La storia del rock raccontata da Guaitamacchi

Nel suo libro La storia del rock Guaitamacchi lo dice forte e chiaro: “Il rock è una forma d’arte”. E in alcuni casi, una forma d’arte suprema paragonabile per valori, influenza e longevità alle più straordinarie espressioni di talento, creatività e fantasia della storia dell’uomo. Ma è una forma d’arte popolare. Indissolubilmente legata a tempi, luoghi e contesti socio-culturali che l’hanno generata. Per capirla, apprezzarla, o amarla ancora di più, questo libro ne racconta la storia. Una storia lunga sessanta anni e che inizia il 5 luglio 1954, nel giorno in cui Elvis Presley ha inciso a Memphis il suo primo singolo. Ma che ha radici più lontane e profonde, tra il continente africano e la cultura e le tradizioni anglo-scoto-irlandesi.

Da allora, sino a oggi, il rock e le musiche a lui connesse o che dal rock si sono sviluppate sono state una colonna sonora fantastica per le vite di centinaia di milioni di giovani (e meno giovani) in tutto il pianeta Terra, accompagnando l’evoluzione dell’uomo del Novecento. Proprio così. Seguimi, in questa recensione che è un viaggio nella storia di una delle arti musicali più belle. Questa popular music sviluppatosi negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. È un’evoluzione del rock and roll, ma trae le sue origini anche da numerose forme di musica dei decenni precedenti, come il rhythm and blues e il country, con occasionali richiami anche alla musica folk.

il rock è incentrato sull’uso della chitarra elettrica, solitamente accompagnata dal basso elettrico e dalla batteria. A partire dagli anni Sessanta in poi, la musica rock si è diramata in una enorme varietà di sottogeneri: si è mescolata con il blues per dar vita al blues rock e al southern rock, poi con il jazz e altre forme di musica orchestrale per creare la fusion e il rock progressivo. Allo stesso tempo, il rock ha anche incorporato influenze dal soul, dal funk e dalla musica latina. Nel corso degli anni sono nati altri generi derivati come il pop rock, l’hard rock, il rock psichedelico, il glam rock, l’heavy metal, e il punk rock.

Gli anni Ottanta hanno visto sbocciare il filone new wave, l’hardcore punk, il rock elettronico e l’alternative rock, mentre negli anni novanta si è assistito alla diffusione del grunge, del britpop, dell’indie rock e del post-rock. La musica rock ha contribuito al diffondersi di movimenti culturali e sociali, portando alla nascita di sottoculture come i mod e i rocker nel Regno Unito e la controcultura hippie, che, da San Francisco, si diffuse negli Stati Uniti negli anni Sessanta. In modo analogo, la cultura punk degli anni Settanta ha poi portato alla nascita delle sottoculture goth ed emo. Continuando una parte della tradizione folk delle canzoni di protesta, una delle manifestazioni iniziali del rock è stata espressione della rivolta giovanile contro il consumismo e il conformismo, fenomeno poi ribaltato a partire dagli anni Ottanta con la diffusione del glam e del pop rock.

Le sonorità del rock si improntano prevalentemente sull’utilizzo di strumenti elettrici, in particolare la chitarra elettrica, che in genere viene accompagnata da una sezione ritmica costituita da basso elettrico e batteria. Frequente negli anni Sessanta fu la presenza dell’organo elettronico, come il Vox Continental e l’Hammond. Dagli anni Settanta e poi sempre più frequentemente hanno cominciato a fare la loro comparsa anche i sintetizzatori. Altri strumenti di contorno, ad esempio il sassofono e l’armonica a bocca, sono usati per lo più in qualità di solisti. Nelle composizioni più elaborate, o nelle ballad, sono talvolta presenti arrangiamenti per archi e ottoni.

Il termine Rock and Roll venne utilizzato per la prima volta nel 1951 dal Dj Alan Freed, per indicare la musica R&B trasmessa nel corso del suo programma radiofonico “The Moondog House Rock’n Roll Party“. Basato sul connubio di vari elementi appartenenti alla tradizione musicale americana e africana (notevoli sono state le influenze jazz, country, blues, folk, gospel, boogie-woogie e R&B), il rock and roll ha rappresentato non solamente un nuovo genere musicale, ma anche un vero e proprio fenomeno sociale, specchio della cultura e della società del tempo, esaudendo così la necessità di emancipazione e i fermenti dei “neri e dei bianchi”.

Tra i precursori rientrano Big Joe Turner nel 1939, con il singolo Roll ‘Em Pete, e Sister Rosetta Tharpe nel 1944, con Strange Things Happening Every Day. Nel 1951 Jackie Brenston and his Delta Cats registrarono quello che da molti è considerato come il primo vero e proprio rock and roll, Rocket 88, presso la Memphis Recording Service di Sam Phillips, raggiungendo il primo posto nella classifica R&B. Verso la metà degli anni Cinquanta iniziarono a riscuotere notevole successo Rock Around The Clock di Bill Halley & The Comets (1954), e soprattutto That’s All Right (Mama) di Elvis Presley (1954), registrata negli Sun Studio di Memphis, che diede origine al cosiddetto “rockabilly”.[14]

Nel 1955 Chuck Berry pubblicò il suo primo singolo Maybelline, unendo country e R&B, e sempre nello stesso anno, uscirono Tutti Frutti di Little Richards e Whole Lotta Shakin’ Goin’On di Jerry Lee Lewis, a rappresentare il massimo splendore del rock and roll. Verso il finire del decennio, numerosi eventi negativi sancirono la fine degli anni d’oro del rock and roll: la morte di Buddy Holly, The Big Bopper e di Ritchie Valens in un incidente aereo. La partenza di Elvis per il servizio militare. I numerosi problemi giudiziari di Chuck Berry e Jerry Lee Lewis. L’ultimo evento culminante fu la morte di Eddie Cochran, il 17 aprile 1960, in un incidente automobilistico, in cui perse la vita il musicista Gene Vincet.

Il rock and roll americano anni Cinquanta riscosse in tutto il mondo un enorme successo, soprattutto in Europa, dove all’inizio degli anni Sessanta Elvis Presley, Chuck Berry e Buddy Holly erano gli artisti d’oltreoceano più amati. Le influenze maggiori si fecero sentire nel Regno Unito, grazie a un crescente numero di giovani che iniziarono a fondare i loro gruppi musicali. Nacquero così gruppi come Beatles, Rolling Stones, Animals, Them, che iniziarono ad entrare nelle classifiche di tutto il mondo grazie a cover di canzoni d’origine statunitense, riuscendo a fondere, in modo originale, il rock and roll con l’R&B.

Iniziò il fenomeno musicale, sociale e culturale della British Invasion, che elevò la Gran Bretagna a fulcro dello sviluppo della nuova generazione anni Sessanta. Il sogno dei giovani artisti divenne presto quello di conquistare la scena negli Stati Uniti. Tra i primi, l’inglese Cliff Richard tentò invano d’imporsi nel mercato americano, proponendosi come l’alternativa inglese a Elvis, e come lui molti altri. Però soltanto nei primi mesi del 1963, con il singolo I Want To Hold Your Hand, i Beatles, con la loro innovativa freschezza, divennero i primi britannici a scalare la classifica statunitense, dando origine al fenomeno Beatlemania, che celermente spopolò in tutto il mondo.

Dai Beatles ai Buzzcocks: viaggio nella storia del rock

Il 9 febbraio del 1964, i Beatles, parteciparono all’Ed Sullivan Show, incollando davanti ai televisori circa settantatré milioni di persone. L’enorme successo dei Beatles aprì la strada all’invasione di altre band inglesi, come gli Animals, che nello stesso anno raggiunsero il successo mondiale con The House Of Rising Sun, mentre I Kinks, con You Really Got Me, realizzarono la prima canzone hard rock della storia. I Rolling Stones, invece, nel 1965, con (I Can’t Get No) Satisfaction, diventarono l’alternativa ai Beatles, portando sonorità derivate dal blues e dal rock, creando uno stile fresco e al contempo fortemente ribelle, rispecchiando i i malumori e le tensioni della società del tempo.

Londra in questo periodo divenne così “la città più di tendenza del mondo”, e la capitale della controcultura giovanile, dando origine anche al movimento “mod” (abbreviazione di modernismo), che abbracciò dal punto di vista musicale band come i The Who, resi noti dal singolo My Generation, e gli Small Faces. Molti gruppi folk rock statunitensi, come i Byrds, con la cover elettrica di Mr Tambourine, i Beau Brummels e i Lovin’ Spoonful, iniziarono a trarre ispirazione dalle band britanniche, nel tentativo di contrastare il loro enorme successo. Si vola. Si passa attraverso tante bellissime correnti artistiche: garage rock, blues rock, surf music, psychedelic rock, jazz rock, west coast rock, progressive canonico, glam rock, passando per la “ribellione punk”.

La retrocopertina del libro di Guaitamacchi.

Stanchi del rock “intellettuale”, come poteva essere definito il rock progressive, una nuova corrente sconvolse il discorso musicale dalla seconda metà degli anni Settanta: il punk. Secondo alcuni critici il pensiero punk nacque negli anni Sessanta grazie ai Velvet Underground. Nelle loro canzoni si parlava già di droga, sesso, vita di strada, degradazione e le loro intenzioni e idee musicali non avevano nulla a che vedere con quelle dei loro contemporanei. Per questo vengono etichettati come proto-punk, e lo storico leader, Lou Reed, venne successivamente riconosciuto dai punk come uno dei padri fondatori del movimento, divenendo un’icona dello stesso tanto da guadagnarsi la copertina del primo numero della rivista Punk Magazine.

Ci furono anche altri gruppi precursori del punk, tra i più famosi si possono citare gli MC5 e Stooges, che avevano il sound rozzo e sporco caratteristico del punk. Durante i primi anni Settanta assistiamo alla nascita del proto-punk, ovvero quel filone di gruppi di ispirazione garage che precedettero l’ondata punk rock dei metà anni Settanta, come i già citati MC5 e Stooges, Patti Smith, o New York Dolls, che diedero alla luce i primi accenni di punk rock proprio sulle basi del garage. Il punk rock sarà considerato un genere direttamente discendente dal garage rock per le sue caratteristiche generalmente più grezze e distorte rispetto al rock and roll più tradizionale. Quindi si può facilmente affermare che il punk nacque molti anni prima dell’avvento di gruppi come Ramones e Clash, ma è nel 1977 che nacquero il movimento e la moda punk.

I primi gruppi oggi riconosciuti con tale etichetta nacquero a New York, tuttavia essi non si identificavano in un genere ben preciso, rivendicando comunque l’appartenenza alla cosiddetta Blank Generation. Fu in questo periodo che i media americani iniziarono ad utilizzare termini come punk, apertamente rifiutato da artisti e fan soprattutto per la sua accezione dispregiativa, e New wave. Solo in seguito questi due termini assunsero una vita propria e distinsero due epoche differenti. Teorico del punk fu il poeta, scrittore, attore, giornalista e musicista Richard Hell. I Ramones, i Sex Pistols ed i Clash furono i primi gruppi “punk” per definizione a livello di moda globale (pur questo non limitando il valore della loro musica).

I Sex Pistols in particolare furono in gran parte plasmati dalla mente del manager Malcolm McLaren (affascinato dagli articoli e dal modo di vestirsi di Richard Hell nei suoi soggiorni newyorkesi) e dalla oggi nota stilista Vivienne Westwood, ma indubbiamente trainati dalla grande personalità del cantante Johnny Rotten (in seguito fondatore dei Pil). Per questo motivo i Sex Pistols sono stati ironicamente definiti “la grande truffa del rock & roll”. La situazione di malcontento e di tumulto durante la crisi del governo thatcheriano in Gran Bretagna fecero sì che il movimento assumesse una forma più massificata rispetto agli Stati Uniti.

L’avvento del punk decretò definitivamente la fine del rock progressive e la fine di quel decennio di sperimentazione e contaminazione: abbandonati i violini, i flauti, i fiati, i sitar, le tastiere, gli organi elettrici, si ritornò alla formazione “originaria” del rock&roll: chitarra, basso e batteria. Dal punto di vista strutturale e armonico delle composizioni, i brani tornarono ad essere di due, tre, massimo quattro minuti, così da poter essere trasmessi per radio, armonicamente più “orecchiabili” e “lineari”, e composti dall’alternarsi di strofe e ritornello. L’ondata di ribellismo dei primi anni punk è testimoniata dagli album Ramones dei Ramones, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols dei Sex Pistols e il primo disco dei Clash.

I Sex Pistols crearono molte controversie durante la loro breve carriera, attirando l’attenzione su di loro e mettendo spesso in secondo piano la musica. I loro show e i loro tour erano ripetutamente ostacolati dalle autorità, e le loro apparizioni pubbliche spesso finivano disastrosamente. I Clash erano famosi per la loro varietà musicale (nel loro repertorio trovano posto reggae, dub, rap, rockabilly e altri generi), per la sofisticatezza lirica e politica che li distingueva dalla maggior parte dei loro colleghi appartenenti al movimento punk e per le loro esibizioni dal vivo particolarmente intense. I Clash con il loro album London Calling marcarono per sempre la storia del rock.

Sempre alla fine degli anni Settanta, sulla scia del punk inglese dei Sex Pistols e dei Clash, si formarono i Police, che diedero vita ad un nuovo sound soprannominato reggae n’ roll, ad evidenziare la particolare inclinazione verso il lato reggae del punk, tra i loro hit, Roxanne, Message in a Bottle. Forse per la prima volta in Gran Bretagna musica rock e politica si incontrarono, ma si persero velocemente di vista: erano iniziati gli anni Ottanta e la filiazione di questo genere di rock approdò alla New wave. Verso la fine degli anni Settanta nacque anche il post-punk, che fonde il punk rock con elementi sperimentali provenienti da artisti come i newyorkesi Velvet Underground, Roxy Music e David Bowie e da generi come disco, dub e krautrock (soprattutto i Can e i Kraftwerk).

Non è da intendere come un genere musicale vero e proprio, ma piuttosto come un’etichetta utilizzata per quei gruppi che intorno al 1980 iniziarono ad unire il punk rock con vari altri generi musicali. Il genere si sviluppò verso i fine anni Settanta tramite l’ondata punk 77, negli Stati Uniti e in contemporanea nel Regno Unito. Con il loro apprezzamento verso i Beach Boys ed il bubblegum pop della fine degli anni Sessanta, i Ramones gettarono le basi per quello che sarebbe poi stato conosciuto come pop punk. Alla fine degli anni Settanta, gruppi del Regno Unito come i Buzzcocks o i The Undertones (successivamente influenzati fortemente dal glam rock) combinarono la velocità e la caoticità delle sonorità punk rock con la musica pop nei toni e nei temi distaccandosi in parte dal punk nella sua rappresentazione classica.

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Dai Green Day agli U2, passando per i Depeche Mode

Il successo vero e proprio del genere però ha inizio verso la fine degli anni Ottanta e primi anni novanta con l’avvento della nuova corrente detta punk revival. I gruppi a saper meglio sfruttare il potenziale commerciale di questi generi e a lanciare il “revival” furono i Green Day, Weezer, The Offspring, seguiti poi da Nofx, classificabili comunque nel melodic hardcore punk, e Rancid, che affermarono il genere a livello mondiale. Alla fine degli anni novanta questo sotto genere è stato poi portato a nuove vette commerciali con i Blink-182. Nel nuovo millennio continua il momento positivo dell’ondata Pop-punk, inizialmente con blink-182 e Sum 41 e poi soprattutto con l’exploit, ancora una volta, dei Green Day da metà decennio in poi, grazie all’apogeo di American Idiot.

Questo bellissimo libro, “La storia del rock”, scava a fondo in correnti come hard rock ed heavy metal, southern rock, new wave of British heavy metal, hair metal, metal estremo e nu metal. Si approda agli anni Ottanta. Sono gli anni della nascita del canale televisivo musicale Mtv, dell’edonismo diventato uno stile di vita, del predominio dell’immagine, delle capigliature cotonate, gellate e laccate, anni che vedono l’esplosione di altri fenomeni musicali come l’hip hop ed il rap, oltre al dilagare della dance. Non sono più i tempi delle radio che promuovono la musica, superate da mirate trasmissioni televisive. Il rock è ancora in evoluzione, in trasformazione, i confini fra pop e rock e altri generi si assottigliano ancora di più, per questo per parlare di rock è doveroso citare anche altri generi.

MTV Europe inaugura le sue trasmissioni con il videoclip di Money for Nothing dei Dire Straits, brano che paradossalmente può essere interpretato anche come una sorta di invettiva contro le rockstar che appaiono in televisione. I Dire Straits sono considerati un unicum nel panorama del periodo, poiché il loro stile musicale risulta del tutto fuori moda e in netta contrapposizione rispetto alle tendenze dell’epoca: la band britannica – guidata dal chitarrista, cantante e compositore Mark Knopfler – propone infatti un rock limpido ed essenziale, ispirato principalmente al blues, al country e al rock and roll americano delle origini. Le loro canzoni, caratterizzate spesso da un tono introspettivo, presentano inoltre testi ricercati e connotati da una forte impronta narrativa.

Il rock si diluisce e si orienta verso il pop, quello mistificato delle grandi multinazionali della musica (o major), alle quali non basta più scoprire nuovi talenti e lanciarli commercialmente, ma astutamente comincia a crearli, svilupparli e lanciarli sul mercato come fossero un qualunque prodotto commerciale, come ad esempio i casi dei New Kids on the Block e dei Milli Vanilli. Ma la scena non è dominio esclusivo di queste operazioni: in questi anni emergono comunque molti gruppi o cantanti che, pur in parte indulgendo alle regole del mercato discografico in materia di promozione dell’immagine, sono dotati di talento. L’album più venduto degli anni Ottanta è stato Thriller di Michael Jackson, mentre la classifica dei singoli vede come vincitori i Bon Jovi con Livin’ on a Prayer. La new wave e la sua sottocultura sbocciano assieme ai primi gruppi punk rock, a tal punto che, inizialmente, punk e new wave sono considerati quasi sinonimi.

Un sottogenere che spicca è inoltre il synth pop, con forti influenze dei Kraftwerk e del compositore francese Jean-Michel Jarre. Il synth pop trova seguaci anche in Italia, come nel caso dei Rockets, che si presentano in pubblico camuffati da alieni e sempre con la pelle ricoperta di crema argentata. Alcune band britanniche come i Depeche Mode e i Pet Shop Boys riscuotono notevole successo. Un personaggio fuori dagli schemi, che emerge in questi anni e che incarna perfettamente il concetto di artista pop rock, è il cantautore Prince, che grazie all’album Purple Rain, dall’arrangiamento innovativo, diventerà uno degli artisti più influenti della musica nera americana.

Il rock degli anni Ottanta sposa l’attivismo politico, che ebbe il suo picco di popolarità negli anni ottanta col singolo “Do They Know It’s Christmas?” del 1984 e il concerto Live Aid per l’Etiopia del 1985, che, oltre ad aver sensibilizzato con successo l’opinione pubblica riguardo alla povertà mondiale e ad aver raccolto fondi per gli aiuti umanitari, è stato anche criticato, insieme ad eventi simili, per aver fornito un palcoscenico per l’accrescimento della popolarità e dei guadagni delle star coinvolte. Gli anni Ottanta vedono il risorgere degli show concepiti come spettacoli di dimensioni sempre più imponenti, che solo a volte sono concerti di beneficenza. A beneficiare del clamore mediatico legato ai mega eventi degli anni ottanta non sono solo i nuovi idoli pop, ma anche gruppi rock già presenti negli anni settanta che raggiungono però l’apice del loro successo nel decennio successivo: gruppi Glam rock come i Kiss o i Queen.

I Queen parteciparono, il 13 luglio 1985, al Live Aid. Nei 20 minuti a disposizione, i Queen suonarono Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer to Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are the Champions. Sia la stampa, sia i settantaduemila spettatori di Wembley, sia gli artisti considerarono la loro interpretazione memorabile, una delle migliori di tutti i tempi. Mercury costruì in questa esibizione “il mito di insuperabile frontman”. La partecipazione al Live Aid diede nuovo entusiasmo ai Queen, che grazie a questo successo tornarono nuovamente a essere un gruppo coeso. Assente dal Live Aid ma personaggio emblematico del rock anni ottanta è Bruce Springsteen, esponente del cosiddetto “Heartland Rock”, caratterizzato da uno stile musicale semplice e rimandi alla vita operaia americana.

Un’altra band emblema del Live Aid, e del rock anni ottanta in generale, è quella degli U2. La band irlandese è caratterizzata dall’utilizzo massiccio di tematiche religiose, politiche e socioeconomiche, che contribuiranno a costruire l’immagine del frontman Bono Vox come guru di un’intera generazione. Gli U2 ottennero il successo planetario con l’album The Joshua Tree, che raggiunse i venticinque milioni di copie vendute. Un tour americano consoliderà la fama della band anche in quel Paese. L’immagine del gruppo negli anni successivi ha continuato ad essere legata alle numerose iniziative umanitarie contro la guerra nei Balcani e a favore della cancellazione del debito dei paesi del terzo mondo. Ma da qui in poi, è un’altra storia. La storia della nascita dell’alternative rock, del grunge, del post-grunge, del britpop, dell’indie rock, del gothic metal e di tutto quello ci siamo portati nel nuovo millennio.

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Vizi e virtù del porno contemporaneo

Vizi e virtù del porno contemporaneo in un libro. Un’opera che, come si suol dire, parte in quarta. Altro che “Cento colpi di spazzola” o “Cinquanta sfumature di rosso”. “Pornage” è un viaggio letterario nei segreti e nelle ossessioni del sesso contemporaneo a cura di Barbara Costa e pubblicato da Il Saggiatore. Che cos’è il sesso, oggi? Cos’è la libertà? Adulti che si eccitano pagando per essere trattati come bambini, mangiare omogeneizzati e giocare col pongo in finti asili appositamente creati. Video porno di anziani ultrasettantenni i cui amplessi vengono visualizzati in rete da milioni di utenti entusiasti.

Transgender, lesbiche e donne che si fingono uomini nei panni di drag queen. Mai come ai giorni nostri la sessualità è stata tanto libera, complessa e variegata. Barbara Costa spalanca le porte di un mondo – quello del sesso e della sessualità contemporanei – fatto di passioni e segreti inconfessabili, di perversioni al di là di ogni immaginazione e godimenti un tempo impensabili: un universo in cui la tecnologia più all’avanguardia si unisce alla perversione più raffinata e le sperimentazioni in camera da letto aprono la strada al cambiamento sociale.

In queste pagine il porno diventa una lente di ingrandimento deformata attraverso cui guardare il presente, lo specchio osceno in cui la collettività si riflette e dalle cui immagini viene a sua volta plasmata. Risultato: dentro al porno ci siamo tutti. Gaudenti e bacchettoni, adolescenti e attempati, single e fidanzati. È il video hot che teniamo in sottofondo mentre scriviamo una mail al capo. È il messaggio sexy che ci compare sullo schermo del telefono alla fine di un appuntamento noioso. È il brivido che ci attraversa in metropolitana immaginandoci avvinghiati allo sconosciuto seduto davanti a noi.

Ma è anche l’adulto che si eccita pagando per essere trattato come un bambino, mangiare omogeneizzati e giocare col pongo, o il filmato a luci rosse di un ultrasettantenne i cui amplessi vengono visualizzati in rete da milioni di utenti entusiasti. Con “Pornage”, Barbara Costa ci spalanca le porte del sesso contemporaneo: un universo in cui la tecnologia più all’avanguardia si unisce alla perversione più raffinata e le sperimentazioni in camera da letto aprono la strada al cambiamento sociale. In queste pagine il porno diventa una lente di ingrandimento attraverso la quale guardare il presente, lo specchio osceno in cui la collettività si riflette e dalle cui immagini viene a sua volta plasmata.

Come nella inedita cartina geografica dell’Italia ricavata dai risultati delle ricerche su Pornhub regione per regione, o in quella che mostra la diffusione dei nuovi modelli di famiglia nati dal poliamore e dal superamento delle identità di genere. Pornage è un racconto in cui si mescolano l’alto e il basso, la fisicità delle escort e la “pura utopia” – come la definisce Giampiero Mughini nella sua prefazione – delle fantasie pornografiche. Un’opera che delinea il mondo che abitiamo e quello che abiteremo. Perché nei porno in virtual reality possiamo godere dei nostri sogni di onnipotenza futuri e le sex realdolls di oggi, obbedienti robot del sesso dotate di intelligenza artificiale, sono già gli ibridi uomo-macchina di domani.

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Pornage: cosa pensa Giampiero Mughini

“Sono così felice che Barbara abbia finalmente scritto questo libro, talmente leale, talmente informato, talmente sacrosanto quanto ai criteri di libertà e creatività sessuale da cui è modellato. E del resto, da quando la conosco sempre ho apprezzato la facilità con cui lei scorrazza lungo le strade in salita e in discesa dell’universo porno. Facciamo parte entrambi degli 80 milioni di esseri umani che ogni giorno smanettano su Pornhub”, ha detto Giampiero Mughini alla presentazione.

Poi, Mughini ha aggiunto, anzi ha confessato: Talvolta ero io che le indicavo una star di cui fossero ragguardevoli i languori. Talaltra era lei. Bisessuale com’è, né più né meno di un’altra mia amica e scrittrice notissima, il ventaglio delle sue fantasie è a 360 gradi. Bellissimo quel suo riferimento allo scrittore cubano Reinaldo Arenas, uno che nei suoi libri ci mette il massimo di spudoratezze omosex pur di dare un calcio in volto al perbenismo ipocrita del regime castrista”.

“E con tutto questo, nell’andare avanti a leggere il suo libro, ho scoperto qualcosa di me che non mi ero mai detto sino in fondo. Ci arrivo piano piano. Passo per uno che dà un giudizio positivo della pornografia. Certo che sì. Se uno non è un fior di ipocrita, a vedere una bella ragazza che dà in smanie da quanto un uomo la sta lavorando dalla testa ai piedi, deve ammettere che trova lo spettacolo eccitante, che vorrebbe essere eccome al posto di James Deen o dell’immortale Gabriel Pontello, il più smagliante professore di matematica nella storia dell’umanità. Quando poco più che trentenne compravo all’edicola il suo “Supersex”, lo avvolgevo dentro le copie di “Rinascita” o del “Corriere della Sera” o dell’ “Espresso” perché temevo di incontrare il mio amico Paolo Spriano (lo storico per antonomasia del Pci,) che lavorava all’Istituto Gramsci lì dietro l’angolo”.

Il Mughini “senza-peli-sulla-lingua” che siamo abituati a conoscere aggiunge: “Così come ero poco più che ventenne quando arrivavo all’edicola catanese di Piazza Duomo e l’edicolante tirava fuori la copia di “Playboy” che gli portava un pilota dell’Alitalia che volava frequentemente sino a Stoccolma. Sono stato il primo giornalista italiano a dedicare a Riccardo Schicchi il ritratto che meritava, quello di un intellettuale che esplorava continenti inediti dello stare al mondo, quelli dove risiedono il desiderio e l’eccitabilità. Nel mio Dizionario sentimentale del 1992 c’è un capitolo che fa l’apologia della “fellatio”, un capitolo che molti miei amici apprezzarono ma che nessuno di loro avrebbe scritto”.

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Rockfiles: 500 storie che hanno fatto storia

Dall’apprezzata firma di Ezio Guaitamacchi arriva “Rockfiles: 500 storie che hanno fatto la storia“. Non sai di che si tratta? Ti provoco con una domanda: cosa sarebbe successo se Elvis avesse continuato a fare il camionista? E poi un’altra: e se i Beatles fossero rimasti ad Amburgo? E un’altra ancora: e se Dylan non avesse infilato il jack nella sua chitarra, Hendrix avesse abbandonato l’esercito americano e Morrison non si fosse lasciato convincere da Manzarek a fare il cantante? Probabilmente, il rock non sarebbe esistito. E le vite di tutti noi sarebbero state diverse.

Invece, a sessant’anni di distanza dal giorno in cui “un bel ragazzo con le basette” registrò a Memphis una canzone per la sua mamma, il rock’n’roll è considerato una delle più importanti forme artistiche del Novecento, nonché un’invenzione di assoluta rilevanza socio-culturale. Questo è un libro indispensabile per chiunque ritiene di essere un appassionato di rock. Ma lo è anche per i musicisti. Tutte storie che devono essere conosciute. Scrittura da giornalista, quindi sintetica ma precisa, senza inutili fronzoli, ricca di riferimenti a cd da ascoltare per ritenersi un vero rockettaro.

Eccoli, uno dietro l’altro, fatti e misfatti degli autori e delle canzoni che hanno giocato un ruolo importante nella storia del rock. Piacevole la lettura e la rivelazione di alcune perle sconosciute. Se sei amante del rock non puoi perdere queste bellissime perle, tra l’altro associate a brani da ascoltare: cinquecento storie, aneddoti, curiosità, dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, alcune storie già conosciute ma molte altre veramente interessanti e particolari, da leggere e rileggere.

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Sono tanti i momenti che hanno segnato la storia di questa musica e scandito un’evoluzione stilistica e concettuale che l’ha portata a essere, al tempo stesso, fenomeno di aggregazione giovanile, espressione di movimenti controculturali, voce di nuove tendenze, moda commerciale. Si tratta di fatti, episodi, aneddoti ormai assurti allo status di leggenda ma dei quali spesso non si conosce la reale portata se non addirittura i veri retroscena. 500 di queste storie sono state estratte dai grandi “archivi del rock”, selezionate in virtù della loro forza narrativa e dell’alone di fascino che ancora oggi le circonda. Molte hanno davvero fatto epoca, altre sono semplicemente eventi curiosi, eccentrici, originali, a volte anche oltraggiosi o scandalistici, perfetti però per far capire qual è stato l’impatto del rock.

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