Detesto i repressi, e vi spiego perché sono il male sociale assoluto

Qual è la categoria di persone, se di categoria si può parlare, che detesti? Io i repressi. Sì, detesto i repressi, e ora ti spiego perché sono il male sociale assoluto da combattere. Poco importa se parliamo di omosessuali, eterosessuali, asessuali, invidiosi sociali cronici, ladri di felicità, bianchi, neri, gialli e chi più ne ha più ne metta.

Nel mio peregrinare lavorativo, iniziato a 17 anni con la vendita di calendari e agendine (lavoro mollato per la disperazione: il più pulito voleva fatture 1 a 30 quando le aziende scaricavano il 100% dell’investimento pubblicitario), alle redazioni di quotidiani locali (entrato come beccamorto, soprannome affibiato a chi faceva gavetta in cronaca e andava a recuperarsi le foto del defunto a casa, con la bara aperta e intorno familiari, amici, squali e parassiti infazzolettati), fino alle riviste patinate nazionali, ho incontrato diversi capi, pochi manager, due talebani, un estortore, tre leader (che scappando da capi incapaci mi lasciarono nella mischia), opportunisti, e mica volevi che non mi fosse capitato un capo o pseudo-tale represso?

Già conosco la tua domanda. Scommetti? Guarda: e col ben di Dio che hai trovato in quasi trenta anni di lavoro, tra cui l’estortore, che poi era anche millantatore e amante dell’esercizio abusivo della professione, ti vai a preoccupare dei repressi? Esatto, Watson. E ti dico perché. Mentre la disonestà è solo uno dei mali sociali, il represso ha in sé tutti i mali sociali, li colleziona e li fa evolvere. Passa le ore sognando come fare male alle persone, tutte ed indistintamente. È cattivo, ma non è solo cattivo. È avido. È egoista. È narcisista. È millantatore. È ladro. Spesso anche fesso perché alla fine si lascia derubare dall’amante e dalla moglie (o marito) che, con una mano a testa zufolano nei suoi desideri più reconditi, mentre con le altre due gli portano via tutto.

I repressi sono spietatamente morbosi, terribilmente invidiosi, razzisti, ignoranti, hanno alle spalle il marchio indelebile di qualche fallimento pilotato (magari tramite amicizie con rotariani o massoni deviati) o qualche condanna per bancarotta fraudolenta per avere distrutto con gestioni allegre aziende floride rovinando la vita di familiari, dipendenti e amici. Sono violenti e bugiardi. Bugiardi perché abitudinariamente mentono anche a se stessi e violenti perché a furia di mentire e reprimere tutte le verità nella più sporca menzogna esplodono nella violenza più cieca e psicologicamente perversa.

Essendo i repressi anche bulli, bulle o pseudotali e sentendosi sempre e in ogni caso, entità divine, si sfogano con i più deboli, con i cosiddetti inferiori, che nella maggior parte dei casi sono ignari dipendenti e colleghi, raramente mogli, mariti o amanti. Con loro cercano la complicità per poter moltiplicare a dismisura tutte le più deprecabili cattiverie che derivano da un complesso odio sociale, sempre ben nutrito e ben alimentato. Repressione dopo repressione. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Truffa dopo truffa. Mentre tu preghi che gli venga un infarto o un ictus. E invece no, spesso il buon Dio chiama a sé anime giovani e innocenti e i repressi sono sempre lì, condannati perché delinquenti, ma liberi di continuare a nuocere e a rubare.

Spesso, in un’Italia corrotta, neppure le sentenze li fermano. Sono ignoranti e arroganti, furbi (ecco perché fessi), cinici, truffatori, così tanto attaccati al denaro da essere capaci di derubare (in alcuni casi il verbo si sostituisce in rapinare) anche chi al mondo li ha messi e li ha, ahinoi, cresciuti. Questi vermi (in senso morale) si riproducono, seppure ‘senza palle’ è cercano di rendere i figli stupidi come loro. Glielo leggi nel sorriso. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante nel represso, che è proprio l’aspetto più rilevante a livello umano e sociale. Non solo reprime, ma cerca di reprimere. Esatto. I repressi reprimono anche gli altri, specialmente se arrivano a comandare un gruppo o un Paese.

Infatti, l’effetto diretto è la repressione, cioè l’oppressione o la persecuzione di un individuo o di un gruppo di individui per ragioni politiche, etiche o religiose, di libero pensiero, di costume, sessuali, di opinione, di solito per impedire loro di partecipare attivamente o passivamente alla vita politica della società in cui vivono. La repressione politica può essere caratterizzata da discriminazioni, abusi da parte degli organi di polizia, ad esempio arresti ingiustificati o interrogatori brutali, e da azioni violente, come l’omicidio o la ‘sparizione forzata’ di attivisti politici e dissidenti.

Studiare psicologia generale ti insegna che un’attitudine tipicamente umana è quella di calamitare a sé i propri simili. Sempre grazie a Dio (quel buon Dio che ce li lascia sempre tra le uova) non si ritrovano proprio tutti insieme. Ma se due repressi sono socialmente pericolosi, al pari di un’associazione a delinquere, prova ad immaginare ad immaginare se i repressi da dover tollerare fossero tre. No, anzi, non immaginarlo. Dimentica di aver letto tutto quello che hai letto fino ad ora in questo inutile delirio. E pensa solo che la buonanima di mio padre, avvocato, cinicamente diceva, mentre rideva amaro: ‘a malerba nun mora mai‘. Lo sapeva bene lui che combatteva quotidianamente le ingiustizie in prima linea, al fianco dei lavoratori, in Calabria…

Lettera al sacerdote-padre Del Neso e al vescovo di Ischia

Si chiama don Gianfranco Del Neso, ha 45 anni, ed è sacerdote dal 27 giugno 2014. La bella notizia è che sta per diventare padre, quella su cui bisognerebbe riflettere e discutere è che, appunto, si tratta di un prete. Cioè, in teoria è un uomo che ha fatto un giuramento assoluto. Il problema di fondo è che Gianfranco Del Neso – non più don visto che il vescovo di Ischia, Pietro Lagnese, l’ha prontamente sospeso dall’incarico e dalle funzioni – altro non è che un uomo. Un uomo con le stesse debolezze e le stesse insicurezze di tutti gli altri uomini. Debolezze e insicurezze che anni di teologia e studi ecclesiastici non possono togliere. Si nasce uomini e non si muore prelati. Quello del sacerdozio è una scelta ed è anche un titolo, uno status. Spesso inutile.

Nell’ipocrita società in cui viviamo, ormai assuefatti alla teoria del controllo sociale, vengono stabilite regole rigide che, puntualmente, non vengono rispettate. Si fa ma non si dice. E se ti beccano, tu nega. L’ipocrisia non è nelle regole, ma è insita in un genere umano che si sente condizionato dalla società che lo circonda e che sin da bambino lo indirizza. Sentendoci controllati, l’innato spirito di contraddizione di ciascuno aumenta a dismisura, lievita, la voglia di evadere da determinate regole. Non da tutte. È noto che ci sono regole che è possibile rispettare e regole che è impossibile applicare se non per brevi periodo. Ti stai chiedendo dove voglio arrivare? E allora te lo dico subito: ma tu puoi chiedere ad un uomo di non amare? Ma tu sei certo o certa che un prete sposato e con famiglia non sia in grado di aiutare le persone bisognose?

Tutti possono aiutare qualcuno. La cattiveria è soggettiva, come il bullismo. Per me, che non sono nessuno e che non conto nulla, Gianfranco Del Neso è un eroe. Ha peccato secondo un criterio (stabilito da chi?) ecclesiastico, ma in realtà ha fatto solo quello che fanno tutte le brave persone: si è costruito un amore, ha intrecciato una relazione con una donna consenziente, l’ha amata e posseduta. Ora da quell’amore nascerà un bellissimo frutto: un bambino, o una bambina. Lui non l’ha rinnegata. È stato onesto, ben consigliato dalle sue debolezze che nel frattempo sono diventate il suo umano punto di forza: ha avvisato il vescovo, Pietro Lagnese. ‘Tra qualche tempo diventerò papà’. Questo ai miei occhi lo trasforma da un eroe a un super eroe.

Il vescovo di Ischia lo ha sospeso dalla parrocchia di Maria SS Madre della Chiesa di Lacco Ameno, dove era e resta molto ben voluto. Dopo averlo sospeso, lagnese ha dato la notizia con una nota: ‘Il Vescovo fortemente addolorato per l’accaduto, ha riconosciuto l’onestà di don Gianfranco nell’aver condiviso con lui la fatica nel rimanere fedele all’impegno del celibato. Il sacerdote intende assumersi tutte le responsabilità connesse alla sua nuova situazione di vita che prevede l’arrivo di un figlio’. In questa nota leggo tutta l’ipocrisia che risiede in una gran parte dei sacerdoti e dei praticanti cattolici. Caro vescovo, perché sei addolorato se lui è felice così?

Tu sei davvero riuscito ad essere fedele all’esercizio sacerdotale? Ci voglio credere. Ma non trovi un controsenso trascorrere quasi tutte le tue giornate a raccomandare a tutti i fedeli di amarsi (umanamente, fraternamente e cristianamente), accoppiarsi (nel senso di creare famiglie) e procreare e poi vietarlo ad un tuo uomo, indipendentemente da come questi si possa chiamare? Caro vescovo di Ischia, sei certo che amare Dio in modo esclusivo voglia significare non poter amare anche qualcun altro? Credi davvero alla storiella di Adamo, Eva, del serpente e del peccato originale così come ci viene tramandata? Ma soprattutto, nel Terzo millennio pensi davvero che siamo tutti rimbambiti al punto da volerci credere? No, ci sono tanti ipocriti che continuano a dirti che ci credono. E tu li allevi, portando avanti senza discuterle le regole ecclesiastiche.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Lettera aperta al vescovo di Ischia Pietro Lagnese

Anche questa volta ha reagito meglio il mondo reale, quello che spesso ci stupisce negativamente e che ha reso molte persone incapaci di indignarsi. E quindi anche incapaci di gioire. Sul diario Facebook dell’ormai ex prelato, sono piovute tante attestazioni di stima, messaggi di auguri, consigli… C’è chi gli suggerisce di amare, chi gli scrive bravo, chi lo esorta ad andare avanti, a proseguire nella strada che ha scelto, cioè di diventare padre e marito (non necessariamente da intendersi nel senso più religioso del termine). ‘Ho appena letto la notizia, ti stimo tanto! Sarai un ottimo papà!’, scrive Francesco. ‘Ti ho conosciuto prima che diventassi sacerdote, mi raccontavi dei tuoi sacrifici per diventarlo e soprattutto mi raccontavi di quanto è bella la vita e l’amore per il nostro Signore. Sei una persona meravigliosa e la tua anima lo è ancora di più. Auguri di vero cuore’, scrive Luciano. E così via.

Caro vescovo Pietro Lagnese, sai a me cosa addolora? Addolora che a causa dell’ipocrisia ecclesiastica la chiesa decida di rinunciare ad un uomo come Gianfranco Del Neso. Regole formali, ma non sostanziali. Se il mondo cambia col tuo esempio, andremo a rotoli. Il messaggio che è passato è che, se non si fosse autodenunciato sarebbe potuto rimanere all’incarico sacerdotale. A me addolora che continuate a tenere con voi maniaci e pedofili, allontanando chi ha fatto la cosa più naturale del mondo: procreare. Ma se fosse davvero peccato fare certe cose, secondo te, perché nasciamo come siamo? O peccatori, come dite voi…

Cristina ha scritto: ‘Speriamo che questo papa tanto buono quanto comprensivo prenda la decisione di far sposare i sacerdoti… Non è giusto che questo sacerdote abbia dovuto fate una scelta durissima… Meglio lui che i maledetti pedofili che si insidiano nelle chiese e che la chiesa conosce e a cui spesso fa da complice’. Federica ha aggiunto: ‘Auguro ogni bene a te e alla tua futura famiglia e che tu possa essere il primo di una lunga catena di sacerdoti non più costretti a rimanere nell’ombra per la vergogna. Sarai senz’altro un ottimo padre. Lunga vita e tanta serenità!’.

Caro vescovo, questi messaggi sono per te, non per fare like. Tu sai di non poter cambiare le regole, ma avevi la fortuna di poter scegliere di non rimuoverlo. Avresti creato un precedente unico nel suo genere e avresti costretto i grandi politici del Vaticano ad affrontare questo argomento pubblicamente. Sarebbe finita comunque nello stesso modo in cui è finita, per via di un copione già scritto, ma avresti offerto la possibilità di un confronto pubblico sull’argomento e soprattutto avresti preso le distanze da discutibili regole preistoriche che in fondo in fondo (forse) non piacciono tanto neppure a te. Ecco, avresti potuto dimostrare a tutti che non sei ipocrita, che sei intelligente e in grado di mettere in discussione determinate regole, che nell’essere umano l’onestà va sempre premiata e non punita. Invece, abbiamo sprecato un’altra occasione buona. L’ennesima, per la verità.

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica è un concetto che vale la pena approfondire. Il dibattito, politico sulla crisi migratoria è sempre più acceso. Negli ultimi anni, la crescita esponenziale del numero di migranti ha suscitato disorientamento e pulsioni xenofobe, successivamente cavalcate da molti partiti e movimenti anti-immigrazione con conseguente implementazione di politiche di accoglienza sempre più restrittive. Quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un vero e proprio “scontro di civiltà”, alimentato dalla preoccupazione per la provenienza, nel nostro caso extra-europea, dei migranti. In questo contesto, un ruolo rilevante è giocato dai media.

Uno studio condotto nel dicembre 2016 da alcuni studenti e tutor del master in giornalismo Giorgio Bocca di Torino per l’Ethical Journalism Network, conferma la centralità del tema immigrazione nel flusso informativo italiano i cui toni sono più utili ad incrementare e sostenere il dibattito politico che non a facilitare la comprensione del fenomeno. Lo studio indica come la chiave di lettura “ideologica” tralasci, se non contraddica, i dati ufficiali in materia. Per ridurre gli impatti negativi di questo trend e fare chiarezza, sarebbe utile ripensare il linguaggio utilizzato e offrire un’informazione che sia il più possibile coerente e imparziale.

Innanzitutto, andrebbe fatta maggiore chiarezza su cosa si intende per crisi migratoria e quando questa ha avuto inizio. Sebbene ancora non esista una definizione formale del fenomeno, per convenzione si parla di crisi migratoria in riferimento a un flusso complesso e di larga scala di migranti e rifugiati risultato di guerre, calamità naturali o rivoluzioni, che determinano uno stato di vulnerabilità per gli individui e le comunità affettive. Come ricorda la foto che ho pubblicato in apertura di questo articolo, che mostra i profughi della Volra sulla bancina del porto di Bari nel 1919, anche milioni di italiani sono emigrati altrove. E per la verità continuano a farlo. Una volta scappavano per non morire, di fame e di guerra. Oggi per arricchirsi altrove. All’epoca, non eravamo per nulla pochi…

Pertanto, una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Questi flussi sono andati esaurendosi durante le due guerre mondiali, sia per le perdite demografiche dovute ai conflitti sia per le politiche restrittive dei paesi di destinazione in opposizione all’arrivo di nuovi migranti. Tra il 1876 e il 1915, circa sette milioni e mezzo di italiani siano emigrati nelle Americhe, inizialmente in Argentina e in Brasile e in seguito negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, tra il 1896 e il 1905 entrarono in media cento e trentamila italiani all’anno, che divennero trecentomila nel 1905 e trecento e settantaseimila nel 1913. Per non considerare poi i flussi migratori interni alla stessa Europa.

Viaggi in condizioni disperate per i migranti

Anche allora come sta accadendo oggi nel Mediterraneo, i viaggi dei migranti si svolsero in condizioni disperate causando moltissime perdite umane. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo le direttrici dei flussi migratori si sono invertite. Da terra di origine, l’Europa è diventata terra di destinazione per quei migranti provenienti principalmente da Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente. Questo flusso è cresciuto esponenzialmente, con più di cinque milioni negli anni Ottanta, quasi dieci milioni negli anni Novanta e diciannove milioni nel primo decennio del Ventunesimo secolo.

L’attuale crisi europea dei migranti ha avuto inizio intorno al 2013 e le espressioni “crisi europea dei migranti” e “crisi europea dei rifugiati” sono diventate di uso comune a partire dal mese di aprile del 2015, quando affondarono nel Mediterraneo cinque imbarcazioni che trasportavano quasi due mila migranti, con un numero di morti stimato a più di mille e duecento persone. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da gennaio a settembre 2018 sarebbero circa 79.108 gli arrivi in Europa. Di questi, 32.336 sono arrivati in Spagna, 20.301 in Italia, 21.326 in Grecia e 145 a Cipro.

Stando sempre a questi dati, le nazionalità dei migranti sarebbero per lo più siriana, irachena, guineana, tunisina, maliana, eritrea, marocchina, afghana e altre della regione subsahariana. È tuttavia necessario precisare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa. Come mostrano i dati forniti dal Migration Policy Institute, il numero complessivo di migranti internazionali (ossia di coloro che vivono in un paese diverso da quello di origine) è triplicato tra il 1960 e il 2013, con una brusca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella definita come global era.

In cifre assolute, i due Paesi, che nel corso del cinquantennio hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti d’America e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa. L’elemento distintivo della crisi migratoria europea rispetto all’immigrazione globale risiede nell’incremento del numero di coloro che possono essere considerati a pieno titolo rifugiati, parlando perciò di crisi di rifugiati.

Una domanda cui rispondere è: ma cosa si intende per rifugiato? Come spiega l’articolo 1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Migrante non è clandestino, ma non tutti capiscono

Ma è anche colui che “non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Con il termine rifugiato ci si riferisce pertanto ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Le condizioni di vita di un rifugiato nel Paese di origine sono talmente intollerabili da spingerlo a trovare rifugio e protezione al di fuori dei confini nazionali. Fatte queste premesse, il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze mortali per un rifugiato.

Il termine rifugiato si distingue da quello di migrante da un punto di vista legale e confonderli può generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Tuttavia, a livello internazionale non esiste una definizione giuridica uniforme per il termine “migrante”. Alcuni attori politici, organizzazioni internazionali e media interpretano ed utilizzano questa parola con un’accezione generica intendendo sia migranti che rifugiati. Come spiega l’Unhcr, il termine ‘migrazione’ implica spesso un processo volontario, come, per esempio, quello di chi attraversa una frontiera in cerca di migliori opportunità economiche.

Questo non è il caso dei rifugiati, che non hanno la possibilità di tornare nelle proprie case in condizioni di sicurezza e che, di conseguenza, hanno diritto a specifiche misure di protezione, secondo le vigenti norme del diritto internazionale. Accanto a questi due termini molto diversi tra di loro, nel dibattito italiano sull’immigrazione si fa sempre più frequentemente uso di un terzo termine: clandestino. Come rilevato dall’Associazione Carta di Roma, nei primi otto mesi del 2018 la parola clandestino è comparsa cento e ventinove volte sulle prime pagine dei giornali italiani, con un incremento del 32% rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, compariva in 98 titoli sulle prime pagine).

Letteralmente clandestino significa fatto di nascosto e si riferisce ad un’azione compiuta senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. Nell’ambito del fenomeno migratorio, clandestino indica lo straniero entrato nel paese senza regolare visto e che secondo la normativa vigente in Italia è soggetto a respingimento. In un articolo pubblicato il 3 settembre 2018, l’Associazione Carta di Roma condanna apertamente l’uso del termine clandestino nel discorso mediatico in riferimento a rifugiati e migranti sostenendo che contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca come un malfattore.

Il termine è giuridicamente sbagliato per definire coloro che tentano di raggiungere l’Europa e non hanno avuto la possibilità di richiedere la protezione internazionale, o chi ha fatto tale richiesta e attende la risposta (migranti-richiedenti asilo). Allo stesso tempo, l’Associazione Carta di Roma lo considera un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari). Un’informazione imparziale e fedele ai fatti è urgentemente necessaria per scongiurare lo sviluppo di focolai di odio e violenza nelle nostre società. Il fenomeno migratorio è da se sufficientemente complesso e descriverlo utilizzando un linguaggio istigatore di odio e discriminante non aiuterà di sicuro a trovarvi una soluzione.