Nella sezione Tecnologia di MC Blog potrai scoprire, imparare e capire il mondo temporaneo, ormai sempre più dipendente dallo sviluppo e dalla ricerca tecnologica. Buona tecnologia a tutti

Quali sono i segreti del riconoscimento facciale? Come si usa?

Che la sicurezza informatica dei nostri dispositivi, e dei dati contenuti al loro interno, passi dalla biometria non è una novità. E proprio nella biometria risiedono i segreti del riconoscimento facciale. Da anni i produttori di smartphone – Apple prima degli altri – realizzano dispositivi dotati di sensore per impronte digitali.

Si sfiora il pulsante con un dito per sbloccare il telefono oppure autorizzare pagamenti dallo smartphone grazie ad app come Apple Pay o Android Pay. Ma oltre a presentare dei limiti applicativi, questa tecnologia ha mostrato delle falle non del tutto secondarie. Al momento, la tecnologia più quotata è quella del riconoscimento facciale.

Bisogna riconoscere che il riconoscimento facciale non è esattamente una tecnologia così nuova e innovativa. Le prime sperimentazioni possono essere datate ai primi Anni Sessanta del secolo scorso, ma rispetto ad allora sono stati fatti notevoli passi in avanti. Oggi i software per il riconoscimento facciale basano il loro funzionamento su algoritmi di intelligenza artificiale che hanno reso l’intero processo di riconoscimento automatico e quasi istantaneo.

Un dispositivo di riconoscimento facciale nasce dalla specifica combinazione di componenti hardware ad elevate prestazioni con software altamente efficienti, al fine di identificare gli individui a partire da una loro immagine digitale, come tipico in diverse installazioni di sicurezza e sorveglianza. Ma non solo. Il processo di identificazione si basa sul confronto di un’immagine con quelle memorizzate in precedenza in un database.

Le applicazioni comprendono il controllo accessi in zone sensibili, in aree residenziali, in edifici pubblici e privati e, in generale, in ogni altro contesto in cui sia necessaria l’associazione intelligente di identità personale e permesso di transito. Questi dispositivi possono essere configurati ed istallati con estrema facilità, sono in grado di operare over-IP e risultano particolarmente adatti ad essere integrati in soluzioni basate sul cloud.

Questa tecnica del face recognition viene spesso impiegata in real-time, quando ad esempio si ha un sensore con videocamera o fotocamera digitale o webcam, e si vuole riconoscere la persona che viene ripresa in modo immediato e facile, ci sono però molti altri usi del riconoscimento facciale e ogni giorno ne spuntano altri. È certamente una opportunità per molti, porta benefici e comodità ma dall’altro lato può impaurire o preoccupare. Anzi, deve preoccupare, come tutte le cose che hanno un enorme potenziale e non sono ben regolamentate.

Il software della polizia per il riconoscimento facciale

Ad esempio, l’American Civil Liberties Union of Northen California ha pubblicato una serie di documenti che evidenziano come Amazon.com, multinazionale specializzata in ecommerce, stia vendendo il suo software per il riconoscimento facciale alla polizia.

Si chiama Amazon Rekognition e l’idea sarebbe proprio quella di utilizzarlo sulle telecamere indossate dagli agenti. La tecnologia è stata lanciata a fine 2016. E i primi “clienti” sono stati i Dipartimenti della Polizia di Orlando, in Florida, e quello della Contea di Washington, nell’Oregon.

Basti pensare che questa tecnologia nel solo 2017 ha generato ricavi per oltre diciassette miliardi di dollari. Al momento, il riconoscimento facciale utilizzato negli ambiti più vari, dalla sicurezza stradale allo sblocco dei dispositivi elettronici, è riconducibile a due grandi macro-strategie corrispondenti, a grandi linee, a due differenti generazioni tecnologiche.

A sua volta, la prima può essere divisa in due strategie: il riconoscimento facciale può avvenire tramite il confronto delle distanze tra le pupille, la grandezza del naso, delle labbra e altre misure “facciali”, oppure attraverso lo “studio” di come i pixel si raggruppano per formare i vari elementi del viso e confrontarli con altre immagini presenti in un database condiviso.

La seconda generazione di software per il riconoscimento facciale, invece, utilizza tecniche e tecnologie decisamente più avanzate. Utilizzato dai vari Facebook, Google e Windows nei loro progetti in via di perfezionamento, si basa sul machine learning e “insegna” ai computer a riconoscere i volti dando loro “in pasto” decine di migliaia di immagini differenti. In questo modo sono i sistemi informatici stessi a riconoscere quali siano gli elementi distintivi di un viso e basarsi su queste “scoperte” per svolgere i loro compiti.

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Riconoscimento facciale sugli smartphone

Anche gli smartphone stanno diventando grandi alleati di questa tecnologia che, come visto, può essere usata in tantissimi modi diversi. Tanto per fare un altro esempio, nell’ultimo iPhone X è stato inserito il riconoscimento facciale con la nuova funzionalità Face Id che permette di bloccare lo smartphone. C’è quindi una fotocamera installata nella parte frontale del telefono, integrata con il nuovo sistema TrueDepth formato da diversi sensori che realizzano una scansione tridimensionale del viso di una persona in modo molto accurato.

Ci sono numerose tecniche per effettuare il riconoscimento facciale, la maggior parte delle volte si tratta di tecniche di elaborazione digitale delle immagini che sono in grado di estrapolare ciò che è faccia ignorando il resto di ciò che è stato inquadrato. È una particolare tipologia di riconoscimento di pattern, in fondo, focalizzato sui visi umani composti di occhi, naso e bocca. Ma esistono anche software più avanzati che riescono a capire che un viso è un viso anche se è ruotato. In alcuni casi la faccia individuata viene interpretata in due dimensioni, altre volte in tre, sempre dipende dalla tecnica con cui si basa il riconoscimento facciale.

Il tutto si fonda su degli algoritmi, di cui esiste una vasta scelta. Ad esempio, La Principal Component Analysis si distingue perché richiede risorse computazionali relativamente ridotte ma non regge bene rotazioni e traslazioni e può essere disturbata da variazioni di illuminazione e sfondo. Mentre la Linear Discriminant Analysis applica una suddivisione in classi all’interno delle quali la varianza è minima. Senza dimenticare i metodi Kernel, Gabor, Markov nascosto e la Active Appearance Models. La maggior parte delle volte, più che scegliere l’uno o l’altro algoritmo, li si combina in modo da sfruttare al meglio le potenzialità di ciascuno.

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Il robot sommelier creato all’istituto alberghiero Gae Aulenti

Segnatevi questa data: 27 maggio 2018. Cade di domenica e debutta a Biella, in un noto centro commerciale, il robot sommelier creato all’alberghiero dagli studenti del Gae Aulenti, già visto in occasione di Vinitaly. Che a pensarci su una frazione di secondo, dopo l’euforia del momento, sembra anche un ottimo modo per far sostituire il sommelier da una macchina e mettere definitivamente in ginocchio anche questa professione. Ma si sa, l’evoluzione tecnologica non si ferma e l’uomo non si sostituisce, così dicono…

Domenica, tutti i visitatori possono osservare il robot all’opera, mentre effettua l’analisi di alcuni vini, sia tramite un “assaggio” sia attraverso la lettura e l’elaborazione delle loro etichette. Beppe, questo il nome dell’automa, è in grado di individuare la provenienza del vino, di elencarne le caratteristiche e di suggerire i piatti da abbinare, proprio come un essere umano. A guidare il gruppo di studenti che ha progettato e poi concretamente realizzato il robottino sono stati i professori Giuseppe Aleci e Roberto Donini.

“Sfruttando appositi sensori può analizzare il ph e dare informazioni sul livello di acidità, la presenza di solfiti, il grado alcolico, persino il colore del vino. Questi parametri gli consentono di specificare la temperatura a cui dovrebbe essere servito e i piatti migliori a cui accompagnarlo”, ha detto il professor Giuseppe Aleci. Beppe, che quando era ancora un prototipo si chiamava “Sommelierobot”, impiega i servizi Microsoft cognitive per il riconoscimento visivo, ottenendo così una descrizione precisa di ciò che inquadra, bottiglia, calice di vino…

Sfruttando una tecnologia object tracking è in grado di memorizzare ogni etichetta, creando una sorta di piccolo catalogo di vini. Procede poi all’assaggio vero e proprio, attraverso sensori digitali e manuali. I giudizi che fornisce sono molto simili a quelli di un intenditore.

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Il robot è anche in grado di colloquiare con chi gli sta davanti grazie a un chatbot realizzato dai nostri ragazzi e simile ai più famosi assistenti virtuali come Siri e Cortana.  L’idea nasce dallo sviluppo di un progetto già avviato dalla stessa scuola lo scorso anno per le Olimpiadi di robotica e il Maker Faire di Roma, la fiera europea sull’innovazione.

In presenza di una connessione wifi, il robot sommelier è in grado di collegarsi a internet per attingere a nuove informazioni. Altrimenti il codice per continuare a interagire con l’uomo si scrive automaticamente, così da essere sempre in grado di fornire risposte precise alle sollecitazioni esterne. “Non potrà mai sostituire l’uomo per la varietà infinita di sensazioni che il nostro palato è in grado di provare. Può rivelarsi però un valido strumento per un controllo generale all’interno della cantina. Per valutare i parametri più importanti e dirci se sta procedendo tutto bene”, ha affermato Aleci.

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Hannes, il braccio bionico che si comanda col pensiero

Nel 2019 arriva Hannes, la mano bionica italiana che si muove col pensiero. Ha capito bene: Hannes si comanda col pensiero. Il nome lo riprende dal professor Hannes Schmidl, direttore tecnico del Centro Protesi Inail di Vigorso di Budrio, in provincia di Bologna. È a lui che si deve l’avvio dell’attività di ricerca protesica e la prima protesi mioelettrica Inail-Ceca del 1965. Disponibile a partire dal 2019, consentirà ai pazienti di recuperare quasi tutte le funzionalità. Tra le caratteristiche principali ci sono una maggiore durata della batteria, una migliore capacità e performance di presa, il costo ridotto di circa il 30% rispetto ai dispositivi attualmente in commercio.

Sono tanti i suoi punti di forza. Innanzitutto non richiede un intervento chirurgico, poi ha una migliore capacità di afferrare gli oggetti, prestazioni più precise e un costo inferiore di circa un terzo rispetto alle mani bioniche disponibili finora. “Si adatta perfettamente all’oggetto che io cerco di afferrare, è questa la principale differenza rispetto a tutte le altre protesi”, ha raccontato Marco Zambelli, il paziente del Centro Protesi che ha testato per primo la nuova mano robotica. Zambelli, di sessantaquattro anni, di Sant’Agata Bolognese, era un metalmeccanico ed è stato costretto ad amputare la mano destra all’età di 16 anni a causa di un incidente sul lavoro.

“Sono stato inserito – ha continuato Zambelli – nel progetto di ricerca nel 2014 ed è stato molto bello assistere a gran parte del processo di realizzazione. Prima utilizzavo una protesi solo per funzioni estetiche, invece oggi sto riprovando la sensazione di utilizzare di nuovo entrambe le mani”. La mano bionica, permette alle dita di piegarsi consentendogli di afferrare piccoli oggetti, ma anche di sollevare pesi di 15 chilogrammi.

Prima di Hannes si arriva a 2015

La storia degli arti robotici mossi col pensiero ci racconta che, nel 2015, tre uomini austriaci reduci da incidenti hanno iniziato ad usare il primo arto bionico che si comandava col pensiero e che, quindi, consentiva una libertà di movimento notevole nella vita di tutti i giorni. Si trattava di una protesi robotica molto sofisticata, che funzionava grazie a sensori che captano i piccoli segnali nervosi residui dopo i traumi che hanno fatto perdere l’arto.

Secondo quanto reso noto all’epoca sulla rivista Lancet, la protesi è stata “allacciata” all’avambraccio con un complesso intervento senza precedenti al mondo, mediante una nuova tecnica operatoria battezzata “ricostruzione bionica” e sviluppata dal gruppo di Oskar Aszmann dell’Università di Vienna in collaborazione con l’italiano Dario Farina, direttore del Dipartimento di ingegneria della neuroriabilitazione all’Università di Göttingen (Germania). Gli interventi sono stati svolti presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Vienna sotto la direzione di Aszmann tra 2011 e 2014.

“Questo è per ora l’unico posto al mondo in cui si possono eseguire tali interventi”, spiegava all’epoca Farina intervistato dall’Ansa che ha collaborato al lavoro per la parte ingegneristica, relativa alle protesi e al loro controllo da parte del paziente. E la collaborazione prosegue: “Ad oggi – anticipava nel 2015 – stiamo collaborando con il gruppo di Aszmann per altri tre nuovi pazienti che hanno già seguito la procedura di ricostruzione bionica, casi clinicamente diversi da quelli riportati su Lancet”. I tre uomini di cui parla la rivista britannica erano andati incontro – a seguito di incidenti di moto e sportivi, arrampicata – a lesioni del ‘plesso brachiale’, un sistema di nervi che trasmettono dalla spina dorsale i segnali nervosi alle braccia e alle mani permettendone movimenti e sensibilità. In caso di danni al plesso l’uso della mano viene perso e attualmente non ci sono soluzioni risolutive.

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Comandi a pensiero, procedura complessa per Hannes

La procedura di ricostruzione bionica eseguita sui tre era stata complessa e articolata in più fasi. Inizialmente, tramite dei sensori (elettrodi) si captavano i segnali nervosi residui presenti nei nervi del plesso rimasti sani. Si trattava di flebili segnali, troppo deboli per muovere la mano, ma che invece erano di intensità sufficiente a comandare l’arto artificiale, una volta che questo è collegato all’avambraccio. I pazienti venivano sottoposti a mesi di “allenamento mentale” (training cognitivo) allo scopo di insegnare loro a gestire e comandare quei segnali nervosi residui.

Dopo che hanno imparato a farlo la loro mano non più funzionante viene amputata e al suo posto viene collegata (non è un vero impianto perché la mano artificiale non è connessa direttamente alle strutture ossee del paziente) la protesi. Dopo si aveva la fase post-intervento, di riabilitazione in cui il paziente, forte del training mentale precedentemente svolto, imparava a usare la sua mano nuova. I tre pazienti riuscivano con la mano robotica a svolgere con precisione tutta una serie di azioni quotidiane (dall’abbottonarsi la camicia a versare dell’acqua) che per anni dopo l’incidente non avevano più potuto svolgere.

Nel mondo sono numerosi i gruppi di ricerca che portano avanti progetti di sviluppo di protesi robotiche: uno tra tutto, anch’esso in parte frutto dell’expertise tecnologica e scientifica italiana, è quello della mano bionica in grado di muoversi e “dotata di tatto”, in grado cioè di sentire gli oggetti toccati. Questa mano è stata testata con successo in Italia su un paziente danese amputato della mano sinistra, frutto di un progetto internazionale cui hanno partecipato per l’Italia la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Il Policlinico Gemelli, il Campus biomedico di Roma e l’Ircss San Raffaele di Roma.

Dal pensiero di tre pazienti si accendeva l’energia per muovere una mano bionica collegata al loro avambraccio con un intervento unico al mondo: i tre si sono precedentemente allenati mentalmente a generare e controllare piccolissimi segnali nervosi che, captati da sensori, consentono movimenti precisi della mano bionica. E’ questo il cuore hi-tech che anima la protesi robotica messa a punto anche grazie all’italiano Dario Farina, direttore del Dipartimento di ingegneria della neuroriabilitazione all’Università di Göttingen (Germania) che ha raccontato all’Ansa i delicati e lunghi passaggi dell’intervento di ricostruzione bionica e che, col suo gruppo di ricerca, ha avuto un ruolo fondamentale per quanto riguarda la parte ingegneristica relativa alla realizzazione delle protesi e al loro controllo da parte dei pazienti. Da oggi non sarà più così.

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Mattia Cattapan e quel bellissimo sogno del crossabili

Questa è una storia “diversa”. Nel senso che, in genere, è sempre più facile raccontare la storia di qualcuno che ce l’ha fatta. Diverso è quando scriviamo la storia di chi lotta per farcela e ce la sta facendo. Anno dopo anno, mese dopo mese, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno. Di chi cresce nella sofferenza e deve andare avanti diversamente da come immaginava e certamente sognava, ma che ciò nonostante riesce con la sua contagiosa forza d’animo a trasformare il dolore in felicità, il disagio in opportunità, la disabilità in abilità. O come la chiama lui, “crossabili”. Il suo nome è Mattia Cattapan, classe 1990, di San Martino di Lupari, in provincia di Padova.

A otto anni gli regalano la prima moto da cross. I motori sono da sempre la sua passione. “Io e i miei amici abbiamo dedicato interi pomeriggi alla nostra passione chiamata “motorino”, fra odore di benzina e mani sporche d’olio. Cresco, passano gli anni e cambiano anche le moto. Matteo Rubin mi fa da maestro e mi appassiono alla disciplina dell’enduro. Partecipo così a gare e campionati specialmente nel Triveneto. Parallelamente, dall’età di quindici anni, inizio a lavorare nell’attività di famiglia di lavorazione del ferro”. Ad ottobre del 2012 si classifica terzo alla finale del Trofeo Attimis XCC. “Quel risultato mi ha spinto a voler dedicare più tempo all’allenamento e alla preparazione fisica prima delle gare”.

Il 3 marzo 2013, mentre corre in una gara di enduro country a coppie a Sacile, nel Pordenonese, resta vittima di un brutto incidente in gara e si rompe la quarta e la quinta vertebra dorsale, lesionandosi il midollo spinale. Senza giri di parole: resta paraplegico. Trasportato in eliambulanza a Udine, lo operano alla colonna vertebrale, con un intervento di stabilizzazione. “Sono rimasto in camera intensiva per la fase acuta, successivamente sono stato trasferito all’Unità Spinale di Vicenza e dopo qualche mese sono stato trasferito all’Unità Spinale Unipolare di Niguarda. Dopo l’incidente è come se fossi tornato bambino e nei sette mesi successivi di ospedale mi sono rimboccato le maniche per riuscire a riprendere in mano la mia vita: ho imparato per la seconda volta a spostarmi, muovermi, lavarmi, vestirmi, andare in bagno”.

Grazie al supporto della famiglia e al suo spirito reagisce. La forza della vita ha la meglio. “Da ricoverato, a Milano, ho tanto desiderato e tanto sospinto l’equipe medica a far sì che i pazienti possano intraprendere l’iter per conseguire la patente B speciale, a partire dalla visita in commissione medica fino alle prove degli adattamenti auto possibili. Durante il ricovero ho avuto l’opportunità di conoscere Nicola Dutto, primo pilota paraplegico a tornare in moto per fare cross ed enduro. Nonostante l’incidente, l’amore e la passione per i motori è stata quella che mi ha spinto ad andare avanti, perché la voglia di tornare su un mezzo a motore si è sempre fatta sentire e, negli anni dopo l’incidente, sempre più forte”.

Prova diversi sport, dal basket al tennis in carrozzina, il ping pong. “Ma nulla mi fa sentire vivo come l’idea di tornare ai motori. Ritorno a lavorare e a vivere la mia quotidianità, con lo spirito di sempre. Il mio ritorno nel mondo dei motori ha inizio a fine aprile 2016. Pista di Maggiora, per la prima volta vedo e mi approccio al mondo del kart cross, capendo subito la potenzialità e l’ottimo compromesso fra sicurezza e adrenalina. Da quel giorno, non ho smesso di pensare a come raggiungere il mio sogno di tornare fra i motori, la polvere e l’odore della benzina. Un sorprendente anno di incontri, alcuni tanto sperati, altri tanto cercati ma alcuni anche voluti dal destino…”.

Mattia Cattapan e il crossabili sempre meno sogno

A maggio 2016, dopo il matrimonio della sorella, alle tre di notte parte con gli amici per andare a vedere la gara di Moto GP al Mugello. Per dodici anni di fila non ha mai saltato una gara di MotoGP al Mugello. Il mese successivo, Alvaro Dal Farra, manager del Daboot, scuola di Fmx, lo invita a un evento di motocross freestyle e di mototerapia a Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno. “Provo la guida del quad e della motoslitta. Il team Daboot vede protagonisti Davide Rossi, Jannik Anzola, Leonardo Fini, Max Bianconcini, Matteo Botteon, Maurizio Poggiana e Vanni Oddera, piloti che organizzano eventi di Fmx in Italia e partecipano a eventi internazionali.

Sempre a giugno 2016, il rapporto con i ragazzi del Daboot cresce e Vanni Oddera insieme a Ilaria Naef, ragazza in carrozzina che pratica Wheelchair Freestyle, lo invitano allo skate Park di Brescia. Prova anche il lancio dalla rampa in carrozzina, volo nella piscina di gommapiuma e diventa il protagonista di un aneddoto che Vanni e Ilaria raccontano da quel giorno. Ad agosto 2016 parte per una vacanza “diversa”: torna a vivere la montagna con adrenalina.

Va a Sestriere, dove l’associazione Freewhite con Gianfranco Martin propone una settimana multisport. “Sono partito da casa con l’idea di provare il downhill. Per tutta la settimana faccio discese in downhill, ritrovando libertà e velocità in un ambiente come quello della montagna, fino a quel momento impensabile da vivere”. L’esperienza con Freewhite lo entusiasma così tanto che decide di partecipare a una settimana di campeggio nelle Langhe. “Chi avrebbe mai pensato di fare campeggio in carrozzina, con tende Ferrino e tour fra i vigneti con le Jeep di Fiat autonomy. A settembre c’è la tappa della GP a Misano. Non si può perdere”.

“La sera prima della GP, all’Arena 58, incontro gli amici Daboot che mi regalano i pass per entrare ai paddock. Dall’invasione di pista passo così all’atmosfera dei paddock e perfino a quella dei box, grazie all’amico Roberto Marinoni, meccanico Aprilia. Assaporo la gara da tutt’altro punto di vista”. Quindi, ad ottobre “organizzo a Vicenza una giornata in kart, facendo tornare alla guida altri 10 ragazzi in carrozzina da tutto il Nord Italia”. Una giornata vissuta all’insegna delle sfide e del sano confronto, nel clima del vero e autentico spirito sportivo.

Tante altre emozioni e a novembre incontra Valentino e Graziano Rossi, insieme ad altri piloti della VR46 Academy: Bulega, Bagnaia, Andrea Migno e anche Mauro Sanchini. Il viaggio per l’Italia, a trovare gli amici in carrozzina, “mi spinge a voler creare un progetto coi motori in cui coinvolgere in maniera sicura tutti coloro che proprio a causa dei motori sono in carrozzina me ma che nei motori trovano ancora un motivo per andare avanti. Inizio dicembre: Monza Rally Show. Un mio amico che lavora come meccanico presso la Delta Rally mi invita ad andare a Monza. Nel giro di una settimana per la seconda volta incontro Valentino”.

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Mattia Cattapan e l’incontro con Alex Zanardi

Il 2017 si apre all’insegna del monosci, a Sestriere, con Freewhite. Continua a pensare al progetto di tornare ai motori, orientandosi verso gli sport automobilistici. Inizialmente pensa di orientarsi verso l’autocross, vedendolo come un buon compromesso fra divertimento e prezzo, ma poi l’idea non si riesce a realizzare. I mesi passano e, ad aprile 2017, Mattia Cattapan torna al kart cross. Una Pasqua a tavoletta. Quello stesso mese, Mattia parla dei suoi progetti col titolare dell’Autodromo del Salento, Fabio Serinelli. Nasce Crossabili, un progetto che vuole aprire al mondo delle persone disabili la disciplina del kart cross. “Si fanno le ore piccole, parlando di come poter rendere fattibile il progetto”.

I kart cross sono mezzi sicuri, con un assetto modificabile a seconda del terreno e con un ottimo rapporto peso-potenza. “Sono al settimo cielo e penso già a tutti gli amici in carrozzina che non vedrebbero l’ora di provarlo”. Riprende la rotta di casa, facendo tappa a Civitanova Marche, per fare la consueta revisione del mio Triride. Il destino a volte crea l’occasione ed è così che incontra Alex Zanardi.

“Pranzo insieme a lui, facendo domande, chiacchierando e confrontandoci. Alex ha in mente le ruote dell’handbike e vorrebbe portare dei ragazzi in carrozzina alle para-olimpiadi. Ma io gli chiedo del suo passato e del suo presente nel mondo automobilistico, nell’ottica di creare una scuola di guida su pista per persone in carrozzina in cui ci siano degli esperti come tutor”. Crea un altro evento in kart aperto ai ragazzi in carrozzina.

Poi, da veneto, contatta “Il Veneto Imbruttito” per fare un video che trasmetta a tutti la sua quotidianità. Con luci e ombre, difficoltà e forza d’animo. Il buon Andreas Ronco accetta, convinto di fare la “solita” intervista al tavolo. Ma Mattia lo prende in contropiede e lo aspetta a casa e gli prepara una carrozzina con Triride.

“Trascorriamo insieme una giornata intera in carrozzina fra le vie della città, al mercato, in orto e nell’azienda di famiglia di lavorazione ferro. Una vera scoperta per Ronco, che mi chiede a fine giornata di fare una richiesta, di esprimere un desiderio. Chiedo così di lanciarmi dal palco dei Rumatera (un gruppo musicale che canta in veneto e racconta in musica la cultura veneta, ndr), avendo come finalità il creare una occasione, un obiettivo da raggiungere e da condividere. Ho scelto di lanciarmi dal palco per mostrare ai ragazzi nella mia situazione che nella vita si può fare qualunque cosa, basta decidere e mettersi in moto”.

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Dai crossabili all’incontro con la famiglia Regazzoni

L’Associazione Uguale lo contatta, dopo aver visto il video de “Il Veneto Imbruttito”. Uguale organizza un festival contro ogni tipo di barriera a Marghera e suoneranno i Rumatera. Ecco che il desiderio espresso poche settimane prima si avvera. “Uno sponsor trovato dall’associazione rende possibile il noleggio di un bus per raggiungere il Festival con i miei amici, che accettano ad occhi chiusi e lo fanno per sostenermi. L’obiettivo è veramente raggiunto: tutti i miei amici presenti, regalo ad ognuno una maglia verde con un logo da me pensato e costruito. Il momento del lancio, commovente, ha visto una folla verde sostenermi, nel vero senso della parola”.

Si va a Milano, a Niguarda, dove è stato ricoverato. “Ho lasciato il segno nei cuori dell’equipe del Niguarda e, conoscendo la mia passione e i miei progetti mi invitano ad una giornata dedicata a Clay Regazzoni, pilota F1 rimasto paraplegico e inventore degli adattamenti auto. Per l’occasione mi informo, studio e sono orgoglioso e onorato di poter presentare il mio progetto alla famiglia di Clay. La moglie e la figlia Regazzoni mi ascoltano con interesse, perché con la morte “del Clay” si sono spenti anche tutti i progetti in ambito automobilistico per persone in carrozzina. La buona occasione per confrontarsi e scambiarsi i contatti, guardiamo entrambi verso la medesima direzione e loro attraverso il Clay hanno già vissuto questa realtà”.

A luglio 2017 si tengono i Redbull X Fighters, a Madrid. Questa volta vola con gli amici nella capitale spagnola per assistere allo spettacolo di freeestyle motocross. Il suo amico Alvaro Dal Farra gli fa un altro bel regalo: i pass per i box e per vivere i retroscena all’interno dell’arena a Plaza de Toros.

“Mi mette in contatto con Inigo Perez, che ha reso possibile il mio giro all’interno dei box. Conosco di persona i piloti Tom Pagès, Clinton Moore, a cui porto una bottiglia di Aperol direttamente dal Veneto e da parte di Alvaro, e Levi Sherwood”. Il mese dopo, Mattia prende contatti con il proprietario di una start-up che realizza cambi al volante, pensando a come adattare i kart cross per la guida alle persone paraplegiche. L’incontro è a Ravenna. Si parla e si discute di comandi al volante.

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Ad Ascoli Piceno, ad agosto, si corre una gara di kart cross. Si ritrovano volti noti, fra cui un pilota salentino che vende il proprio kart cross. Ormai i giochi sono quasi fatti, è a pochi passi dal suo sogno. Bisogna trovare uno sponsor che sostenga i costi di acquisto degli adattamenti e dei test. Ormai è tempo di vacanza. Si torna a Sestriere, per le discese in downhill. A settembre arriva lo sponsor: il gruppo AGF88 Holding.

E in più si ritrova a posare come modello per B.Barber: scatti che vogliono raccontare la sua storia, sempre di traverso e sopra alla famosa Eleanor di “Fuori in 60 secondi”. Ad ottobre, Cattapan inizia la preparazione fisica con un personal trainer per guidare il kart cross e il mese successivo incontra la famiglia Regazzoni per la realizzazione di un set fotografico per il Memorial Room di Lugano e per trascorrere una giornata con ragazzi delle scuole in visita al Memorial.

“Si parte verso la Svizzera, indosso tuta e guanti e la moglie e la figlia del Clay mi fanno salire sulle auto adattate del campione ticinese! Che emozione e che gran voglia di proseguire nel mio progetto, portando avanti quello che il Clay ha reso possibile, mettendosi in gioco in prima persona per gli altri. Questo è quello che vorrei fare ed è il motivo che mi ha spinto negli anni a fare chilometri, a metterci la faccia: seguire la passione per i motori, poter tornare in pista non come singolo, ma coinvolgendo e offrendo la possibilità ai ragazzi in carrozzina come me di provare ad accostarsi allo sport automobilistico in sicurezza e con divertimento”. Intanto, il 2018 lo vede protagonista con il suo kart cross TMR. A tavoletta.