Un secolo dalla fine della Prima Guerra Mondiale: cosa resta

Per favore, silenzio: oggi sono dispiaciuto. Mi sento mortificato. L’11 novembre 1918 finiva la Prima Guerra Mondiale, una immane strage promossa dall’uomo il 28 luglio 1914 per uccidere i suoi simili. Sono passati cento anni. Un secolo. Un centenario che dovrebbe rappresentare una festa. Invece, ne abbiamo quasi perso la memoria. Chi se lo è ricordato? Chi ha pensato ai milioni di persone che hanno sacrificato la loro vita per darci un futuro (speravano) migliore? Ci penso da stamattina, ma ho aspettato. Ho aspettato che qualche esimio collega o qualche grande esempio di leone da tastiera della comunicazione sociale, se ne ricordasse a dovere. Insomma, aspettavo che qualcuno mi facesse leggere un bel dossier, un insieme di artcioli, di storie… sulla ricorrenza. Storie sulla nostra storia. Ho aspettato inutilmente.

Sono italiano, nipote di un partigiano che ha provato i campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, che è passato dalla Sinfrà salvandosi e che mi ha cresciuto con dei valori tricolore e un certo rispetto nei confronti della Carta Costituzionale. Però, oggi, dopo cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, mi sento un pesce fuor d’acqua. Un portaborse fallito che cerca rifugio in un museo. Sveglia, i nostri antenati sono morti in quella maledetta guerra iniziata 104 anni fa e finita da un secolo. La Prima Guerra Mondiale fu un conflitto armato che coinvolse le principali potenze mondiali e molte di quelle minori tra il luglio del 1914 e il novembre del 1918.

Chiamata inizialmente dai contemporanei Guerra Europea, con il coinvolgimento successivo delle colonie dell’Impero britannico e di altri paesi extraeuropei tra cui gli Stati Uniti d’America e l’Impero giapponese prese il nome di guerra mondiale o anche Grande Guerra: fu infatti il più grande conflitto armato mai combattuto fino alla Seconda Guerra Mondiale. Non si può perdere la memoria di un evento che cambiò radicalmente gli interessi e le politiche mondiali. Il conflitto ebbe inizio, come dicevo, il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo.

A causa del gioco di alleanze formatesi negli ultimi decenni del XIX secolo, la guerra vide schierarsi le maggiori potenze mondiali, e rispettive colonie, in due blocchi contrapposti: da una parte gli Imperi centrali (Germania, Impero austro-ungarico e Impero ottomano), dall’altra gli alleati rappresentati principalmente da Francia, Regno Unito, Impero russo e, dal 1915, Italia. Oltre settanta milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo (sessanta milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni caddero sui campi di battaglia. Si dovettero registrare anche circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie.

Le prime operazioni militari del conflitto videro la fulminea avanzata dell’esercito tedesco in Belgio e nel nord della Francia, azione fermata però dagli anglo-francesi nel corso della prima battaglia della Marna nel settembre 1914. Il contemporaneo attacco dei russi da est infranse le speranze tedesche in una guerra breve e vittoriosa, e il conflitto degenerò in una logorante guerra di trincea che si replicò su tutti i fronti e perdurò fino al termine delle ostilità. A mano a mano che procedeva, la guerra raggiunse una scala mondiale con la partecipazione di molte altre nazioni, come Bulgaria, Romania, Portogallo e Grecia. Determinante per l’esito finale fu, nel 1917, l’ingresso in guerra degli Stati Uniti d’America a fianco degli alleati.

Alle origini della Prima Guerra Mondiale

Lo scoppio della guerra nel 1914 segnò la fine di un lungo periodo di pace e sviluppo economico della storia europea, noto come Belle Époque, e pose termine anche a un più lungo periodo di stabilità politica europea: iniziato nel 1815 con la sconfitta definitiva della Francia napoleonica e continuato per tutto il XIX secolo, vide svolgersi solo conflitti a carattere limitato che tuttavia finirono col minare e inasprire progressivamente i rapporti diplomatici tra le potenze europee e i relativi giochi di alleanze. Per individuare le cause fondamentali del conflitto bisogna risalire innanzitutto al ruolo preponderante della Prussia nella creazione dell’Impero tedesco, alle concezioni politiche di Otto von Bismarck, alle tendenze filosofiche prevalenti in Germania e alla sua situazione economica. Un insieme di fattori eterogenei che concorsero a trasformare il desiderio della Germania di assicurarsi sbocchi commerciali nel mondo.

A questi andarono collegandosi i problemi etnici interni all’Impero austro-ungarico e alle ambizioni indipendentiste di alcuni popoli che ne facevano parte, il timore che la Russia generava oltre frontiera soprattutto nei tedeschi, la paura che tormentava la Francia fin dal 1870 di una nuova aggressione che aveva lasciato una forte animosità verso la Germania e infine l’evoluzione diplomatica del Regno Unito da un atteggiamento di isolamento a una politica di attiva presenza in Europa.

Sotto la guida politica del suo primo cancelliere Bismarck, la Germania si assicurò una forte presenza in Europa tramite l’alleanza con l’Impero austro-ungarico e l’Italia e un’intesa diplomatica con la Russia. L’ascesa al trono nel 1888 del kaiser Guglielmo II di Germania portò sul trono tedesco un giovane governante determinato a dirigere da sé la politica, nonostante i suoi dirompenti giudizi diplomatici. Dopo le elezioni del 1890, nelle quali i partiti del centro e della sinistra ottennero un notevole successo, a causa della disaffezione nei confronti del cancelliere, Guglielmo II fece in modo di ottenere le dimissioni di Bismarck.

Gran parte del lavoro dell’ex cancelliere venne disfatto negli anni seguenti, quando Guglielmo II mancò di rinnovare il trattato di controassicurazione con i russi offrendo così alla Francia l’opportunità di concludere nel 1894 un’alleanza franco-russa. Altro passaggio fondamentale nel percorso verso la guerra mondiale fu la corsa al riarmo navale: il kaiser riteneva che solo un massiccio incremento della Kaiserliche Marine avrebbe reso la Germania una potenza mondiale e nel 1897 fu nominato alla guida della marina l’ammiraglio Alfred von Tirpitz. La Germania iniziò una politica di riarmo che risultò una vera e propria sfida aperta al secolare predominio navale britannico, favorendo un accordo anglo-francese nel 1904 e uno tra Russia e Regno Unito nel 1907, che chiudeva un secolo di rivalità fra le due potenze nello scacchiere asiatico.

Il Regno Unito tentò inoltre di rafforzare la propria posizione in altre direzioni, alleandosi con l’Impero giapponese nel 1902. Nonostante la proposta di Joseph Chamberlain di un trattato con Germania e Giappone per avvantaggiarsi congiuntamente nel Pacifico, la Germania continuò nella sua politica bellicosa aumentando l’attrito con le potenze europee. Da quel momento in poi le grandi potenze europee furono di fatto, anche se non ufficialmente, divise in due gruppi rivali. Negli anni seguenti la Germania, la cui politica aggressiva e poco diplomatica aveva dato il via a una coalizione avversaria, intensificò i rapporti con l’Austria-Ungheria e l’Italia.

Europa a blocchi, barriere tra super potenze

La nuova divisione in blocchi dell’Europa non era una riedizione del vecchio equilibrio di potenza, ma una semplice barriera tra potenze. I diversi paesi si affrettarono ad aumentare i loro armamenti, che nel timore di una deflagrazione improvvisa vennero messi a completa disposizione dei militari. Il Regno Unito aveva dato il via libera alle pretese della Francia sul Marocco, in cambio del riconoscimento dei propri diritti sull’Egitto, tuttavia questo accordo fra le due principali potenze coloniali violava la convenzione di Madrid del 1880, firmata anche dalla Germania. Ne derivò la crisi di Tangeri del 1905 dove il kaiser ribadì il ruolo fondamentale della Germania nella politica extra-europea.

Una prima crisi si aprì nella penisola balcanica nel 1908: a seguito degli sconvolgimenti creati dal movimento del Giovani Turchi nell’Impero ottomano, la Bulgaria si sganciò dall’influenza turca e l’Austria si annetté le provincie di Bosnia ed Erzegovina che già amministrava dal 1879. La Russia accettò l’annessione, ottenendo il libero transito nei Dardanelli, ma l’Italia considerò tale azione un affronto e la Serbia una minaccia. La perentoria richiesta rivolta dalla Germania alla Russia di riconoscere la legittimità dell’annessione sotto pena di un attacco austro-tedesco facilitò la mossa austriaca ma creò non pochi dissapori tra la Russia e le potenze germaniche.

Altro motivo di attrito fu la crisi di Agadir, quando nel giugno 1911, per indurre la Francia a fare concessioni in Africa, i tedeschi inviarono una cannoniera nel porto di Agadir. Il Cancelliere dello Scacchiere David Lloyd George ammonì la Germania ad astenersi da simili minacce alla pace e dichiarò il Regno Unito pronto a supportare la Francia: le velleità del kaiser furono spente ma si acuì il risentimento dell’opinione pubblica tedesca, che ben vide un ulteriore ampliamento della marina da guerra. Il successivo accordo sul Marocco allentò i motivi di frizione, ma proprio in quel momento la situazione politica dei Balcani tornò a essere burrascosa.

La debolezza dell’Impero ottomano, palesata dall’occupazione italiana di Tripoli, incoraggiò Bulgaria, Serbia e Regno di Grecia a rivendicare l’egemonia sulla Macedonia come primo passo per estromettere gli ottomani dall’Europa. Con la prima guerra balcanica i turchi furono rapidamente sconfitti: alla Serbia fu assegnata l’Albania settentrionale ma l’Austria, che già ne temeva le ambizioni, mobilitò l’esercito e alla sua minaccia alla Serbia la Russia rispose con la stessa misura. Stavolta la Germania si schierò con Regno Unito e Francia scongiurando pericolosi sviluppi. Quando la crisi cessò, la Serbia conservò buona parte dei guadagni territoriali, mentre la Bulgaria dovette cedere quasi tutte le conquiste effettuate.

Questo non piacque all’Austria che nell’estate del 1913 propose di attaccare immediatamente la Serbia. La Germania frenò i propositi austriaci ma allo stesso tempo estese il proprio controllo sull’esercito turco, impedendo così il rafforzamento dell’influenza russa nei Dardanelli. Negli ultimi anni in tutti i paesi europei si moltiplicarono gli incitamenti alla guerra, discorsi e articoli bellicosi, dicerie, incidenti di frontiera. La Francia promulgò una legge (detta “dei tre anni”) che, per sopperire all’inferiorità numerica rispetto all’esercito tedesco, allungava di un anno la ferma militare, fino ad allora della durata di due anni. Ciò aggravò i rapporti con la Germania.

L’omicidio di erede al trono d’Austria-Ungheria

Il 28 giugno 1914, giorno di solenni celebrazioni e festa nazionale serba, l’arciduca erede al trono d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e la moglie Sophie Chotek von Chotkowa, recatisi a Sarajevo in visita ufficiale, furono uccisi da alcuni colpi di pistola sparati dal nazionalista diciannovenne serbo Gavrilo Princip: paradossalmente, l’arciduca era forse l’unico austriaco autorevole che fosse comprensivo verso i nazionalisti serbi, perché sognava un impero unito da un legame federativo. Da questo avvenimento scaturì una drammatica crisi diplomatica che infiammò le tensioni latenti e segnò l’inizio della guerra in Europa.

Nei giorni che seguirono, la Germania, convinta di poter circoscrivere il conflitto, sollecitò l’Austria-Ungheria affinché aggredisse al più presto la Serbia. Solo il Regno Unito avanzò una proposta di conferenza internazionale che non ebbe seguito, mentre le altre nazioni europee si preparavano lentamente al conflitto. Quasi un mese dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, l’Austria-Ungheria inviò un duro ultimatum alla Serbia, che accettò solo una parte delle richieste: il 28 luglio 1914 l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, determinando l’irrimediabile acuirsi della crisi e la progressiva mobilitazione delle potenze europee, cagionata dal sistema di alleanze tra i vari stati.

L’Italia, insieme al Portogallo, la Grecia, la Bulgaria, il Regno di Romania e l’Impero ottomano si posero in uno stato di neutralità, attendendo ulteriori sviluppi della situazione. Alla mezzanotte del 4 agosto erano cinque le potenze che ormai erano entrate in guerra (Austria-Ungheria, Germania, Russia, Regno Unito e Francia), ciascuna convinta di poter battere gli avversari in pochi mesi: era opinione diffusa che la guerra sarebbe finita a Natale, o tuttalpiù a Pasqua del 1915. Andiamo per gradi. L’1 agosto, dopo l’inizio delle ostilità fra Austria-Ungheria e Serbia, il governo tedesco dichiarò guerra alla Russia che aveva mobilitato l’esercito e due giorni dopo anche alla Francia.

La strategia tedesca era condizionata dal dover sostenere una guerra su due fronti, ulteriormente aggravata dalle concezioni belliche prettamente aggressive dei francesi che, entro pochi giorni dalla mobilitazione, prevedevano un attacco lungo il comune confine usando tutto il potenziale bellico a disposizione. La duplice dichiarazione di guerra era quindi il necessario primo passo in vista dell’attuazione del piano Schlieffen, che prevedeva la sconfitta della Francia con una “guerra lampo” di sole sei settimane prima di rivolgere l’attenzione a est contro i russi.

Il piano, ideato dal generale Alfred von Schlieffen e completato nel 1905, prevedeva di attaccare la Francia da nord attraverso Belgio e Paesi Bassi, così da evitare la lunga linea fortificata alla frontiera e consentire all’esercito tedesco di calare su Parigi con un’unica grande offensiva. Von Schlieffen continuò a lavorare al piano anche dopo essersi ritirato dall’esercito e lo sottopose a un’ultima revisione nel dicembre 1912, poco prima di morire. Il generale Helmuth Johann Ludwig von Moltke, suo successore come capo di stato maggiore dell’esercito, decise di accorciare il fronte ed escluse i Paesi Bassi dalla manovra. Confidando nella lenta mobilitazione della Russia, Moltke previde di lasciare sul fronte est una forza di dieci divisioni, considerata più che sufficiente a trattenerla fino alla neutralizzazione della Francia, dopo la quale l’esercito tedesco avrebbe potuto rivolgere tutte le forze contro la Russia.

Dalla guerra in movimento a quella in trincea

Il 2 agosto la Germania invase lo stato neutrale del Lussemburgo mentre il 4 agosto, dopo che un formale ultimatum era stato respinto, i tedeschi invasero il Belgio avanzando a gran velocità. L’azione fu il pretesto per la dichiarazione di guerra britannica alla Germania, anche se il Regno Unito non aveva truppe sul continente europeo e il suo corpo di spedizione British Expeditionary Force al comando di Sir John French doveva ancora essere radunato, armato e inviato oltre la Manica. Il 5 agosto le forze tedesche andarono all’assalto del primo vero ostacolo sul loro cammino: il campo fortificato di Liegi con la sua guarnigione di 35.000 soldati.

L’attacco durò più del previsto e solo il 7 agosto la fortezza centrale capitolò. Dopo la caduta di Liegi la maggioranza dell’esercito belga si ritirò verso ovest mentre il 25 più a nord i tedeschi bombardarono Anversa con uno Zeppelin, durante le fasi preliminari dell’assedio della città che durò fino al 28 settembre e comportò enormi devastazioni. Sempre il 12 le avanguardie del corpo di spedizione britannico attraversarono la Manica scortate da navi da guerra: in dieci giorni furono sbarcati senza perdite 120.000 uomini, non avendo la Kaiserliche Marine mai ostacolato le operazioni. Il 20 agosto le truppe tedesche entrarono a Bruxelles. All’estremità meridionale del fronte i francesi, penetrati in Alsazia il 14 agosto e vicini alla città di Mulhouse, giunsero a sedici chilometri dal Reno, ma furono bloccati dai tedeschi e non riuscirono ad andare oltre.

Più a nord le truppe francesi, penetrate in Lorena, furono sconfitte a Morhange e iniziarono a ritirarsi verso Nancy. Le truppe tedesche le inseguirono, ma furono poi sanguinosamente arrestate dalle fortificazioni francesi nel corso della battaglia del Gran Couronné. Il 22 agosto l’esercito tedesco attaccò lungo tutto il fronte ed ebbe inizio la gigantesca battaglia delle Frontiere: la quinta Armata francese fu sconfitta a Charleroi e cominciò l’aspra battaglia di Mons, battesimo del fuoco per il corpo di spedizione britannico che resistette con inaspettata tenacia. I tedeschi riuscirono comunque a superare la resistenza di French e il 23 iniziarono ad avanzare. Quello stesso giorno sia i francesi da Charleroi che i belgi da Namur cedettero alla pressione tedesca e iniziarono a ripiegare. Il 2 settembre il governo francese abbandonò Parigi e si rifugiò a Bordeaux ma gli anglo-francesi appresero da ricognizioni aeree che i tedeschi non stavano più puntando sulla capitale, avendo piegato più a sud-est verso la linea del fiume Marna dietro cui si erano attestati gli alleati.

Il giorno dopo, con i tedeschi a soli 40 chilometri da Parigi e una situazione di grande panico nelle retrovie francesi – un milione di parigini aveva abbandonato la città – il generale Joseph Simon Gallieni, governatore militare della capitale, organizzò, nel sistema di trincee e fortificazioni che l’attorniavano, una nuova armata appena costituita, mentre il comandante in capo, generale Joseph Joffre, preparava la controffensiva. Il 5 settembre i francesi passarono al contrattacco e bloccarono l’avanzata tedesca a est di Parigi durante la prima battaglia della Marna, passata alla storia nell’immaginario collettivo francese col nome di “miracolo della Marna”. I tedeschi dovettero abbandonare il piano Schlieffen ma riuscirono ad arrestare la spinta offensiva degli anglo-francesi nel corso della successiva prima battaglia dell’Aisne, 13-28 settembre.

Nei giorni successivi entrambi i contendenti diedero inizio a una serie di manovre nel tentativo di aggirarsi reciprocamente sul fianco settentrionale, rimasto scoperto, dando luogo alla cosiddetta corsa al mare: ogni tentativo fallito finiva con l’allungare sempre di più la linea del fronte, finché, per la fine di ottobre, entrambi i contendenti non raggiunsero le rive del mare nella regione delle Fiandre. In novembre un ultimo tentativo tedesco di rompere il fronte alleato portò alla sanguinosa prima battaglia di Ypres, al termine della quale i due contendenti si attestarono sulle posizioni raggiunte. La battaglia segnò la fine della guerra di movimento a occidente in favore di una logorante guerra di trincea lungo un fronte continuo di solide postazioni fortificate.

Dal fronte serbo alla spartizione dell’Africa

Prima Guerra Mondiale

Un collage di immagini della Prima Guerra Mondiale.

Benché fosse tecnicamente il luogo dove la guerra aveva preso avvio, il fronte serbo fu relegato ben presto a teatro secondario di un conflitto divenuto ormai mondiale. Con il grosso delle sue forze concentrato in Galizia contro i russi, l’Austria-Ungheria diede avvio all’invasione del territorio serbo il 12 agosto 1914: guidate dal generale Radomir Putnik e supportate anche dalle forze del Regno del Montenegro, le truppe serbe opposero un’ostinata resistenza, infliggendo agli austro-ungarici una sconfitta nella battaglia del Cer (16-19 agosto) e obbligandoli a ritirarsi oltre frontiera. Dopo una controffensiva serba al confine con la Bosnia, sfociata nell’inconcludente battaglia della Drina (6 settembre-4 ottobre), gli austro-ungarici del generale Oskar Potiorek lanciarono una nuova invasione il 5 novembre, riuscendo a occupare la capitale Belgrado.

Putnik fece arretrare lentamente le sue forze fino al fiume Kolubara, dove inflisse una disastrosa sconfitta alle truppe di Potiorek obbligandole ancora una volta alla ritirata. Il 15 dicembre 1914 i serbi ripresero Belgrado, riportando la linea del fronte ai confini prebellici. Le offensive austro-ungariche erano costate all’Impero la perdita di 227.000 uomini tra morti, feriti e dispersi, oltre a un ampio bottino di armi e munizioni di vitale importanza per il mal equipaggiato esercito serbo. Nonostante la vittoria la Serbia ebbe 170.000 caduti durante la campagna, perdite enormi per il suo piccolo esercito ulteriormente aggravate dallo scoppio di una violenta epidemia di febbre tifoide (che fece 150.000 vittime tra i civili) e dalla grave carenza di generi alimentari.

Giunta piuttosto in ritardo alla corsa per la spartizione dell’Africa, nel 1914 la Germania deteneva limitati possedimenti nel continente: isolati dalla madrepatria dal blocco navale alleato e circondati dai territori dei più ampi imperi coloniali britannico e francese, il loro destino era praticamente segnato fin dall’inizio delle ostilità. La piccola colonia del Togoland (odierno Togo) fu rapidamente occupata dalle forze anglo-francesi già verso la fine dell’agosto 1914, mentre più impegnativa fu la lotta nel Camerun tedesco: la capitale Buéa fu occupata da truppe coloniali francesi e belghe il 27 settembre 1914, ma, favorite dal terreno impervio e dalle piogge tropicali, le ultime guarnigioni tedesche non furono costrette a capitolare prima del febbraio 1916. La guarnigione dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest (odierna Namibia) sostenne un’invasione da parte delle truppe sudafricane e benché appoggiata dall’insurrezione di alcuni ribelli boeri contro le autorità britanniche, fu infine costretta alla resa nel luglio 1915.

Molto più lunga fu la lotta nell’Africa Orientale tedesca (odierna Tanzania): al comando di un miscuglio di coloni tedeschi e truppe arruolate tra gli indigeni locali (Schutztruppe), il colonnello Paul Emil von Lettow-Vorbeck intraprese una serie di azioni di guerriglia e attacchi mordi-e-fuggi ai danni delle colonie confinanti (il Kenya britannico, il Congo belga e il Mozambico portoghese), infliggendo agli alleati diverse sconfitte. Fu necessario mettere in campo una vasta forza (arrivata a contare, tra soldati e personale ausiliario, quasi 400.000 uomini) per avere ragione delle elusive truppe di Vorbeck e occupare la colonia: gli ultimi guerriglieri tedeschi, ancora capitanati dal loro comandante, si arresero solo il 26 novembre 1918, dopo essere stati informati dell’avvenuta capitolazione della Germania.

Da tempo alleato del Regno Unito, il 23 agosto 1914 il Giappone dichiarò guerra alla Germania, segnando il destino degli sparpagliati possedimenti tedeschi situati nel Pacifico: ai primi di ottobre una squadra navale giapponese salpò alla volta della Micronesia, dove i tedeschi disponevano di una serie di piccole basi, occupando prima della fine del mese le isole Caroline, le isole Marshall e le isole Marianne praticamente senza combattere. Il 31 ottobre una forza di spedizione nipponica, rinforzata poi anche da un contingente britannico proveniente da Tientsin, pose l’assedio al porto fortificato di Tsingtao, possedimento tedesco in Cina dal 1898, obbligando la guarnigione a capitolare il 7 novembre 1914. Il resto delle colonie tedesche fu occupato dai dominion australi del Regno Unito: il 30 agosto 1914 una forza neozelandese conquistò senza spargimenti di sangue le Samoa, mentre la Nuova Guinea tedesca fu occupata dagli australiani in settembre dopo una breve campagna contro la piccola guarnigione del possedimento. L’ultimo avamposto tedesco, Nauru, cadde in mano australiana il 14 novembre 1914.

Guerra, errori e conseguenze politiche tra alleati

All’inizio delle ostilità le due principali flotte da guerra, quella britannica e quella tedesca, si fronteggiarono nelle ristrette acque del Mare del Nord. La Germania, consapevole dell’inferiorità numerica nei confronti della Grand Fleet britannica, mantenne un atteggiamento prudente, decidendo di evitare uno scontro diretto finché posamine e sommergibili non l’avessero indebolita e non avessero diminuito i commerci con le colonie. La geografia della costa nord della Germania favoriva questo tipo di strategia: le rive frastagliate, gli estuari e la protezione assicurata dalle isole come Helgoland costituivano un formidabile scudo per i porti di Wilhelmshaven, Bremerhaven e Cuxhaven e allo stesso tempo offriva un’eccellente base per rapide incursioni nel mare del Nord.

Durante il primo anno di guerra il Regno Unito si preoccupò quindi di pattugliare il Mare del Nord e permettere il trasferimento della forza di spedizione attraverso La Manica. L’unica azione di rilievo fu un’incursione nella baia di Helgoland, ove la squadra dell’ammiraglio David Beatty affondò parecchi incrociatori leggeri tedeschi confermando alla Kaiserliche Marine la necessità di continuare una tattica difensiva e di accelerare l’attività di sommergibili e posamine. La guerra nel mar Mediterraneo si aprì con un errore destinato ad avere forti conseguenze politiche per gli alleati: nel bacino si trovavano due delle più veloci navi da guerra tedesche, l’incrociatore da battaglia Goeben e l’incrociatore leggero Breslau. Ricevuto l’ordine da Berlino di puntare verso Costantinopoli, furono inseguite dalla Royal Navy, che però non riuscì a intercettarle. Il ministro della guerra turco Ismail Enver diede il suo assenso all’entrata nei Dardanelli alle due navi, ben sapendo che tale decisione rappresentava un atto ostile nei confronti del Regno Unito e che avrebbe sospinto la Turchia nell’orbita tedesca.

Per non pregiudicare la neutralità della Turchia, esse vennero comunque cedute con un finto atto di vendita. Non seguirono atti ostili e le unità furono ancorate al porto di Costantinopoli. Negli oceani invece la caccia alle unità tedesche fu l’obiettivo principale per le flotte alleate. La Germania non ebbe il tempo per far uscire le proprie unità dalle basi del Mare del Nord, così allo scoppio della guerra furono solo i pochi incrociatori dislocati all’estero a costituire una minaccia per i commerci degli alleati. Non era facile conciliare l’esigenza di concentrare le forze nel Mare del Nord in vista di un attacco a sorpresa della Germania con la necessità di pattugliare e difendere le rotte marittime dell’India e dei Dominions. Con la distruzione dell’Emden avvenuta il 9 novembre 1914, i britannici resero sicuro l’oceano Indiano, ma questo successo fu neutralizzato dalla grave sconfitta subita nella battaglia di Coronel nell’oceano Pacifico, dove la divisione dell’ammiraglio Cradock fu battuta dagli incrociatori corazzati dell’ammiraglio Maximilian von Spee.

Questo scacco fu prontamente riscattato dall’ammiraglio Doveton Sturdee, che alla guida degli incrociatori da battaglia Inflexible e Invincible appositamente distaccati dalla Grand Fleet, l’8 dicembre 1914 inseguì la squadra di von Spee nei pressi delle Isole Falkland e ne affondò l’intera divisione (tranne l’incrociatore leggero Dresden che si autoaffonderà tre mesi dopo), distruggendo l’ultimo strumento della potenza navale tedesca negli oceani. Da quel momento in poi gli alleati poterono contare su sicure vie di comunicazione oceaniche per i loro traffici di rifornimenti e truppe. Poiché le rotte oceaniche devono per forza avere un capolinea sulla terra ferma, la logica risposta tedesca fu quella d’incrementare lo sviluppo dell’arma sottomarina, che rese gradualmente più pericolose le traversate. I fronti dove si combatteva e quelli dove ci si aspettava di farlo erano ormai numerosi.

Tutti i belligeranti iniziarono a impiegare ogni risorsa a disposizione e allo stesso tempo affiorarono le prime voci di opposizione alla guerra nel Regno Unito, in Germania (dove il 1º aprile ebbe luogo una manifestazione organizzata da Rosa Luxemburg), in Francia e in Russia. L’Italia, pur restando neutrale, era in cerca dei migliori vantaggi territoriali in cambio di un proprio intervento: l’8 aprile 1915 offrì di affiancare in guerra le potenze centrali se le fossero stati ceduti Trentino, isole della Dalmazia, Gorizia, Gradisca e riconosciuto il “primato” sull’Albania. Una settimana dopo l’Austria-Ungheria rifiutò le condizioni e l’Italia fece richieste ancora più gravose alle potenze dell’Intesa, che si dissero disposte a intavolare delle trattative. Intanto sul fronte del Caucaso l’avanzata russa provocò il risentimento dei turchi contro la popolazione armena, sospettata di aver favorito le truppe dello zar. L’8 aprile iniziarono i rastrellamenti e le fucilazioni, dando avvio a una vera e propria pulizia etnica. Massacri e deportazioni divennero sistematici e gli appelli rivolti agli alleati e a Berlino perché intervenissero in qualche modo rimasero inascoltati.

Trattative segrete e complotti: la triplice alleanza

Alla fine del 1914 il ministro degli esteri Sidney Sonnino avviò contatti con entrambe le parti per ottenere i maggiori compensi possibili e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l’Intesa mediante la firma del patto di Londra, con il quale l’Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese. Il 3 maggio successivo fu rotta la Triplice alleanza, fu avviata la mobilitazione e il 23 maggio fu dichiarata guerra all’Austria-Ungheria, ma non alla Germania, con cui Antonio Salandra sperava, futilmente, di non guastare del tutto i rapporti.

Il piano strategico dell’esercito italiano, sotto il comando del generale e capo di stato maggiore Luigi Cadorna, prevedeva un atteggiamento difensivo nel settore occidentale, dove l’impervio Trentino costituiva un saliente incuneato nell’Italia settentrionale, e un’offensiva a est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso il cuore dell’Austria-Ungheria. Dopo aver occupato il territorio di frontiera, il 23 giugno gli italiani lanciarono il loro primo assalto alle postazioni fortificate austro-ungariche, attestate lungo il corso del fiume Isonzo: l’azione andò avanti fino al 7 luglio, ma a dispetto della superiorità numerica gli italiani non conquistarono che poco terreno al prezzo di molti caduti. Lo schema si ripeté identico a metà luglio, e poi ancora in ottobre e novembre: ogni volta gli assalti frontali degli italiani cozzarono sanguinosamente contro le trincee austro-ungariche attestate sul bordo dell’altopiano del Carso, che sbarrava agli attaccanti la via per Gorizia e Trieste.

Nel settembre 1915 un contingente anglo-indiano al comando del generale Charles Vere Ferrers Townshend risalì il Tigri fino a prendere l’importante città di al-Kut. Benché le linee di rifornimento fossero molto estese, l’alto comando spinse Townshend a proseguire l’avanzata verso la vicina Baghdad, un obiettivo molto più ambito, ma tra il 22 e il 25 novembre le unità britanniche subirono un arresto nella battaglia di Ctesifonte per opera delle rafforzate truppe ottomane. Townshend si ritirò dentro Kut, dove ben presto rimase tagliato fuori e assediato. Quattro distinti tentativi di soccorrere la guarnigione fallirono miseramente e dopo cinque mesi di assedio le forze anglo-indiane, ormai alla fame, capitolarono il 29 aprile 1916, lasciando 12.000 prigionieri in mano ai turchi.

Un nuovo fronte fu aperto nel sud della Palestina: l’Egitto era ufficialmente un vassallo ottomano, sebbene fosse politicamente controllato dal Regno Unito fin dal 1880, e allo scoppio delle ostilità era stato rapidamente occupato da una forza di spedizione britannica, australiana e neozelandese. Il canale di Suez rappresentava un punto vitale per gli alleati e i tedeschi fecero pressione sugli ottomani perché ne progettassero l’occupazione. L’offensiva di Suez iniziò il 28 gennaio 1915 ma dopo una settimana di scontri le forze ottomane furono respinte, anche per via della difficoltà nel mantenere i collegamenti logistici attraverso l’inospitale penisola del Sinai. Le forze alleate si mantennero rigorosamente sulla difensiva fin verso la metà del 1916, quando le continue incursioni ottomane su piccola scala contro il canale convinsero il comandante britannico Archibald Murray a passare all’offensiva: avanzando metodicamente e costruendo, strada facendo, una ferrovia e un acquedotto, le forze britanniche si spinsero attraverso la costa settentrionale del Sinai e sconfissero gli ottomani nella battaglia di Romani (3-5 agosto 1916), ricacciandoli definitivamente oltre la frontiera con la Palestina.

Falliti tutti i tentativi di aggiramento, sul fronte occidentale i due schieramenti iniziarono a fortificare le proprie posizioni scavando trincee, camminamenti, rifugi, erigendo casematte. Dal mare del Nord alle Alpi, fra uno schieramento e l’altro, si estendeva la terra di nessuno, una fascia di terreno martoriata dalle granate e continuamente contesa da entrambi gli schieramenti, che rappresenterà fino agli ultimi attacchi alleati del 1918 la prerogativa del conflitto. Nel corso del 1915, mentre i tedeschi conducevano una quasi esclusiva strategia difensiva, gli anglo-francesi progettarono una serie di offensive per tentare di rompere il fronte e tornare alla guerra di movimento.

Le stragi e la follia delle avanzate strategiche

Già il 20 dicembre 1914 i francesi lanciarono una grande offensiva nella regione della Champagne-Ardenne, proseguita fino al 20 marzo 1915 con scarsissimi guadagni territoriali. Fu poi la volta dei britannici che in marzo attaccarono a Neuve-Chapelle, nell’Artois: fu aperta una piccola breccia nel fronte ma gli attaccanti furono lenti ad approfittarne e i tedeschi la chiusero rapidamente. Tra maggio e giugno gli anglo-francesi lanciarono un nuovo attacco nell’Artois, seguito da una terza offensiva tra settembre e novembre mentre contemporaneamente i francesi attaccavano nella Champagne, prima che l’inverno rallentasse i combattimenti: ancora una volta fu guadagnato poco terreno al prezzo di pesanti perdite.

L’unica azione offensiva tedesca su vasta scala a occidente nel 1915 si ebbe il 22 aprile, quando prese avvio la seconda battaglia di Ypres: impiegando per la prima volta e su vasta scala gas venefici (cloro), i tedeschi tentarono di rompere il fronte alleato nelle Fiandre, ma schierarono troppe poche truppe per sfruttare lo sfondamento iniziale e l’attacco fu poi fermato. Iniziò così la “guerra dei gas”, che nel corso del conflitto costò 78.198 uomini fra gli alleati mettendone fuori combattimento per un periodo più o meno lungo almeno altri 908.645. Le stesse forze alleate, nonostante avessero impiegato nel corso della guerra la stessa quantità di gas dei tedeschi, inflissero alla Germania circa 12.000 morti e 288.000 intossicati, a dimostrazione della maggiore efficacia delle tattiche d’impiego tedesche.

Lo stallo sul fronte terrestre spinse entrambi i contendenti a cercare strategie innovative per uscire dall’impasse. Tra gennaio e febbraio la Germania intensificò la guerra sottomarina dichiarando legittimo attaccare tutte le navi, incluse quelle neutrali, adibite al trasporto di viveri o rifornimenti alle potenze dell’Intesa, sostenendo che si trattava di una “rappresaglia” contro il blocco esercitato dalla Royal Navy. Nel frattempo tutti gli eserciti si adoperavano per aumentare le proprie capacità aeronautiche e il 12 febbraio il Kaiser ordinò di condurre una guerra aerea contro l’Inghilterra con l’uso dei dirigibili Zeppelin. Nello stesso periodo iniziò una pratica che caratterizzò la guerra di trincea per tutto il conflitto, sia sul fronte occidentale sia, in seguito, su quello italiano: la guerra di mine. Il 17 febbraio i britannici arruolarono alcuni minatori che iniziarono a studiare le modalità per eliminare da sottoterra le postazioni tedesche.

Sul fronte carsico, dopo che in marzo un altro assalto italiano sull’Isonzo si era concluso con perdite elevate e scarse conquiste, furono gli austro-ungarici a passare all’offensiva nel Trentino: il 15 maggio 1916 ebbe inizio la Strafexpedition (“spedizione punitiva”), durante la quale l’esercito italiano venne attaccato tra la valle dell’Adige e la Valsugana. Nei venti giorni successivi gli austro-ungarici conquistarono una posizione dopo l’altra, minacciando di tagliare fuori le truppe italiane sull’Isonzo. Tuttavia, utilizzando le divisioni di riserva, il generale Cadorna riuscì a fermare gli austro-ungarici e riprendere alcune posizioni, rischiando però che un’ulteriore offensiva sull’Isonzo potesse far perdere ai suoi uomini le poche conquiste fino allora ottenute.

Non riuscendo a smuovere gli austriaci dal Trentino, Cadorna decise di concentrarsi nuovamente sull’Isonzo: il 4 agosto le truppe italiane mossero all’attacco dal Monte Sabotino al mare, raggiungendo e superando l’Isonzo, conquistando Gorizia e costringendo parte della 5ª Armata austro-ungarica a ripiegare di alcuni chilometri sul Carso. Gli austro-ungarici, però, avevano ceduto terreno solo per posizionarsi su una nuova linea difensiva già pronta, contro la quale si infransero i nuovi assalti italiani. A settembre e ottobre ebbero inizio altre due battaglie, la settima (14-16 settembre) e l’ottava (10-12 ottobre) dell’Isonzo, che causarono un ingente numero di vittime e portarono a grame conquiste territoriali: errori, condizioni meteorologiche avverse e scarsità di materiali impedirono agli italiani di sfondare le linee e raggiungere Trieste.

Il comando italiano, già dopo l’ottava offensiva, voleva dare il via a un ennesimo assalto prima che tutto il fronte fosse bloccato dalla cattiva stagione in arrivo: l’azione ebbe inizio solo il 31 ottobre contro la linea passante per Colle Grande-Pecinca-bosco Malo, ma il 2 novembre Cadorna decise di sospendere l’attacco per mancanza di rifornimenti, anche se gli scontri ripresero comunque il 3: nel complesso si avanzò solo di qualche chilometro e le perdite sofferte ammontarono a 39.000 soldati per gli italiani e a 33.000 per gli austro-ungarici.

La Prima Guerra Mondiale si sposta ad est

Prima Guerra Mondiale

Soldati francesi in trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

L’Italia impegnata in Trentino si appellò allo zar per diminuire la pressione sul proprio fronte. I comandi russi sapevano che non era possibile sferrare nuovi attacchi per assistere gli alleati, data la precaria situazione di truppe e materiali, che andavano radunati e preparati per una prossima decisiva offensiva da compiersi durante la stagione estiva. Solamente il generale Aleksej Alekseevič Brusilov reagì positivamente alla richiesta e poiché stava organizzando un attacco in luglio, anticipò l’azione a giugno per cercare di costringere gli austro-ungarici a trasferire truppe a est. Il 4 giugno 1916 l’offensiva iniziò con un potente tiro d’artiglieria, condotto da 1.938 pezzi su un fronte di circa 350 chilometri, dalle Paludi del Pryp”jat’ fino alla Bucovina. Dopo aver sfondato in vari punti le linee austro-ungariche, in otto giorni i russi catturarono un terzo delle truppe che si opponevano (2.992 ufficiali e 190.000 soldati), 216 cannoni pesanti, 645 mitragliatrici e 196 obici. Il 17 giugno i russi presero Czernowitz, la città più orientale dell’Austria-Ungheria.

Alla fine di luglio la città di Brody, alla frontiera galiziana, cadde in mano ai russi, che nelle due settimane precedenti avevano catturato altri 40.000 austro-ungarici. Ma anche le perdite russe erano state pesanti e nell’ultima settimana di luglio von Hindenburg e Ludendorff assunsero la difesa dell’ampio settore austriaco. Ai primi di settembre Brusilov raggiunse le pendici dei Carpazi, ma lì si arrestò per le evidenti difficoltà geografiche e soprattutto perché l’arrivo di truppe tedesche da Verdun arrestò la ritirata austro-ungarica e inflisse gravi perdite ai russi. L’offensiva volse al termine e anche se non assestò un colpo mortale agli austro-ungarici, raggiunse l’obiettivo principale di distogliere importanti forze tedesche da Verdun e di costringere l’Austria a sguarnire il fronte italiano. Per converso il potenziale bellico russo calò vistosamente per problemi interni e carenze di materiali.

L’opportunità di scendere in campo con gli alleati, l’amicizia che legava Nicolae Filipescu e Take Ionescu alle potenze occidentali e il desiderio di liberare i connazionali della Transilvania dal controllo austro-ungarico, convinsero l’opinione pubblica romena che l’entrata in guerra avrebbe portato notevoli vantaggi. L’avanzata di Brusilov incoraggiò la Romania il 27 agosto 1916 a compiere il passo decisivo. Il paese avrebbe avuto qualche probabilità di successo se fosse sceso in campo prima, quando la Serbia era ancora una forza attiva e la Russia non aveva ancora intaccato il proprio potenziale. I due anni in più di preparazione avevano raddoppiato il numero di soldati a scapito dell’addestramento, quando invece gli austro-tedeschi avevano ormai sviluppato tattiche e armi adatte alla guerra in corso. L’isolamento della Romania e l’incapacità dei suoi vertici militari avevano impedito la trasformazione di un esercito composto da fanteria in una forza moderna.

L’avventata iniziativa romena si risolse in un’enorme sconfitta: la lentezza delle divisioni che attraversarono i Carpazi consentì a von Falkenhayn (da poco sostituito al comando supremo da Hindenburg e Ludendorff e ora comandante della 9ª Armata sul fronte rumeno) di ingrossare le file austro-ungariche con l’invio di divisioni tedesche e bulgare. Mentre Ludendorff arginava i romeni sui Carpazi, il generale August von Mackensen li attaccò da sud-ovest e il 23 novembre li aggirò superando il Danubio. Nonostante la reazione romena, la forza congiunta di von Falkenhayn e von Mackensen si dimostrò insostenibile per un esercito antiquato e mal comandato: il 6 dicembre gli austro-tedeschi entrarono a Bucarest continuando l’inseguimento dei romeni ormai in rotta. La maggior parte della Romania, con i suoi fertili campi di grano e i giacimenti petroliferi, fu conquistata dagli Imperi centrali, che ridussero l’esercito romeno all’impotenza e inflissero una seria sconfitta politico-strategica agli alleati.

Le enormi perdite subite dalla Russia avevano minato alle fondamenta la resistenza morale e fisica del suo esercito, tanto che al fronte molti ufficiali non riuscivano più a mantenere la disciplina. Su tutto il fronte i bolscevichi incitavano gli uomini a rifiutarsi di combattere e a partecipare ai comitati dei soldati per sostenere e diffondere le idee rivoluzionarie. Dal fronte le agitazioni si trasmisero alle città e alla capitale. Il 3 marzo 1917 a Pietrogrado scoppiò un violento sciopero nelle officine Kirov, la principale fabbrica di armamenti e munizioni: l’8 marzo gli operai in sciopero erano circa 90.000, il 10 marzo fu proclamata la legge marziale e il potere della Duma fu messo in discussione dal Soviet cittadino guidato dal menscevico Chkheidze. I soldati inviati in città si unirono alla folla che protestava contro lo zar, al quale non restò altro che abdicare il 15 marzo 1917.

Gli Stati uniti d’America dichiarano guerra alla Germania

Fu proclamata una “Repubblica russa” retta dal Governo provvisorio russo dominato dal socialista Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, il quale si affrettò a confermare la sua alleanza con gli anglo-francesi. In luglio, tuttavia, la nuova offensiva decisa dal governo repubblicano (offensiva Kerenskij) si risolse in una decisa sconfitta per lo stremato esercito russo. Sfruttando il malcontento popolare e delle truppe verso la guerra, tra il 7 e l’8 novembre 1917 le forze bolsceviche s’impossessarono dei centri di potere russi a Pietrogrado e Mosca: la repubblica fu abbattuta e al suo posto nacque una Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa retta da Lenin, rientrato in Russia dalla Svizzera con il permesso dei tedeschi, che ne avevano esattamente stimato l’impatto politico sull’avversario.

La prima mossa del nuovo governo bolscevico fu quella di intavolare trattative per far uscire la Russia dal conflitto. Il 1º dicembre una commissione bolscevica attraversò le linee tedesche a Dvinsk e giunse alla fortezza di Brest-Litovsk, dove una delegazione degli Imperi centrali li attendeva per intavolare trattative di pace: Lenin intendeva chiudere il fronte per rivolgersi ai movimenti controrivoluzionari, che già attaccavano i bolscevichi e gli Imperi centrali colsero l’occasione reclamando condizioni di resa durissime. Dopo lunghi e complessi negoziati, il trattato di Brest-Litovsk, firmato il 3 marzo 1918, sancì la fine della partecipazione russa al conflitto e dei combattimenti sul fronte orientale.

Sebbene nel dicembre 1916 gli Imperi centrali fossero riusciti a impadronirsi di un importante canale di approvvigionamento con l’occupazione della Romania e l’acquisizione del controllo della regione danubiana, il nulla di fatto con cui si era conclusa la battaglia dello Jutland aveva lasciato ai britannici il dominio dei mari, permettendo loro di mantenere il blocco navale: esso era ormai diventato un problema ineludibile, ma d’altro canto i vertici militari nutrivano la speranza che, una volta annientato il blocco, avrebbero potuto risolvere la partita sul fronte occidentale nel giro di pochi mesi. I vertici tedeschi si risolsero quindi a estendere la guerra sottomarina, sebbene ciò aumentasse inevitabilmente il rischio di coinvolgere gli Stati Uniti d’America, già vicini politicamente all’Intesa. Il 1º febbraio 1917 la Germania formalizzò la cosiddetta guerra sottomarina indiscriminata: da quel momento in avanti ogni nave diretta ai porti dell’Intesa sarebbe stata considerata un bersaglio legittimo. Pochi giorni dopo gli Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche con la Germania.

Nonostante gli incidenti susseguitisi incessantemente per due anni, a partire dall’affondamento del RMS Lusitania, il presidente Thomas Woodrow Wilson si era attenuto alla sua politica di neutralità. L’annuncio della campagna sottomarina indiscriminata mostrò che le speranze di pace di Wilson erano utopistiche e, quando a ciò seguì il deliberato affondamento di navi statunitensi e il tentativo tedesco di istigare il Messico ad attaccare gli Stati Uniti (il caso del “telegramma Zimmermann”), il presidente Wilson ruppe gli indugi. Il 4 aprile 1917 presentò al Congresso la proposta di entrare in guerra: il 6 aprile gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania. Nessuno dubitava che l’impatto delle truppe statunitensi in Europa sarebbe stato potenzialmente enorme. Gli Stati Uniti avrebbero addestrato circa un milione di soldati, che a poco a poco sarebbero saliti a tre milioni. Ma ci sarebbe voluto almeno un anno, o forse più, prima che le truppe fossero addestrate, trasportate via nave in Francia e rifornite adeguatamente.

Sul fronte dell’Isonzo gli italiani sferrarono due nuove offensive a metà maggio e poi ancora ad agosto, guadagnando qualche posizione sul bordo dell’Altopiano della Bainsizza seppur al prezzo di molti caduti. Il fronte austro-ungarico fu però talmente logorato che la Germania intervenne ancora una volta. Hindenburg e Ludendorff si accordarono con il comandante in capo austro-ungarico Arthur Arz von Straussenburg per l’organizzare un’offensiva combinata. Alle 02:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-tedesche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza, alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo.

Subito dopo la fanteria sfondò le linee italiane sia sulle montagne sia nella valle dell’Isonzo, dove una divisione tedesca raggiunse il pomeriggio del 24 ottobre la città di Caporetto. Quindi gli austro-tedeschi avanzarono per 150 chilometri in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni, mentre l’esercito italiano ripiegava disordinatamente con numerosi casi di disgregazione e collasso di reparti. Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, ove nel frattempo era stata rafforzata una linea difensiva grazie agli episodi di resistenza sul fiume Tagliamento. La disfatta di Caporetto, oltre al crollo del fronte italiano e alla caotica ritirata delle armate schierate dall’Adriatico fino alla Valsugana, comportò la perdita in due settimane di 350.000 uomini fra morti, feriti, dispersi e prigionieri. Altri 400.000 si sbandarono verso l’interno del paese. L’avanzata degli austro-tedeschi fu infine bloccata sulle rive del Piave a metà novembre, dopo una dura battaglia difensiva.

11 novembre 1918 ore 11: lafine della guerra

Nonostante fosse sempre stata superiore in termini numerici alle potenze centrali, all’inizio del 1918 l’Intesa vide ribaltarsi la situazione, a causa delle perdite subite e del collasso della Russia: sarebbero dovuti passare parecchi mesi prima che le forze statunitensi facessero pendere nuovamente l’ago della bilancia in suo favore. Alla conferenza di Rapallo del novembre 1917 fu decisa la costituzione di un consiglio supremo di guerra dove i maggiori esponenti dei governi alleati sarebbero stati affiancati da rappresentanti militari. Di fatto questi ultimi non avevano però il potere esecutivo in quanto i capi di stato maggiore erano subordinati ai rispettivi governi, che nella conduzione della guerra anteponevano interessi economici.

Nel frattempo la Germania iniziò a trasferire decine di divisioni dal fronte orientale a ovest: per la fine di gennaio 1918 ne aveva a disposizione 177 con altre trenta in arrivo, mentre il potenziale alleato, indebolito dalle enormi perdite nel pantano di Passchendaele, scese a 172 divisioni, formate ognuna da nove battaglioni invece che dai soliti dodici. Il generale Ludendorff, cogliendo il momento favorevole e cercando di anticipare l’arrivo in forze delle truppe statunitensi, ripose le speranze di vittoria in una nuova, fulminea e imponente offensiva a occidente. Per poter utilizzare tutte le truppe disponibili era riuscito a estorcere una pace definitiva sia al governo bolscevico, sia alla Romania. Inoltre per assicurare nel possibile una base economica alla sua offensiva, fece occupare gli immensi campi di grano dell’Ucraina, incontrando solo una misera resistenza da parte di truppe cecoslovacche, ex-prigioniere dei russi.

Il 21 marzo Ludendorff lanciò la programmata offensiva che, in caso di successo, avrebbe consentito alla Germania di vincere la guerra: i tedeschi assalirono le posizioni britanniche sulla Somme, provocandone il crollo e avanzando rapidamente nelle retrovie. I risultati conseguiti dai tedeschi durante l’offensiva furono impressionanti rispetto all’esito di altre battaglie sul fronte occidentale: catturarono 90.000 prigionieri e 1.300 cannoni, inflissero agli anglo-francesi 212.000 tra morti e feriti, annientarono l’intera quinta Armata britannica. Per contro dovettero registrare 239.000 perdite tra ufficiali e soldati, con alcune divisioni ridotte alla metà dei loro effettivi e molte compagnie con appena quaranta o cinquanta uomini.

Nel tentativo di replicare il successo iniziale, Ludendorff lanciò una serie di assalti in sequenza in altre zone del fronte: in aprile i tedeschi sfondarono le linee britanniche vicino a Ypres, in maggio guadagnarono altro terreno attaccando i francesi tra Soissons e Reims, in giugno assaltarono le posizioni francesi davanti Compiègne, ma l’azione fallì e fu bloccata nel giro di pochi giorni. Contemporaneamente truppe anglo-statunitensi vennero in soccorso dei francesi contrattaccando sul fronte della Marna. Il 15 luglio Ludendorff lanciò un’ultima disperata offensiva sulla Marna, ma a inizio agosto lo slancio tedesco su tutto il fronte cessò: l’esercito imperiale, benché fosse a un soffio dalla vittoria, era però esausto e dissanguato dalle enormi perdite, perciò cessò di avanzare. Nel frattempo quasi un milione di soldati statunitensi erano giunti in Francia a dar manforte agli alleati.

Anche sul fronte italiano la fine della guerra contro la Russia aveva permesso all’Austria-Ungheria di rischierare le sue truppe e di preparare un’offensiva risolutiva. L’esercito italiano, ora guidato dal capo di stato maggiore Armando Diaz, era tuttavia bene attestato sulle rive del Piave e in fase di rapida riorganizzazione dopo la disfatta di Caporetto. L’offensiva austro-ungarica coinvolse sessantasei divisioni ed ebbe inizio il 15 giugno (battaglia del solstizio): il Piave fu superato in alcuni punti, ma la forte resistenza italiana e la piena del fiume bloccarono infine gli invasori, che il 22 giugno sospesero l’azione. Al termine dei combattimenti gli austro-ungarici avevano subito gravi perdite e logorato la loro già provata macchina bellica. Fallita l’offensiva, che nei piani doveva annientare l’Italia e dare una svolta al conflitto, l’Austria-Ungheria si avviò a un’irrimediabile crisi militare e politica.

L’offensiva alleata inflisse una serie di sconfitte all’esangue esercito tedesco, le cui truppe iniziarono ad arrendersi in numero sempre crescente. Quando gli alleati ruppero il fronte, la monarchia imperiale si dissolse e i due comandanti supremi Hindenburg e Ludendorff, dopo aver tentato invano di convincere il Kaiser a combattere a oltranza, si fecero da parte. Di fronte alla rivoluzione interna e alla minaccia delle forze alleate ormai in vista del confine nazionale, i delegati tedeschi che si erano recati a Compiègne già il 7 novembre non ebbero altra scelta che quella di accettare le gravose condizioni imposte dagli alleati. L’armistizio entrò in vigore alle 11 dell’11 novembre 1918, ponendo fine alla guerra.

Interessi e atrocità della mafia nigeriana in Italia

“Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”. Poche righe chiarissime. Non pronunciate in un convegno da un criminologo, ma inserite in una informativa riservata del 2011 dell’ambasciata nigeriana a Roma. Dopo pochi anni, quello della mafia nigeriana diventa un preoccupante caso nazionale. Una storia di cronaca. Anzi, una delle tante storie di cronaca.

Gli adepti di queste congreghe sono violenti, spietati e sanguinari e cercano di importare in Italia le metodologie tribali nigeriane, puntando a controllare il mercato della droga e della prostituzione, soprattutto eroina e cocaina, a colpi di machete, pugnalate e torture di vario genere. Dunque, ancora una volta l’Italia si scopre salotto buono delle mafie. Non più solo la ndrangheta calabrese, la mafia siciliana, la camorra campana e la sacra corono unita pugliese, ma adesso anche la mafia nigeriana, che si somma alle varie altre mafie straniere che negli anni hanno fatto affari d’oro in Italia, come quella russa, quella rumena e quella albanese. Un vero fallimento dello Stato. Anzi, il vero fallimento dello Stato.

Dove comanda la mafia, la democrazia, la Costituzione e tutte le leggi hanno fatto un passo indietro, per impotenza, per imperizia e perché all’interno dell’apparato statale dilaga la corruzione. La mafia nigeriana, detta anche mafia di Langtan, dall’omonima cittadina della Nigeria, è ormai una delle più potenti organizzazioni criminali internazionali che si è sviluppata in Nigeria e si è auto esportata in mezza nel bacino del mediteraneo. Nasce agli inizi degli anni Ottanta, in seguito alla crisi del petrolio, risorsa chiave del Paese, che portò i gruppi dirigenti a cercare l’appoggio della criminalità locale per mantenere i loro privilegi.

Così protetta, la criminalità organizzata ha potuto organizzarsi e strutturarsi ancora meglio e svolgere i propri traffici del tutto indisturbata, addirittura aiutata e sostenuta da una parte del mondo politico della Nigeria, oltre che dallo scarso controllo che lo Stato esercita sul vasto territorio nazionale. Composta principalmente da persone di etnia Ibo o Yoruba con un elevato grado di istruzione, la mafia nigeriana si è conquistata un posto di livello internazionale nel mondo del crimine. Presente in molti paesi – come Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Inghilterra, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile e Italia – gestisce oltre al traffico di eroina e di cocaina anche la prostituzione delle proprie connazionali.

Il modello strutturale della criminalità organizzata in Nigeria è formato da gruppi autonomi sciolti e, allo stesso tempo, dipendenti da un vertice unico. Si tratta di un sistema in cui cellule criminali più strutturate si accompagnano a cellule contingenti che, diversamente dalle precedenti, nascono in corrispondenza di un singolo affare criminale e si sciolgono al termine di quest’ultimo. I gruppi criminali sono di genere maschile, soprattutto per le attività di narcotraffico e truffe telematiche, femminile per quanto riguarda in particolare lo sfruttamento della prostituzione con la figura delle madame, tipicamente ex vittime di tratta che gestiscono il sistema di sfruttamento e vi sono anche gruppi misti.

Frustate e torture per affiliarsi ad uno dei gruppi

Uno dei riti di iniziazione più frequenti è il sottoporsi a frustate da parte del boss dell’organizzazione. In Nigeria operano più che altro confraternite e bande criminali sotto il controllo di un capo. Le prime, formate principalmente da studenti, si dedicano a intimidire i professori con minacce pesanti per avere buoni risultati a scuola. Le seconde sono dedite al traffico di droga, armi e alla prostituzione delle nigeriane. A partire dagli anni Ottanta la mafia nigeriana si è espansa in molti Paesi tra cui l’Italia dove opera per lo più nelle zone meridionali, Campania e Sicilia. L’organizzazione dei Black Axe è nata negli anni Settanta a Benin City in Nigeria. Elementi di questa organizzazione criminale sono già stati rilevati a Brescia e Torino.

Il 15 gennaio 2007 con l’operazione Viola vengono arrestati sessantasei presunti appartenenti alla mafia nigeriana, di cui 23 già in ottobre 2007, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di esseri umani e narcotraffico in Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Stati Uniti e Nigeria. Il 18 febbraio 2010 vengono arrestati cinque nigeriani nell’operazione Piovra Nera: gestivano un traffico di cocaina a Genova. Nel 2009 a Brescia viene decapitata l’organizzazione capeggiata da Frank Edomwonyi con l’arresto di 12 persone.

A Torino nel 2010 vengono condannati per associazione mafiosa alcuni affiliati ai Black Axe e Eiye che si erano fatti una guerra che aveva macchiato di sangue e gettato nel terrore diverse periferie della città della Mole già nel 2003. Voci non confermate ufficialmente ma non smentite sostengono che l’Aisi, il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, dal 2012 controlli il presunto capo della confraternita Eyie, Grabriel Ugiagbe, che gestirebbe i suoi affari criminali da Catania, spostandosi poi in Nord Italia, Austria e Spagna. La roccaforte dell’organizzazione è Castelvolturno.

Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia presunti membri di un’organizzazione criminale straniera vengono accusati del reato di associazione mafiosa. In particolare, viene scoperta la confraternita nigeriana dei Black Axe che gestisce lo spaccio e la prostituzione nel quartiere Ballarò di Palermo sotto l’egida di Giuseppe Di Giacomo, boss del clan di Porta Nuova, ucciso poi il 12 marzo 2014. Infatti, nel regno che fu di Riina e Provenzano per la prima volta viene contesta l’aggravante mafiosa a un’organizzazione straniera. Il gruppo controllava spaccio e prostituzione a Ballarò con il beneplacito dei boss locali.

Qualche mese prima dell’omicidio di Di Giacomo, gli investigatori palermitani iniziano ad accorgersi che sotto il monte Pellegrino c’è una nuova gang. È il 27 gennaio 2014: quella notte in via del Bosco – quartiere Ballarò – due cittadini nigeriani vengono aggrediti a pugni, calci e chirurgici colpi di ascia da sei connazionali. Quella che gli agenti della squadra mobile scorgono nell’oscurità è un scena raccapricciante: alla fine della spedizione punitiva, infatti, le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto. Affettati come in macelleria.

La mafia nigeriana tra spaccio di droga e prostituzione

Una vera e propria associazione criminale di stampo mafioso, con tanto di capi e gregari, riti d’iniziazione e affari, metodi di convincimento spietati e violenti, protetta dalla più terribile forma d’immunità: l’omertà. Dopo un secolo e mezzo di storia criminale siciliana legata a Cosa nostra, si scopre che una nuova mafia ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e arrivando a comandare tra i vicoli del centro storico. Nuovi boss che vengono da lontano e non parlano il siciliano. Nuove organizzazioni consolidate nel continente africano che si riuniscono sotto il nome di Black Axe, Ascia Nera, nata appunto negli anni Settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti.

All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa, li chiamano culti, e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Da qualche anno, però, i tentacoli di questa nuova piovra arrivano anche in Italia. Guarda caso, i nuovi capi nigeriani iniziano a dettare legge nei sobborghi di città come Brescia e Torino: droga, spaccio, gestione delle prostitute e un regime di terrore molto simile a quello che è il marchio di fabbrica delle mafie di casa nostra, ma con ancor meno scrupoli.

Le indagini si indirizzano su altri tre cittadini della Nigeria che vivono tra i vicoli di Ballarò. I loro nomi sono Austine Ewosa, detto Johnbull, Vitanus Emetuwa, detto Acascica e Nosa Inofogha. “Picchiati perché molestato mia donna” ha ammesso Johnbull, il capo dei tre, sperando che la scusa utilizzata anche in altre città per giustificare le risse tra nigeriani, possa servire a distrarre l’attenzione degli investigatori dai suoi reali interessi. I sostituti procuratori Gaspare Spedale e Sergio Demontis, però, non ci credono e scoprono che Johnbull è il capo del trio e, probabilmente, è uno dei boss della Black Axe a Palermo. Ballarò è il suo regno, ed è proprio tra quei vicoli che indisturbato gestiva lo spaccio di droga, minacciando e massacrando tutti quelli che volevano provare a vendere la roba senza sottomettersi alla sua banda.

Il giornalista Mario Portanova, de Il Fatto Quotidiano, spiega che: “La rete criminale arriva in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania (area domiziana), Sicilia (Palermo, in particolare). Regola i conti con pestaggi e aggressioni a colpi di machete, asce, coltelli, bottiglie rotte. Sembrano volgari risse da strade, ma dietro si nasconde una mafia globale, che dalla Nigeria si è sparsa in ottanta Paesi, secondo l’Fbi, conquistando spesso il primato nel traffico di droga – dall’eroina alla cocaina al crack –, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche, anche ai danni di grandi aziende. Se le gang originarie del Paese più popolato dell’Africa sono ormai da decenni all’attenzione delle polizie di mezzo mondo fino a questo momento la criminalità organizzata nigeriana ha avuto vita abbastanza facile in patria. Forte, come ogni mafia che si rispetti, di salde protezioni politiche”.

“Hanno persone ai massimi livelli governativi che li sostengono sistematicamente, così riescono a sfuggire alle indagini e alle pene più severe quando vengono arrestati. Molti politici assoldano questi gruppi per attaccare gli oppositori, specie nelle competizioni elettorali per le cariche più importanti. E anche i criminali trasferiti in altri Paesi hanno appoggi che rendono più difficile un contrasto efficace alla reale minaccia che rappresentano, ha raccontato Eric Dumo, reporter di The Punch, uno dei più affermati e autorevoli quotidiani della Nigeria.

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Nigeriani in Italia sui barconi alla conquista del nord

Non chiederti come c’è arrivata fin qui la mafia nigeriana. Poco alla volta e sui barconi. Si rifocillavano nei centri di prima accoglienza e poi sparivano, andando ad ingrossare le fila della mafia nigeriana, che intento si ramificava rapidamente lungo la Penisola. Sempre più organizzata e pericolosa. Sempre più potente. In tutte le città. A Ferrara, a Novara, a Padova, a Biella, a Brescia, a Rimini… Un primo pentito nigeriano ha parlato agli investigatori di Novara. Uno degli aggrediti ha rivelato: “Aye mi aveva chiesto di aderire alla società occulta mafiosa che dà protezione ai membri che opprimono e sfruttano i connazionali. Io non ho accettato. Allora mi ha accompagnato nel cortile e lì, mentre uno mi teneva fermo, un altro mi ha spaccato una bottiglia in testa”.

Il meccanismo del racket della prostituzione è semplice. Contatti di Torino mi hanno spiegato che le ragazze, anche minorenni, firmano un contratto a casa loro impegnandosi a versare cinquantamila euro in cambio di un lavoro onesto quando saranno a destinazione. La ragazza viene affidata ad un accompagnatore che l’aiuta a superare indenne il Togo, il Ghana e la Costa d’Avorio, per raggiungere la Libia. Da lì sarà imbarcata sui gommoni e prelevata in mare insieme ai compagni da una Ong o da una nave di Frontex. In Sicilia, una donna dell’organizzazione, una maman, la istruirà tra riti vudù e altre perversioni su come comportarsi per saldare il debito di cinquantamila euro. Chi non rispetta i patti causa la condanna a morte dei parenti in terra di origine e viene brutalmente picchiata.

A Torino, la mafia nigeriana è sempre più potente a Torino. Bisognerebbe domandarsi come sia riuscita a penetrare nel territorio torinese gestendo diversi tipi di traffici illeciti nonostante la presenza di forze dell’ordine e della ndrangheta. “Chi segue questi culti nigeriani a Torino controllava una fetta di territorio. In molti casi erano piccole zone, pezzi o intere vie cittadine in cui riuscivano a esercitare un controllo totale su alcune attività come spaccio e prostituzione. In altre zone si dedicavano ad estorcere denaro a commercianti della loro stessa nazionalità”, ha detto Marco Martino, dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Torino.

Attento conoscitore di Torino e di determinate dinamiche, Martino ha anche evidenziato come “Il controllo del territorio in certe aree del nord Italia non è appannaggio della mafia italiana, che per forza di cose lascia alcune zone scoperte, questo è chiaro. Ecco perché in quei luoghi si registra una maggiore penetrazione dei sodalizi criminali stranieri. Ci sono tante zone in cui, fortunatamente, non c’è il controllo della criminalità organizzata. Al contrario, dove la mafia italiana è forte, per le mafie straniere è davvero molto difficile espandersi. A Torino, per fare un esempio, i rumeni della gang della Brigada, i cinesi, così come la mafia russa, difficilmente riescono a radicalizzare sul territorio”.

Marco Pantani: il mito sportivo e la morte misteriosa

Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: perché vai così forte in salita?. E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: per abbreviare la mia agonia’. Sono le parole di Gianni Mura in ricordo di Marco Pantani. Soprannominato ‘il Pirata’, è stato l’ultimo dei ciclisti – dopo Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche e Miguel Indurain – ad aver realizzato l’accoppiata Giro-Tour, ovvero la vittoria al Giro d’Italia e al Tour de France nello stesso anno. Escluso dal Giro 1999 a seguito di un valore di ematocrito al di sopra del consentito, Pantani risentì del clamore mediatico suscitato dalla vicenda e, pur tornato alle gare non molto tempo dopo, raggiunse solo sporadicamente i livelli cui era abituato.

Caduto in depressione, morì il 14 febbraio 2004 a Rimini, per intossicazione acuta da cocaina con conseguente edema polmonare e cerebrale, così come provato dall’autopsia. Quel giorno l’Italia perse un suo grande campione. Un altro mito dello sport. Uno scalatore puro destinato a diventare leggenda. Professionista dal 1992 al 2003, considerato tra i più forti scalatori, ottenne in tutto 46 vittorie in carriera con i migliori risultati nelle corse a tappe vincendo un Giro d’Italia, un Tour de France e la medaglia di bronzo ai mondiali in linea del 1995. Nacque alle 11:45 del 13 gennaio 1970, all’Ospedale Bufalini di Cesena, figlio secondogenito di Ferdinando Pantani detto Paolo e di Tonina Belletti, la quale vendeva piadine nel lungomare di Cesenatico.

Fino al 1978 abitò nella casa in via Saffi a Cesenatico, di proprietà dei nonni Sotero e Delia. Trascorse un’infanzia serena; non eccelse negli studi scolastici, ma si buttò a capofitto nello sport, nella caccia e nella pesca, che praticava con la compagnia rispettivamente del padre e del nonno. Dopo essersi cimentato da giovanissimo nel mondo del calcio, ricevette in regalo una bicicletta dal nonno Sotero e capì immediatamente di essere portato per il ciclismo. Decise di tesserarsi nel G.C. Fausto Coppi di Cesenatico e mostrò subito indubbie doti di grande scalatore, vincendo molte gare.

Il primo successo fu quello delle Case Castagnoli di Cesena, in un tracciato curiosamente pianeggiante, il 22 aprile 1984. Nel 1986 vivrà i primi due sfortunati incidenti che ne caratterizzeranno la carriera: un giorno, durante un allenamento, si distrae e finisce contro un camion fermo e rimane in coma un giorno. Successivamente, una volta ripresosi, sbatte in discesa contro una macchina e rimane in ospedale una settimana con varie fratture. Nel 1990 fu terzo al Giro d’Italia dilettanti, nel 1991 secondo e nel 1992 vinse davanti a Vincenzo Galati e Andrea Noè. Nel 1993 partecipò al primo Giro d’Italia per professionisti, ritirandosi a poche tappe dalla conclusione per una tendinite mentre era diciottesimo in classifica.

Nel 1994 passò alla Carrera del ds Davide Boifava. La sua esplosione come ciclista professionista avvenne al Giro d’Italia di quell’anno, con le vittorie di tappa a Merano, all’Aprica e con il secondo posto nella classifica generale finale, alle spalle di Evgenij Berzin. Nella frazione dell’Aprica scattò sul Mortirolo, lasciando dietro il russo Evgenij Berzin e lo spagnolo Miguel Indurain: dopo aver preso fiato ed essersi fatto riprendere da Indurain, sul valico di Santa Cristina riattaccò andando a vincere la tappa. Al suo debutto al Tour de France chiuse terzo in classifica generale, dietro al lettone Pëtr Ugrumov e a 7’19” dal vincitore, lo spagnolo Miguel Indurain, aggiudicandosi pure la maglia bianca di miglior giovane. Nella tappa di Val Thorens, malgrado una brutta caduta, riuscì a staccare tutti i più forti e a giungere terzo al traguardo.

L’incidente i problemi alla gamba, la frattura

Mentre era in piena preparazione al Giro d’Italia 1995, un incidente con un’automobile lo costrinse a puntare sul Tour de France. Nella corsa francese si ritrovò presto, anche a causa delle condizioni del ginocchio, ad avere un grosso ritardo dalla vetta della corsa. Il 12 luglio, sull’Alpe d’Huez, andò comunque all’attacco a 13 chilometri dal traguardo, staccò i principali avversari, raggiunse e superò il gruppetto di testa riuscendo a ottenere la vittoria di tappa. Alcuni giorni dopo, nella tappa pirenaica di Guzet Neige, trovò il secondo successo, questa volta dopo una lunga fuga di 42 chilometri. Concluderà la Grande Boucle in tredicesima posizione della generale, vincendo nuovamente la maglia bianca.

Nel Campionato mondiale disputatosi in Colombia quell’anno, si classificò terzo dietro Abraham Olano e Miguel Indurain. Proprio quando sembrava agli inizi di una grande carriera, il 18 ottobre, sulla discesa di Pino Torinese, fu investito da un fuoristrada che viaggiava in senso contrario sulla sede di gara durante la Milano-Torino. Venne ricoverato al Cto di Torino dove gli fu riscontrata una frattura di tibia e perone e il rischio di una prematura interruzione dell’attività agonistica. Tuttavia dopo 5 mesi e 5 giorni dall’incidente ritornò in bici.

Fra luglio e settembre del 1996 Pantani corse in una decina di competizioni ufficiali in preparazione alla stagione successiva. Per il 1997 si trasferì alla nuova Mercatone Uno, squadra patrocinata da Romano Cenni e costruita intorno al romagnolo per puntare ai grandi giri. Ma la sfortuna era ancora dietro l’angolo: al Giro d’Italia Pantani subì un nuovo incidente, in una tappa interlocutoria della corsa, nella discesa del valico di Chiunzi, al chilometro 182, a causa di un gatto che aveva attraversato la strada al passaggio del gruppo. Riuscì a concludere la tappa grazie ai compagni di squadra, ma all’ospedale scoprì di aver subito la lacerazione di un centimetro nelle fibre muscolari della coscia sinistra. Abbandonò la corsa.

Questa volta recuperò velocemente e ritornò in sella al Tour dello stesso anno, dove lottò a lungo per la maglia gialla, riportando altre due vittorie di tappa, ancora all’Alpe d’Huez, staccando Ullrich e Virenque, e a Morzine. In particolare all’Alpe d’Huez percorse l’ascesa in 37 minuti e 35 secondi, un record storico. Pur prevalendo sulle salite delle Alpi e dei Pirenei, venne superato in classifica da Ullrich, che riuscì a recuperare il tempo perso grazie alle tappe a cronometro, nelle quali era più forte, portando la maglia gialla fino a Parigi. Pantani si piazzò al terzo posto della classifica finale dietro anche a Richard Virenque.

Nel 1998 partecipò e, per la prima volta, si impose al Giro d’Italia. Rivaleggiando con gli specialisti della cronometro come Alex Zülle, fu in grado di guadagnarsi un margine tale da poter compensare la propria debolezza nelle prove contro il tempo. Pantani prese la maglia rosa – gliela cedette Zülle – il 2 giugno, al termine della frazione di Selva di Val Gardena, e l’indomani controllò il più diretto rivale, Pavel Tonkov, nella tappa dell’Alpe di Pampeago. Decisiva fu la frazione di Plan di Montecampione, il 4 giugno: nell’occasione Pantani, con Zülle ormai alla deriva (quel giorno perse più di mezz’ora), attaccò ripetutamente Tonkov. Il russo, dopo un duello accanito, dovette cedere subendo un passivo di circa un minuto negli ultimi due chilometri, mentre il romagnolo andò a vincere la tappa e a ipotecare il successo finale. Quell’anno al Giro Pantani fece sua anche la classifica scalatori battendo José Jaime González.

Marco Pantani, il doping e la sospensione

Successivamente iniziò la preparazione in vista del Tour de France. A quindici giorni dall’inizio della gara francese morì Luciano Pezzi, mentore di Pantani e suo direttore sportivo alla Mercatone Uno. Nelle prime 7 tappe Pantani accumulò un ritardo di quasi cinque minuti dalla maglia gialla Jan Ullrich: un ritardo che sembrava incolmabile. Ma Pantani, con il passare dei giorni, recuperò la miglior condizione e, con il secondo posto nella tappa Pau – Luchon e la vittoria a Plateau de Beille, ridusse di quasi 3 minuti il suo ritardo. Ma fu con la quindicesima tappa, che andava da Grenoble a Les Deux Alpes, che avvenne la svolta decisiva.

Pantani, infatti, andò all’attacco sul colle del Galibier a quasi 50 chilometri dal traguardo, e nonostante le difficili condizioni atmosferiche riuscì a staccare Ullrich arrivando al traguardo in solitaria, con quasi nove minuti di vantaggio sul rivale. Quel giorno Pantani non solo vinse la tappa, ma si prese anche la maglia gialla, che avrebbe mantenuto fino a Parigi, conquistando l’edizione numero 85 della Grande Boucle e regalando all’Italia un trionfo al Tour dopo 33 anni dalla vittoria del 1965 di Felice Gimondi. Per 16 anni rimase l’ultimo italiano ad aver vinto il Tour, fino al 2014, quando Vincenzo Nibali si aggiudicò la vittoria nella classifica generale.

Per la stagione 1999 Pantani, dopo il successo nella Vuelta a Murcia, puntò al Giro d’Italia. Dimostrò subito di essere in una buona condizione ottenendo la vittoria nella frazione sul Gran Sasso, primo arrivo in salita, e vestendo di rosa. Otto giorni dopo, sulla salita di Oropa, fu vittima di un salto di catena a pochi chilometri dal traguardo, ma reagì, riprese gli avversari, li superò e conquistò la tappa in solitaria. Dopo le frazioni dell’Alpe di Pampeago e di Madonna di Campiglio, entrambe vinte, sembrava che nessuno ormai potesse togliergli la vittoria finale (era infatti primo in classifica con 5’38’ sul secondo, Paolo Savoldelli), dato che anche la tappa successiva, la penultima, aveva caratteristiche altimetriche a lui favorevoli: partenza da Madonna di Campiglio e arrivo all’Aprica con scalata del Mortirolo e oltre 50 chilometri di salita.

Ma le cose cambiarono per Pantani proprio il 5 giugno a Madonna di Campiglio quando, alle ore 10:10 locali, vennero resi pubblici i risultati dei controlli svolti dai medici dell’Uci in quella stessa mattinata: in tali test era stata riscontrata, nel sangue di Pantani, una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Il valore di ematocrito rilevato al cesenate fu infatti del 52%, oltre il margine di tolleranza dell’1% rispetto al limite massimo consentito dai regolamenti, 50%. Il Pirata venne di conseguenza sospeso per 15 giorni, il che comportava l’esclusione immediata dalla Corsa Rosa. A questa notizia la squadra del Pirata, la Mercatone Uno-Bianchi, si ritirò in blocco dal Giro. Paolo Savoldelli, nonostante fosse subentrato al primo posto in classifica, rifiutò di indossare la maglia rosa, rischiando una squalifica.

La tappa fu poi vinta dallo spagnolo Roberto Heras, mentre il primato passò a Ivan Gotti, che andò a vincere quel Giro. Secondo Andrea Agostini, all’epoca portavoce della Mercatone Uno, Pantani effettuó due controlli: il venerdì sera e il sabato pomeriggio, quest’ultimo presso un centro medico specializzato di Imola. Entrambi evidenziarono un valore di ematocrito del 48%, entro i limiti stabiliti. Nell’occasione Pantani non risultò positivo a un controllo antidoping: venne tuttavia legittimamente escluso dalla corsa a scopo precauzionale in base ai regolamenti sportivi introdotti a tutela della salute dei corridori. Associazioni del Pirata con le pratiche di doping risultarono invece dalle dichiarazioni di Jesús Manzano, reo confesso, che citò Pantani in un contesto in cui si accusavano vari ciclisti di alto livello degli anni Novanta, organizzatori, tecnici e sponsor, e a quelle della danese Christina Jonsson, fidanzata di Pantani per sette anni, che in un’intervista al periodico svizzero L’Hebdò riferì che il ciclista cesenaticense faceva uso regolare di sostanze dopanti.

Pantani, l’epo, la cocaina e la ripresa

Marco Pantani

Marco Pantani, una leggenda del ciclismo morta troppo presto.

L’utilizzo di doping verrà in seguito accertato dai risultati delle analisi antidoping disposte da una commissione del senato francese su campioni di sangue relativi al tour 1998, in cui venne rilevata la presenza di epo vennero alimentati in seguito dei dubbi su un eventuale ‘complotto’ ai danni di Pantani. Celebre la lettera di Renato Vallanzasca alla madre del ciclista, Tonina, dell’8 novembre 2007. In breve Vallanzasca sostiene che un suo amico, habitué delle scommesse clandestine, lo abbia avvicinato cinque giorni prima del ‘fatto’ di Madonna di Campiglio consigliandogli di scommettere sulla sconfitta di Pantani per la classifica finale, e assicurandogli che ‘il Giro non lo vincerà sicuramente lui’. A detta di molti la carriera ad alti livelli di Pantani si concluse con tale episodio.

Dopo aver spaccato per l’ira un vetro nell’albergo, accerchiato dai giornalisti e accompagnato dai carabinieri mentre stava per lasciare la corsa, disse: ‘Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile’. Rinunciò a partecipare al successivo Tour de France, anche se la sospensione di quindici giorni comminatagli glielo avrebbe consentito. Nel periodo successivo ai fatti di Madonna di Campiglio, braccato dai media e in preda a una forte depressione, rimase a lungo chiuso in casa, allontanandosi dal ciclismo e cadendo nella spirale della cocaina. Pantani tornò a correre nel 2000 ma, nonostante le condizioni di forma, la difficoltà maggiore fu psicologica.

Faticò a ingranare e la preparazione per il Giro si fece sempre più frammentata fino a diventare inesistente. Il problema della cocaina fu superato dopo tre mesi ma, in vista del Giro, la preparazione fisica non era adatta ad una corsa così dura. Ormai nella Mercatone Uno si pensò ad un Giro senza Pantani, con Garzelli capitano. Infatti i 9 posti della Mercatone Uno per la corsa rosa erano per Garzelli, De Paoli, Velo, Zaina, Brignoli, Borgheresi, Forconi, Fontanelli e Podenzana, ma poco prima del via quest’ultimo venne escluso per far posto a Pantani. La sua prova fu incolore per la forma non ottimale: era spento e nelle salite non brillava più come ai suoi tempi d’oro. Risorse invece sull’Izoard dove fece da gregario al capitano Garzelli, poi vincitore della classifica generale, e andò ad agguantare un secondo posto in una tappa che fece ben sperare per una sua rinascita.

Puntò tutto sul Tour, dove incontrò Lance Armstrong, futuro vincitore incontrastato delle seguenti edizioni, e già dalle prime frazioni e sui Pirenei il Pirata accumulò un ritardo notevole. Si riscattò sulle Alpi: il 13 luglio nella tappa del Mont Ventoux batté in volata lo statunitense ottenendo la vittoria di tappa. Successivamente, Armstrong, durante un’intervista dichiarò apertamente d’aver lasciato la vittoria al Pirata e questo scatenerà la rabbia di Pantani. Il 17 luglio nella tappa di Courchevel Pantani scattò: risposero Richard Virenque e Armstrong. Dopo alcuni chilometri si staccò Virenque e rimasero solo Pantani ed Armstrong. Dopo che Roberto Heras e Javier Otxoa raggiunsero i due, Pantani attaccò lasciando sul posto gli avversari a 5 chilometri dal traguardo.

Raggiunse e staccò José María Jiménez e andò a vincere in solitaria, staccando lo stesso Armstrong di 51 secondi. Il giorno dopo, nella tappa di Morzine con il duro Col de Joux Plane poco prima del traguardo, Pantani attaccò alla prima salita, tentando di recuperare il distacco in classifica. La scarsa collaborazione con i compagni di fuga lo costrinse però a desistere, e poco dopo, a causa di problemi intestinali (dissenteria), fu costretto al ritiro dalla ‘Grande Boucle’. ‘Ho provato a far saltare il Tour, sono saltato io’, disse dopo essere arrivato al traguardo con 13’44’ di ritardo dal vincitore di tappa Richard Virenque. Ci fu chi sostenne che Pantani decise di ritirarsi per evitare il controllo anti-doping del giorno successivo. Nel 2001 e nel 2002 partecipò al Giro d’Italia con scarsi risultati. Ottenne altre due vittorie nei Critérium, fra cui l’Acht van Chaam.

Pantani la depressione e il mistero della morte

Ormai sempre più prostrato nel morale, anche a causa del processo in corso per frode sportiva intentato nei suoi confronti per fatti risalenti al 1995, partecipò al Giro d’Italia 2001 ma si ritirò prima della diciannovesima tappa. Al Tour de France invece la sua squadra non venne invitata. Cominciò intanto ad essere lontano dall’immagine del corridore professionista e tra sospetti e processi della giustizia sportiva, dove fu condannato e poi assolto per la non esistenza del reato per l’epoca, confermando però la fondatezza dell’accusa di uso di sostanze dopanti, Pantani non riuscì più a trovare la serenità necessaria per tornare a correre.

Nel 2003 tornò a prepararsi sia per il Giro che per il Tour. Al Giro d’Italia lottò testa a testa con i migliori giungendo quattordicesimo nella classifica generale (tredicesimo dopo la squalifica di Raimondas Rumšas, che era sesto). Durante la tappa del Monte Zoncolan reagì allo scatto di Gilberto Simoni, che aveva staccato tutti. Si mise all’inseguimento e l’unico a reggere il suo ritmo fu Stefano Garzelli, ma per le energie spese calò nel finale e arrivò quinto. Nella tappa di Cascata del Toce fece il suo ultimo scatto a 3 chilometri dall’arrivo venendo ripreso da Simoni e finendo ottavo. In un’ultima intervista a fine Giro d’Italia rivelò la possibilità di una sua possibile partecipazione al Tour de France con un’altra formazione, visto che la Mercatone Uno era stata esclusa; ma l’accordo con il Team Bianchi di Jan Ullrich, che sembrava possibile, non avvenne e Pantani venne escluso per il terzo anno consecutivo dal Tour. In seguito rinuncerà al prosieguo della stagione, non prendendo parte alla Vuelta di Spagna.

Il 21 giugno 2003 Pantani entrò nella clinica ‘Parco dei Tigli’ di Teolo in Veneto, specializzata nella cura della depressione e della dipendenza da alcol, uscendone ai primi di luglio per continuare le cure con i medici personali. Il 14 febbraio 2004, Marco Pantani fu trovato morto nella stanza D5 del residence ‘Le Rose’ di Rimini. L’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguente a un’overdose di cocaina. La morte di Pantani lasciò sgomenti tutti gli appassionati delle due ruote, per la perdita di un grande corridore. Uno degli sportivi italiani più popolari del dopoguerra, protagonista di tante imprese. Le sue spoglie sono sepolte nel cimitero di Cesenatico, in un’edicola decorata da una vetrata artistica riproducente un particolare del compianto su Cristo morto di Alessandro Tiarini.

La madre di Marco Pantani, Tonina, afferma da anni che il modo scelto dal figlio per assumere la droga o per suicidarsi, ossia l’ingestione di cocaina, non è verosimile, in quanto sarebbe morto prima di assumere tutta quella quantità, sei volte la dose letale. La signora Pantani sostiene da sempre che il figlio sia stato assassinato simulando un’overdose, probabilmente per farlo tacere riguardo a qualche scomodo segreto, forse legato al doping nel ciclismo e alla sua squalifica, al mondo delle scommesse truccate o a quello della droga, di cui sarebbe stato a conoscenza. Tonina Pantani ha richiesto più volte la riapertura dell’indagine archiviata, sostenendo che le firme per il prelievo dei soldi, che Pantani avrebbe usato per comprare la droga, sarebbero falsificate e che non c’era traccia di droga nella camera del residence, come ci si aspetterebbe dalla stanza di un tossicodipendente che ne fa uso abituale e che il ciclista, a suo parere, non era dipendente dalla cocaina, né voleva suicidarsi.

Afferma che la stanza era stata messa di proposito in disordine e in particolare che il disordine causato fosse inverosimile per una persona sola in preda ad un’overdose, come fu sostenuto dalla procura. C’erano residui di cibo cinese, che Pantani non mangiava mai, nessuna bottiglietta d’acqua per ingerire la dose di cocaina, e alcuni lividi sospetti sul corpo del ciclista, tali da far supporre un’aggressione di più persone, per forzarlo a bere l’acqua con la cocaina. Ha lamentato inoltre l’asportazione del cuore di Pantani da parte del medico legale, il quale ha sempre sostenuto la tesi dell’overdose, citando anche alcuni appunti del Pirata, che denotavano uno stato mentale alterato.

Il 2 agosto 2014 viene reso noto che la Procura della Repubblica di Rimini, a seguito di un esposto presentato dai familiari di Pantani, ha riaperto le indagini sulla morte del ciclista con l’ipotesi di reato di ‘omicidio volontario’. La procura ha però chiesto l’archiviazione delle stesse nel settembre 2015 con la motivazione che la sua morte fu causata da suicidio e non da omicidio. Il 14 marzo 2016, essendoci in corso un’inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Forlì, viene diffusa da Premium Sport un’intercettazione di un detenuto vicino ad ambienti legati alle scommesse clandestine, il quale, riferendosi all’episodio di Madonna di Campiglio, implicherebbe un intervento della camorra nell’esclusione di Pantani dal Giro d’Italia 1999. Il sangue del ciclista sarebbe stato deplasmato.

Il giorno successivo Premium Sport rende pubblica una nuova intercettazione, in cui Augusto La Torre, boss di Mondragone, confermerebbe il coinvolgimento della malavita nel caso Pantani, accusando l’alleanza di Secondigliano. Il 17 marzo emerge la dichiarazione dell’autista di Wim Jeremiasse, responsabile del controllo antidoping a Madonna di Campiglio, il quale confermerebbe la presenza dell’ispettore nella mattinata del 5 giugno 1999. La testimonianza non coinciderebbe con quella resa al processo di Trento dai medici che effettuarono il prelievo ematico a Pantani. Non menzionarono la presenza di Jeremiasse. La Procura della Repubblica di Forlì, che indagava sul caso, concluse che un clan camorristico minacciò un medico per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma’, ma dovette richiedere l’archiviazione delle indagini a causa dell’intervenuta prescrizione dei reati.

Tutti i dubbi sulla morte misteriosa del Pirata

Ma il dubbio resta: quello di Marco Pantani è un suicidio o un omicidio? Sono tanti i misteri che circondano la disgrazia. La madre del Pirata è stata intervistata più volte in diverse trasmissioni e ancora non si da pace per la spiegazione dei fatti: ‘È stato ucciso, gli ho promesso la verità, gliela devo al mio povero figliuolo’. Ora si punta il focus su una presunta pallina di cocaina, inquadrata nei video immediatamente successivi alla morte nel camera del residence ma che, a detta dei testimoni oculari intervenuti dopo l’allarme dato, non era presente nei primi istanti sulla scena del suicidio.

L’autopsia sul corpo di Marco Pantani ha evidenziato che la morte era sopraggiunta per edema polmonare e celebrale in seguito all’assunzione eccessiva di cocaina. Ma la madre Tonina ancora non ci sta e dice: ‘Mio figlio è stato ucciso. Non voglio vendetta ma giustizia. Durante il suo funerale mi sono promessa che avrei dovuto fare di tutto per arrivare alla verità’. Uno sfogo duro ma comprensibile dal momento che ancora piena chiarezza non è stata fatta. Nei video della polizia scientifica, nella stanza tra le chiazze di sangue, caos e oggetti dispersi in camera, è visibile una pallina di cocaina che un dipendente della struttura e di un sanitario del 118 intervenuto sostengono di non aver notato. Erano momenti concitati.

La sensazione di chi non crede al suicidio è che arredi, confusione in stanza e disposizione dei vestiti fossero un’abile messa in scena per depistare le indagini. Forse Pantani non era solo in camera, un receptionist del residence ha fatto emergere come nel retro ci fosse una porta seconda non monitorata che portava al garage. C’è anche il mistero di una bottiglietta forse utilizzata per creare un cocktail tremendo di droga e psicofarmaci su cui, un medico legale, sostiene che non siano mai state prese le impronte digitali e mai catalogata come reperto dell’inchiesta. La Procura, da parte sua, ribadisce di aver risposto a tutti i dubbi con l’inchiesta.

Dopo mesi e mesi di indagini tese ad approfondire tutti i dubbi e i suggerimenti sottoposti dai legali e dai consulenti della famiglia del campione, e sulla base dei nuovi accertamenti scientifici l’allora procuratore capo di Rimini, Paolo Giovagnoli, aveva chiesto e ottenuto l’archiviazione. La parola definitiva dovrebbe averla messa la Cassazione. ‘Marco Pantani morì in una stanza chiusa dall’interno per l’azione prevalente di uno psicofarmaco rispetto alla cocaina, tanto da far pensare – stando alle conclusioni del procuratore – più al suicidio che al sovradosaggio accidentale: sostanze assunte, in ogni caso, senza costrizione. Quelle che in tv sono state presentate senza alcun contraddittorio e definite prove sono state ampiamente vagliate e bocciate come semplici suggestioni’. La cosa più vera, in tutta questa storia, è il dolore struggente e il tormento soffocante di Mamma Tonina. Marco, riposa in pace.