Nella sezione Attualità di MC Blog, attraverso reportage, racconti, interviste, inchieste e quant’altro ti racconto, nel bene o nel male, aspetti curiosi e particolari del nostro tempo. Tanti spaccati della società contemporanea, fatti di tendenze sociali, avvenimenti, scoperte e molto altro

NaturalMente Cani per la buona salute a 4 zampe

NaturalMente Cani è uno dei più apprezzati e richiesti libri sulla prevenzione e sulle cure naturali per gli amici pelosi a quattro zampe. Dall’alimentazione ai valori nutrizionali, fino ai “rimedi della nonna”, con un centinaio di erbe selezionate e schedate e altrettanti rimedi tra i più efficaci della fitoterapia e della medicina ayurvedica. Insomma, un amico da sfogliare quando si ha bisogno di mettere in atto periodiche forme di detossicazione e per conoscere eventuali rimedi da usare per prevenire e per integrare, ma anche per curare.

Un block notes in cui sono annotati i più efficaci rimedi, oltre agli integratori naturali da somministrare alcuni con una certa regolarità e altri all’occorrenza. Curare il proprio cane prevalentemente con rimedi naturali è un gesto di grande amore e rispetto. Il ricorso a medicinali moderni è troppo spesso dannoso e non necessario. L’uso dei rimedi naturali aiuta a superare efficacemente diverse patologie: dalle ferite alle punture d’insetto, dall’obesità all’artrite… Tutelando realmente il benessere dei nostri animali riconosceremo loro, in modo concreto, un ruolo e un habitat, amandoli a tutti gli effetti.

Non rappresenta l’eccezionalità il fatto che il cane, trattato come natura comanda, è in grado di vivere bene e più della media attuale. Purtroppo, è sempre più un’eccezione vedere cani trattati da cani. A ciò, si aggiunga più inquinamento, pipette e collari antipulci tutto l’anno, vaccini sempre più aggressivi, prodotti poco genuini e un’acqua più contaminata che mai. Questi fattori hanno un peso specifico sullo stato di salute delle nostre bestiole. “NaturalMente Cani” sarà un valido supporto…

Che i cani si ammalino sempre più frequentemente di malattie tipiche della razza umana, come diabete, tumori, artrite e varie altre patologie di natura autoimmune, causate da più o meno gravi forme di intolleranze alimentari, è un triste ma oggettivo dato di fatto. Succede da quando anche a loro, come facciamo spesso con noi stessi, serviamo cibo spazzatura. Magari non tenendo conto che, alcune crocchette o alcuni snack che acquistiamo lasciandoci incantare da etichette “musicali”, sono ancor più spazzatura di quanto si possa immaginare.

Non è una novità, infatti, che il settore della nutrizione dei cani, ma di tutti gli animali più in generale, sfugga a qualsivoglia regola e controllo in quasi tutti i paesi del mondo. E non è una novità che gran parte dei padroni di cani, quasi non si rende conto di cosa fa ingurgitare al povero animale che ospita in casa. Eppure, tanto per fare un piccolo esempio, non dovrebbe essere difficile prendere atto del fatto che quel “simpaticone con le zanne” è carnivoro e che, di conseguenza, i cereali sono mangimi per galline e volatili…

Perché è importante il libro NaturalMente Cani

Nonostante la crisi, il settore mangimi e accessori per cani continua a crescere. Un business estremamente allettante per gli industriali come anche per il settore della ricerca scientifica, il cui fatturato complessivo in Italia supera il valore di 1,8 miliardi di euro. Nel Belpaese, quattordici milioni di italiani hanno animali da compagnia in casa. Un interesse che, di certo, non può sfuggire al mercato e di riflesso ai suoi meccanismi di vendita come il marketing e i canali principali che lo creano come gli allevamenti o i veterinari.

Anne Leszkovicz, docente di ingegneria chimica all’università di Tolosa, ha analizzato i cibi utilizzati da alcuni allevatori di animali di razza che hanno visto morire i loro cuccioli senza un apparente motivo. La ricercatrice che ha analizzato tra i cinquanta e i cento prodotti industriali per cani e gatti, ha evidenziato che almeno un quarto di questi aveva livelli preoccupanti di micotossine, che “possono generare i tumori. L’aflatossina colpisce il fegato, l’ocratossina i reni, la fumonisina l’apparato digerente… Il cane è l’animale più sensibile all’ocratossina che può indurre il tumore al rene”, ha detto alle telecamere della trasmissione Report di Milena Gabanelli.

Purtroppo, molti specialisti continuano a curare il sintomo e non la causa e quando ritengono di poter risolvere il problema, spesso lo fanno in modo decisamente invasivo e traumatico. Hanno fatto una scelta, quella di credere in una sola forma di medicina. Quella degli effetti collaterali. Certo, in alcuni casi non ci sono alternative, specialmente quando si interviene tardi, i farmaci di sintesi o la chirurgia diventano necessari. Ma in tanti altri casi si può aiutare la nostra bestiola con rimedi naturali. Come l’arnica al posto dell’abusato cortisone, giusto per dirne una.

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Ma soprattutto, si può e si deve fare prevenzione. Un’efficace prevenzione. Questo volume si inserisce umilmente e discretamente tra proprietario, cane e veterinario. Tra coscienza e scienza. “NaturalMente Cani” è figlio di diverse combinazioni, tra queste la consapevolezza che tanti veterinari, troppi, fa comodo che le erbe si vendano e si usino il meno possibile. Non a caso, la documentazione esistente in materia di cure naturali per cani è carente, se si escludono i testi scientifici scritti rigorosamente in “medichese”, che non invogliano assolutamente la lettura di massa, o i libri in lingua straniera.

Oltre a “NaturalMente Cani”, fanno parte della collana “Animali Sani” anche i libri e gli ebook “Manuale Pratico di Omeopatia per Cani: tutti i rimedi dalla A alla Z” e “Manuale Pratico di Omeopatia per Gatti: tutti i rimedi dalla A alla Z”. Per quanto riguarda i libri sull’omeopatia, non è assolutamente necessario acquistare sia il volume dedicato ai cani sia quello dedicato ai gatti. Le terapie di automedicazione nel cane e nel gatto sono identiche.

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Le serial killer, storie di donne che uccidono per piacere

Le serial killer uccidono per passione? Certo che sì. Lo racconto nel libro e nell’ebook “Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione”, che nasce da un’inchiesta giornalistica diventata un viaggio nel mondo delle donne serial killer, anche in questo caso sottovalutate rispetto agli uomini, che sono solo numericamente di più e decisamente più brutali e violenti nelle modalità sperimentate per assassinare.

Oltre cento monografie aggiornatissime che si tingono di rosso ed entrano nella collana “Storie di Serial Killer“. Come nasce l’idea di raccontare le vite e le carriere criminali delle principali cento donne serial killer della storia? Mai nulla avviene davvero per caso. Come se ci fosse un disegno dietro ogni cosa importante. Metti una sera a cena un giornalista molto curioso, un giovane scrittore e studioso del fenomeno dei serial killer.

Poi metti che, sempre casualmente, a questa cena si unisce un fraterno amico criminologo ed inevitabilmente appassionato di omicidi seriali. I commenti, le battute un po’ ciniche, gli elogi e le critiche sulle storie scelte si sprecano. Un bicchiere di vino, due bicchieri e, al terzo: “Certo che anche le donne… Ce ne sono alcune che non hanno nulla da invidiare ai peggiori serial killer del “sesso forte”, così lo chiamano”. A pensarci su un micro-secondo, viene da esclamare: “Eh… sì, Altro che sesso debole!”.

Passione e perversione per l’omicidio: donne troppo sottovalutate

Il fenomeno dell’omicidio seriale non ha sesso, ma le donne sono sottovalutate anche in questo campo. Tra le più celebri assassine seriali della storia mondiale dal 1600 in poi si possono ricordare Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Rosemary West, Erzsébet Báthory, Delphine LaLaurie, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Ann Cotton, Jeanne Weber, Beverley Allitt, Karla Homolka e le sorelle Delfina e María de Jesús González.

Nomi che mettono i brividi al solo pronunciarli. “Sì, ma solo le più celebri”. La cena si trasforma in una piacevole “riunione di lavoro” da cui, al termine, prenderà vita l’embrione del progetto di un altro libro: “Le Serial Killer – Storie di donne che uccidono per passione”.

Chi sono le più importanti della storia? E quelle meno note per tanti altri motivi, come la censura imposta dei regimi dittatoriali e monarchici, o l’inadeguatezzadelle indagini, oppure ancora gli errori giudiziari? Bella domanda. Le più note al mondo sono una ventina in tutto.

Molte assassine seriali sono considerate “vedove nere”, cioè donne che uccidono prevalentemente per ragioni economiche o di guadagno e che preferiscono avvelenare o strangolare le loro vittime. Una differenza importante dai serial killer maschi, che arrivano ad uccidere al termine di un grande coinvolgimento fisico, con l’inclusione di armi bianche, armi da fuoco, o qualsiasi oggetto che possa fungere da arma.

Quando immaginiamo un serial killer, anche per come la televisione ci ha venduto il proprio prodotto di market(t)ing “assassino seriale”, proiettiamo immediatamente il nostro cervello sulla figura dell’uomo. Raramente pensiamo ad una donna affascinante dai lunghi capelli biondi e dai modi dolci e gentili. La verità è che dalla notte dei tempi gli uomini uccidono e anche le donne. E questo è un dato inconfutabile.

Ecco le motivazioni e i moventi (diversi) della serial killer

Cambiano le prospettive ma sono le statistiche a delinearne nel corso dei secoli proporzioni, confini e prerogative. Un altro grave errore: si è soliti ritenere che la criminalità seriale sia da ricondurre esclusivamente alla sfera delle pulsioni sessuali presenti con una carica maggiore nell’uomo. Non è assolutamente così. Sebbene l’affermazione precedente sia vera, è altrettanto vero che non è possibile escludere questa carica anche nella donna seppur con connotazioni differenti.

A fronte di ciò è importante, anzi è fondamentale, non ricondurre ogni forma di criminalità seriale alla sfera sessuale. Ma piuttosto concentrarsi su molte altre dinamiche psichiche chepossono sfociare, presto o tardi, nell’omicidio seriale: dal desiderio di onnipotenza dei dominatori e dei fanatici religiosi, alle devianze non sessuali di tantissime altre serial killer, dipendenti dal gioco d’azzardo oppure maniache dello shopping, sino ad arrivare ad alcune patologie psichiatriche.

Le motivazioni psicologiche dell’assassina seriale possono essere estremamente diverse, ma in molti casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassina seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati a traumi infantili: umiliazioni, bullismo, abusi sessuali o una condizione socio-economica deprimente.

In questi casi, il crimine costituisce una fonte di compensazione da cui trarre una sensazione di potenza, di riscatto sociale. Queste sensazioni possono derivare sia dall’atto omicida in sé, sia dalla convinzione di poter superare con astuzia la polizia. L’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle proprie vittime, altra caratteristica comune alle assassine seriali e ai colleghi di sesso maschile, è descritta con aggettivi come “psicopatia” o “sociopatia”.

Le assassine seriali uccidono per sadismo, potere e ricchezza

Associata al sadismo e al desiderio di potere, quest’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle vittime può condurre alla tortura delle proprie vittime o a tecniche di uccisione che coinvolgono un supplizio prolungato nel tempo. E data la natura morbosa, psicopatica e sociopatica della condotta criminale dell’assassina seriale, non ci si stupisca se nella maggior parte dei processi l’avvocato difensore invoca l’infermità mentale.

Questa linea di difesa fallisce però quasi sistematicamente nei sistemi giudiziari come quello degli Stati Uniti d’America, in cui l’infermità mentale è definita come l’incapacità di distinguere bene e male nel momento in cui l’atto criminale si è consumato. I crimini delle assassine seriali sono quasi sempre premeditati e l’omicida stesso trova non raramente la propria motivazione nella consapevolezza del loro significato morale.

Molte serial killer hanno disfunzioni di fondo. Frequentemente sono state maltrattate da bambine, sia fisicamente, sia psicologicamente, sia sessualmente, anche se ci sono dei casi documentati, per la verità così pochi da non rappresentare una percentuale interessante, che si sono determinati in assenza di abusi di qualunque tipo. Da questo potrebbe derivare una vicina relazione tra gli abusi subiti durante l’infanzia e i loro crimini.

L’elemento di fantasia nelle assassine seriali non deve essere sovraenfatizzato. Iniziano spesso fantasticando circa l’assassinio durante l’adolescenza o anche prima. Le loro vite immaginarie sono molto ricche e sognano ad occhi aperti in modo compulsivo di dominare e uccidere le persone, spesso con elementi molto specifici della fantasia omicida che diverranno evidenti nei loro crimini reali.

PROMEMORIA > Il libro fa parte della collana Storie di Serial Killer, di cui fa parte anche Assassini Seriali: leggi la recensione

Quali sono i vari modus operandi delle serial killer?

Alcune assassine sono influenzate da letture sull’Olocausto e fantasticano sull’essere loro stesse responsabili di campi di concentramento. Comunque, in questi casi non è l’ideologia politica del nazismo ciò di cui godono o che le ispira, ma semplicemente l’attrazione per la brutalità e il sadismo della sua applicazione. Per dirla brutalmente: hanno solo una gran voglia di sangue.

I risultati degli studi condotti nell’ultimo secolo hanno permesso di evidenziare delle connotazioni simili tra uomo e donna serial killer, soprattutto in relazione alla prima infanzia. Anche le donne, d’intelligenza solitamente superiore alla media, in questa fase della vita presentano una spiccata attitudine a compiere atti di violenza verso gli animali domestici e vivono la paura del buio e i conseguenti stati di angoscia legati al timore di essere abbandonate.

Spesso i problemi legati al sonno conducono ad un’alterazione del ciclo sonno-veglia. Le tappe della crescita sono molto più veloci dalle rispettive coetanee, nonostante il periodo di maggior turbamento resti l’adolescenza, caratterizzata dalla totale assenza di disciplina, di rispetto delle regole e da una contestuale forma d uniformazione collegata al desiderio di scrivere (spesso diari segreti) annotando tutti i pensieri in cui prendono forma scene di violenze.

Seppure non attualissimo, uno degli studi più completi sulle donne serial killer è quello condotto da Kelleher&Kelleher nel 1998, la cui classificazione è a oggi la più esaustiva e utilizzata in ambito scientifico. La donna serial killer solitaria, similmente al suo omologo maschile, predilige un “modus operandi” pianificato e accurato. Sovente si tratta di donne dalla personalità forte, predisposte all’utilizzo di armi, veleni, soffocamenti, iniezioni letali. Leggere la storia di quest e donne, capire i traumi subiti e le perversioni sviluppate, completa il quadro. Ecco perché ho scritto “Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione”.

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Il libro e l’ebook dedicato alle donne che uccidono per piacere

Nel libro, 280 pagine in formato regale (15,24 x 22,86 centimetri), dopo averle divise in sette capitoli, racconto le storie di: Giulia Tofana, Maria I d’Inghilterra, Mariam Soulakiotis, Catherine Deshayes Montvoisin, Gaetana Stimoli, Hieronyma Spara, Sylvia Alexandre, Enriqueta Martí Ripollés, Lucusta, Joanna Dennhey, Leonarda Cianciulli, Alice Mitchell, Alexe Popova, Vera Renczi, Luisa De Jesus, Maria Swanenburg, Mary Ann Cotton, Gesche Gottfried, Lee Thanh, Lydia Sherman, Nannie Doss, Louise Vermilyea, Giovanna Bonanno, Rhonda Belle Martin, Martha Marek, Janie Lou Gibbs, Bertha Gifford.

E ancora Elfriede Blauensteinet, Sophie Ursinus, Francisca Ballesteros, Thofania D’Adamo, Amy Archer-Gilligan, Ottilie Gburek, Margie Velma Barfield, Caroline Grills, Blanche Taylor Moore, Hannah Hanson Kinney, Delfina e María De Jesús, Susi Olàh e Julia Fazekas, “Angeli della morte di Lainz”, Raya e Sakina Abdel-Al, Ivanova e Olga Tamarin, Le 20 matrone, Sara Aldrete e Adolfo De Jesus, Sarah Sutcliffe e John Makin, Famiglia Bender, Rosemary e Fred West, Williams e Gerald Gallego, Dagmar Overbye e Carl Svendsen, Junko Ogata e Futoshi Matsunaga, Faye e Ray Copeland, Amelia Sach e Annie Walters, Gwendolyn Graham e Cathy Wood.

Senza dimenticare: Myra Hindley e Ian Brady, Lyudmila e Sasha Spesivtsev, Catherine Harrison e David Birnie, Martha Beck e Raymond Fernandez, Marie-Madeleine D’Aubray e Godin De Sainte-Croix, Suzan Barnes e James Carson, Karla Homolka e Paul Bernardo, Lavinia e John Fisher, Carol M. Bundy e Doug Clark, Sarah e Sarah Morgan Metyard, Catalina de los Ríos y Lisperguer, Juana Barraza, Margareth Davey, Marie Delphine LaLaurie, Anna-Rozalia Liszty, Jeanne Weber, Maria Noe.

E per concludere: Aileen Carol Pittman, Hèléne Jegado, Waneta Ethel Hoyt, Kathleen Folbigg, Martha Ann Johnson, Louise Peete, Theresa Knorr, Mary Flora Bell, Amelia Dyer, Margaret Waters, Marybeth Roe Tinning, Miyuki Ishikawa, Jane Toppan, Antoinette Sceri, Christine Malèvre, Marianne Nölle, Sonya Caleffi, Anne Marie Hahn, Kristen Heather Gilbert, Beverly Gail Allitt, Marie Fikáčková, Genene Jones, Erzsébet Báthory, Dar’ja Nikolaevna Saltykova, Magdalena Solís, Belle Soreson Gunnes, Dorothea Helen Puente, Anna Margaretha Zwanziger, Dana Sue Gray, Daisy Louisa C. De Melker.

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Quando il bisessuale si innamora: esempio di rapporto a tre

Tutti i miei amici etero e omosessuali concordano su una cosa: i più fortunati sono i bisessuali. E’ gente che sa apprezzare sia la bella “gnocca” sia il giovane tenebroso. E poi concordano col dire che la mia proverbiale stanchezza è dovuta al fatto che vado sempre controcorrente. Non lo faccio apposta, ma anche sul fatto che i bisessuali sono i più fortunati “perché hanno una maggiore attività sessuale” purtroppo non posso trovarmi d’accordo. Nutro dei seri dubbi. Anzi, so che non è così.

Preciso, posso trovarmi d’accordo solo se la situazione che mi si prospetta è la seguente: bisessuale innamorato sia di una donna sia di un uomo e con entrambi che ricambiano e accettano la natura ibrida della persona che stanno amando. Certo, ci sono anche i bisessuali che scelgono la cosiddetta “monogamia”, ma non tutti lo fanno davvero fino in fondo. Alcuni, forse tanti, continuano a stare con “due piedi in due scarpe” perché ci si trovano naturalmente a proprio agio.

Anche chi è bisex s’innamora, come tutti, ha dei sentimenti, anche forti. E come tutti li esprime attraverso se stesso e si fa del male se deve nascondersi, se deve mentire anche alle persone a cui vorrebbe poter volere bene. Spesso soffrono, altrettanto gioiscono. Anche i bisessuali sono vita, bellezza, aria, sensualità. Pelle, carne, liquidi e fuoco. Sono certamente i più anarchici, combattenti, ribelli e resistenti.

La domanda che bisogna porre ad un bisessuale è la seguente: ti è mai capitato un periodo della tua vita in cui hai amato solo una persona? Io questa domanda gliel’ho posta e il mio amico mi ha risposto ciò che immaginavo già. “Non so come si faccia ad amare una persona soltanto. Io ne ho sempre amate molte e tutte assieme. Non so come si stia a contatto con un corpo se l’altro non mi è accanto contemporaneamente, quantomeno idealmente”.

“Non so cos’è il dolore se non quando sono costretto a rinunciare ad essere quella che sono. Soprattutto, non so cos’è la noia se ho uno dei miei amori vicino. Di me hanno detto che sono capriccioso, velenoso, urticante. Non gli credo. Non gli crederò mai. Se vedo la mia immagine riflessa allo specchio, vedo solo un corpo che invecchia attendendo di essere amato? Non mi interessa quale forma, che misura, che genere di amore. Quello che so è che non amo stare con un uomo, con una donna, ma con entrambi, spesso. Dicono sia malattia, perversione. Ma se lui mi ama e mi ama anche lei, perché io non dovrei amarli allo stesso modo?”.

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“Nella vita voglio continuare a sorprendermi, a stupirmi, a reagire, a lottare. Non voglio rinunciare a quel che voglio perché qualcuno, uno dei due, vuole “incastrarmi”, opprimermi, cambiarmi. Ho sempre pensato che se qualcuno non riesce a sentirsi a proprio agio nella mia vita, sono cazzi suoi. Non mi interessa. Non mi riguarda”.

“Quel che faccio nel mio letto, invece, sono affari miei e di chi quel letto vuole condividerlo con me. Vivo un rapporto a tre da un po’ di tempo. Non so come andrà a finire, non so se durerà. Non so come e se il mondo capirà mai. Il mondo che mi circonda in Italia. Un mondo bigotto, ipocrita, falso, perbenista”.

“Quello che è certo è che noi tre stiamo bene insieme. Sono io che amo entrambi. Loro si rispettano l’un l’altra. Per strada? Ci teniamo tranquillamente per mano, io, lei e lui. Questo è il presente, l’insieme di attimi in cui vivo. Perché dovrei temere il futuro? Qualcuno mi dice che domani mi pentirò e rimarrò solo. Rispondo sempre nello stesso modo: cosa posso farci se non mi adatto? E chi l’ha detto che sarò io a restare solo e non sarete invece voi, quelli che restate accanto per la vita ad un’unica persona? Com’è che la chiamate? Fedeltà…?”.

Ho anche un’amica bisessuale. A lei ho domandato provocatoriamente: sei bisex perché sei indecisa? E’ scoppiata a ridere. Poi mi ha confidato: “E me l’hanno detto in tanti, uomini e donne. Scegli: puoi essere etero o lesbica. Il fatto è che io non sono nessuna delle due cose. Io amo lei e lui allo stesso modo. Senza alcuna differenza. Mi piacciono, mi eccitano, e non ho modo di confidare questa storia se non incontrando tanti musi storti, facce perplesse e un’onda di moralismo da due euro“.

Perfino dagli ambienti che dovrebbero essermi più affini, più evoluti. E’ un gioco a incastro. O stai di là, o stai di qua. Non puoi restare dalle due parti. Sono le regole del branco. Se non aderisci a quest’altra norma non puoi entrare nelle loro grazie. Non mi sento superiore, non giudico nessuno. Semplicemente sono diversa. Io. Non seguo il loro esempio. Io. Obbedisco a quel che dice il mio corpo, la mia mente, il mio cuore. E’ la mia carne che guida, chiama carezze, baci, abbracci, orgasmi, lingue, vagine, peni. La mia pelle mi consegna al desiderio, non mi lascio incastrare. Resto una cagna sciolta”. Serve solo un po’ di rispetto. E’ tutta una questione di scelte.

Noi tossici di Stazione Termini: il racconto di chi ne è uscito

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammetto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”.

Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

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Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

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Zero Calcare e Macerie Prime, sei mesi dopo il primo successo

Dopo oltre centoventimila copie vendute con Macerie Prime, Zero Calcare torna con il capitolo conclusivo della sua storia più emblematica e contemporanea: “Macerie prime. Sei mesi dopo”. Nasce il figlio di Cinghiale. Gli amici si riavvicinano. Niente è più come prima. Il senso di precarietà sociale del suo cast sembra assoluto, i rapporti amicali si lacerano, le tenebre avanzano. Piccoli pezzi di ciascuno vengono perduti, rubati, cambiano gli equilibri. E l’armadillo è sempre latitante.

Se una soluzione esiste, in cosa consisterà? C’è poco da dire, degna conclusione della prima parte di Macerie Prime, storia che racconta perfettamente le ansie e le paure dei trentenni (ma anche quarantenni) di oggi. Il finale va a stemperare il clima claustrofobico che si può percepire lungo tutta la storia, dal primo a questo secondo libro, e va a ridare un minimo di speranza che l’essere umano non si sia completamente trasformato in una sottospecie di creatura piena di rabbia e rancore.

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Ottimo lavoro come sempre, Zerocalcare non mi delude mai. Una bella riflessione sulla vita fatta in modo alternativo ma non banale. Il linguaggio scelto può sembrare da sempliciotti ma i contenuti vanno al di là della forma. Soprattutto è attuale nelle tematiche e dà consigli concreti su come affrontare la difficoltà della vita quotidiana e le sue tentazioni che possono spingere una persona verso l’apatia o lo sconforto.

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