda: una canoa in cui dodici uomini con la pelle bianca remano a tutta forza, e dietro un neretto che fa lo sci d’acqua. Il milionario, stupito, corre in riva, urla, gesticola e fa segno alla canoa di fermarsi. Questa accosta, e scende il capo dei rematori, colui che dava il ritmo.

Il milionario dice: “Guardi, nella mia vita ho visto cose di ogni genere, ma vedere dodici bianchi che remano per far fare lo sci d’acqua ad un nero è una cosa incredibile. Venga con me, come ricompensa per avermi fatto assistere a questa scena le regalo la valigia con ottocento mila euro che ho in tenda”. Il rematore chiede di attendere un attimo, torna dagli altri che lo attendono in barca e dice loro: “Oh, il primo coglione che salta fuori a dire che stiamo dando la caccia ai coccodrilli con l’esca viva, gli faccio un culo così”.

Intervista al gigolò: la mia vita da escort tra chiese e lusso

In molti li chiamano “marchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dice” della città sabauda.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.

Scopri di più sulla vita degli escort

Woodstock: barba, capelli, droga e sesso in libertà

Dici Woodstock e pensi subito al festival rock per antonomasia. Ricorre quest’anno il cinquantenario della manifestazione che dal 15 al 18 agosto 1969 richiamò oltre 400.000 mila giovani nella campagna circostante la piccola cittadina di Bethel, nello Stato di New York. Tutti insieme per vivere tre giorni all’insegna della pace, dell’amore libero e, ovviamente, della musica. Dalla sera alla mattina le esibizioni si susseguirono praticamente senza sosta e sul palco salì gran parte degli artisti simbolo di quel periodo.

Santana, Crosby, Stills & Nash, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Country Joe McDonald, Richie Havens e Sly & The Family Stone, per citarne solo alcuni. Tanti generi diversi, dal folk, al rock classico passando per il soul, il blues e la world music. Ma per molti c’era un elemento unificante: la barba. Erano infatti gli anni dei capelloni e delle barbe lunghe, più o meno incolte, simbolo della voglia di ribellarsi alle convenzioni e alle regole della società dei propri genitori.

Il nome vero dell’evento era Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock, entrato nell’immaginario collettivo con il più semplice nome di Festival di Woodstock. Una manifestazione che si svolse a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969, all’apice della diffusione della cultura hippie. Lo slogan ufficiale era 3 Days of Peace & Rock Music, 3 giorni di pace e musica rock. Furono presenti circa un milione di spettatori.

Ma che c’entra Woodstock, se l’evento si svolse a Bethel? Il nome ha origine dalla vicina città di Woodstock, nella contea di Ulster, conosciuta per le sue attività artistiche e fu l’ultima grande manifestazione del movimento che da allora si diffuse peraltro sempre più fuori dagli USA, dove era nato, pur senza la coesione e l’originalità che avevano permesso negli anni Sessanta eventi come il Monterey Pop festival, la Summer of Love a San Francisco e lo stesso Festival di Woodstock.

Woodstock era stato ideato come un festival di provincia, ma accolse inaspettatamente più di un milione di persone e trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti di allora, che si alternarono sul palco. L’esibizione terminò un giorno dopo il previsto, il tutto condito da quantità enormi di Cannabis e LSD, tra cui il celebre “Orange Sunshine”. Il festival ebbe una grande carica simbolica la cui notorietà continua ancora oggi e fu un grande evento della storia del rock e del costume.

Un festival omonimo è stato riproposto ogni dieci anni dopo l’originale e, nel 1994, per celebrare i venticinque anni da allora; ogni volta vengono ospitati nuovi artisti, assenti nelle edizioni precedenti, insieme a musicisti già esibitisi su quel palco: così questi eventi, ciclicamente, danno un’idea della trasformazione della società (in particolare negli Stati Uniti) dalla prima ispirazione hippie alle edizioni più recenti, che hanno visto anche episodi di violenza e una sfumatura commerciale ben lontani dall’atmosfera allegra e utopistica dei “figli dei fiori”.

Come e perché nasce il Festival di Woodstock

I promotori del festival di Woodstock furono Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. Roberts e Rosenman avevano pubblicato un annuncio sul New York Times e sul Wall Street Journal, presentandosi come “Challenge International, Ltd.”: Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte d’affari.

Lang e Kornfeld li contattarono, e con loro progettarono uno studio di registrazione da mettere su nel villaggio di Woodstock, nella contea di Ulster dello stato di New York, un luogo dall’atmosfera ritirata e tranquilla. Presto, però, immaginarono di realizzare al suo posto un più ambizioso festival musicale e artistico. Roberts era incerto se abbandonare l’iniziativa, consolidando le perdite che vi aveva subito; infine la sua decisione fu di restare nel gruppo e finanziare il Festival.

Woodstock era per loro un’iniziativa commerciale, che chiamarono appunto “Woodstock Ventures”, una possibilità di guadagni. Divenne una manifestazione ad ingresso libero quando gli organizzatori si accorsero di stare attirando centinaia di migliaia di persone in più del previsto: circa 186.000 biglietti erano stati acquistati in prevendita.

Solo alla fine la scelta del luogo cadde su Bethel

Nella primavera del 1969 la Woodstock Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un’area di 1,2 chilometri quadrati nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto. Alle autorità locali era stato assicurato che non si sarebbero radunate più di 50.000 persone, ma gli abitanti si opposero subito all’iniziativa. All’inizio di luglio fu varata una nuova legge locale, per cui sarebbe occorso un permesso speciale per ogni assemblea di più di 5.000 persone. Infine, il 15 luglio il concerto fu definitivamente vietato con la motivazione che i servizi sanitari previsti non sarebbero stati a norma.

La nuova (e definitiva) location fu Bethel, della contea di Sullivan, una cittadina rurale 69 chilometri a sud-ovest di Woodstock. Elliot Tiber, il proprietario del motel “El Monaco” sul White Lake a Bethel, si offrì di ospitare il festival in una sua tenuta di 15 acri. Aveva già ottenuto un permesso dalla città per il “White Lake Music and Arts Festival”, che sarebbe stato un concerto di musica da camera.

Quando si accorse che la sua proprietà era troppo piccola per Woodstock, Tiber presentò gli organizzatori a un allevatore, Max Yasgur, che accettò di affittare loro 600 acri (2,4 chilometri quadrati) per 75.000 dollari. La notizia del concerto che si preparava fu annunciata da una radio locale già prima che i promotori e Yasgur lasciassero il ristorante dove si erano accordati, fatta trapelare da alcuni lavoratori del locale. Altri 25.000 dollari furono pagati come affitto a proprietari confinanti per ingrandire il sito del festival.

Scopri di più sull’avventura di Woodstock

Storia della pizza: ma come c’è arrivato l’impasto a New York?

La prima domanda che ti pongo è: ma come c’è arrivata la pizza a New York? E subito dopo ti chiedo, chi ce l’ha portata? Mi pare giusto ammetterti che amo la pizza, ma voglio che mi venga preparata “alla napoletana” – perché comunque a Napoli è nata la pizza – o che almeno gli assomigli molto.

Essendo io una rara specie meticcia mischiata tra piranha e affamato cronico di pizza, poi anche giornalista curioso e da sempre aspirante blogger, stamattina mi sono posto questa domanda. Siccome a Torino piove e non c’è granché da fare ho iniziato la mia ricerca. Ti pareva? Ma chi vuoi che abbia portato la pizza a New York se non un napoletano di nome Gennaro?

Lo so. Vuoi subito sapere chi è, come si chiama, da quale zona di Napoli arrivava… O magari già lo sai. Ma io ti faccio un’altra domanda ancora prima di svelarti questa storia centenaria affascinante e dai contorni Tricolore. Se sei un “pizzaro” come me devi sapere anche questo.

Dò per scontato che tutti, e che quindi anche tu, sanno che la pizza è stata inventata nel giugno del 1889 dal cuoco Raffaele Esposito (santo subito!) per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia (pizza Margherita), condita con pomodori, mozzarella e basilico, per rappresentare i colori della bandiera italiana. Quindi chiedo: perché pizza napoletana e non altro?

La risposta è multipla ma semplice. Si tratta di una pizza realizzata solo con acqua, sale, lievito madre e farina, ed è fatta lievitare per un minimo di otto ore. Il disco di pasta viene steso esclusivamente con le mani. Tale manipolazione determina lo spostamento dell’aria dal centro verso l’esterno del panetto che resta più gonfio ed in cottura forma il cornicione. I prodotti utilizzati devono essere preferibilmente di origine campana.

PROMEMORIA > Questa storia fa il “paio” con Crisi da marke(t)ting e storie di volontà

Pomodoro pelato frantumato a mano e pomodoro fresco tagliato a spicchi, mozzarella di bufala a fettine o fior di latte a listelli. Il formaggio grattugiato si sparge sulla pizza con movimento rotatorio e uniforme, le foglie di basilico fresco sono poste sui condimenti e l’olio extra vergine di oliva viene aggiunto con movimento a spirale.

Se stai pensando “quante menate, quante manfrine”. Ti dico subito che non siamo sullo stesso piano di idee, quindi tu continuerai a mangiare le tue pizze con lievito di birra e due ore di lievitazione e io mi godrò le mie pizze col cornicione, in attesa di andarmene a mangiare di nuovo una New York dai familiari di Gennaro.

Tanto, prima o poi, ci devo tornare a New York. Al 32 di Spring Street, all’angolo di Mott Street, a Manhattan, New York City, c’è Lombardi’s Pizza. Non so se negli ultimi anni è cambiato qualcosa, se la qualità si è abbassata, di sicuro non poteva elevarsi visto che era già perfettamente perfetta. Scusate la cacofonia, ma rende l’idea.

Nel 1897, Gennaro Lombardi è un immigrato italiano trasferitosi da pochissimo negli Stati Uniti d’America. Lo conoscono già in molti perché ha inaugurato un negozio negli Usa, un piccolo panificio nella Little Italy di New York, dove insieme ad un suo dipendente, Antonio “Totonno” Pero, anche lui immigrato italiano, inizia a produrre “torte al pomodoro” da vendere ai clienti. La loro pizza diventa popolare e Lombardi non ci pensa due volte e in un Paese in cui da sempre vince la meritocrazia e non il lobbismo: apre la prima pizzeria americana. Tieniti forte. Siamo nel 1905 e si chiama semplicemente Lombardi.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Pizza: da Napoli a New York, o viceversa?

Sebbene Gennaro fosse influenzato dalle “torte di Napoli”, è costretto ad adattare la pizza agli americani, ai loro standard e alle loro regole. Non è l’ennesimo artista che, pur di fare soldi a palate, rinuncia alla sua unicità. Anzi, crea il capolavoro. Ma prima di arrivarci ci impiegherà un po’. E sbaglierà anche, come tutti. Lombardi sostituisce i forni a legna e la mozzarella di bufala con forni a carbone e fior di latte, e così, per “colpa” sua, inizia l’evoluzione della “torta” americana. Nel 1924, “Totonno” lascia la pizzeria Lombardi e segue le linee metropolitane di New York in espansione fino a Coney Island, a Brooklyn. Lì aprirà Totonno, nel 1924.

Nel 1984, il figlio di Gennaro, George, chiude l’originale Lombardi, che riapre solo dieci anni dopo a un isolato di distanza, dove si trova attualmente, al numero 32 di Spring Street, gestito da Gennaro Lombardi III, nipote di Gennaro Lombardi, e dal suo amico di infanzia John Brescio.

Purtroppo, questo cambiamento di ubicazione e una pausa di dieci anni non permettono alla “Lombardi’s Pizza di poter essere considerata la più antica pizzeria (ininterrotta) d’America, che risulta Papa’s Tomato Pies a Trenton, nel New Jersey, che però ha aperto nel 1912 e non si è mai fermata. Ma è certamente la prima pizzeria documentata dalla storia. Quella che inventò la pizza a New York.

Dunque, ecco com’è arrivata la pizza a New York. E i newyorkesi impazziscono per la pizza. Un amore nato, quindi, più di un secolo fa, quando questo giovane immigrato napoletano aprì la prima pizzeria nella capitale economica degli Usa. Il vizio del panettiere che ama preparare la pizza per i suoi connazionali dal forno a carbone della sua bottega, però, gli ha consentito di creare un impero economico che ancora oggi è gettonatissimo. Da allora, dopo più di cento anni di storia e un cambio di gestione, la pizzeria Lombardi è ancora lì, nel cuore di Little Italy. Ora il forno è di nuovo a carbone e la pizza non è la torta americana. Lì sventola ancora il tricolore col cornicione croccante.

Voglio regalarti un’altra curiosità. Una simpatica “chicca” sul comportamento tipico degli italiani del dopoguerra. Sì, perché solo nel dopoguerra la pizza arriva finalmente in Italia. “Come i blue jeans e il rock and roll, il resto del mondo, compresi gli italiani, ha preso in considerazione la pizza solo perché era americana”, ha raccontato il critico gastronomico John Mariani, autore di ” How Italian Food Conquered the World. Ed è vero. Inventata a Napoli per la regina, snobbata e ignorata dagli italiani, ma ripresa in considerazione perché adorata in America.