Bullismo e violenze da Freud in poi

Indignarsi e reagire. Non stupirsi, per carità. Stupirsi, meravigliarsi, cadere dalle nuvole davanti a casi di violenza fra e su ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni è come ammettere a se stessi e al mondo intero di essere degli ipocriti con i prosciutti sugli occhi. Il gruppetto di bulli che si atteggia a mafiosetto, a malandrino, nel quartiere degradato c’è sempre stato e ci sarà sempre. C’è anche nei quartieri definiti residenziali e abitati da persone “per bene”, come si potrebbe pretendere che non sia presente in un quartiere degradato e isolato come Falchera o Borgo Vittoria a Torino, Tor Sapienza, Ponte di Nona e l’Eur a Roma e così via?

Quel gruppetto, non è uno. Sono decine, centinaia, migliaia. L’uomo è portato per natura a riunirsi in gruppo, come gli animali. Serve anche a difendersi. Ognuno cerca i propri simili, attraverso una selezione che avviene nel tempo. E quando s’incontrano tra ragazzi difficili, spesso, succede quello che è successo a Falchera, dove una povera tredicenne è stata stuprata e filmata per mesi da un branco di ragazzini, alcuni dei quali addirittura non imputabili perché di età inferiore ai tredici anni. Reagire contro tutte le forme di violenza che si vedono si può, basta volerlo. E se lo volessero quasi tutti, o tutte le persone cosiddette equilibrate, si combatterebbe il peggior male di quest’epoca, l’indifferenza. Quindi, non ci sarebbe molta meno gente sola, isolabile, potenzialmente vittima di violenze.

Mi è capitato di dirlo nel 2013 nel corso di un’intervista in diretta per il TG Zero. Parlavo con il direttore Vittorio Zucconi e con il capo redattore Eduardo Buffoni. “Secondo me – dissi – piuttosto che limitarsi a piangere il orto dopo il suicidio, o il vivo dopo la violenza, sarebbe meglio difendere i propri amici quando hanno bisogno, quando ci si accorge che sono diventati vittime di qualcosa o di qualcuno…”. Non esiste un amico o un gruppo di amici che non sa. Rimarco il concetto che non bisogna stupirsi, che non bisogna far finta di cascare dalle nuvole, perché queste violenze di gruppo e non avvenivano anche negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento. E forse anche prima. Per questo reputo utile approfondire l’argomento del “bullismo e violenze da Freud in poi”.

In un modo o nell’altro, o ne siamo stati vittime o ne siamo stati testimoni. Però, in quegli anni non c’erano i telefonini con foto e video camere. Ma c’erano i ricatti. Quelli c’erano all’epoca. E anche in quegli anni tutti sapevano sempre qualcosa di qualcuno. Di qualcuno che cedeva al ricatto. Oggi si ha più paura, perché la società è notevolmente peggiorata e i molto distratti genitori (quelli che pensano che certe cose capitano solo agli altri) non permettono più ai figli di sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto. Li imbottiscono di PalyStation e TV. “Programmi educativi”, dicono. Crescere condividendo poco o quasi nulla con l’ambiente circostante porta all’individualità, antitesi comportamentale del concetto di solidarietà.

Bullismo: ‘Erano bravi ragazzi’, sembravano

Le violenze e il bullismo sono la piaga del terzo Millennio.

Troppo spesso si sente dire “erano bravi ragazzi, che inseriti all’interno di un gruppo si sono lasciati andare a compiere azioni che singolarmente probabilmente non avrebbero compiuto”. Il vero problema è credere che queste considerazioni siano analisi. Bisognerebbe chiedersi perché accadono? E perché sempre più di frequente? Nel libro “La psicologia della massa e l’analisi dell’io” (Massenpsychologie und Ich-Analyse), Sigmund Freud sostiene che questo fenomeno dipenda dal fatto che l’uomo storicamente è stato un “uomo gregario” e con ciò un essere collettivo che viveva la sua vita basata sull’“istinto gregario”.

Nello stesso modo come l’uomo primitivo potenzialmente esiste in ogni individuo, la “gregge primordiale” può nascere di nuovo in ogni raduno. Questa tendenza costituisce un tipo di eredità arcaica. Quando fa parte di un gruppo, il singolo individuo regredisce a un livello di funzione psicologica più primitivo. Una tale esperienza può essere cosi forte che l’individuo perde totalmente la sensazione di essere un individuo. Questi meccanismi spiegherebbero perché i tedeschi seguivano Adolf Hitler, gli italiani Benito Mussolini…

Nei tempi passati, queste forze istintive hanno guidato i popoli. Ciò significa che esiste un meccanismo per cui, in determinate situazioni, la base istintuale innata e geneticamente trasmessa di generazione in generazione, riemerge con forza fino a sovrastare e soffocare, inibendone gli effetti, lo strato culturale che l’uomo ha costruito nel corso dei millenni. In molti concordano sul fatto che la teoria freudiana sta a significare che la spinta psicologica che genera queste violenze si riduce a far leva sulla forte propensione dell’uomo a sentirsi partecipe di una collettività, poco importa se questa collettività persegue un fine razionale o meno (lanciare sassi da un cavalcavia sia un’attività poco razionale e che cagionare danno fine a sé stesso non porta nessun guadagno).

Secondo Freud, il senso di “appartenenza” è talmente forte da minare alla radice la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni… Oppure, anche comprendendole, è talmente cogente da consentire di superare questa percezione negativa. Sarebbe una forza, una pulsione che pervade l’individuo offuscando la capacità di discernere le azioni “positive” da quelle “negative”, in termini di guadagno. “In questa ipotesi – spiegano diversi psicoanalisti – non dovremmo trovarci in un contesto relazionale gerarchizzato, non dovremmo reperire una stratificazione del “controllo” dei meccanismi di funzionamento del gruppo insita fra i componenti stessi del “branco” che segnalano l’esistenza di caratteri o personalità dominanti e altre in subordine”.

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“Ciascuno agirebbe partendo da un presupposto pulsionale livellato – privo di alti, i leaders, e di bassi, i gregari – similare poiché l’appartenenza dilata questa eredità arcaica… Non è, o non sarebbe dunque l’emulazione la molla che muove l’individuo. Il “branco” si muoverebbe come un unico corpo, un’unica bestia costituita dalla somma dell’eredità arcaica individuale di ciascun appartenente al gruppo stesso”. Affascinante e assolutamente inquietante… L’anamnesi psicologica di alcuni individui coinvolti in efferati delitti ha portato alla luce caratteri alquanto controversi… Spesso i comportamenti devianti di alcuni fungono da traino rispetto agli altri, una sorta di gerarchia.

Personalità dominanti che “plagiano”, fra apici nel tentativo di stemperarne il significato, gli altri individui che nella supposta scala gerarchica stanno ai gradini inferiori… A differenza della precedente ipotesi, altri psichiatri e psicoanalisti ritengono che “si tratta di soggetti abbastanza fragili dal punto di vista caratteriale che, pur di essere accolti nel “clan”, si sottopongono a veri e propri riti d’iniziazione. In altre circostanze si assiste a comportamenti indotti da “emulazione coatta”, in virtù dei quali l’individuo è spinto ad agire solo per una disposizione ad emulare chi, all’interno del gruppo, è identificato come il leader”.

La teoria di Freud e l’ambiente circostante

In ogni caso emerge che l’ambiente è fortemente condizionante… Si provi ad immaginare un individuo, un singolo, intelligente, capace, con una potenzialità enorme. Inseriamolo in un ambiente assolutamente degradato e isolato… Non c’è bisogno di andare in Africa, parlo proprio dei sobborghi suburbani di grandi città quali Roma, Napoli, Genova, Torino… Converrete che queste potenzialità, non opportunamente sfruttate o coltivate, per effetto dell’impossibilità oggettiva determinata dall’ambiente culturale, familiare e scolastico, molto probabilmente sono destinate a soccombere.

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Il bullismo è un grave disagio sociale. C’è bisogno di forte contrasto.

Nella giungla metropolitana emergono e si esaltano nuove qualità peculiari – la forza fisica, la prepotenza, l’aggressività, la capacità di guidare un clan o vivere all’interno di un “branco” – gli altri aspetti, quelli magari più prettamente relazionali, sono spesso, purtroppo, messi in secondo piano, non sono utili allo scopo: sopravvivere ed affermarsi nel proprio ambiente.

Non quindi una predisposizione genetica o ereditaria, ma una propensione ambientale, specialmente se si vive in un quartiere degradato, che confina con campi nomadi, baracche abusive e miseria, oltre che con una discarica e con l’autostrada, e per di più questo quartiere, Falchera, è isolato dal contesto cittadino perché è stato costruito per fare in modo che la gente ci resti dentro (un misto tra un labirinto e un carcere), non bisogna meravigliarsi di ciò che accade.

E’ una polveriera, tutti lo sanno e tutti fanno finta di non sapere. Anche i sindaci che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni. Bisognerebbe chiedersi chi sono questi bulli, individuandoli e cercando di neutralizzarli, con le buone o con le cattive maniere, e poi bisognerebbe chiedersi perché si comportano così. Ma fino ad ora, tra le persone che potevano fare qualcosa per evitare le violenze di gruppo a Margherita, la ragazzina violentata da settembre 2014 a gennaio 2015 in un garage di quel quartiere dormitorio, pare che nessuno si sia fatto queste domande.

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Per la verità, di domande non devono essersene fatte neppure le persone che stavano vicino a Nadia, la ragazzina di 14 anni suicidatasi buttandosi dal tetto di un ex albergo a Cittadella, o ad Amanda Michelle Todd, o a Kayla Marie Wright, oppure a Carolina, la ragazza di Novara di quattordici anni morta dopo essersi gettata dal balcone di casa. L’elenco è lungo e conta anche ragazzini omosessuali vittime di abusi di ogni genere. Da Roma a Torino, da Milano a Lecce, passando per Napoli e così via.

Secondo il dottor Luca Coladarci, psicologo e psicoterapeuta di Roma, “Il bullismo è una forma di violenza caratterizzata da sistematiche e continue azioni di sopruso e prevaricazione compiute da un bambino oppure da un adolescente, il cosiddetto bullo, nei confronti di un altro bambino o adolescente, cioè la vittima di bullismo, percepito come “debole” o “diverso” per caratteristiche che possono essere comportamentali, fisiche, intellettive, orientamenti religiosi o sessuali. Inoltre, tali azioni di bullismo possono essere messe in atto sia da una singola persona oppure da un gruppo, molto spesso definito branco. Nei vari episodi di bullismo, è possibile distinguere due diverse tipologie: il bullismo diretto e il bullismo indiretto. Nel caso di bullismo diretto, ci troviamo di fronte ad esplicite azioni violente nei confronti della vittima, azioni violente che possono essere sia di tipo fisico, come lo spingere, il picchiare, il far cadere e sia di tipo verbale, come le offese e le prese in giro insistenti e ripetute”.

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Il bullismo e la persistenza delle azioni

“Nel caso del bullismo indiretto – ha prosegueito il dottor Coladarci – ci troviamo di fronte ad azioni e comportamenti che hanno come obiettivo quello di danneggiare la vittima nelle sue relazioni con gli altri: esempi di bullismo indiretto possono essere la diffusione di calunnie o notizie false nei confronti di una persona, il suo sistematico isolamento oppure la sua esclusione da un gruppo. Quando le azioni di bullismo si verificano attraverso il telefono cellulare oppure attraverso internet, come ad esempio sui social network,, si parla di cyberbullismo”, ha spiegato ancora.

Nel bullismo, quindi, c’è persistenza nel tempo poiché le azioni dei bulli possono durare per settimane, mesi o anni e c’è asimmetria nella relazione, vale a dire uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, ad esempio per ragioni di forza, di età, di genere e per la popolarità che il bullo ha all’interno del gruppo di suoi coetanei. “Anche se negli ultimi decenni è molto alta l’attenzione verso il fenomeno del bullismo, non è così semplice quantificarlo con precisione: tanti, infatti, sono i casi che non vengono alla luce oppure nei quali le vittime non riescono a sottrarsi alle prepotenze dei bulli. Comunque, secondo numerose ricerche nazionali ed internazionali l’incidenza media del fenomeno è di circa il 15-20% nel mondo giovanile. Rispetto ad elementi quali il sesso o l’età, inoltre, è emerso come episodi di bullismo possano riguardare sia i maschi che le femmine”.

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I ragazzi mettono in atto prevalentemente azioni di bullismo diretto, colpendo in maniera indifferente sia maschi che femmine. Le ragazze, invece, molto spesso utilizzano forme di bullismo indiretto prendendo di mira principalmente altre coetanee dello stesso sesso, con una prevalenza di episodi di diffusione di informazioni calunniose o false sul loro conto. Il fenomeno è piuttosto complesso e le cause che lo determinano possono essere molteplici: la personalità individuale, i modelli familiari, le dinamiche di gruppo che trascendono il singolo individuo oppure gli stereotipi imposti dai massa media, sono tutti fattori concomitanti che in misura maggiore o minore contribuiscono al determinarsi di questo fenomeno.

“Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche, per chi è vittima di episodi di bullismo esse possono essere molto significative. Infatti, le continue azioni di sopraffazione possono determinare in età adulta vissuti di disagio piuttosto importanti. Inoltre, nei casi in cui le sopraffazioni si protraggono nel tempo, le vittime spesso intravedono come unica possibilità per sottrarsi al bullismo quella di cambiare scuola, fino ad arrivare in casi estremi all’abbandono scolastico. Nel lungo periodo, le vittime di azioni di bullismo possono mostrare una svalutazione di sé e delle proprie capacità, un senso di sfiducia verso se stessi e gli altri, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare vissuti psicologici quali la depressione oppure l’ansia”.

2 commenti
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  2. Tecla
    Tecla dice:

    Perché? Perché tutto questo?! Non c’è da meravigliarsi no, e a mio avviso solo perché nonostante questo fenomeno sia vecchio, non si è riusciti ancora a creare una pena giusta per tutti coloro che commettono questa crudeltà. Oggi succede, domani è già dimenticato. Questa è l’Italia! Processi che durano anni, avvocati che mangiano soldi… “eh si, bisogna studiare bene il caso, capire, esaminare, indagare” Cosa, cosa c’è da capire?! Solo ad una cosa bisogna pensare e cioè ad una persona che è stata vittima di violenza. Una persona che ha subito, che soffre, che ha visto segnarsi in modo indelebile il Cuore da una cicatrice che MAI si potrà rimarginare. Una persona che NON è più LIBERA ma schiava di quella ferita che tanto logora anche la sua mente!

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  3. Tecla
    Tecla dice:

    Si. Condivido in pieno. Secondo me inoltre, il degrado sociale è solo conseguenza del degrado familiare. Come si può pretendere un cambiamento se non esistono più regole neanche per le piccole cose?! Vediamo genitori presi da mille faccende, tanto da non riuscire a gestire neanche più se stessi. Non esiste più quel fuoco, quel calore che tiene unita la Famiglia e che rappresenta il motore della società, ovvero del comportamento dell’Uomo nei rapporti con gli altri. Si. Si perché esso è il perno dal quale scaturiscono regole, valori, principi.
    Quanto ai servizi sociali dico solo di studiare bene prima se stessi e i loro comportamenti, che sono dettati da leggi che vanno modificate affinché esse possano essere meno “formali” e più sensibili e concreti nei riguardi di chi, schiavo dei soprusi, ci RIMETTE LA VITA.

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