Nella sezione Attualità di MC Blog, attraverso reportage, racconti, interviste, inchieste e quant’altro ti racconto, nel bene o nel male, aspetti curiosi e particolari del nostro tempo. Tanti spaccati della società contemporanea, fatti di tendenze sociali, avvenimenti, scoperte e molto altro

Intervista: Rosamaria Aquino e l’accusa di terrorismo

Si chiama Rosamaria Aquino e la sua età (intorno alla trentina all’epoca della vicenda, 2012) ha poca importanza, perché niente può cancellare questa storia. Una spiacevole parentesi che ha condizionato la vita di una valida e coraggiosa giornalista. La vicenda ruota attorno ad un madornale errore della giustizia che, rubandole le parole, sarebbe più corretto definire “orrore” della giustizia cosentina. 

Rosamaria è giornalista professionista dal 18 giugno del 2010 e questa professione l’ha sempre intesa e vissuta come una vocazione. Nella redazione del quotidiano Calabria Ora è molto componente del comitato di redazione ed si rivela attiva e agguerrita nelle battaglie condotte a difesa dei diritti dei colleghi. Poco importa se si tratta dell’azienda di famiglia.

Nel 2010 si consuma il divorzio con il giornale e trova il coraggio di rimettersi in gioco, lasciando un giornale che non sente più “suo”. Una parentesi di un anno al Quotidiano della Basilicata, quattro mesi di collaborazione al Quotidiano della Calabria e tre mesi di sostituzione nello stesso giornale con la qualifica di redattore.

Poi, da precaria si ritrova disoccupata e, nel mese di gennaio 2013, matura la decisione di lasciare la Calabria. Perché? dal 7 luglio 2012 è costretta a vivere un incubo. Lei e un collega, la sera di quel 7 luglio vengono immortalati dalle telecamere di un negozio della zona, davanti ad una cabina telefonica, nella quale la polizia ritrova due bottiglie molotov, poche ore dopo la sentenza contro i poliziotti del G8 di Genova.

La Procura di Cosenza l’accusa di essere una terrorista bombarola, con tanto di avviso di garanzia inviato a lei, che abita poco distante dalla cabina telefonica in questione, e Michele Santagata. L’accusa è pesante come un macigno: porto illegale di esplosivi in luogo pubblico.

Dopo un lunghissimo anno, l’esame del dna conferma che i due giovani non c’entrano nulla con quelle due bottiglie incendiarie, tanto che il giudice per le indagine preliminari del Tribunale di Cosenza dispone l’archiviazione del caso. Il danno causato da questa vicenda paradossale è incalcolabile e irrisarcibile, come ci spiega più avanti la Aquino, costretta a cambiare città perché impossibilitata da un’accusa falsa a fare la giornalista.

La vicenda, nei suoi dettagli è più torbida di come sembra. Un mese prima del ritrovamento della molotov, Rosamaria viene sottoposta a interrogatorio della Digos per un altro allarme bomba, stavolta ai danni del Comune di Cosenza. Quella indagine la riguarda come attivista di un movimento contro il precariato non tanto tenero con l’Amministrazione, su cui ricadono i sospetti della Polizia. In una lettera inviata al direttore del Quotidiano della Calabria, dopo che viene confermato il test del dna, la Aquino ripercorre questa amara vicenda e scrive una frase a dir poco inquietante, che getta ombre ancor più cupe su tutta la vicenda.

“(…) Lei lo sa bene, dicevo, non perché glielo abbia raccontato io (ne avessi avuto il tempo, magari!), ma perché il sindaco Mario #Occhiuto, nonostante il segreto istruttorio, sapeva già tutto di questa indagine ed è arrivato in redazione prima di me. Rimasi attonita quando lei mi comunicò che il sindaco aveva telefonato in redazione dichiarando che la polizia “aveva le prove” del mio coinvolgimento, non prima, però, di essersi lungamente lamentato dei miei pezzi che riguardavano la sua azione amministrativa”.

“Anche quell’inchiesta, poi, è finita archiviata. Un mese dopo, quando è arrivata la seconda inchiesta, quella sulla molotov abbandonata, lavoravo ancora nella redazione del Quotidiano. Il sindaco continuava a lamentarsi dei miei pezzi e a informare passo passo la redazione e gli editori sulle mie vicissitudini giudiziarie. Era una situazione imbarazzante per tutti”.

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A questo punto, Rosamaria incalza. “Allora Lei, Direttore, mi disse che per tutelare me stessa insieme al giornale, sarebbe stato meglio per me non scrivere più notizie riguardanti il Comune di Cosenza, almeno fino all’esito degli esami del dna. Feci come mi suggerì. Scrissi di Rende, Zumpano, Castrovillari, di feste mondane e cronaca nera, di incendi soprattutto. Neanche più una riga sul Comune guidato da Occhiuto, senza gridare alla censura. Mi sembrava già una gran cosa che dopo quell’accusa il giornale mi facesse lavorare ancora lì. Oggi che le cose sono più distanti, se non meno dolorose, mi chiedo: perché questo collegamento immediato tra le lamentele del sindaco per la mia attività giornalistica ed un’indagine che, semmai, mi vedeva controparte della Questura? Insomma, che ci azzecca il dna prelevato per una indagine su un attentato alla Polizia con il Comune di Cosenza?”.

Il direttore risponde: “Sono domande che ci ponemmo allora e che ci poniamo anche ora, e che sono aggravate dai tempi davvero insopportabili dell’indagine. Lo scopo nostro, anche in accordo con il suo saggio avvocato, è stato quello di tutelarla. E ci è dispiaciuto che, nonostante convinte sollecitazioni, lei non abbia voluto continuare, per motivi estranei alla direzione del giornale e della redazione di Reggio Calabria, la sua prestazione professionale in quella redazione dove il suo contributo era stato unanimemente apprezzato”. Da questa vicenda, ultimo in ordine di tempo, nel 2016 nasce il libro dal titolo “Molotov. Storia di terrorismo immaginario”, edito da Round Robin Editrice. Ma la vita di Rosamaria, nel frattempo, è cambiata. E non per scelta sua.

Come e quando ti sei scoperta giornalista?

“Quando ho iniziato a “rubare” il mestiere ai colleghi della neonata Calabria Ora. La sera finivo il lavoro di segreteria e centralino e mi sedevo con loro ad appuntare i segreti del desk, o ascoltavo le loro telefonate. Si può dire che mi hanno insegnato tutto loro”.

Il primo pezzo che hai scritto. Ricordi di cosa parlava?

“Ho iniziato a scrivere al Quotidiano della Calabria, come collaboratrice. Raccontai di una cena tra Prodi allora presidente del Consiglio e alcuni imprenditori calabresi. Tutti i dettagli, dal menu alle conversazioni riservate. Il giorno dopo il pezzo uscì, ma firmato da un altro. Dissero che era troppo importante per essere firmato da una collaboratrice”.

La vista della tua prima firma su un giornale quanto ti ha stimolato?

“Abbastanza, il direttore il giorno dopo il pezzo (stavolta firmato) sulla frana di Cavallerizzo dove ero stata a bordo dei mezzi della Protezione civile mi fece i complimenti, ma poi mi fece subito capire che c’erano delle gerarchie e che quando avevo una notizia “grossa” dovevo sempre parlarne prima con lui. Io facevo un po’ come capitava e scrivevo anche cose troppo lunghe per un quotidiano”.

Cosa sognavi agli inizi? Come immaginavi questa professione?

“Non sognavo molto, ma macinavo marciapiedi e pezzi. Credevo che con le giuste tutele per chi scrive, per coloro di cui si scrive e per chi legge, si potessero raccontare i fatti e magari anche stabilire delle connessioni tra fatti, per spiegare la realtà. Questo aspetto più intellettuale mi appassionava molto, sicuramente più del giornalismo-fotografia. Aveva un aspetto politico, rivoluzionario. ‘Succede A, ma anche B’, proviamo a legarli per capire come mai”.

Ora cosa pensi? Si può essere davvero giornalisti liberi in una redazione di una casa editrice senza pagarne conseguenze amare?

“Sì, si può, credo. O meglio, tu puoi continuare ad esserlo, ma non puoi prescindere dal contesto che libero non è. Per esempio devi cercarti molte tutele, coinvolgendo colleghi e direzione, non agire mai da solo e cercare di saper navigare la corrente delle linee editoriali. Si può raccontare la verità anche sotto pressione, alla fine in qualche modo la fai uscire”.

Si può fare giornalismo libero da condizionamenti in Calabria?

“Sì, certo che si può. Il problema è che non ci campi. Nei giornali tradizionali la sicurezza del posto è spesso barattata con lacci e lacciuoli imposti dall’editore. Sul web o nelle nuove iniziative editoriali è tutto diverso. Il problema è che col primo (un sito libero da editori, magari auto prodotto dai giornalisti) non si capisce bene come ci si possa mantenere e con le seconde non si sa mai quanto durano. All’inizio i giornali sono tutti liberi, il problema è dopo”.

Come ti combattono i poteri forti locali calabresi, sempre più una pericolosa miscela tra massoni deviati, criminali e politici, quando li disturbi?

“Io non direi che sono forti. In realtà sono deboli e questa loro debolezza li spaventa. Pensano solo all’auto-legittimazione, ma la gente è stanca e inizia ad agitarsi. Così quando uno li stuzzica, saltano i nervi. Basta uno che pubblica una mezza notizia non allineata al coro dei moltissimi “signorsì” presenti nelle redazioni ed eccoli che reagiscono con la delegittimazione. Un potere davvero forte non si comporta così”.

Come sei approdata a Calabria Ora?

“Lavoravo come addetta stampa in Comune e ho chiesto a mio zio Fausto Aquino, che era uno dei due editori del giornale, se potessi essere della partita. Mi disse subito di no, che non ero adatta alle logiche dell’impresa privata, per le mie idee. Avrei dovuto ascoltarlo. Poi si convinse e parlai con Leporace, il direttore, che mi assunse come segretaria di redazione”.

All’inizio eravate un giornale di denuncia, quasi un vero cane da guardia dell’opinione pubblica, poi cos’è successo?

“All’inizio sono tutti così, ci vorrebbero tanti giornali in fase di start up per raccontare la verità. Poi man mano subiscono varie mutazioni, diventano strumenti di pressione, i politici se ne sentono i padroni perché dall’altra parte non trovano una risposta ferma della categoria. Quando scrivi per “piacere”, esattamente come in tutte le cose, la qualità passa in secondo piano e così anche l’obiettività”.

Il vostro editore Piero Citrigno aveva il vizio di fare pressioni indebite sui giornalisti?

“Per usare un eufemismo, sì”.

Perché si è consumato il divorzio con Calabria Ora?

Avevo intrapreso una battaglia sindacale dura con l’editore che stava prendendo pieghe non più sopportabili. E poi volevo saggiarmi in altri contesti per vedere se ero realmente valida anche in ambienti lavorativi meno familiari.

Immagino che non sono pochi i colleghi seri con cui hai condiviso questo percorso professionale. Ti va di citarli e di abbinare ad ognuno di loro un paio di aggettivi?

“Preferirei di no, perché me ne dimenticherei qualcuno e non è giusto. Ricordo però Alessandro Bozzo che mi ha insegnato cosa vuol dire “notizia”, “ritorno”, “correttezza”, “fonti” e altre decine di basi del mestiere per le quali purtroppo non l’ho mai ringraziato”.

Dopo aver lasciato il giornale che ti ha svezzato a livello professionale cosa hai fatto?

“Sono andata a bussare al Quotidiano di Cosenza (i giornali erano in tutto tre nella provincia di Cosenza), ma l’unico posto era in Basilicata, a Potenza, dove ho lavorato molto bene per un anno”.

Poi sei entrata in quella de Il Quotidiano della Calabria, ma è precipitato tutto. Che cos’è successo il 7 luglio 2012? Ti va di raccontarmelo nei dettagli?

“È successo che stavo conducendo delle inchieste sulla città. Che sono stata indagata per avere messo una molotov in una cabina davanti alla Questura di Cosenza. Che il giornale mi tiene comunque a lavorare, ma nel frattempo dal Comune di Cosenza chiamano in redazione per suggerire che io non sarei stata troppo serena, con questa indagine addosso, per scrivere di appalti e consulenze. E così, dopo aver parato i colpi di queste insistenze, a un certo punto “a mia tutela” mi spostano alla nera. Ma quelli che dovrebbero darmi le notizie sono gli stessi che mi indagano, perciò non è che sia stata una scelta molto strategica”.

Tu non c’entravi nulla con questa vicenda e per fortuna l’esame del Dna ti ha scagionato definitivamente. Lo si può urlare: Rosamaria Aquino non è una terrorista. E Michele Santagata, indagato insieme a te, che cosa c’entrava?

“Niente secondo le carte della Procura, comunque bisognerebbe chiedere a lui”.

Si è trattato di un madornale errore giudiziario. L’ennesimo. Purtroppo, non sarà l’ultimo. Ma come può essere scaturito, da dove o da chi è partito questo mostro? Ci sarà uno o più responsabili? Come si chiama o come si chiamano?

“Intanto non lo chiamerei errore. Orrore, magari, quello sì. Purtroppo non abbiamo prove concrete di complotti e macchinazioni ai nostri danni, ma solo fatti slegati, che, messi insieme, lasciano intravedere qualche ombra che si muove dietro le quinte. Personalmente guardo agli effetti odierni di quell’inchiesta sulle persone indagate e risalgo senza troppa fatica a chi aveva interesse che le cose prendessero questa piega”.

Ma ora qualcuno ti risarcirà del danno che hai subito?

“No perché come ha tenuto a precisare la Digos in tutto il percorso di indagine, questa inchiesta è stata fatta “ a vostra garanzia, per escludere che siete stati voi”. Sono stati davvero carini”.

Tu sei una donna che non si è mai fatta sconti e che ha fatto bene la gavetta. Non hai mai gradito raccomandazioni, nonostante la tua sia una famiglia influente a Cosenza, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista imprenditoriale. Inoltre, hai avuto un ex fidanzato che oggi è un dirigente di un quotidiano locale. Ma non è che tutta questa notorietà che ti circondava di riflesso ti ha danneggiato un po’?

“Guarda, per anni ho cercato di dimostrare a me stessa e agli altri che si può lavorare anche e solo per le proprie qualità. Non so se ci sono riuscita. Se non lavoro dicono che tanto mi mantiene papà, se lavoro dicono che cedo al ricatto del precariato. Praticamente non dovrei vivere. Per dire che se questa ipocrisia mista ad invidia sociale la legittimi, allora ti danneggia, sennò li lasci parlare e tanti auguri”.

Quando ti hanno accusato di essere una terrorista piazza bombe, la società editrice, la dirigenza e i colleghi de Il Quotidiano come si sono comportati? Si dice che eri stata trasferita alla redazione di Reggio Calabria, ma che poi non hai voluto proseguire lì il tuo lavoro nonostante fosse apprezzato…

“Sono stati molto solidali e moderatamente attivi. Nel senso: mi hanno offerto un posto a Reggio, però i contratti erano sempre a scadenza di 3 mesi e Reggio non è Cosenza. Io avevo già collezionato qualche strano avvertimento da “personalità locali”. Non me la sono sentita di continuare senza grosse tutele, dopo quello che mi era successo”.

Come è maturata la scelta di lasciare la tua regione?

“Un misto tra opportunità negate e vita personale. Ho sposato un ragazzo di Roma che lavora come pilota dell’aviazione civile e la sua compagnia non fa scalo a Lamezia. Ma non è che abbia lasciato grandi prospettive giù, a vedere come se la passano i miei compagni di strada. Anche i “giornali istituzionali” oggi sono pieni di precariato, più di ieri: non pagano, pagano in ritardo, i livelli di autonomia sono bassi”.

È stata una decisione dolorosa?

“Sì, molto”.

Ti sei dovuta reinventare, tra l’altro in un periodo in cui la crisi sta facendo strage di giornalisti, e questo non può averti agevolato in nessun modo. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

“Mi ha fatta diventare un’altra donna. Ora mi interesso anche di cinema, teatro, di nuovi modi di comunicare che prima ignoravo perché li consideravo lontani dalla cronaca. Scrivo, certo, mi informo. Ma non solo per il giornale e mi piace dire le cose o meglio ancora farle dire ad altri tramite l’arte. Il teatro per esempio ti consente di raccontare tanto e poi, oltre che al cervello, arriva pure alla pancia e al cuore”.

Consigli che daresti a chi si approccia oggi alla nostra professione, sulla base della tua esperienza, che poi è simile a quella di tanti altri tuoi colleghi, compreso me…

“Di non perdersi d’animo per l’andazzo generale e di investire su se stessi. Quando è un periodo di magra, formatevi. E sperimentate strade nuove. Comunicare, raccontare, fare informazione, possono avere mille forme non solo una”.

Parliamo di teatro, che è sempre stato una tua grande passione, forse nata dal clima culturale che il Teatro Rendano permetteva di respirare a chi frequentava il Liceo Classico Bernanrdino Telesio, lì a due passi. Mi parli della tua opera, “La Bomba”?

“La bomba racconta tre storie vere che però sono paradigmatiche di tante situazioni di sfruttamento sul lavoro, nelle redazioni, tra i giornalisti. Parla dei rapporti di forza tra potere e informazione, dove sappiamo bene chi è a soccombere. Narra di come il qualcosa o qualcuno ti possa distruggere e di come però si possa risorgere partendo da se stessi”.

E’ andata in scena al Teatro Millelire di Roma. Com’è andata?

“Grande successo di pubblico, piene tutte e quattro le serate di Roma e le due di Cosenza. Soprattutto a Roma mi ha stupito come la gente si sia appassionata e immedesimata nella storia che, pur partendo dal locale, è stata percepita nella sua universalità. E a Cosenza non mi aspettavo una risposta così calorosa. La gente ha ancora bisogno di sapere, di conoscere, questa è una bella cosa”.

Scopri di più sulla storia di Rosamaria Aquino

Racconto di un uomo: storie omofobe di cuori feriti

Ci sono storie di omofobia che nascono dalle delusioni. Si chiamano storie omofobe di cuori feriti, appunto. L’amore è la cosa più complicata del mondo. Difficile da gestire, faticoso, inebriante, bellissimo, passionale, rilassante. Ma è uno, e non è proprietà di nessuno, è di tutte e tutti quelli che hanno voglia di amarsi davvero, liberamente. Liberamente, è questa la “condicio sine qua non”. Perché altrimenti, se non si è davvero liberi, si passa dal cosiddetto “cimitero allegro” all’inferno. Biglietto di sola andata.

È stato così per Attilio, nome ovviamente di copertura, che dopo dopo avergli concesso l’anonimato ha accettato di rendere pubblica attraverso il mio blog la sua difficile esperienza, su cui dopo tanti anni pesano ancora le violenze familiari e gesti di bullismo che è stato costretto a subire in modo passivo quando era un bambino. E poi quando è diventato un ragazzino. Fino al giorno in cui è esploso. Ormai, però, era troppo tardi. Tanti danni erano stati fatti e senza un supporto psicologico adeguato potevano solo cronicizzarsi. Una vita problematica, sempre a caccia di un equilibrio precario fra mille eccessi. Una vita comune a molti.

“A 50 anni pago le conseguenze di tutti i problemi con cui mi sono scontrato, che non ho saputo affrontare, a cui non ho saputo reagire. Tutti problemi che non ho creato io, sia chiaro, ma che certamente ho cercato e cerco tutt’ora. Alla fine ognuno di noi è lo specchio delle esperienze vissute in precedenza”, mi racconta Attilio. “Sono cresciuto in una famiglia omofoba e maschilista, con una struttura fortemente patriarcale. I miei genitori erano violenti, verbalmente e fisicamente. Entrambi”.

“Mio padre era un padre-padrone, mia madre una vittima resa isterica. In comune cosa avevano? Erano due perbenisti. Tutto era una vergogna. Potevi appena respirare e fare la pipì in bagno dopo esserti assicurato di aver chiuso la porta con una doppia girata di chiave. Guai a masticare a tavola con la bocca aperta. Neppure per scherzo. Una volta papà mi ha tirato un barattolo di maionese sulla fronte. Barattolo di vetro… Avere atteggiamenti effeminati era vietato, se non volevi sentirti tirare dietro un “sembri un ricchione di merda” già a 7 anni”.

“Credo di aver fatto capire molti dei miei primi amori ai miei genitori, che puntualmente mi vietavano quelle amicizie e le uscite con quelle persone in cui c’era sempre sempre qualcosa che non andava. Una volta erano troppo spigliati, un’altra volta sembravano furbi, un’altra volta ancora la famiglia non sembrava essere un granché e così via. Ma io ero un ormone in crescita e non potevo essere fermato, davanti a me c’era una vita che mi chiamava… Loro vietavano e io infrangevo le regole, i diktat”.

“Poi le prendevo sonoramente, quando venivo scoperto. Oltre alle botte c’erano anche le punizioni. Senza dimenticare le umiliazioni. Una volta mio padre mi invitò a seguirlo sul pianerottolo, dove aveva convocato tutti i miei amici di gioco, e mi costrinse a scrivere grande per venti pagine, quattro volte a riga, “sono un cretino”. Mentre lo scrivevo dovevo ripeterlo ad alta voce. I miei compagni dovevano sentire. Ricordo che nessuno di loro ha mai riso, neppure una volta. Avevo 8 anni”.

“Dovevo uscire solo con mio cugino, ma quando hanno scoperto che ci toccavamo nelle parti intime pure quest’amicizia non andava più bene. E ovviamente, il “diavolo” ero io. Dal quel momento in poi, potei uscire con mio cugino solo in presenza di mia cugina, la sorella più piccola, che ovviamente non c’era mai… Volevo fuggire ma non potevo. Sognavo di poter avere i super poteri… Negli anni delle scuole medie, il fatto che io fossi gay, che poi ero bisessuale perché mi piacevano anche le ragazzine, era sostanzialmente di pubblico dominio”.

“Quando i miei compagni erano in gruppo mi sfottevano. “Ricchioneeee”, e se la sghignazzavano. Mi deridevano, mi dicevano un po’ di tutto. “Suca”, “Se mi paghi te lo faccio toccare”. Poi, quelle stesse persone tolte dal branco, spesso nel tardo pomeriggio, mi cercavano. Passavano da casa mia. Avevano voglia di stare fermi (“però non mi toccare…”) e contemporaneamente fare qualcosa (“fai quello che vuoi, magari con la bocca”). Tra questi c’erano degli pseudo-machi che non tolleravano il rifiuto, si incazzavano, il giorno dopo ti seguivano fin dentro al portone, ti strattonavano, ti minacciavano, ti prendevano a schiaffi e ti costringevano a fare sesso”.

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Questa storia di violenze non è mai stata superata. “Alla fine col passare degli anni mi sono trasformato in quello che non volevo essere. Mi sono portato dietro troppi segreti, troppe violenze, troppe situazioni mai realmente accettate e perdonate, o quantomeno comprese fino in fondo. Come se in alcuni casi avessi avuto paura di guardarmi dentro. Ho iniziato a vivere la sessualità in modo aggressivo e problematico, le reazioni era spesso velenose, inconsciamente cercavo persone che mi trattassero male, che mi facessero rivivere situazioni umilianti, così che poi io potessi provare a ribellarmi, lottare soffrendo per fuggire. Fuggire anche da loro. Di nuovo. Per un periodo ho iniziato a fare marchette, sesso a pagamento”.

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“Mi pagavano e mi sentivo importante. Ho conosciuto anche qualche prelato segretamente gay: cercava sempre di trattare sul prezzo. Il mio carattere è permaloso e litigioso, al limite del violento. A volte vorrei rinascere, per avere la possibilità di rivivere. Altre volte mi accontenterei di poter premere un tasto per resettare tutto. Vorrei poter scrivere daccapo, almeno per gli anni che mi restano da vivere. Poi mi rendo conto che ormai è andata così, devo essere comunque orgoglioso perché poteva andarmi peggio e devo continuare a gestire con un po’ di buon senso e di intelligenza il mio carattere e le situazioni che si presentano”.

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Reportage: il miracolo di Stupinigi tra sacro e profano

Stupinigi tra sacro e profano. Come dire: il diavolo e l’acqua santa che convivono sotto lo stesso tetto. E mentre in tutto il mondo sarebbe impensabile far convivere questi due concetti, a Torino, città storicamente pagana, appare la cosa più naturale che ci sia. Un rapporto che scorre silenzioso, si dice, da decine e decine di anni. Ma sarebbe meglio dire da secoli, senza voler far torto ad un miracolo o alla leggenda di un miracolo datata 1994.

Non a caso, oltre alla storia che vi racconto in questo post, qui intorno orbitano tante altre storie correlate fra loro, tra cui quella di un veggente e quella di ripetute apparizioni mariane in un bosco che fu testimone dell’amore tra il re d’Italia Vittorio Emanuele II e una bambina, Rosa Vercellana, meglio conosciuta come la Bela Rosin, che alla fine divenne la sua moglie monocratica, senza mai diventare regina (anche se il re le concesse titoli nobiliari minori, quali contessa di Mirafiori, territorio a sud di Torino, e di Fontanafredda, territorio di Serralunga d’Alba). Benvenuti in quello che qualche secolo fa era il bosco degli amanti, ruolo che ancora oggi impersonifica alla perfezione.

La storia del Parco Naturalistico di Stupinigi, non è solo legata alla Palazzina di Caccia, la residenza estiva dei Savoia. Racconta amori, violazioni, incontri segreti e molto altro ancora, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui, pur essendo cambiati attori e attrici, la sostanza rimane praticamente identica.

Uno dei tanti percorsi del parco di Stupinigi.

Si è solo ristretto lo spazio del “teatro”: tirando le somme si è passati dai 732 ettari della fine del 1800 ai 456 dell’inizio del Terzo Millennio (anche se le cosiddette fonti ufficiali raccontano un’area che dovrebbe superare i mille e cinquecento ettari). Dal 1994, la storia del Parco Naturalistico di Stupinigi si lega con un’interessante storia di apparizioni sacre e miracolose, che sarebbero avvenute in un boschetto in cui in genere si incontravano e si incontrano – per fare camporella – omosessuali, bisessuali e scambisti di coppia.

Insomma, una storia di sacro e profano che solo in una città come Torino poteva avvenire e che solo a Torino si poteva pensare di fare convivere. Provateci voi, in qualunque altra città, a tenere nello stesso posto i devoti che pregano e il passaggio di decine e decine di amanti… Ogni tanto le due categorie si scornano pesantemente, intervengono le forze dell’ordine, i giornali urlano, ma poi la convivenza prosegue. Da decenni, ormai.

La storia delle apparizioni racconta di un veggente, un operaio Fiat, Eugenio Palio, che lunedì 11 aprile 1994 (quando aveva 38 anni) alle 4.50 del mattino sulla strada che dalla Palazzina di Caccia porta a Orbassano vede una sfera lucente di colore oro, appoggiata sopra una quercia. La sfera si apre e fuoriescono raggi dorati molto luminosi. L’uomo, incuriosito, si avvicina e nota che iniziava a formarsi una figura femminile. Impaurito, il veggente stava per fuggire, ma una voce dolce di donna gli avrebbe detto: “Non temere. Io sono la Madre di tutte le madri, la Madre del Verbo per voi incarnato. Tieni sempre con te una corona del Santo Rosario, sarà la tua difesa dal maligno ed è segno che tu sei col Signore”.

A Stupinigi si prega e si fa sesso a pochi metri di distanza gli uni dagli altri.

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L’11 aprile del 1996, la Madonna di Stupinigi avrebbe lasciato il seguente messaggio: “Qui lascerò dei segni del sole. Pregate per le anime perdute che frequentano questi luoghi perché trovino la luce in Dio Onnipotente. Vi raccomando la frequenza alla Santa Messa”. Le anime perdute che frequentano questi luoghi sarebbero quelle prostitute e quei gay che consumano a poche decine di metri dal luogo di culto. Ma non solo.

Tra boschi solitari e silenziosi, che in primavera risuonano di picchi e cuculi, file di pioppi da taglio, stradine che si intersecano a angolo retto regalando prospettive erbose dove si possono vedere gruppi di cavalieri che sembrano uscire da un romanzo, si incontra un piccolo edificio cilindrico che suscita qualche inquietudine giusto perché all’interno si vedono disegnati sui muri dei simboli satanici e una botola nel pavimento. Il tutto non invoglia ad esplorarla. Ma nulla lo vieta.

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Il giorno del quarto anniversario, quindi nel 1998, Eugenio confidò: “La Madonna mi ha segnalato la presenza di una statua tra i rovi sul luogo della prostituzione”. Fu trovata. Sono tanti i fedeli che sostengono di aver assistito a queste apparizioni fino al 2001. E sono altrettanti quelli che riferiscono di segni e di guarigioni. Non so dirvi se è vero oppure no.

Certe verità fanno parte della fede (e non della suggestione), però vi dico per certo che nel posto in cui si riuniscono i fedeli per pregare c’è una enorme quercia. Nel 2012 era morta. Completamente seccata. Nel 2013 era rinata. O è stata sostituita, o è stata spostata, o è stata miracolata. A voi la scelta. Anche se non ha mai ottenuto il riconoscimento della chiesa cattolica il culto prospera e i segni si vedono. Il Parco di Stupinigi è un mondo felpato, fatto di omissioni, apparizioni, accenni e sparizioni. Oggi come ieri. Il mondo cambia, ma la natura umana resta sempre la stessa.

La battaglia contro i tumori inizia a tavola: il best seller

La battaglia contro i tumori inizia a tavola: lo dicono in tanti e da sempre. Lo scrive Maria Rosa di Fazio nel libro “Mangiare bene per sconfiggere il male”. Sembra retorico, ma in questo caso, come non mai: “Fa’ che il cibo sia la tua medicina”, ammoniva Ippocrate, padre della scienza medica. Oggi, in un’epoca di cibi sempre più industriali, manipolati, prodotti con materie prime modificate geneticamente e imposti dalla pubblicità e dal marketing, noi possiamo e dobbiamo andare oltre affermando che “stiamo” bene o male in base a “che cosa” mangiamo o non mangiamo.

Non solo: perché la nostra salute e quella dei nostri figli dipendono anche dal “quando” consumiamo un determinato alimento, dal “come” lo cuciniamo, senza mai sottovalutare “insieme a che cosa” lo abbiniamo e lo portiamo in tavola. Sono tutte informazioni che troverete in questa guida pratica e di facile lettura allo stare bene, ma anche alla prevenzione più naturale, nonché più semplice e perfino più economica, delle peggiori malattie. Informazioni che nascono dall’esperienza ultraventennale di un’affermata oncologa italiana.

Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a essere azionisti occulti, inconsapevoli e senza nemmeno diritto di voto di qualche grande corporation alimentare o piuttosto ridiventare i ben informati unici proprietari della nostra salute, ovvero del più importante patrimonio di cui disponiamo – gratuitamente, per dono divino – fin dalla nascita. Ho letto molto sulla nutrizione e devo ammettere che la dottoressa Di Fazio mi ha stupito, rispondendo con voce autorevole a molti dubbi che avevo sull’alimentazione. La dottoressa ha esperienza ventennale nel campo oncologico e spiega le motivazioni dell’alimentazione che tutti noi dovremmo seguire per poter evitare l’infiammazione e di conseguenza i mali moderni.

Pochi, semplici e chiari consigli per stare bene, con motivazioni valide. In questi ultimi anni siamo bombardati dalla pubblicità, dal consumismo impellente e dalla frenesia delle nostre vite, che spesso ci distoglie dall’importanza sul nutrirci bene e con coscienza. Bando anche ai preconcetti che ci portiamo dietro da anni: il latte fa bene alle ossa, il cervello ha bisogno di zucchero. Dobbiamo cambiare prima di tutto il nostro modo di vivere il cibo. Consiglio, per chi vuole seguire i concetti della Di Fazio di partire con un cambiamento alla volta – frutta solo al mattino, eliminare tutti i latticini e il terribile yogurth, sostituire il pollo con tacchino biologico – sentirete i benefici già dopo pochi giorni, ve l’assicuro.

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Leggerlo è davvero un piacere. L’autrice oltre a essere assolutamente autorevole (venticinque anni di esperienza come medico oncologo) è chiara e spiega in modo semplice, sebbene diretto, il perchè di ogni indicazione nutrizionale che fornisce. Contiene informazioni utili e preziose per avviarsi verso un regime alimentare sano e gustoso. Ci aiuta a capire perché è importante eliminare cibi che, apparentemente sembrano “innocui”, ma che in realtà sono veri veleni e, senza che noi ce ne rendiamo conto, ci avviano verso la strada dell’infiammazione interna e della malattia. Consiglio vivamente a tutti di leggerlo, sopratutto se ancora sani, per evitare di andare incontro a spiacevoli malattie in futuro.

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Assassini seriali recenti: i peggiori serial killer del 1900

Freddi, spietati, empatici con la sofferenza delle proprie vittime. Gli assassini seriali sono così e rappresentano un “mondo accanto” da sempre. Nel libro “Assassini Seriali: i più spietati” sono raccolte storie di serial killer recenti del 1900. Venti storie, quelle dei venti più spietati serial killer. Racconti sintetici al punto giusto, con dettagli sulle vite, sui traumi, sugli omicidi e sui processi di questi terribili uomini.

I colombiani Luis Alfredo Garavito Cubillos, Pedro Alonso López e Daniel Camargo Barbosa sono in assoluto i tre serial killer del Novecento che si sono lasciati alle spalle la più lunga scia di sangue. Stupratori, pedofili, maniaci. Arrabbiati, asociali, a volte schizoidi. Sempre assetati di sangue e perciò abili cacciatori. Il nome del brasiliano Pedro Rodrigues Filho, nella cultura popolare, è ormai associato alla crudelta fatta a persona. E non da meno quello del satanista texano “Richard” Ramirez.

Mentre Andrej Cikatilo, “Ted” Bundy, Gary Ridgway, Jaffrey Dahmer, Harold Shipman e John George Haigh rappresentano, ognuno per conto proprio, il prototipo ideale del perfetto serial killer moderno, le ombre che aleggiano sul “Mostro di Firenze” ci ricordano che spesso, tanta verità, forse la più crudele, rimane avvolta dietro uno spessissimo alone di mistero.

“Assassini Seriali: i più spietati” è il “libro-inchiesta” di Primo Di Marco che ricostruisce le storie dei venti più terribili assassini seriali del Ventesimo secolo del Novecento e di questo inizio di terzo millennio. Venti monografie. Storie che hanno segnato il mondo. L’opera è presente in formato ebook su quasi tutti gli store italiani e internazionali, mentre il libro è venduto su Amazon, Create Space, Lulu.com (che lo distribuisce all’estero) e nelle librerie italiane distribuito da Youcanprint attraverso l’omonimo catalogo.

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Vite raccontate dall’infanzia, traumi e involuzioni delle rispettive personalità. Omicidi, “modus operandi”, nomi e cognomi delle vittime e tantissime altre informazioni aggiornate. I serial killer trattati nel libro: Luis Garavito, Pedro Alonso Lopez, Daniel Camargo Barbosa, Pedro Rodrigues Filho, Andrej Čikatilo, Gary Ridgway, “Ted” Bundy, John Wayne Gacy, Donald Gaskins, Jeffrey Dahmer, “Mostro di Firenze”, Harold Shipman, Arthur Shawcross, “Richard” Ramírez, Dennis Rader, Edmund Kemper III, Peter Manuel, John George Haigh, Dennis Nilsen e Tommy Lynn Sells.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.