B come Bixio

Potrebbe sembrare una provocazione B come Bixio, Banche e Bronte. Non lo è assolutamente. E’ una cosa che mi fa incazzare veramente. Anche quest’anno è giunto il 10 agosto. Una data terribile e orribile al contempo. Altro che notte di San Lorenzo e di stelle cadenti, dedicata soprattutto agli innamorati che sulla spiaggia si scambiano una promessa per ogni stella che vedono venir giù… Questa è solo una storia di market(t)ing bancario e religioso. Quindi, una storia di morti ammazzati. Il 10 agosto è una data di sangue, di morti ammazzati. Di innocenti giustiziati come fossero i peggiori criminali solo perché bisognava poter dire ai propri superiori che erano stati individuati, processati (da un tribunale di guerra, ovviamente) e giustiziati i colpevoli della celebre rivolta di Bronte, in cui furono trucidate sedici persone.

Da sottolineare che i brontesi si ribellavano perché non volevano sottostare all’occupazione militare dei piemontesi. Il 10 agosto del 1860 è la data che ricorda, attraverso uno dei tanti episodi simbolo, quando la famiglia Savoia, volendo evitare a tutti i costi il fallimento del proprio regno da una crisi causata dalla loro stessa malagestione, nel tentativo di conquistare con la forza e con le armi il Regno delle Due Sicilie, si resero autori di una lunga ed efferata serie di crimini nei confronti dei meridionali. In questo caso dei siciliani. Il tutto solo per soldi, per fare in modo che circolasse più moneta e che le banche piemontesi potessero rifocillarsi, grazie a beni e tesori dei meridionali.

Bixio e Bronte culture in antitesi

Anche in questo caso, non si può fare a meno di sottolineare come al sud ci fosse una razza e al nord un’altra e soprattutto come fossero in antitesi le rispettive culture… In nome di ciò, il 10 agosto 1860 avvenne il massacro di Bronte. Mi viene in mente proprio quando, girando con l’auto dentro Torino, leggo “via Nino Bixio”. Non mi era mai capitato di incrociare questa via il 10 agosto, nella ex-capitale del Regno della Sardegna. Mi sono venuti i brividi ed ho pensato: qualunque essa sia, una città non può ritenersi civile se intitola una strada ad un criminale e poi ne intitola un’altra a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e a tanti altri uomini onesti.

Ancor di più per una questione di opportunità, non ci dovrebbe essere una via intitolata ad un criminale nella ex capitale da cui partì la famigerata “spedizione dei mille”. Ma vi ricordate che alle scuole elementari dovevamo scriverla con le iniziali maiuscole ‘sta “spedizione dei mille”? Da quel momento in poi, da quando maestri e professori ci insegnarono a colorare entro i margini, sparì l’arte. Sparì anche l’arte del libero pensiero e del libero arbitrio.

Quella notte del 10 agosto 1860 ‘sto Nino Bixio, Gerolamo all’anagrafe, nato a Genova il 2 ottobre 1821 e cresciuto politicamente sotto Giuseppe Mazzini, rispettando l’ordine di Garibaldi, applicò lo stato d’assedio e pesanti sanzioni economiche alla popolazione di Bronte. Poi, costituì un tribunale di guerra e, in poche ore, portò a giudizio circa centocinquanta persone. E di queste, cinque furono condannate all’esecuzione capitale. Non c’è prova che fossero colpevoli. E non facciamoci prendere in giro con frasi “ad hoc” come, ad esempio, “…ma in guerra successero tante atrocità, si cercava di unire l’Italia”.

Bixio e banche: ma quale unità!

Unire l’Italia un corno. I calabresi hanno combattuto fino alla morte dell’ultimo brigante per non farsi conquistare dai piemontesi e dall’esercito guidato da Giuseppe Garibaldi. E quando persero la terra, le case, le ricchezze, per non perdere anche la dignità e la cultura emigrarono in massa in America, dove c’era un nuovo sogno di libertà. Dite che, quei calabresi, non difendevano la propria terra? Dite che, quei calabresi, non difendevano la propria cultura? E vi risulta che Napoli ha accolto con champagne e caviale gli uomini armati inviati da Torino?

Tornando a Bronte, la storia è questa: quando l’11 maggio del 1860 il generale Garibaldi sbarcò con i mille nel porto di Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato assolutamente necessario l’appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere a una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie.

Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto dove prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre. A Bronte, sulle pendici dell’Etna, era forte la contrapposizione fra la nobiltà latifondista, rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, proprietaria terriera, e la società civile. Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero persone provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo, e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale.

A Bronte una vera caccia all’uomo

Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Cominciò una caccia all’uomo e sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i due figlioletti, il notaio e il prete, prima che la rivolta si placasse. Il Comitato di guerra creato per volere di Garibaldi e Crispi, decise di inviare a Bronte un battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino Bixio per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare.

Secondo Gigi Di Fiore, da “Controstoria dell’unità d’Italia”, e secondo tanti altri studiosi, gli intenti di Garibaldi non erano solo volti al mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche a proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell’Inghilterra, che aveva favorito lo sbarco dei Mille. E soprattutto serviva a calmarne l’opinione pubblica. Quando Bixio cominciò la propria inchiesta sui fatti accaduti, larga parte dei responsabili era fuggita altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l’occasione per accusare gli avversari politici.

Il tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato meno di quattro ore, giudicò ben centocinquanta persone e condannò alla pena capitale l’avvocato Nicolò Lombardo (prima acclamato sindaco e poi capo rivolta, senza alcuna prova), insieme con altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione all’alba del giorno successivo, il 10 agosto: per ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.

Bixio e il plotone d’esecuzione

“Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi”, scrisse Cesare Abba da Quarto al Volturno su “Noterelle d’uno dei Mille”. La notte che precedette la fucilazione, una donna chiese il permesso di portare delle uova al Lombardo, ma Bixio, nel respingerla malamente, le rispose che il detenuto non aveva bisogno di uova, l’indomani avrebbe avuto due palle piantate in fronte. All’alba, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione.

Alla scarica di fucileria morirono tutti ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco che risultò incolume. Il poveretto, che era lo “scemo del villaggio” affetto da demenza, nell’illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e morì, colpevole solo di aver soffiato in una trombetta di latta canticchiando “Cappeddi guaddattivi, l’ura dù judiziu s’avvicina, populu nun mancari all’appellu”.

Verità storiche post Bronte

Alla luce delle successive ricostruzioni storiche si è appurato come anche Lombardo fosse totalmente estraneo alla rivolta. Invitato a fuggire si sarebbe rifiutato per poter difendere il proprio onore. Dopo questo assurdo massacro, il 15 agosto Bixio fu promosso maggiore generale, gli venne affidato il comando della quindicesima divisione, sbarcò a Melito di Porto Salvo e nella notte del 21 agosto prese d’assalto la città di Reggio Calabria.

Che poi conquistò nella “battaglia di piazza Duomo”. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole e Bixio se la cavò con una semplice ferita al braccio sinistro. Il 2 ottobre dello stesso anno, sconfisse definitivamente il grosso delle truppe borboniche nella battaglia del Volturno. E il 24 ottobre 1860, in piazza Vittoria, dopo tutti i morti che aveva causato viene insignito dal prodittatore Mordini della medaglia commemorativa dei mille di Marsala. Ora capite da dove nascono alcuni dei nostri odierni paradossi, come quello di continuare a concedere privilegi a chi continua a conquistarci senza voto democratico e continua a comandarci grazie alla firma di un decreto presidenziale firmato da “re” Giorgio Napolitano?

I casi più recenti sono quello di Mario Monti, professore bocconiano amico della Bce, quello di Enrico Letta, nipote del più noto e potente Gianni, o quello di Matteo Renzi, a capo della corrente interna al PD contrapposta a Pier Luigi Bersani, che almeno dalle elezioni c’era passato. Poco dopo l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, passato alla storia come “l’incontro di Teano”, Bixio organizzò i plebisciti che sancirono l’annessione dell’Italia centro meridionale al Regno di Sardegna. E indovinate un po’?

Bixio promosso deputato

Antico documento di sintesi che indica il numero di poveri per zone.

Ma indovinate un po’? Una combinazione di quella “Italietta” che ancora oggi ci condiziona più nel male che neUn anno dopo venne eletto deputato per conto del seggio dislocato a Genova e sedette tra le file della destra. Capito un po’ da quando tempo in Parlamento sono ammessi i criminali e gli assassini?

Dall’inizio… Più volte rieletto – è proprio vero che sguazziamo tra i fantasmi del passato – il genovese dedicò la propria attività parlamentare nel promuovere ogni possibile azione per liberare Venezia e Roma. Ma soprattutto Venezia. Ed è anche notoriamente risaputo che i cosiddetti Veneti, non avendo le forze per tornare ad essere una repubblica indipendente, stavano meglio con l’Austria. Al punto che ce lo rinfacciano ancora oggi…

Scrive Vittorio Gleijeses in “La storia di Napoli”: “L’ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia, e per tutta ricompensa, il meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia”.

E ancora: I meridionali pagavano più degli altri, perché costretti a rifondere pure le spese affrontate per la loro “liberazione”, tanto agognata che ci vollero anni di occupazione militare, stragi, rappresaglie, carcere, campi di concentramento, esecuzioni di massa e alla spicciolata, distruzione di decine di paesi”. Al Sud erano così ottusi che combatterono dodici anni (quando fu ucciso l’ultimo brigante in Calabria), pur di non farsi liberare e di non stare meglio in un Paese solo. E quando capirono che la resistenza armate era persa, i meridionali se ne andarono a milioni al di la dell’oceano, piuttosto che godersi la compagnia dei loro rapaci liberatori.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Banche: dalla padella alla brace

In parte corrisponde al vero che il nostro meridione era campagna e che i pochi ricchi stavano alla grande in Calabria, in Sicilia e in Campania, mentre tutti gli altri intorno morivano di tutto, meno che di morte naturale. Ma è altrettanto vero che i Savoia, derubando i ricchi sfruttatori e schiavisti del popolo del sud, derubarono il sud delle proprie ricchezze. E mai più aiutarono quel sud ad rialzarsi in piedi economicamente. Lasciarono che nascessero ben quattro mafie, una per ogni grande regione. Quattro cancri – mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita – che solo a nominarli pensi: erano meglio i borboni, gli svevi, i bizantini e i greci tutti quanti insieme.

Insomma, senza offesa per gli amici piemontesi, terra in cui lavoro e che per fortuna oggi e tutta un’altra cosa, è innegabile che un regno di montanari e di straccioni conquistò un altro popolo solo per brama di denaro. Una pagina nerissima che mina le basi su cui si fonda l’attuale repubblica, oltre che una vergogna senza fine per le offese ricevute dai nostri antenati per decenni e decenni. Il tutto solo frutto di vigliaccheria e ignoranza.

Ignoranza che non pare sparita nel momento in cui in tante città d’Italia ci sono statue, piazze e vie intitolate a Nino Bixio. Un’ignoranza senza vergogna nel momento in cui a Torino, dove fu concepito questo massacro, si dedica una via a questo criminale. Non una via normale. La via che costeggia il Palazzo di Giustizia di Torino e che incrocia via Paolo Borsellino. Ecco, non abbiamo capito niente. E non c’è neppure speranza di imparare. Bronte non è solo la cronaca di un massacro che i libri di storia hanno voluto dimenticato.

Loading...
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Tu cosa ne pensi?