Nella sezione Attualità di MC Blog, attraverso reportage, racconti, interviste, inchieste e quant’altro ti racconto, nel bene o nel male, aspetti curiosi e particolari del nostro tempo. Tanti spaccati della società contemporanea, fatti di tendenze sociali, avvenimenti, scoperte e molto altro

Ahmad Suradji: peggiore assassino seriale indonesiano

Noto anche come Nasib Kelewang, Ahmad Suradji è il killer indonesiano più prolifico. È un finto sciamano indonesiano che, con l’aiuto di alcune complici, strangola con un cavo le donne che riceve in casa. Gli omicidi consentirebbero ad Ahmad Suradji di acquisire poteri magici che gli permetterebbero di diventare un vero sciamano guaritore. I corpi li seppellisce nella sua piantagione di canna da zucchero.

L’idea gli viene dopo che sogna il padre che gli impartisce di uccidere settanta donne. È trigamo Ahmad Suradji. Come professione è un dukun, ossia uno stregone. Il suo soprannome è Datuk Maringgi. Le sue vittime sono tutte giovani donne di età compresa tra gli 11 e i 30 anni, che si recano in casa sua per farsi dare consigli spirituali su come diventare più belle, sane e ricche in cambio di soldi. Lo stregone Ahmad Suradji, dopo averle ospitate, le strangola con un cavo, ne beve la saliva, le spoglia e le seppellisce nella piantagione di canna da zucchero, non distante da casa sua.

Nessuno sospetta di Ahmad Suradji per molti anni, perché è molto conosciuto dalla gente della zona per i suoi “poteri” curativi. Arrestato a seguito di una segnalazione, viene trovato colpevole di almeno quarantadue omicidi e condannato a morte tramite fucilazione eseguita nel 2008. Poco dopo la sua morte viene arrestato Verry Henyansyha, che massacra undici persone.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

I figli? A questo punto inscatoliamoli per sempre

Quando Beppe Grillo dice che siamo morti e non ce ne accorgiamo ha ragione. Non siamo più capaci di indignarci, di scandalizzarci, di solidarizzare disinteressatamente. A Grosseto, un’intera famiglia si è autosegregata in un appartamento per non avere contatti con l’esterno vivendo in condizioni igieniche terribili. In città lo sapevano in tanti, ma nessuno ha mai detto nulla alle autorità.

Sappiamo che nel mondo ci sono tanti giovani con la sindrome di hikikomori, un termine giapponese che si riferisce a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, e facciamo finta di non capire. Di limitarci a pensare che sia un problema giapponese, come se i nostri figli, figli di quell’Italia mai divenuta Belpaese, avessero davanti prospettive migliori dei ragazzi dagli occhi a mandorla.

Per anni, nella città laziale, amici e parenti hanno finto di non sapere che ci sono persone ossessionate da livelli di paranoia irreparabili. Anche le donne, soprattutto le madri. Iniziano ad allontanare chiunque possa prendersi cura dei figli perché solo loro immaginano di essere in grado di farli sopravvivere.

Temono che il mondo esterno sia pieno di pericoli e c’è chi al massimo accompagna i figli in chiesa, affidandoli a preti che non sempre sono mostri di virtù, o c’è chi, addirittura, nasconde i figli in casa, li tiene segregati, impedisce loro di vedere la luce del sole. Se questa cosa la fa un uomo leggerete fiumi di inchiostro a descrivere la mostruosità di quest’ultimo, la sua morbosa mania di controllo, lo stato mentale compromesso e se questo accade ai danni di figlie femmine diventa una privazione insostenibile per la sensibilità sociale.

Quando, invece, si legge di una madre che teneva segregata in casa la figlia disabile, quasi alla fame, in mezzo alla sporcizia. Quando la madre ha realizzato trincee entro le quali i figli sarebbero stati costretti a immaginare che là fuori esiste un mondo fatto solo di pericoli, a momenti a quella madre danno una medaglia. Perché la madre è protettiva, come se un uomo invece non lo fosse.

La madre “sente”, “percepisce”, ha “capacità extrasensoriali” di non poco conto. Una madre apprensiva non viene considerata un pericolo. Quasi nessuno si interroga sul fatto che una donna del genere, a furia di costruire mostri esterni, non fa altro che sottrarre a quei figli ogni possibilità di vivere e respirare al meglio delle sue possibilità.

Noi italiani siamo bravissima a inventare parole per banalizzare problemi gravi: la chiamiamo “mammosità”. Si stabilisce che se una mamma racconta ai figli di fantasmi, orribili persone che vivono all’esterno, fatti isolati ingigantiti o inventati, tutto ciò non costituirebbe un trauma per i figli.

Ma sì, in fondo glielo racconta la mamma. In genere si comincia con una donna che proietta sui figli le proprie paure. Li veste con tessuti pesanti perché lei sente freddo. Li nutre troppo perché lei ha fame. Immagina di proteggerli da emozioni e sentimenti che a lei fanno molta paura. Non c’è peggiore prigione che la paura di una persona.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Se tua madre è così sei capitata proprio male e il consiglio è quello di fuggire. Fuggire molto lontano. Come hanno fatto in tanti. Come hanno fatto tutti quelli che si sono salvati. Quando leggete un articolo che parla di una donna che ha rinchiuso i figli per trentatré anni. Li ha privati di una vita, ha impedito loro di scegliere, ha plasmato le loro menti e ne ha fatto quel che voleva, ha reso la casa un inferno, temendo perfino di poggiare i piedi sul pavimento. Usciva solo lei con fare circospetto. Come fate a non domandarvi: com’è possibile che la gente non si sia accorta di niente?

Come hanno fatto per trentatré anni a non chiederle come stessero i figli? Come si può considerare una persona che fa questo tipo di scelta? Preoccupata? Molto preoccupata? Giochiamo il jolly della pazzia o stabiliamo che questa donna ha protratto per anni uno schema violentissimo privando i figli di tutto, a cominciare dalla vista? Domando: questa è violenza oppure no? E contemporaneamente torno a chiedere: quelle famiglie che permettono ai figli di convivere, anche in Italia, con la sindrome di hikikomori e di avere solo amicizie online sono da considerarsi normali? Fate un po’ voi…

 

La maledizione della famiglia Rampi: da Alfredino a Riccardo

Sono rimasti mamma e papà, da soli. I loro principali motivi di vita, i figli, se ne sono andati. Chi prima chi dopo. Apprendere della morte di Riccardo Rampi, il fratello più piccolo di Alfredino, ha riaperto una ferita che pensavo essere ormai cicatrizzata. Ha risvegliato un grande dispiacere che avevo vissuto in modo affannosamente doloroso quando ero un bimbo e la mia massima aspirazione era diventare una Giovane Marmotta di “disneyana memoria” (non so in quanti ricordano che a Paperopoli c’era un’organizzazione immaginaria di scout che si chiamavano appunto Giovani Marmotte).

Riccardo è morto a 36 anni, mentre festeggiava l’addio al celibato di un amico. Un infarto. Inutili i tentativi di rianimarlo. Come inutili furono i tentativi di salvare Alfredino, morto a 6 anni, quando Riccardo ne aveva solamente 2, dopo giorni di agonia trascorsi all’interno di un profondo pozzo artesiano a Vermicino, nei pressi di Frascati, in cui era caduto. Eravamo nel 1981, era il mese di giugno. All’epoca ero un “enfante terrible”. Ero in vacanza al mare con i miei genitori, a Fregene, in provincia di Roma.

Ci si portava la radio in spiaggia anche se la musica era indecente e i notiziari molto ma molto rari. Quel giorno, il 10 giugno, Alfredino cadde in un pozzo artesiano, in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, e dopo quasi tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, morì ad una profondità di 60 metri. La vicenda ebbe grande risalto sui media italiani, in special modo grazie alla copertura televisiva che la Rai garantì nelle ultime 18 ore di evoluzione del caso. La famiglia Rampi – papà Ferdinando, mamma Francesca, nonna Veja e i figli Alfredo e Riccardo – stavano trascorrendo un periodo di riposo nella loro seconda casa.

Alfredo uscì a fare una passeggiata con il padre e alcuni suoi amici. Sulla strada del ritorno, quando erano circa le 19.20, Alfredo chiese al papà di poter continuare il cammino verso casa da solo, attraverso i prati. Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a casa, poco prima delle 20, scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz’ora, i genitori cominciarono a cercarlo nelle vicinanze di casa. Non trovandolo, alle 21:30 circa allertarono le forze dell’ordine. Giunsero sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal via-vai. Tutti parteciparono alle ricerche, che vennero portate avanti anche con l’ausilio di unità cinofile.

La nonna Veja ipotizzò per prima che Alfredo fosse caduto in un pozzo profondo circa 80 metri, recentemente scavato in un terreno adiacente, ove si stava edificando una nuova abitazione. Il pozzo, però, fu trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi. Difficile sospettare che qualcuno potesse essere caduto dentro. Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, pretese di ispezionare ugualmente il pozzo artesiano in questione.

Trovato Alfredino Rampi: si sentono i lamenti

Fece rimuovere la copertura, infilò la testa nell’imboccatura e sentì i flebili lamenti di Alfredo (successivamente si scoprì poi che il proprietario del terreno aveva messo la lamiera sulla fessura verso le 21 di quel giorno, non immaginando che potesse esserci qualcuno dentro). Nel giro di pochi minuti i soccorritori si radunarono intorno al pozzo. Come prima cosa venne calata nella voragine una lampada, tentando invano di localizzare il bambino. La prima stima rilevò che Alfredo era bloccato a 36 metri di profondità: la sua caduta era stata arrestata da una curva o una rientranza del pozzo.

Tutt’Italia era sintonizzata su RadioRai per gli aggiornamenti, che erano diventati frequenti, o incollati alla Tv, sempre sulla Rai, per capire se tutta quella genete era riuscita a salvare il povero Alfredino. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito difficili. L’imboccatura era larga appena 28 centimetri e aveva una profondità di 80 metri, con pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze. Era impossibile calare dentro una persona. Si pensò di calare nell’imboccatura una tavoletta legata ad alcune corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparsi per tirarlo su. Fu un grave errore: la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, molto sopra Alfredino, e non fu più possibile rimuoverla.

Verso l’1 di notte, alcuni tecnici della Rai piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un’elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con Alfredino, che rispondeva lucidamente. Si pensò di scavare un tunnel parallelo al pozzo, per poi aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri che consentisse di arrivare poco sopra il punto in cui si supponeva fosse il bambino. Occorreva una trivella, che fu reperita grazie alla disponibilità di un giornalista del TG2, Pierluigi Pini, che ne possedeva una.

Aveva visto l’appello in su una emittente televisiva laziale. Prima dell’alba dell’11 giugno arrivano sul luogo dell’incidente un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino, che si offrirono di calarsi nel sottosuolo. Il caposquadra, Tullio Bernabei, fu il primo a scendere nel pozzo. Tentò di rimuovere la tavoletta che era rimastra incastrata, ma i restringimenti del pozzo gli consentirono di arrivare solo ad un paio di metri di distanza. Dopo si calò un secondo speleologo, ma anch’egli non riuscì a prenderla. Nel frattempo, allo scopo di evitare l’asfissia del bambino, i Vigili del fuoco avevano iniziato a pompare ossigeno nel pozzo.

Era un calvario seguire la cronaca di questa terribile vicenda d’inizio estate. Ma ormai tutti incrociavano le dita per Alfredino e tutti pregavano che si salvasse. Il comandante dei vigili del fuoco di Roma ordinò di sospendere i tentativi degli speleologi di calarsi nel pozzo artesiano e concentrare gli sforzi nella trivellazione del “pozzo parallelo”. Una geologa, Laura Bortolani, ipotizzando i substrati di terreno molto duri che si sarebbero incontrati in profondità, fece notare che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione. E propose di proseguire anche con gli altri tentativi nel pozzo in cui si trovava Alfredino. Alle ore 8.30, la trivella cominciò a scavare.

Prima il terreno si rivelò friabile (2 metri in due ore), poi, come previsto dalla dottoressa Bortolani, la trivella incontrò uno strato di roccia granitica difficile da scalfire. Contemporaneamente, Alfredino iniziava a lamentare forti rumori, alternava momenti di veglia a colpi di sonno e iniziava a disidratarsi. Chiedeva continuamente acqua. Fu fatta arrivare una trivella più grossa e potente. Da questo momento in poi tutti i telegiornali Rai, prima il TG1 e poi anche il TG2 e il TG3, inizieranno la diretta, con la speranza di riprendere il salvataggio. Il problea è che lì, intorno ad Alfredino, regnava la più totale approssimazione. Attorno al pozzo si era raccolta una folla stimata in oltre 10mila persone, arrivarono anche i venditori ambulanti di cibo e bevande. La zona non era transennata e chiunque poteva arrivare fino all’imboccatura della cavità. Un colossale assembramento che rallentò notevolmente la macchina dei soccorsi.

Al lavoro la seconda trivella: famiglia Rampi disperata

Entrò in azione la seconda trivella (la prima aveva scavato un pozzo di 20 metri di profondità, contro i 25 pronosticati all’inizio) e 50 centimetri di diametro. Questa macchina era stata montata a tempo di record – 3 ore contro le 12 previste dal manuale – sottolinearono la cospicuità del problema rappresentato dal sottosuolo duro e compatto, prevedendo non meno di 12 ore di lavoro per arrivare alla profondità richiesta. Dopo 2 ore e mezza il pozzo aveva raggiunto una profondità di 21 metri. La trivella andava avanti con difficoltà. Il primario di rianimazione all’ospedale San Giovanni, si dedicò a controllare le condizioni di salute del bambino, che tra l’altro era affetto da una cardiopatia congenita in attesa di essere operata a settembre. Verso le 20 entrò in funzione una terza trivella, più piccola e agile.

Nel frattempo fu calata nel pozzo una flebo di acqua e zucchero, per tentare di dissetare Alfredino. Alle 21:30 si rese necessaria una pausa nella trivellazione. Dopo 1 ora e mezza fu autorizzato a scendere nel pozzo un volontario, Isidoro Mirabella, che, a causa di ostacoli, non riuscì ad avvicinarsi a sufficienza al bambino, ma poté parlargli. Alle 7.30 del 12 giugno la trivella era scesa soltanto a 25 metri di profondità, ma grazie ad un terreno più morbido, poco dopo le 10, lo scavo parallelo era arrivato ad una profondità di 30 metri. Un ingegnere dei vigili del fuoco rivede al ribasso la stima della profondità cui si trovava il bimbo: 32 metri e mezzo invece di 36. Sul luogo dell’incidente giunse anche il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

La nuova valutazione fatta condusse alla decisione di accelerare i lavori e di iniziare immediatamente a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi, prevedendo di sbucare un paio di metri sopra Alfredino. Arrivò sul posto una scavatrice a pressione per scavare il tunnel di connessione, ma si bloccò poco dopo l’accensione. I vigili del fuoco iniziarono a scavare a mano. Nel frattempo Alfredino aveva smesso di rispondere, e i medici presenti sul posto, che ascoltavano il suo respiro, riferirono che stava peggiorando. Parlarono di 48 espirazioni al minuto. Alle 19 il cunicolo orizzontale fu completato e finalmente il pozzo di Alfredino fu posto in comunicazione con il pozzo parallelo, a 34 metri di profondità. Fu terribile prendere atto del fatto che Alfredino non era più nelle vicinanze del foro appena aperto.

Anche a causa delle vibrazioni causate dalla trivellazione, era scivolato molto più in basso, a 60 metri. Restava una sola possibilità: la discesa di qualche volontario lungo il pozzo artesiano, fino a quota -60 metri. Ci provò uno speleologo, Claudio Aprile, che si pensò di introdurre nel pozzo artesiano dal cunicolo orizzontale. Ma l’apertura di comunicazione era troppo stretta e il giovane speleologo dovette desistere. Un coraggioso volontario sardo, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro, autista-facchino presso la tipografia romana “Quintini”, si fece calare nel pozzo artesiano per tutti e 60 i metri di distanza dal bambino. Licheri, iniziata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al al povero Alfredino, tentò di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura si aprì.

L’Italia era col fiato sospeso. Tutti stavamo vivendo quel dramma insieme alla famiglia di Alfredino e a tutti quegli uomini che disperatamente stavano tentando di salvarlo. Il volontario tentò di prendere il bambino per le braccia, ma gli scivolò. Alfredino andò ancora più giù. Per di più, nell’effettuare il suo coraggioso tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù ben 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione. Dovette tornare in superficie senza Alfredino. Verso le 5 del mattino iniziò il tentativo di un altro speleologo, Donato Caruso.

Anch’egli raggiunse Alfredino e provò ad imbracarlo, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato, e che avrebbero dovuto assicurare una sorta di effetto cappio, scivolarono via al primo strattone. Caruso si fece tirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si fermò per riposare e poi ritentare. Effettuò altri tentativi con delle manette, metodo molto più pericoloso anche per il soccorritore (erano legate alla stessa sua corda di sicurezza). Quando Caruso tornò in superficie annunciò la probabile morte di Alfredino. Pochi minuti dopo, nell’edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno, Giancarlo Santalmassi disse le parole che nessuno avrebbe mai voluto sentire: “Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa sia servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi”.

La signora Rampi dal Presidente della Repubblica

Di tutti gli errori e le manchevolezze la madre di Alfredino, la signora Franca, parlò al Presidente Pertini, intervenuto sul luogo della tragedia, promuovendo di fatto la nascita della Protezione Civile, all’epoca ancora solo sulla carta. Il corpo senza vita di quel bimbo quasi mio coetaneo fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino. Da notare che i ventuno minatori furono allertati quando ormai ogni speranza era sfumata e si trattava soltanto di recuperare la salma per darle sepoltura.

Raggiunsero Vermicino il 4 luglio e, dopo aver piazzato le loro attrezzature, si calarono nel tunnel parallelo profondo 70 metri con un diametro di 90 centimetri scavato dai vigili del fuoco a 16 metri dal pozzo artesiano nel quale era caduto Alfredino. Il loro compito era quello di realizzare una galleria per raggiungere il punto esatto dove giaceva il corpo del bambino. Fu un intervento complesso e pericoloso. I minatori lavorarono in tre turni continui per sei giorni, fino alla mezzanotte del 10 luglio. Composero la squadra: Italico Neri, Floriano Matteini, Leonello Lupi, Renato Bianchi, Ledo Mancini, Sirio Mengozzi, Giovanni Anedda, Mario Balatresi, Franco Montanari, Lauro Tognoni, Alberto Torresi, Spartaco Stacchini, Rino Paradisi, Silvano Monaci, Alberto Brachini, Renzo Galdi, Mario Zanaboni, Mario Deidda, Aldo Tommasselli, Pellegrino Falconi e Torello Martinozzi.

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Esaminando le fotografie del corpo congelato di Alfredino, si notò una fettuccia che lo avvolgeva. Durante l’interrogatorio di Angelo Licheri, il volontario disse che era stato lui a metterla ad Alfredino quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu contestata dai vigili del fuoco, i quali sostennero che una simile imbracatura non poteva essere stata assicurata al corpo del bambino nel ristrettissimo spazio disponibile dentro il pozzo artesiano. Fu ascoltato il caposquadra del soccorso speleologico, che riconobbe la fettuccia come appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò, come tutti gli altri soccorritori, che era la stessa utilizzata nel tentativo di salvataggio di Alfredino.

L’impressione, anche per quel che riguardava le indagini, era che la Procura brancolasse nel buio. Durante le indagini vennero interpellati i costruttori del pozzo, i quali affermarono che, data la complessità della sua apertura, era praticamente impossibile che un bambino vi fosse caduto accidentalmente. Vi furono però versioni discordanti riguardo al diametro del pozzo all’imboccatura, considerato che i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori in seguito cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, cosicché non si poté risalire a eventuali responsabilità per il fatto di averlo lasciato aperto.

Ad aumentare il mistero furono le stesse parole pronunciate dal piccolo Alfredo nelle ore di agonia. Il bambino non aveva la benché minima idea di dove si trovasse e nemmeno di come vi fosse capitato: “sfondate la porta ed entrate nella stanza buia”. Il sostituto procuratore della Repubblica Giancarlo Armati formulò l’ipotesi che Alfredino non fosse caduto accidentalmente nel pozzo, ma vi fosse stato calato – dopo essere stato addormentato – utilizzando l’imbracatura trovata sul suo corpo.

Le indagini da lui condotte, tuttavia, non consentirono di raccogliere prove univoche sufficienti per suffragare tale ipotesi di reato, cosicché lo stesso pubblico ministero chiese l’archiviazione del caso. Successivamente, si arrivò addirittura ad ipotizzare che la lunga agonia di Alfredino, oggetto di una copertura mediatica senza precedenti in Italia, potesse essere servita a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da notizie di particolare rilievo politico, come ad esempio la scoperta, in quegli stessi giorni, dei primi elenchi degli iscritti alla loggia massonica segreta P2.

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Analisi ragionata su bullismo e violenze da Freud a oggi

Indignarsi e reagire. Non stupirsi, per carità. Stupirsi, meravigliarsi, cadere dalle nuvole davanti a casi di violenza fra e su ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni è come ammettere a se stessi e al mondo intero di essere degli ipocriti con i prosciutti sugli occhi. Il gruppetto di bulli che si atteggia a mafiosetto, a malandrino, nel quartiere degradato c’è sempre stato e ci sarà sempre. C’è anche nei quartieri definiti residenziali e abitati da persone “per bene”, come si potrebbe pretendere che non sia presente in un quartiere degradato e isolato come Falchera o Borgo Vittoria a Torino, Tor Sapienza, Ponte di Nona e l’Eur a Roma e così via?

Quel gruppetto, non è uno. Sono decine, centinaia, migliaia. L’uomo è portato per natura a riunirsi in gruppo, come gli animali. Serve anche a difendersi. Ognuno cerca i propri simili, attraverso una selezione che avviene nel tempo. E quando s’incontrano tra ragazzi difficili, spesso, succede quello che è successo a Falchera, dove una povera tredicenne è stata stuprata e filmata per mesi da un branco di ragazzini, alcuni dei quali addirittura non imputabili perché di età inferiore ai tredici anni. Reagire contro tutte le forme di violenza che si vedono si può, basta volerlo. E se lo volessero quasi tutti, o tutte le persone cosiddette equilibrate, si combatterebbe il peggior male di quest’epoca, l’indifferenza. Quindi, non ci sarebbe molta meno gente sola, isolabile, potenzialmente vittima di violenze.

Mi è capitato di dirlo nel 2013 nel corso di un’intervista in diretta per il TG Zero. Parlavo con il direttore Vittorio Zucconi e con il capo redattore Eduardo Buffoni. “Secondo me – dissi – piuttosto che limitarsi a piangere il orto dopo il suicidio, o il vivo dopo la violenza, sarebbe meglio difendere i propri amici quando hanno bisogno, quando ci si accorge che sono diventati vittime di qualcosa o di qualcuno…”. Non esiste un amico o un gruppo di amici che non sa. Rimarco il concetto che non bisogna stupirsi, che non bisogna far finta di cascare dalle nuvole, perché queste violenze di gruppo e non avvenivano anche negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento. E forse anche prima. Per questo reputo utile approfondire l’argomento del “bullismo e violenze da Freud in poi”.

In un modo o nell’altro, o ne siamo stati vittime o ne siamo stati testimoni. Però, in quegli anni non c’erano i telefonini con foto e video camere. Ma c’erano i ricatti. Quelli c’erano all’epoca. E anche in quegli anni tutti sapevano sempre qualcosa di qualcuno. Di qualcuno che cedeva al ricatto. Oggi si ha più paura, perché la società è notevolmente peggiorata e i molto distratti genitori (quelli che pensano che certe cose capitano solo agli altri) non permettono più ai figli di sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto. Li imbottiscono di PalyStation e TV. “Programmi educativi”, dicono. Crescere condividendo poco o quasi nulla con l’ambiente circostante porta all’individualità, antitesi comportamentale del concetto di solidarietà.

E poi dicevano: ”Erano bravi ragazzi, o almeno sembravano”

Troppo spesso si sente dire “erano bravi ragazzi, che inseriti all’interno di un gruppo si sono lasciati andare a compiere azioni che singolarmente probabilmente non avrebbero compiuto”. Il vero problema è credere che queste considerazioni siano analisi. Bisognerebbe chiedersi perché accadono? E perché sempre più di frequente? Nel libro “La psicologia della massa e l’analisi dell’io” (Massenpsychologie und Ich-Analyse), Sigmund Freud sostiene che questo fenomeno dipenda dal fatto che l’uomo storicamente è stato un “uomo gregario” e con ciò un essere collettivo che viveva la sua vita basata sull’“istinto gregario”.

Nello stesso modo come l’uomo primitivo potenzialmente esiste in ogni individuo, la “gregge primordiale” può nascere di nuovo in ogni raduno. Questa tendenza costituisce un tipo di eredità arcaica. Quando fa parte di un gruppo, il singolo individuo regredisce a un livello di funzione psicologica più primitivo. Una tale esperienza può essere cosi forte che l’individuo perde totalmente la sensazione di essere un individuo. Questi meccanismi spiegherebbero perché i tedeschi seguivano Adolf Hitler, gli italiani Benito Mussolini…

Nei tempi passati, queste forze istintive hanno guidato i popoli. Ciò significa che esiste un meccanismo per cui, in determinate situazioni, la base istintuale innata e geneticamente trasmessa di generazione in generazione, riemerge con forza fino a sovrastare e soffocare, inibendone gli effetti, lo strato culturale che l’uomo ha costruito nel corso dei millenni. In molti concordano sul fatto che la teoria freudiana sta a significare che la spinta psicologica che genera queste violenze si riduce a far leva sulla forte propensione dell’uomo a sentirsi partecipe di una collettività, poco importa se questa collettività persegue un fine razionale o meno (lanciare sassi da un cavalcavia sia un’attività poco razionale e che cagionare danno fine a sé stesso non porta nessun guadagno).

Secondo Freud, il senso di “appartenenza” è talmente forte da minare alla radice la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni… Oppure, anche comprendendole, è talmente cogente da consentire di superare questa percezione negativa. Sarebbe una forza, una pulsione che pervade l’individuo offuscando la capacità di discernere le azioni “positive” da quelle “negative”, in termini di guadagno. “In questa ipotesi – spiegano diversi psicoanalisti – non dovremmo trovarci in un contesto relazionale gerarchizzato, non dovremmo reperire una stratificazione del “controllo” dei meccanismi di funzionamento del gruppo insita fra i componenti stessi del “branco” che segnalano l’esistenza di caratteri o personalità dominanti e altre in subordine”.

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“Ciascuno agirebbe partendo da un presupposto pulsionale livellato – privo di alti, i leaders, e di bassi, i gregari – similare poiché l’appartenenza dilata questa eredità arcaica… Non è, o non sarebbe dunque l’emulazione la molla che muove l’individuo. Il “branco” si muoverebbe come un unico corpo, un’unica bestia costituita dalla somma dell’eredità arcaica individuale di ciascun appartenente al gruppo stesso”. Affascinante e assolutamente inquietante… L’anamnesi psicologica di alcuni individui coinvolti in efferati delitti ha portato alla luce caratteri alquanto controversi… Spesso i comportamenti devianti di alcuni fungono da traino rispetto agli altri, una sorta di gerarchia.

Personalità dominanti che “plagiano”, fra apici nel tentativo di stemperarne il significato, gli altri individui che nella supposta scala gerarchica stanno ai gradini inferiori… A differenza della precedente ipotesi, altri psichiatri e psicoanalisti ritengono che “si tratta di soggetti abbastanza fragili dal punto di vista caratteriale che, pur di essere accolti nel “clan”, si sottopongono a veri e propri riti d’iniziazione. In altre circostanze si assiste a comportamenti indotti da “emulazione coatta”, in virtù dei quali l’individuo è spinto ad agire solo per una disposizione ad emulare chi, all’interno del gruppo, è identificato come il leader”.

La teoria di Freud e l’influenza dell’ambiente circostante

In ogni caso emerge che l’ambiente è fortemente condizionante… Si provi ad immaginare un individuo, un singolo, intelligente, capace, con una potenzialità enorme. Inseriamolo in un ambiente assolutamente degradato e isolato… Non c’è bisogno di andare in Africa, parlo proprio dei sobborghi suburbani di grandi città quali Roma, Napoli, Genova, Torino… Converrete che queste potenzialità, non opportunamente sfruttate o coltivate, per effetto dell’impossibilità oggettiva determinata dall’ambiente culturale, familiare e scolastico, molto probabilmente sono destinate a soccombere.

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Nella giungla metropolitana emergono e si esaltano nuove qualità peculiari – la forza fisica, la prepotenza, l’aggressività, la capacità di guidare un clan o vivere all’interno di un “branco” – gli altri aspetti, quelli magari più prettamente relazionali, sono spesso, purtroppo, messi in secondo piano, non sono utili allo scopo: sopravvivere ed affermarsi nel proprio ambiente.

Non quindi una predisposizione genetica o ereditaria, ma una propensione ambientale, specialmente se si vive in un quartiere degradato, che confina con campi nomadi, baracche abusive e miseria, oltre che con una discarica e con l’autostrada, e per di più questo quartiere, Falchera, è isolato dal contesto cittadino perché è stato costruito per fare in modo che la gente ci resti dentro (un misto tra un labirinto e un carcere), non bisogna meravigliarsi di ciò che accade.

E’ una polveriera, tutti lo sanno e tutti fanno finta di non sapere. Anche i sindaci che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni. Bisognerebbe chiedersi chi sono questi bulli, individuandoli e cercando di neutralizzarli, con le buone o con le cattive maniere, e poi bisognerebbe chiedersi perché si comportano così. Ma fino ad ora, tra le persone che potevano fare qualcosa per evitare le violenze di gruppo a Margherita, la ragazzina violentata da settembre 2014 a gennaio 2015 in un garage di quel quartiere dormitorio, pare che nessuno si sia fatto queste domande.

PROMEMORIA > Puoi prendere in considerazione la lettura di Guida al bullismo: evitarlo per vivere

Per la verità, di domande non devono essersene fatte neppure le persone che stavano vicino a Nadia, la ragazzina di 14 anni suicidatasi buttandosi dal tetto di un ex albergo a Cittadella, o ad Amanda Michelle Todd, o a Kayla Marie Wright, oppure a Carolina, la ragazza di Novara di quattordici anni morta dopo essersi gettata dal balcone di casa. L’elenco è lungo e conta anche ragazzini omosessuali vittime di abusi di ogni genere. Da Roma a Torino, da Milano a Lecce, passando per Napoli e così via.

Secondo il dottor Luca Coladarci, psicologo e psicoterapeuta di Roma, “Il bullismo è una forma di violenza caratterizzata da sistematiche e continue azioni di sopruso e prevaricazione compiute da un bambino oppure da un adolescente, il cosiddetto bullo, nei confronti di un altro bambino o adolescente, cioè la vittima di bullismo, percepito come “debole” o “diverso” per caratteristiche che possono essere comportamentali, fisiche, intellettive, orientamenti religiosi o sessuali. Inoltre, tali azioni di bullismo possono essere messe in atto sia da una singola persona oppure da un gruppo, molto spesso definito branco. Nei vari episodi di bullismo, è possibile distinguere due diverse tipologie: il bullismo diretto e il bullismo indiretto. Nel caso di bullismo diretto, ci troviamo di fronte ad esplicite azioni violente nei confronti della vittima, azioni violente che possono essere sia di tipo fisico, come lo spingere, il picchiare, il far cadere e sia di tipo verbale, come le offese e le prese in giro insistenti e ripetute”.

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Nel bullismo c’è anche la persistenza delle azioni

“Nel caso del bullismo indiretto – ha prosegueito il dottor Coladarci – ci troviamo di fronte ad azioni e comportamenti che hanno come obiettivo quello di danneggiare la vittima nelle sue relazioni con gli altri: esempi di bullismo indiretto possono essere la diffusione di calunnie o notizie false nei confronti di una persona, il suo sistematico isolamento oppure la sua esclusione da un gruppo. Quando le azioni di bullismo si verificano attraverso il telefono cellulare oppure attraverso internet, come ad esempio sui social network,, si parla di cyberbullismo”, ha spiegato ancora.

Nel bullismo, quindi, c’è persistenza nel tempo poiché le azioni dei bulli possono durare per settimane, mesi o anni e c’è asimmetria nella relazione, vale a dire uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, ad esempio per ragioni di forza, di età, di genere e per la popolarità che il bullo ha all’interno del gruppo di suoi coetanei. “Anche se negli ultimi decenni è molto alta l’attenzione verso il fenomeno del bullismo, non è così semplice quantificarlo con precisione: tanti, infatti, sono i casi che non vengono alla luce oppure nei quali le vittime non riescono a sottrarsi alle prepotenze dei bulli. Comunque, secondo numerose ricerche nazionali ed internazionali l’incidenza media del fenomeno è di circa il 15-20% nel mondo giovanile. Rispetto ad elementi quali il sesso o l’età, inoltre, è emerso come episodi di bullismo possano riguardare sia i maschi che le femmine”.

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I ragazzi mettono in atto prevalentemente azioni di bullismo diretto, colpendo in maniera indifferente sia maschi che femmine. Le ragazze, invece, molto spesso utilizzano forme di bullismo indiretto prendendo di mira principalmente altre coetanee dello stesso sesso, con una prevalenza di episodi di diffusione di informazioni calunniose o false sul loro conto. Il fenomeno è piuttosto complesso e le cause che lo determinano possono essere molteplici: la personalità individuale, i modelli familiari, le dinamiche di gruppo che trascendono il singolo individuo oppure gli stereotipi imposti dai massa media, sono tutti fattori concomitanti che in misura maggiore o minore contribuiscono al determinarsi di questo fenomeno.

“Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche, per chi è vittima di episodi di bullismo esse possono essere molto significative. Infatti, le continue azioni di sopraffazione possono determinare in età adulta vissuti di disagio piuttosto importanti. Inoltre, nei casi in cui le sopraffazioni si protraggono nel tempo, le vittime spesso intravedono come unica possibilità per sottrarsi al bullismo quella di cambiare scuola, fino ad arrivare in casi estremi all’abbandono scolastico. Nel lungo periodo, le vittime di azioni di bullismo possono mostrare una svalutazione di sé e delle proprie capacità, un senso di sfiducia verso se stessi e gli altri, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare vissuti psicologici quali la depressione oppure l’ansia”.

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Riflessioni a voce bassa: un simile visto diversamente

Un mio amico, che incomiciò ad essere mio amico quando smise di essere il mio isterico superiore, fece l’outing con me nel momento in cui decise di dare le dimissioni. Mi mandò un sms, che diceva: “Mi hanno rotto i coglioni, non li sopporto più, che vadano a farsi friggere. Ah, ed un’altra cosa: sono gay”. Et voilà, il coming out è fatto. Naturalmente avevo intuito i suoi gusti sessuali molto prima che diventasse mio amico, ma alla terrazza dove ci incontrammo il giorno seguente, ero curioso di sapere come l’aveva vissuta, questa omosessualità, cresciuto in casa di un padre machista che cucina la polenta come non l’ho mai mangiata in vita mia e che avrebbe preferito morire piuttosto che avere un figlio gay.

Il mio amico venne su troppo legato alle convezioni borghesi, al ruolo di bravo figliolo. E così si è sposato, si è riprodotto, per poi finire in analisi. E poi ha deciso, alla soglia dei cinquanta anni, di vivere la propria apparenza per come è e non per come dovrebbe essere o per come gli altri vorrebbero che fosse. Per la cronaca, il coming out non è giunto alle orecchie di suo padre, meno male, altrimenti lo avremmo perso e addio polenta!

La storia contemporanea ci offre una ricca varietà di casi in cui i “sospettati” e molti insospettabili all’apice delle loro carriere hanno fatto outing. Ne cito solo alcuni, quelli che secondo me sono i più rilevanti. Quello di Ellen DeGeneres, ad esempio, fu il coming out che sconvolse l’America. Ellen Page ha lasciato di stucco il mondo del cinema pronunciando, durante una manifestazione di attivisti a favore dei diritti della comunità omosessuale, un discorso bellissimo e toccante con cui ha fatto outing. Neil Patrick Harris, il più popolare sciupafemmine gay. Matt Bomer, il bello di White Collar. Jim Parsons, che disse: “Un amore normale, noioso”.

Anche Jason Collins ha fatto outing in NBA. Restando allo sport Michael Sam, giocatore di football dei Missouri Tigers e della NFL, è stato il primo giocatore di football a dichiararsi apertamente gay. Non fa una piega. Perché mai nasconderlo? Piccolo particolare: nessuno glielo aveva chiesto. A nessuno di loro. In alcuni casi, i loro compagni si sono sempre mostrati liberamente insieme a loro. Non c’era niente da esternare che già non fosse stato esternato. Ma che cosa è questa apologia del sessualmente diverso? Soprattutto: cos’è la diversità? Dov’è il confine attraversato il quale non si è più normali?

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Una delle mie principali fonti d’ispirazione, ha citato Giuseppe Pontiggia e la sua idea di diversità: “Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi”. Pensai a Pontiggia il giorno in cui ebbi una discussione con un altro amico “omo”. Mi chiedeva se avessi progetti matrimoniali o di convivenza in vista. Gli raccontai della mia personale percezione del rapporto di coppia o meglio delle mie riserve riguardo alla convivenza.

“Ma, Marco – esclamò indignato – come puoi vivere cosi? Ad un certo punto della vita bisogna vivere con qualcuno”. “Bisogna?”, domandai stupito. “Sì – insistette – secondo me ha dei problemi chi non sente il desiderio di svegliarsi con il proprio uomo o con la propria donna al suo fianco per tutti i giorni della sua vita”. E concluse, senza nemmeno darmi diritto di replica: “Tu non sei normale”. Non sono normale. Lo diceva anche mamma. Ecco come un simile è visto diversamente agli occhi di un diverso. Facendo la somma algebrica, siamo due diversamente simili. Siamo due diversi e quindi, fra noi, siamo uguali. Infatti, come tutti anche io m’innamorai, ma come molti non ne feci mai segreto.