Nella sezione Attualità di MC Blog, attraverso reportage, racconti, interviste, inchieste e quant’altro ti racconto, nel bene o nel male, aspetti curiosi e particolari del nostro tempo. Tanti spaccati della società contemporanea, fatti di tendenze sociali, avvenimenti, scoperte e molto altro

Next generation: i ”nostri” ragazzi col cervello in scatola

Cosa intendo per next generation in scatola? Entri in un bus o in un tram o nella metropolitana e, a parte i poveri e quasi decontaminati vecchietti ultra settantenni, nessuno ti guarda. Non solo non si accorgono di te, ma neppure che il mezzo su cui stanno viaggiando si è fermato. Dai cinquanta ai trent’anni sono tutti intenti a sorridere al loro luminoso smartphone. Spesso gli fanno anche le faccine. Altro che tecnologia. Quando devono mettere a fuoco un barcode o peggio un codice QR sembra debbano spararti con un vecchio ma ben funzionante kalashnikov. Altro che Mortal Kombatt…

Dai 30 anni in giù poi, neppure una ginocchiata nei “santissimi” riuscirebbe a distrarli. Il sesso? Quello ormai lo fanno per lo più su Facebook, su Netlog, su Skype, su WhatsApp e via discorrendo. Insomma, via chat e foto. Fanno sesso con la veccia Federica, la mano amica, e immaginano di accoppiarsi con quella bella ragazzina che c’è dall’altra parte della cam.

Se vogliamo dirla tutta, questa tristissima situazione si ripropone sulle spiagge, dove una volta c’era il gioco degli sguardi alla ricerca dell’anima gemella o del compagno di giochi, e lo notiamo nei supermercati, dove spiavamo le offerte che la signora Furba aveva messo nel proprio carrello o ci si fermava intere mezzore a fare pettegolezzo. Si manifesta in tutti gli angoli di strada che percorriamo.

Fateci caso, la stragrande maggioranza delle persone che ci capita sotto gli occhi non capisce molto, soprattutto non molto rapidamente, e frequentemente non sembra avere opinioni, opinioni proprie intendo. Spesso, sembra faticare a fare la somma di più parole per mettere insieme una frase. Quella stessa gente che su internet ha sempre un’opinione chiara e definita, che scrive ovunque, che sembra in grado di distribuire saggezza per tutti…

Mi chiedo da diversi anni, e questo mi conferma che sto diventando tollerante e non intollerante, come sia possibile che su qualunque accadimento, Ebola, Strage di Bologna, Guerra di Gaza, Ice Bucket Challenge, crisi economica, scandalo del Mose e chi più ne ha più ne metta, ognuno di questi sappia la Santa Verità?

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Sono sempre loro, e solo loro sono i depositari del vero assoluto, del bello che più bello non si può, del giusto che più giusto è solo un’ingiustizia. Questi ebetini ipnotizzati dal telefonino, quel telefonino a cui ogni tanto sorridono pure, pontificano su qualsiasi cosa: sperpero d’acqua, biodiversità, ambiente, economia, calcio… Da dietro uno schermo sembrano sapere tutto. Qualcosa ha successo? E’ una cagata pazzesca. Magari fasulla.

Poi un giorno, li vedi e le vedi piangere come bambini a cui hanno rubato il ciuccio facendogli pure una pernacchia. Hanno perso tutta la saccenza di cui si erano vestiti (non era saggezza?), sono spogli delle loro finte e inutili sicurezza che urlavano a colpi di lettere maiuscole e punti esclamativi. Scoprono di essere normali. Di essere di carne e ossa. Di essere vulnerabili, molto più di quanto potessero immaginare. Hanno scoperto come va il mondo…

Tanta saggezza e furbizia dispensata ai quattro venti e non si erano accorti che il nostro mondo è pieno di padri e madri che fanno finta di non vedere che il figlio cammina come un’alce dopo una notte di droga, di mogli e mariti che tradiscono e di vicini di casa non sempre tifano per la squadra del cuore, a volte ammazzano anche i figli. Non si accorgono che, a volte, queste cose capitano anche a loro e non solo agli altri. Svegliatevi. Uscite fuori da quelle scatolette diaboliche…

Trattamento Sanitario Obbligatorio: davvero nessuno è Stato?

L’ultima vittima nota del Trattamento Sanitario Obbligatorio, al momento in cui scrivo, è del 2015 e si chiama Andrea Soldi. Era di Torino. Aveva 45 anni al momento della morte. I referti dell’autopsia dicevano che non era stato strangolato, ma era evidente una forte compressione a livello del petto. Testimone di una morte violenta, confermata dalla consulenza autoptica consegnata dal medico legale Valter Declame al procuratore Raffaele Guariniello.

Andrea è morto strozzato. Strozzato dal Trattamento Sanitario Obbligatorio. Soffocato dal braccio di un vigile che lo ha stretto al collo con troppa forza, tanto da provocare un “violenta asfissia da compressione”. La sua storia racconta che era affetto da schizofrenia, che era esuberante, stravagante, che era un omone molto amato nel quartiere, conosciuto e benvoluto da tutti. Potenziamente innocuo. Però è morto.

E’ deceduto in ambulanza dopo un trattamento sanitario obbligatorio. Anche lui. Mi restano due domande umane e intime: si poteva evitare il suo decesso? Si poteva evitare il tso? La stessa domanda che mi sono posto, insieme ad altre migliaia di persone, anche se in questo caso il tso non ha colpe dirette, quando il 30 luglio 2015 è morto Mauro Guerra, che avrebbe rifiutato un trattamento sanitario obbligatorio, aggredito un carabiniere e tentato di scappare.

A quel punto è stato freddato dal collega del militare nei campi di Carmignano di Sant’Urbano. Prima ancora mi ero fatto la stessa domanda il 12 luglio 2015 quando, in ambulanza, mentre veniva sottoposto a tso, era deceduto l’imprenditore di Penna San Giovanni, Amedeo Testarmata. L’uomo, disoccupato, viveva con i genitori e la sorella e da tempo manifestava problemi psichici e depressione.

Quella sera, la sorella si accorse che Amedeo non stava bene e chiamò il medico curante. Testarmata vietò l’ingresso in camera al medico e questi chiese l’intervento dei carabinieri e del 118 per sottoporre il suo paziente al trattamento sanitario obbligatorio. Cercò di impedire anche l’ingresso del personale medico.

Accusò un malore e fu trasferito nell’ambulanza, dove morì. E indovinate cosa mi domandai il 24 settembre 2014, quando morì un pensionato di 64 anni, che soffriva di problemi psichiatrici, dopo essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio al Sant’Ambrogio di Torino? E non si poteva fare diversamente il 31 luglio del 2009 quando morì Francesco Mastrogiovanni, deceduto nell’ospedale psichiatrico di Vallo della Lucania, in provincia di Salerno?

Quello di Mastrogiovanni è un caso eclatante, che ebbe anche molto eco mediatico. Fu prelevato dalle forze dell’ordine in un campeggio del Silento dove si trovava in vacanza. Il sindaco del comune di Pollica, Angelo Vasallo (ucciso nel 2010 in un attentato a matrice camorristica) aveva ordinato il tso perché sembrava avesse disturbato la quiete pubblica guidando in maniera spericolata.

Eppure, il soggetto da sottoporre a tso in ospedale si era mostrato tranquillo. Nonostante ciò lo avevano legato mani e piedi al letto per più di 82 ore consecutive. Lo hanno slegato solo dopo la morte per edema polmonare. A testimoniare la sua agonia un filmato pubblicato per volere dei familiari nel sito dell’Espresso. Nudo o con addosso solo un pannolone, che sanguina per via dei lacci ai polsi e alle caviglie. Quando il sangue tocca terra qualcuno lo pulisce, nessuno però lo asciuga dal suo corpo.

Articolo 32

Carta Costituzionale

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti al rispetto della persona umana”

L’allucinante caso Uva col trattamento sanitario obbligatorio

Visto che abbiamo citato un caso eclatante come quello di Mastrogiovanni, come dimenticarsi di Giuseppe Uva, morto a 43 anni? Era stato fermato ubriaco alle 3 del mattino, a Varese. Era il 14 giugno del 2008. Lui e un suo amico furono portati in caserma.

Qui Uva, secondo la ricostruzione fatta dal senatore Pd Luigi Manconi, “è rimasto in balìa di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all’interno della caserma di via Saffi”. Il suo amico, nella stanza accanto, sente due ore di urla incessanti, chiama il 118 per far arrivare un’ambulanza. “Stanno massacrando un ragazzo”, sussurra all’operatore del 118, che chiama subito dopo in caserma e chiede se deve inviare davvero l’autoambulanza.

“Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi”. E infatti, alle 5 del mattino dalla caserma di via Saffi parte la richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, Uva viene trasferito al reparto psichiatrico dell’Ospedale di Circolo.

Il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso. Anche nell’ultima notte di vita di Uva, c’è molto da chiarire. Ferite, lividi sul volto, sangue sui vestiti, una macchia rossa tra pube e regione anale. Perché il 118 non è intervento dopo una telefonata tanto chiara, che riporto di seguito?

  • Biggiogero: “Sì buonasera sono Alberto Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?”.
  • Operatore del 118: “Sì, cosa succede?”.
  • Biggiogero: “Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo”.
  • Operatore del 118: “Ma in caserma?”.
  • Biggiogero: “Eh sì”.
  • Operatore del 118: “Ho capito. Va bene adesso la mando eh”.
  • Biggiogero: “Grazie”.
  • Operatore del 118: “Salve salve”.
  • L’uomo che risponde al centralino del 118 ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza.
  • Carabinieri: “Carabinieri”.
  • Operatore del 118: “Sì salve, 118”.
  • Carabinieri: “Sì?”.
  • Operatore del 118: “Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?”.
  • Carabinieri: “No, ma chi ha chiamato scusi?”.
  • Operatore del 118: “Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza”.
  • Carabinieri: “Un attimo che chiedo”.
  • Dopo qualche minuto…
  • Carabinieri: “No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi”.
  • Operatore del 118: “Sì, sì, non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao, ciao”.

Nella denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrisse così la scena dell’incontro tra Uva e un militare dell’Arma: “Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”, quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse”.

Stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un militare che avrebbe coinvolto anche altri suoi colleghi. Sette anni di indagini non sono riusciti a chiarire cosa sia successo durante quelle due maledette ore in caserma. Dopo dieci anni di processo, i due carabinieri e i sei poliziotti rinviati a giudizio sono stati assolti.

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Il TSO è una pratica incivile di uno Stato incivile

Non c’è dubbio sul fatto che ottenere l’autorizzazione per praticare un trattamento sanitario obbligatorio, qui in Italia, è troppo facile. Il tso può uccidere e a volte al solo nominarlo si può abbinare un decesso. Non a caso è nato il Comitato d’iniziativa antipsichiatrica, che porta avanti liberamente, una campagna per la tutela e la difesa dei diritti dei soggetti sottoposti a tso.

“Chi ha a cuore il diritto all’autodeterminazione proprio di ciascun essere umano, sa che la strada maestra non è tanto rappresentarlo davanti ai poteri forti o, peggio ancora, come fa la psichiatria delle “buone pratiche”, far passare tale diritto come una concessione benevola del tecnico illuminato che ne gestisce gli spazi di libertà. Dovrebbe essere chiaro che dovremmo essere pronti, attrezzati e orientati piuttosto a sostenere materialmente chi autonomamente sceglie, in maniera più o meno condivisa dal suo contesto socio-familiare, di fare a meno della psichiatria e rivendicare il proprio diritto di scelta e la propria visione delle cose”.

Ancor più chiaro Renato Foschi, docente e ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato che “la morte di Francesco Mastrogiovanni, che ha scoperchiato un “vaso di Pandora” fatto di coercizioni e morti durante un trattamento sanitario che vorrebbe solo aiutare il paziente. I morti durante i tso non sono un numero irrilevante. Il tso è un dispositivo contenuto nella legge 180/78, la Legge Basaglia, e poi nella 833/78, legge di istituzione del Servizio sanitario nazionale, che consente la sospensione della libertà individuale e il ricovero coatto sulla base di una ordinanza del sindaco e due certificati medici che sanciscano l’urgenza del caso. Le condizioni per attuare un tso sono: l’urgenza, la mancanza di possibilità di cura extra-ospedaliera e il rifiuto di cure da parte del paziente”.

E prosegue. “Il tso dura sette giorni ed è ripetibile una volta in sequenza e più volte nel corso della vita. Il mio libro, “La libertà sospesa. Il trattamento sanitario obbligatorio e le morti invisibili” fa luce su alcuni aspetti giuridici, psicologici e psichiatrici legati al tso su cui ritengo sia bene riflettano sia medici, infermieri, psicologi, sia i pazienti. A mio parere, il problema principale dell’epistemologia della medicina è la difficoltà a fare i conti con la ragionevolezza di certe “malattie”, continuando a “ristrutturarle” sulla base di nuove cure e terapie…“.

Le malattie psichiatriche, sotto questo aspetto, sono prototipiche. Certo se poi qualcun altro che non sia il malato, ci guadagna, sarà difficile andare oltre la retorica. Ad esempio, quanto costa un tso al giorno? Quanto costa la somministrazione di un nuovo farmaco antipsicotico? Una giornata di ricovero in Italia varia dai seicento ai novecento euro e ci sono neurolettici che possono arrivare a costare molto“.

Infine, Foschi cala l’affondo: “I reparti psichiatrici italiani sulla base di circa diecimila tso all’anno, dati Istat, riescono ad avere quindi dei rimborsi milionari. Inoltre, a prescindere dalla bontà dei sistemi di cura e di diagnosi psichiatrica, che sono costantemente messi sotto accusa da un numero crescente di studiosi ed ex pazienti, le cure coercitive partono dall’idea che ci siano casi in cui sia necessario sospendere la libertà individuale come se il paziente potesse sempre essere potenzialmente un pericoloso criminale”.

“Come generalmente si temono i criminali, così si si può temere il malato di mente. Si crea un sistema di controllo valido per entrambi. La preoccupazione dei fautori del tso per il malato potrebbe in primo luogo mascherare preoccupazioni di altro genere. E ci sono alcuni progetti di legge che vogliono che diventi una pratica più lunga”.

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A proposito di canapa: ma piantatela tutti di aiutare le mafie

La canapa? Ma piantatela tutti! Non vi sto invitando a fumarla e neppure a coltivarla. Che ciascuno faccia pure come gli pare. Dico solo che l’economia mondiale e l’ambiente non possono più fare a meno delle materie prime alternative. Osteggiata dalle lobby proibizioniste, la canapa è indispensabile come coltura alternativa a quelle tradizionali destinate all’alimentazione, che rappresentano un mercato ormai saturo. Siccome mi piace studiare, conoscere, sapere, ho fatto un “viaggio” nel mondo di una pianta affascinante e dai mille usi.

Un viaggio in quel Paese chiamato Italia, che fino allo stop imposto dal Decreto Cossiga, era uno dei maggiori produttori di canapa e, quindi, di fibra e di materiali utili per produrre energia (che i cittadini pagano a caro prezzo) pannelli assorbenti, corde, tende, vele… Ma cos’è la canapa? E’ una pianta a fiore che, insieme al luppolo, completa la famiglia delle cannabinacee. E’ originaria dell’Asia centrale e sacra per la gente hindu e fin dai tempi più antichi, nelle sue tante varietà, era coltivata in tutto il mondo. Fino al diffondersi delle lobby proibizioniste, quelle aggregazioni di poteri occulti legati al petrolio, al mercato dei farmaci e ai produttori di materiali edili.

Di questa pianta si usa praticamente tutto. E’ un po’ come il maiale, non si butta via nulla. Il fusto della canapa, tanto per cominciare, costituisce materia prima per la produzione di una carta resistente e duratura, di fibre tessili, di fibre plastiche e di concimi naturali. In medicina, umana e veterinaria, le foglie e i fiori di questa resistentissima pianta possono essere utilizzati come antinfiammatori e antidolorifici. Con la canapa, inoltre, si producono ottimi cosmetici, come creme e saponi. Ma non solo. In teoria si potrebbero anche costruire automobili di canapa. Basti pensare che la Ford nel 1923 aveva realizzato il Modello T, un prototipo composto per il 60% di derivati dalla canapa e della soia.

Pensate che l’elenco degli impieghi della canapa si sia esaurito? Errore. Grave errore. Anche molte case sono realizzate in gran parte con derivati dalla cannabis: vernici, colle, mattoni, rivestimenti… Non ultimi per importanza, i semi sono ricchissimi di acidi linoleici, vitamine e amminoacidi essenziali e possono essere usati per la spremitura di un olio ottimo da usare a tavola, ma valido anche come combustibile. Tutte queste cose, una volta, erano note a tutti, ma poi, con l’avvento del proibizionismo, si è diffusa una controcultura che denuncia un uso di cannabis quasi esclusivamente ricreativo.

In questi anni di grandi preoccupazioni per l’ambiente tutti devono sapere che per l’inquinamento, l’effetto serra e la distruzione delle foreste esistono anche delle vere soluzioni e non solo dei palliativi. La canapa sta a dimostrarlo. Giorno dopo giorno. Settimana dopo settimana. Anno dopo anno. Anche chi ha scelto di investire sulla canapa lo sa bene. Molti altri fanno finta di non saperlo. La maggior parte non lo sa davvero. Te lo ripeto: con questa pianta si potrebbero salvare ogni anno centinaia di milioni di alberi, produrre ogni tipo di tessuti, fabbricare carburanti, materie plastiche e vernici non inquinanti.

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Gli oli e i semi di canapa sono ricchi di proteine

Con i semi della canapa e con l’olio che da essi si ricava si potrebbe colmare la carenza di proteine dei Paesi in via di sviluppo. Salvare l’ambiente, produrre la carta in modo non inquinante e senza sacrificare gli alberi, sostituire i prodotti chimici del petrolio (migliorare i conti con l’estero e creare nuovi posti di lavoro). La fibra della canapa è molto resistente e durevole e può essere resa fine quanto si vuole. Può convenientemente sostituire le fibre sintetiche ed il cotone, la cui coltivazione è molto inquinante. Il legno, molto ricco di cellulosa, è un sottoprodotto a costo zero una volta estratta la fibra. La canapa ne produce quattro volte di più rispetto ad una uguale superficie di bosco. È possibile quindi fabbricare senza inquinare una carta che dura centinaia di anni.

La pianta della canapa si può coltivare in pianura, al mare, in collina e perfino in montagna fino ai mille e cinquecento metri di altezza sul livello del mare. Praticamente la si potrebbe coltivare un po’ dappertutto.  “Per poter germinare la pianta di canapa deve trovare un terreno umido. Proprio per questo, nel Centro Sud si semina da metà febbraio a metà marzo, mentre al Nord da metà marzo ai primi di aprile. La pianta della canapa non teme neppure le gelate tardive. Quelle che nel 99% dei casi fanno strage di molte piante. Per seminare, si impiegano normali seminatrici da grano con distanza compresa tra i quindici e i venti centimetri tra le file e disco adattato per la canapa”, mi spiega Felice Giraudo, presidente del coordinamento nazionale Assocanapa.

Per colture da fibra tecnica si seminano cinquanta chili per ettaro (in caso di destinazione tessile le densità sono maggiori), per le colture da seme bastano venticinque chilogrammi per ettaro. Attenzione, però: la canapa ama i terreni umidi, ma morirebbe subito se si verificasse un ristagno di acqua.

“Se seminata con una buona tecnica, la canapa non richiede diserbo. Nei terreni ricchi di azoto, la concimazione si rivela inutile, anche se il terreno è povero di fosforo. La pianta resiste alla carenza di acqua più di tutte le altre colture industriali. Nel 2003, nella stessa località, il mais non irrigato è morto, mentre la canapa non irrigata ha prodotto il -30%”, mi spiega ancora il numero uno di Assocanapa.

Le varietà più adatte alla produzione sono quelle italiane. Le varietà selezionate per i climi più freddi, se piantate in Italia, vanno in prefioritura e di conseguenza bloccano la crescita della pianta. “La canapa da fibra tecnica si raccoglie a fine agosto. Si taglia con la falciatrice, si lascia in campo per circa quaranta giorni, per una prima macerazione, e poi si rotoimballa. Oppure si lascia in campo fino a metà novembre e si rotoimballa direttamente. Solo che così facendo si perde parte del canapulo. La raccolta della canapa da seme avviene tra settembre e ottobre. Si raccoglie con una mietitrebbia modificata. La canapa da fibra tessile si raccoglie a luglio, prima che avvenga la fioritura. Si taglia con un apposito macchinario e si rotoimballa con una pressa da lino”.

Le rese produttive della canapa sono sempre alte

La canapa dà rese produttive elevate nei terreni delle pianure alluvionali. Con le varietà italiane, la resa media in sostanza secca sfiora i 130 quintali per ettaro (esistono record di 210 quintali per ettaro). “La canapa migliora i terreni – argomenta Giraudo –. Dopo la sua coltivazione sono stati riscontrati consistenti incrementi delle produzioni di cereali e ottime performance delle colture orticole”, riferisce il “numero uno” di Assocanapa. A cosa sono dovuti questi miglioramenti che non sono frutto di studi scientifici, bensì di sperimentazioni individuali?

“Il miglioramento è attribuito a diversi fattori. La canapa raggiunge con la radice profondità notevoli dove preleva i nutrienti che in seguito, spogliandosi delle foglie, in parte restituisce allo strato superficiale. Un altro fattore è legato alla presenza, nella canapa, di sostanze con proprietà battericide e insetticide. Senza dimenticare che durante la fase vegetativa, queste piante trattengono notevoli quantità di azoto prelevato dal terreno”. Ma si può coltivare?

“La canapa in Italia si può coltivare, a condizione che venga coltivata una varietà a basso tenore di thc, inferiore allo 0,2%. La si trova senza alcun problema nel Registro europeo delle sementi. Deve essere seguita la procedura stabilita dalla circolare numero 1 dell’8 maggio 2002 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le piante di canapa sono autodiserbanti e lasciano il campo ripulito dalle erbacce infestanti. Non esistono motivi validi per cui bisognerebbe vietarne la coltivazione. È una pianta come le altre”. Forse migliore. Di seguito, come spesso faccio, ho raccolto una serie di prodotti di ottima qualità. Sono tutti ad uso alimentare o ricreativo e totalmente legali.

Scopri di più sulla canapa e sui suoi impieghi

Quello di Peppino Impastato è un omicidio di mafia e politica

È il 9 maggio 1978, quella notte muore a Palermo, ucciso dalla mafia (che è una montagna di merda) Peppino Impastato, l’uomo che combatte la delinquenza raccontandola a tutti i livelli e che proprio per questo motivo viene abbandonato dalla sinistra e dallo Stato. Trentanove anni dopo la sua morte, a Palermo decidono di aprire al pubblico, almeno nelle giornate commemorative, il casolare in cui venne ucciso il giornalista e conduttore radiofonico (di proprietà della signora Luisa Venuti) che scelse di non abbandonare mai la sua terra, anzi di sfidare la mafia e di combatterla raccontandola. Non è per questo che decido di parlarne sul mio blog.

Racconto la storia di Peppino Impastato perché, a mio parere, lui e Moro sono simboli di due Italie che cercano di lottare, negli “Anni di Piombo”, contro differenti mali: la mafia e il terrorismo. Infatti, quel 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento del cadavere del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, che avviene in via Caetani a Roma, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, in un paesino della Sicilia che si affaccia sul mare, Peppino muore dilaniato da una violenta esplosione. Siamo a Cinisi, trenta chilometri da Palermo, alle spalle dell’aeroporto di Punta Raisi, che oggi porta i nomi dei giudici antimafia Falcone e Borsellino. Giuseppe Impastato è un coraggioso giovane di 30 anni che milita nella sinistra extraparlamentare. Come molti altri ragazzi si batte contro la mafia che uccide la sua terra.

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali. Una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuano nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al Psiup, formazione politica nata dopo l’ingresso del Psi nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, “L’Idea Socialista” che, dopo alcuni numeri, viene sequestrato. Di particolare interesse un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967.

Il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino Impastato, che in una breve nota biografica scrive: “Arrivai alla politica nel lontano novembre del 1965, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al Psiup con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il Psiup due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile”.

E aggiunge: “Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il Sessantotto mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora ’na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E’ stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell’anno l’adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del Pcd. Il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione), è stato molto forte.

Commistioni di mafia e politica in Sicilia nell’omicidio

“Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso”, prosegue.

“Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all’altro, da una settimana all’altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito”, scrive ancora.

Poco più avanti, nella sua nota si legge: “Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all’alcool, sino alla primavera del 1972 (assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate). Aderii, con l’entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del “Manifesto”: sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno 1972. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo. Mi avvicino a “Lotta Continua” e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del “Manifesto”. Conosco Mauro Rostagno: è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni”.

Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispirano alle idee della sinistra “rivoluzionaria”, verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”.

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Il ”caso Peppino Impastato” e quelle strane condanne tardive

Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Gaetano Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.

Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata.

I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei Giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999, Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

Detto questo, c’è poco altro da aggiungere, a parte ribadire che la mafia è una montagna di merda. Ragazzi, ricordatelo sempre quando nella vita sarete chiamati a fare una scelta tra onestà e disonestà!

Scopri di più sul ”caso Peppino Impastato”

Pedalate accanto alla crisi e parole in libertà

Imbocco in un attimo corso Belgio, un lungo viale alberato senza né arte né parte, i negozi sono chiusi, a parte la gelateria Fiorio, il bar dall’altro lato della strada e la vicina edicola. È domenica, non c’è traffico, quasi nessun rumore, solo la macchina dell’Avis che col megafano invita la cittadinanza a donare il sangue.

Come sempre li trovi in piazza Fontanesi. Ma io non glielo regalo più il mio sangue. Rifiuto categoricamente, ma la rispetto alla lettera, quella loro regola che non permette di accettare sangue da omosessuali. Una regola che non sta né in cielo né in terra. Se gli dichiari di essere in un modo non accettano il tuo sangue, se non glielo dichiari lo accettano.

Un’autocertificazione “Iso” sulla parola. Ma va… Dicono che gli omosessuali hanno una vita sessuale a rischio, perché attiva. Il problema è che in vita mia ho conosciuto troppi eterosessuali, soprattutto gli sportivi, che hanno una vita sessuale molto più attiva e a rischio di chi preferisce andare a letto con lo stesso sesso.

Seguo gli insegnamenti familiari: non discutere con cretini, altrimenti chi ti vede potrebbe non capire la differenza. Affondo sui pedali della bici e mi lascio alle spalle piazza Fontanesi. In un attimo non ci penso più ai volontari dell’Avis, che sudano nell’attesa di un donatore che non si vede. Attraverso il ponte di lungo Dora Voghera, il fiume scorre nervoso e rumoroso come sempre. Me lo lascio alle spalle.

Mi sento disobbediente. Più del solito. Vorrei liberarmi di quasi tutto. Soprattutto da una crisi che non ho causato io e che comunque mi colpisce. Me, la mia famiglia, voi tutti, chi più, chi meno. Non si può neppure scappare, il mondo è in crisi. Dove non ci sono crisi economiche, ci sono guerre ecumeniche, o altri problemi.

Lascio la pista ciclabile. Una disobbedienza concedetemela. Tanto, la crisi mi (ti) cammina sempre a fianco. Giù per via Nievo, costeggio il parco Crescenzio in direzione Cimitero Monumentale, che nell’ambiente degli omosessuali e dei bisessuali di Torino è noto come parco de “i lumini” (dove la notte, a proprio rischio e pericolo, si cerca compagnia).

Apro una parentesi: secondo me, geneticamente parlando, gli omosessuali vengono subito dopo le capre di montagna. Fateci caso, dove sono situati i luoghi in cui si incontrano i gay (solo gli uomini)? I parchi (in città) o i lungo i fiumi (tra periferia e provincia). Mica solo a Torino. A Roma s’incontravano perfino nel giardinetto del Comune, poi soppresso da un sindaco gay. A Mikonos? Su per la montagna o al porto (di notte).

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

A Sitges in un bosco dopo la ferrovia, dove puntualmente si perdono. A Torre del Lago in una pineta. Alle Canarie fra le dune. A Torino al parco del Valentino (sul fiume Po), in piazza d’Armi (in mezzo alle caserme), all’interporto (in mezzo ai camionisti) e i lumini (di fianco ai morti). Avete ancora dubbi sul perché qualcuno dice che i gay sono diversi?

Arrivo al cimitero, è davanti a me con i suoi cancelli aperti, giro a destra, e percorro via Varano, una delle strade più grigie, tristi e angoscianti della città. Altro che Falchera e Le Vallette. Da un lato costeggia l’enorme cimitero dei misteri, dove si dice che le anime dovrebbero riposare in santa pace, mentre è più che certo che i satanisti lo usassero per i loro riti durante i week-end, proprio mentre a poche centinaia di metri migliaia di persone si divertivano ad organizzare rave party. A proposito del cimitero dei misteri, c’è ancora chi, come Rita Pavone, si chiede che fine abbiano fatto le salme dei propri familiari…

Dall’altro lato di via Varano c’è il nulla, fatto salvo un campetto da calcio quasi sempre vuoto. Per il resto, terreni non utilizzati in attesa di una destinazione. Sicuramente ci costruiranno qualcosa, ma cosa non è dato saperlo. Non palazzi. La vista cimitero non riscuoterebbe successo, neppure nella città più esoterica del mondo. Pedalo. Fa caldo, ma alla mia destra già costeggio il polmone verde nel quale voglio addentrarmi.

C’è odore di carne di maiale che cuoce e si affumica sul barbecue e insieme ad essa anche la carne del giovanotto probabilmente dell’est Europa che se ne prende cura sotto il sole. Biondo, giovanissimo, muscoloso, come i muratori, dalla cinta in su, sicuramente bello. S’impegna. Eccome se s’impegna. Deve grigliare per un po’ di gente. Comitiva mista e molto allegra, dai 20 ai 50 anni, un po’ come le ormai praticamente inesistenti comitive di calabresi 40 anni fa.

Torino, un caldo e molto soleggiato primo pomeriggio d’inizio estate, 39 gradi centigradi, parco Colletta, un meraviglioso corridoio alberato che corre lungo il Po (ex piana alluvionale) e che dopo averti fatto incontrare il fiume Dora incrocerà anche lo Stura. La mountain bike affonda le ruote nello sterrato.

Sembra lanciarmi una sfida, visto che la scorsa estate è rimasta chiusa in cantina a causa di una brutta infiammazione alla cuffia dei rotatori della mia spalla sinistra (curata con una corretta alimentazione, pomata di arnica e ghiaccio, altro che le infiltrazioni di cortisone che voleva farmi l’ortopedico). La strada va, pianeggiante per chilometri. La Pianura Padana è  così.

Il Po è tranquillo. Maestoso. Infido. Inquinato. Silenzioso. Giovani, ragazzi e ragazze, la crisi li ha allontanati dalle piscine a pagamento, sì anche da quelle comunali che non sono ad accesso gratuito nonostante le tasse tolgano la pelle di dosso al ceto medio e strozzino i tanti poveri. La crisi li ha riportati qui.

Al parco Colletta, un polmone verde che racconta milioni di storie. Anche storie d’amore. Nei prati verdi e non più invasi dalle pecore dei pastori di Pino Torinese e Valle Ceppi, incontri ancora giovani. C’è chi gioca a pallone, chi con il mitico freesbe, chi si fuma una canna. E non sono solo ragazzi dell’Est, o dell’America Latina. I cosiddetti nuovi torinesi (che poi di nuovo hanno davvero poco…). Sono tornati gli italiani. Tanti. Tantissimi.

Come succedeva al parco del Valentino sul finire degli anni Novanta. Solo che lì il fumo non fuoriusciva dai barbecue e soprattutto aveva un altro odore… Era un odore dalla tendenza sociale post-sessantottina. Comitive, famiglie, bambini, nonni, genitori, cani… Tutti nel verde, e ce n’è a volontà.

Anche per quelle coppiette che vogliono ritagliarsi attimi di privacy. Tipo due cuori e una capanna, per intenderci. La crisi ha tolto tanto agli italiani, ma a molti ha fatto riscoprire che c’è posto per tutti e che a volte può diventare anche piacevole ritrovarsi “al verde” ma un po’ meno soli di prima.