Esprimere opinioni è un sacrosanto diritto. L’articolo 21 della Carta Costituzionale italiana recita testualmente: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”. Siccome le opinioni sono il sale della vita, non aggiungerei altro.

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica è un concetto che vale la pena approfondire. Il dibattito, politico sulla crisi migratoria è sempre più acceso. Negli ultimi anni, la crescita esponenziale del numero di migranti ha suscitato disorientamento e pulsioni xenofobe, successivamente cavalcate da molti partiti e movimenti anti-immigrazione con conseguente implementazione di politiche di accoglienza sempre più restrittive. Quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un vero e proprio “scontro di civiltà”, alimentato dalla preoccupazione per la provenienza, nel nostro caso extra-europea, dei migranti. In questo contesto, un ruolo rilevante è giocato dai media.

Uno studio condotto nel dicembre 2016 da alcuni studenti e tutor del master in giornalismo Giorgio Bocca di Torino per l’Ethical Journalism Network, conferma la centralità del tema immigrazione nel flusso informativo italiano i cui toni sono più utili ad incrementare e sostenere il dibattito politico che non a facilitare la comprensione del fenomeno. Lo studio indica come la chiave di lettura “ideologica” tralasci, se non contraddica, i dati ufficiali in materia. Per ridurre gli impatti negativi di questo trend e fare chiarezza, sarebbe utile ripensare il linguaggio utilizzato e offrire un’informazione che sia il più possibile coerente e imparziale.

Innanzitutto, andrebbe fatta maggiore chiarezza su cosa si intende per crisi migratoria e quando questa ha avuto inizio. Sebbene ancora non esista una definizione formale del fenomeno, per convenzione si parla di crisi migratoria in riferimento a un flusso complesso e di larga scala di migranti e rifugiati risultato di guerre, calamità naturali o rivoluzioni, che determinano uno stato di vulnerabilità per gli individui e le comunità affettive. Come ricorda la foto che ho pubblicato in apertura di questo articolo, che mostra i profughi della Volra sulla bancina del porto di Bari nel 1919, anche milioni di italiani sono emigrati altrove. E per la verità continuano a farlo. Una volta scappavano per non morire, di fame e di guerra. Oggi per arricchirsi altrove. All’epoca, non eravamo per nulla pochi…

Pertanto, una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Questi flussi sono andati esaurendosi durante le due guerre mondiali, sia per le perdite demografiche dovute ai conflitti sia per le politiche restrittive dei paesi di destinazione in opposizione all’arrivo di nuovi migranti. Tra il 1876 e il 1915, circa sette milioni e mezzo di italiani siano emigrati nelle Americhe, inizialmente in Argentina e in Brasile e in seguito negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, tra il 1896 e il 1905 entrarono in media cento e trentamila italiani all’anno, che divennero trecentomila nel 1905 e trecento e settantaseimila nel 1913. Per non considerare poi i flussi migratori interni alla stessa Europa.

Anche allora come sta accadendo oggi nel Mediterraneo, i viaggi dei migranti si svolsero in condizioni disperate causando moltissime perdite umane. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo le direttrici dei flussi migratori si sono invertite. Da terra di origine, l’Europa è diventata terra di destinazione per quei migranti provenienti principalmente da Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente. Questo flusso è cresciuto esponenzialmente, con più di cinque milioni negli anni Ottanta, quasi dieci milioni negli anni Novanta e diciannove milioni nel primo decennio del Ventunesimo secolo.

L’attuale crisi europea dei migranti ha avuto inizio intorno al 2013 e le espressioni “crisi europea dei migranti” e “crisi europea dei rifugiati” sono diventate di uso comune a partire dal mese di aprile del 2015, quando affondarono nel Mediterraneo cinque imbarcazioni che trasportavano quasi due mila migranti, con un numero di morti stimato a più di mille e duecento persone. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da gennaio a settembre 2018 sarebbero circa 79.108 gli arrivi in Europa. Di questi, 32.336 sono arrivati in Spagna, 20.301 in Italia, 21.326 in Grecia e 145 a Cipro.

Stando sempre a questi dati, le nazionalità dei migranti sarebbero per lo più siriana, irachena, guineana, tunisina, maliana, eritrea, marocchina, afghana e altre della regione subsahariana. È tuttavia necessario precisare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa. Come mostrano i dati forniti dal Migration Policy Institute, il numero complessivo di migranti internazionali (ossia di coloro che vivono in un paese diverso da quello di origine) è triplicato tra il 1960 e il 2013, con una brusca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella definita come global era.

In cifre assolute, i due Paesi, che nel corso del cinquantennio hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti d’America e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa. L’elemento distintivo della crisi migratoria europea rispetto all’immigrazione globale risiede nell’incremento del numero di coloro che possono essere considerati a pieno titolo rifugiati, parlando perciò di crisi di rifugiati.

Una domanda cui rispondere è: ma cosa si intende per rifugiato? Come spiega l’articolo 1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

Ma è anche colui che “non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Con il termine rifugiato ci si riferisce pertanto ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Le condizioni di vita di un rifugiato nel Paese di origine sono talmente intollerabili da spingerlo a trovare rifugio e protezione al di fuori dei confini nazionali. Fatte queste premesse, il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze mortali per un rifugiato.

Il termine rifugiato si distingue da quello di migrante da un punto di vista legale e confonderli può generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Tuttavia, a livello internazionale non esiste una definizione giuridica uniforme per il termine “migrante”. Alcuni attori politici, organizzazioni internazionali e media interpretano ed utilizzano questa parola con un’accezione generica intendendo sia migranti che rifugiati. Come spiega l’Unhcr, il termine ‘migrazione’ implica spesso un processo volontario, come, per esempio, quello di chi attraversa una frontiera in cerca di migliori opportunità economiche.

Questo non è il caso dei rifugiati, che non hanno la possibilità di tornare nelle proprie case in condizioni di sicurezza e che, di conseguenza, hanno diritto a specifiche misure di protezione, secondo le vigenti norme del diritto internazionale. Accanto a questi due termini molto diversi tra di loro, nel dibattito italiano sull’immigrazione si fa sempre più frequentemente uso di un terzo termine: clandestino. Come rilevato dall’Associazione Carta di Roma, nei primi otto mesi del 2018 la parola clandestino è comparsa cento e ventinove volte sulle prime pagine dei giornali italiani, con un incremento del 32% rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, compariva in 98 titoli sulle prime pagine).

Letteralmente clandestino significa fatto di nascosto e si riferisce ad un’azione compiuta senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. Nell’ambito del fenomeno migratorio, clandestino indica lo straniero entrato nel paese senza regolare visto e che secondo la normativa vigente in Italia è soggetto a respingimento. In un articolo pubblicato il 3 settembre 2018, l’Associazione Carta di Roma condanna apertamente l’uso del termine clandestino nel discorso mediatico in riferimento a rifugiati e migranti sostenendo che contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca come un malfattore.

Il termine è giuridicamente sbagliato per definire coloro che tentano di raggiungere l’Europa e non hanno avuto la possibilità di richiedere la protezione internazionale, o chi ha fatto tale richiesta e attende la risposta (migranti-richiedenti asilo). Allo stesso tempo, l’Associazione Carta di Roma lo considera un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari). Un’informazione imparziale e fedele ai fatti è urgentemente necessaria per scongiurare lo sviluppo di focolai di odio e violenza nelle nostre società. Il fenomeno migratorio è da se sufficientemente complesso e descriverlo utilizzando un linguaggio istigatore di odio e discriminante non aiuterà di sicuro a trovarvi una soluzione.

Nei giorni che precedono e in quelli che seguono il ferragosto, i politici vanno in crisi di astinenza. Soffrono l’assenza dei giornalisti parlamentari che, essenso andati in ferie, non gli permettono di apparire sul grande schermo o sulle pagine dei principali quotidiani. Succede a destra e a sinistra. Solo che nel Pd acronimo di – Prodi Domani, Perdi Denari, Prendi Dammi, Protesta Domanda, Per Dindirindina e chi più ne ha più e metta – hanno proprio le convulsioni.

Il segretario Pd, Maurizio Martina, ha attaccato il governo Penta-Leghista sul caporalato, dicendo: “Il governo faccia qualcosa“. Cioè, ti rendi conto? Da decenni raccolgo storie sullo sfruttamento dell’immigrazione, mi batto per la difesa dei diritti umani e, un bel giorno, devo sentire un uomo che è stato ministro dell’Agricoltura per quattro anni che solecita interventi ai partiti che li hanno seppelliti alle ultime elezioni. È quantomeno ridicolo, perché sembra di sentire parlare Matteo Renzi!

Lo ammetto, quando ho sentito questa frase ho pensato: “Secondo me dovresti andare più spesso in chiesa a pregare, oppure potresti fare le maglie di lana ai ferri. Magari scopri che hai talento”. E l’ho pensato per lui, l’ex-ministro Martina, e per tutti i suoi attuali seguaci. Non ce l’ho col Pd. Fino alla scalata anti-democratica di Renzi li ho anche votati… Che resti pure in piedi il Partito Democratico, ma che almeno si riempia di gente capace. Basta mandare al vertice i “pifferai magici”. Solitamente non mi spreco per politici che non sanno fare il proprio mestiere e che brancolano nel buio della disperazione e dell’ignoranza. Però, reputo l’accaduto un grave scaribarile e, quindi, reputo doveroso spiegarti due cosine su una riformulazione di reato operata proprio da Maurizio Martina negli anni in cui guidava il dicastero dell’agricoltura.

Siccome c’è gente che ha la memoria corta e che sta sempre dalla parte di chi ha avuto una possibilità ed ha fallito (perché, ricorda, le elezioni servono a mandare a casa chi ti ha governato male…) voglio chiarire un concetto una volta per tutte. Che se non sia mai che tramandiamo notizie fuorvianti ai nostri figli e ai nostri nipoti. Già gli abbiamo rovinato il futuro… Lo so, sarò criticato, perché esistono tanti “paladini della verità” (alias rosiconi), che quotidianamente sognano di smentire chiunque, ma finiscono quasi sempre per dire una marea di castronerie (stronzate?).

Veniamo a noi. Comincio dall’inizio perché è il caso di partire dalla base, dall'”A, B, C”. Sotto la guida dell’allora ministro Maurizio Martina, sulla Gazzetta Ufficiale numero 257 del 3 novembre 2016, viene pubblicata (ed entra in vigore) la legge numero 199: “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”. Tanto per cominciare Maurizio Martina non ha inventato nulla, tantomeno ha rivoluzionato qualcosa. Ha solo riformulato il reato di caporalato, lasciando la pena minima ad un anno di reclusione e la massima a sei, però si applica solo per gravi recidive che non avvengono perché i “caporali” cambiano spesso, essendo questi ruoli affidati a clan di tipo familiare.

Tra l’altro, l’arresto è previsto solo ed esclusivamente in flagranza di reato. Non ci credi? E’ proprio così. Ah… già, è prevista una multa da cinquecento a mille euro per ciascun lavoratore reclutato. Quindi, se delinquo guadagno circa quaranta-cinquanta mila euro al mese e pago una multa che, se va male, è di mille euro per ogni persona costretta in schiavitù, perché di questo si tratta. Sai che – quasi quasi – conviene fare i caporali anche grazie a Martina e a chi, avendo tempo da perdere, lo sostiene? Non sto scherzando. Nella riformulazione del reato che già esisteva, il “caro” ex-ministro ha previsto: “L’applicazione di un’attenuante in caso di collaborazione con le autorità”. Cioè, uno si macchia di un reato becero come quello della tratta di esseri umani e se poi chiede scusa e racconta due menate si vede dimezzare la pena? E per chi lavorava Martina? Per Renzi che ha inserito il licenziamento facile senza giusta causa? Purtroppo sì.

Per questo motivo aver sentito Martina dire a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini: Il governo faccia qualcosa mi è venuta l’orticaria. Peccato che a noi giornalisti liberi non sia concesso fare domande a personaggi come Maurizio Martina e Matteo Renzi, che gli ha ceduto la poltrona. Io ne avrei una seria da fargli. E cioè: mi spieghi cortesemente cosa hai fatto per quattro anni? Se vuoi rispondermi fallo, ne sarò lieto, ma è un argomento delicato. Quindi, dissenti pure, è lecito. Però, prendi prima il mio messaggio e cerca bene su Wikipedia se trovi qualcosa di simile a quello che ho scritto. Se non è così, mi raccomando, articola bene le tue motivazioni e fai in modo da stimolare anche in me una discussione costruttiva e non basata su colpi bassi che potrebbero ritorcersi contro chi li tira.

Il servizio sanitario nazionale nasce per offrire assistenza sanitaria gratuita al punto di erogazione ad ogni persona che si trovi in Italia, indipendentemente dalle sue disponibilità economiche o altre caratteristiche, con accesso agevole e gratuito sia al medico generalista e sia ai servizi di urgenza ed emergenza, sia ai ricoveri ospedalieri ordinari, oltre che ai farmaci inseriti nel prontuario medico. Per realizzare questo obiettivo lo Stato funge da unico assicuratore per le malattie e ogni cittadino italiano paga con le tasse un premio proporzionato al suo reddito. Ma è giusto che riceva in cambio dei servizi. Servizi che devono essere uguali ed efficienti per tutti.

Invece, l’imposizione di esosi ticket sulle prestazioni, la diffusione di una libera professione intramoenia che offre servizi celeri a fronte di un pagamento, liste di attesa eccessivamente lunghe per alcune prestazioni, difformità tra le diverse aree del Paese per qualità, quantità e costo delle prestazioni sanitarie erogate, modelli di assistenza socio-sanitaria alla cronicità spesso inadeguati, disattenzione grave alla valorizzazione del merito dei medici e del restante personale che opera in sanità, stanno snaturando il ssn nazionale, mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza. E non dimentichiamo il personale medico marginalizzato e sotto ordinato a personale amministrativo che spesso segue logiche contabili con danni enormi per tutti.

Servizio sanitario nazionale, dunque, gioia e dolori degli italiani. Idea geniale, potenzialmente efficacissima, ma realtà piena di sprechi, di corruzione e di falle. Un dinosauro in agonia l’ha definito qualcuno. Qualcuno che, secondo me, non capisce nulla. Non un dinosauro, ma in agonia sì. Ce ne accorgiamo tutti i giorni. I continui tagli alla sanità stanno peggiorando i servizi, la loro qualità, la loro puntualità, e di conseguenza stanno inginocchiando i le famiglie meno abbienti e povere. Non è una novità sentire o leggere storie e statistiche di cittadini che non si curano più. Il dentista, di solito, è il primo a saltare.

Il servizio sanitario nazionale offre notevoli vantaggi, tra cui l’elevato livello di gradimento tra la popolazione – questo criterio dovrebbe essere sempre prioritario per i servizi pubblici – oltre che un accesso universale e un costo inferiore a quello di altri sistemi sanitari. E non pensiamo solo agli Usa dove, se non hai soldi, puoi solo scegliere dove e come morire. Il Ssn è in difficoltà per motivi di sostenibilità economica e per una tante scelte organizzative che si sono succedute dal 1978 a ieri e che continuano a succedersi. Scelte non sempre felici, tanto per usare un eufemismo.

Però, il problema maggiore resta il fatto che la spesa sanitaria tende a crescere vertiginosamente a causa dell’invecchiamento della popolazione e del tumultuoso progresso tecnologico, che richiede sempre costosissimi macchinari nuovi di cui non si può fare a meno. In tutto ciò, ci sono gli interessi mafiosi sugli appalti e sui subappalti, la corruzione di alcuni medici, la connivenza di molti altri, che in pratica raddoppiano la spesa. Insomma, il quadro è disastrosamente quello che molti italiani conoscono. Già questo basterebbe per parlare dell’argomento. Ma c’è di più. Molto di più. Il servizio sanitario nazionale ha bisogno di aiuto. Ha bisogno di essere salvato. Da chi?

Il “sistema” va salvato dal “sistema”. È Girolamo Sirchia, medico internista e politico, ex-ministro della Salute nel governo Berlusconi dal 2001 al 2005, ricordato da tutti per aver varato la norma a tutela della salute pubblica e dei diritti dei non fumatori, estendendo il divieto di fumo in tutti i locali pubblici nel 2003, a lanciare l’allarme. Dal suo blog, Sirchia sostiene che: “La valorizzazione del merito è quasi scomparsa in sanità dove l’appiattimento è molto marcato, il burn out del personale cresce, diminuiscono qualità ed efficienza e con esse l’attenzione e l’empatia per i malati. Non è facile risalire la china in un simile momento”.

E poi aggiunge: “Io credo che il bandolo della matassa potrebbe trovarsi nel rapporto imperfetto tra lo Stato centrale e le Regioni, che potrebbe utilmente essere riconsiderato. Non propongo, si badi bene, di mettere in discussione la Costituzione o i poteri regionali, ma solo di chiarire meglio e insieme i rispettivi ruoli, con vantaggi per entrambi. Lo Stato Centrale è responsabile del diritto alla salute dei cittadini, come previsto dall’articolo 32 della Carta Costituzionale, e deve quindi stabilire i principi che consentono ad ogni italiano di godere degli stessi diritti ovunque si trovi”.

Secondo l’ex-ministro, è necessario intervenire su più fronti: “La realizzazione di un sistema di cura per la cronicità che preveda la presa in carico del paziente e la sua gestione da parte dei medici generalisti organizzati in una rete di servizi che vanno dalle Case della Salute, ai Pot, Ospedali di riferimento, residenze private e collettive e che liberino il paziente dal carico burocratico insopportabile che lo affligge, anche grazie a case manager”. C’è bisogno di “forte impulso alla prevenzione proattiva, che sia di dimostrata efficacia e poco costosa. Tra le iniziative vantaggiose cito le vaccinazioni obbligatorie, indispensabili per garantire la salute pubblica”.

E ancora, Sirchia sostiene: “La promozione della salute, attraverso stili di vita salutari che prevedano di rifuggire dal fumo e dalle altre dipendenze, alimentarsi in modo corretto per evitare l’eccesso ponderale, il movimento fisico sistematico. La promozione della salute è una responsabilità condivisa tra il cittadino e la comunità, che ha il dovere di informarlo puntualmente e di creare le condizioni ambientali favorevoli a vivere in modo sano”. Ma non solo.

Sarebbe necessario individuare “fin dall’infanzia e poi in vari momenti della vita, tra i soggetti apparentemente sani, di coloro che sono a più alto rischio di sviluppare patologie croniche, quali diabete, ipertensione, depressione, patologie scheletriche, ecc. con semplici questionari sul modello “screen and treat”, Ciò può prevenire o ritardare la comparsa clinica delle malattie croniche più pesanti e quindi anche la spesa a loro legata. Anche la prevenzione secondaria, oltre a quella primaria, consente risparmi di sofferenza e di spesa assai significativi”.

“Ogni anno una quota di cittadini accede ai servizi sanitari e determina una spesa pubblica che deve essere bilanciata dagli introiti fiscali. In Italia questo bilancio presenta un disavanzo e per evitare che questo aumenti sono state fatte nel tempo scelte non sempre felici. La prima è stata quella di applicare una addizionale tassa al punto di erogazione di alcuni servizi sanitari, copayment, e la seconda di restringere l’offerta cosi da allungare i tempi di attesa, razionamento, o giungendo per alcune prestazioni a fornire quantità largamente insufficienti per gli assistiti, quali odontoiatria, presa in carico dei pazienti cronici con un apposito programma di cura della cronicità, promozione della salute e prevenzione, servizi di assistenza sociale, e per il personale sanitario, aggiornamento e motivazione, ricerca sanitaria”, denuncia Sirchia.

“Una terza scelta infelice è stata quella dello Stato centrale di rinunciare alla sua prerogativa esclusiva di stabilire e far rispettare i principi fondamentali del sistema sanitario, che includono anche i parametri di funzionamento, gli standard di quantità, qualità e costo dei principali servizi erogati e la verifica sistematica del loro rispetto in ogni area del Paese, così da evitare disparità e ineguaglianze tra i cittadini rispetto alla salute. Una quarta scelta è stata quella di offrire ai Medici ospedalieri di compensare con la libera professione intra-moenia i loro magri salari. Cosi oggi avviene che per superare le lunghe liste di attesa, il cittadino si vede offrire un’anticipazione vistosa della prestazione a fronte di un addizionale pagamento”.

Malgrado tutte queste distorsioni, il passivo del servizio sanitario nazionale persiste e si grida allora al “sottofinanziamento”. Su questo Sirchia ha le idee chiare e non risparmia stangate a chi la baracca l’ha gestita fino all’altro giorno e a chi la sta gestendo. Secondo Girolamo Sirchia, per salvare il ssn, è “necessario rifarsi concretamente ai suoi principi ispiratori e ai suoi valori, cui la maggioranza degli italiani non vuole rinunciare. Stato e Regioni debbono accordarsi per esercitare il loro ruolo in ambiti ben definiti e non conflittuali. Entrambi debbono assumersi la responsabilità di soddisfare i bisogni sanitari e sociali della popolazione studiando, progettando e attuando le soluzioni migliori, senza quelle improvvisazioni strumentali alla politica e quelle incoerenze che tanto nuocciono al sistema”.

In una parola le istituzioni devono credere nella salute e nel benessere della popolazione e promuoverli con azioni appropriate perché salvare la sanità pubblica significa in definitiva rispettare i diritti umani degli italiani. “Il decadimento della performance operativa, economica ed etica del nostro ssn – scrive Sirchia – è legata ad alcune cause principali e precisamente” a cinque fattori: le mutate situazioni demografiche, il tumultuoso progresso tecnologico, ma anche la maggior attenzione della popolazione alla propria salute, oltre che all’impreparazione della popolazione all’uso corretto dei servizi sanitari e l’inadeguata politica del personale sanitario e della sua motivazione, preparazione e aggiornamento professionale”.

Senza dimenticare “l’orientamento prevalentemente economicistico del sistema e della sua gestione a scapito dei suoi valori medici, sociali e morali; la distorsione dei principi ispiratori del ssn tesa a compensare scorrette pratiche gestionali. Più importanti di tutte, l’incapacità dello Stato e delle Regioni di capire il grande valore della salute nell’economia del Paese e nel benessere popolare e la loro scarsa propensione a studiare e realizzare con metodologia scientifica e per piccoli passi successivi aggiornamenti idonei a migliorare efficacia ed efficienza del ssn”.

Non c’è tempo da perdere. Bisogna adoperarsi per salvare il servizio sanitario nazionale italiano. Ancora valido nei suoi principi, va riportato ai suoi originali valori di universale, gratuito al punto di erogazione, accessibile e accogliente, gradito agli utenti e sostenibile economicamente. “Per far questo bisogna che cessino i contrasti tra Stato e Regioni, chiarendo insieme i rispettivi ruoli e limiti”. Ma bisogna anche che i governi del futuro capiscano che la salute è un motore economico di sviluppo, che deve essere considerata e rispettata e deve includere particolare attenzione alla prevenzione, alla cronicità e alla ricerca, sostenuta con finanziamenti adeguati.