Storie che lasciano il segno

Michael Schumacher e quel paradosso diventato triste realtà

Un paradosso della vita? Michael Schumacher. Ha gareggiato sfrecciando ai 330 e più chilometri orari per anni e anni, battendo record, stabilendo pole position su qualunque circuito e con qualunque condizione meteo. Gli è sempre andata bene, anzi benissimo, fino al 29 dicembre 2013 quando, a Méribel, nell’Alta Savoia, è caduto durante un fuoripista sugli sci e ha urtato con la testa contro una roccia. Ricoverato d’urgenza in ospedale, viene sottoposto a operazione chirurgica per il grave trauma cranico che lo ha ridotto in coma. Un coma che col passare delle ore diventa farmacologico e dura mesi. Anni. Chissà se riusciremo a rivederlo in questa vita…

Destino beffardo per uno che ha corso sulle quattro ruote a motore per una vita e che non ha mai voluto disputare un rally perché riteneva questa specialità poco sicura, rifiutando addirittura la doppia sfida che all’inizio del Terzo Millennio gli fu lanciata da Colin McRae. Ogni volta che penso a Michael penso a Colin e poi a questa storia. Il campione scozzese voleva sfidarlo e batterlo prima al volante di una monoposto e poi di una WRC. Non te lo ricordi? Era la metà di luglio del 2002. Lo scozzese aveva trentaquattro anni. Microfono davanti, in piena conferenza stampa sulla prova del Mondiale Rally appena conclusa, butta la proposta.

Una sfida con Schumi, dove e quando lo decida lui, con una monoposto di Formula 1 da un lato e una WRC dall’altro. Magari la Ferrari e la Ford, rispettivi arnesi di lavoro dei due talentuosi automobilisti. Un giro su ciascuna macchina per entrambi, con il miglior tempo complessivo a decretare il più forte di sempre. In quella occasione, Colin aveva detto: “Del resto, i rallisti sono i migliori piloti in circolazione, si sa”. Colin non aveva i numeri di Schumi e mai li ha avuti, ma il giusto grado di sanità mentale – pari a zeo – per diventare una leggenda degli sterrati, sì, quello lo aveva. La sfidà non si consumò mai, perché Schumi spiegò la sua ritrosia a gareggiare su strade aperte e, di conseguenza, meno sicure di un circuito.

Ma l’occasione, visto che abbiamo citato la sfida, è ghiotta per parlare di un campione come Michael Schumacher. Nato ad Hermülheim il 3 gennaio del 1969, è il pilota di Formula 1 che ha vinto più titoli, considerato tra i più grandi campioni della Formula 1 e in generale dell’automobilismo sportivo di tutti i tempi. Nell’olimpo quasi come Sebastién Loeb, il campione del WRC più titolato della storia dei rally, che non hanno nulla da invidiare alla Formula 1. Ha conquistato sette titoli iridati: i primi due con la Benetton, nel 1994 e nel 1995, e successivamente 5 consecutivi con la Ferrari, nel 2000, nel 2001, nel 2002, nel 2003 e nel 2004. Schumacher detiene la gran parte dei record della Formula 1.

Nel 2003 diviene il più titolato pilota di Formula 1, con la vittoria del sesto titolo mondiale, superando il record di Juan Manuel Fangio, e nel 2004 marca un ulteriore record vincendo il suo quinto titolo iridato consecutivo: il precedente record, che spettava sempre a Fangio era di quattro titoli mondiali consecutivi. Dopo sedici stagioni consecutive in Formula 1 dal 1991 al 2006 e tre anni di inattività, ha deciso a 41 anni di tornare a correre, a partire dalla stagione 2010, rimettendosi così nuovamente in gioco accettando l’offerta della Mercedes, scuderia che a partire dalla stagione 2012 prende il nome di Mercedes AMG F1. Dopo tre Mondiali disputati con la scuderia tedesca, dalla stagione 2010 alla stagione 2012, il 4 ottobre 2012, a quasi 44 anni di età, ha deciso di annunciare il suo secondo ritiro dalle competizioni ufficiali.

Gli inizi di Michael: dai go-kart alle monoposto F1

Michael iniziò la carriera all’età di quattro anni, alla guida di un kart sul circuito di Kerpen, gestito dal padre. Nel 1984 venne contattato da un imprenditore della zona, Jürgen Dilk, rimasto impressionato dal ragazzino, che decise di aiutarlo economicamente. Negli anni seguenti vinse il titolo junior tedesco e il campionato europeo a Göteborg, in Svezia. Nell’ultima gara avvenne un episodio singolare: proprio all’ultima curva dell’ultimo giro, Zanardi e Orsini presero male la curva, facendo così un fuoripista e regalando a Schumacher non solo la vittoria della gara, ma anche il campionato. Nel 1988, grazie a Dilk, partecipò al Campionato Tedesco di Formula Ford e a quello Europeo: si piazzò rispettivamente sesto e secondo, in quest’ultimo alle spalle di Mika Salo.

Nello stesso anno venne aiutato anche da Gustav Hoecker, concessionario Lamborghini, a gareggiare in Formula König, serie addestrativa che utilizzava telai e motori della Formula Panda Italiana: vinse nove gare su dieci laureandosi campione. Il passaggio scontato per Schumacher sarebbe stato la Formula 3, ma Dilk gli fece capire di non potersela permettere. Nel 1989, Willi Weber, proprietario di un team, stupito dalle capacità del giovane pilota tedesco, decise di fargli siglare un contratto biennale per gareggiare in Formula 3. Schumacher chiuse il Campionato Tedesco al secondo posto, battuto di un solo punto da Karl Wendlinger.

Nel 1990 gareggiò nel Campionato Tedesco di Formula 3, laureandosi campione. Verso la fine della stagione, come i suoi rivali Heinz-Harald Frentzen e Karl Wendlinger, siglò un contratto con la Mercedes per pilotare le proprie vetture impegnate nel Campionato Mondiale Sportprototipi di Gruppo C. Sotto la direzione di Peter Sauber, venne creato un junior team Mercedes. Schumacher partecipò all’ultima prova stagionale del Mondiale Prototipi, la 480 Km di Città del Messico, alla guida della Mercedes-Benz C11.

Vinse al debutto, in coppia con Jochen Mass. La Mercedes meditava un ritorno alle gare di Formula 1 con una propria monoposto, dopo l’abbandono del 1955 affidandosi a Jochen Neerpasch come responsabile del reparto corse, in quest’ottica Schumacher sarebbe stato scelto come primo pilota della Mercedes. Il progetto non si realizzò per gli eccessivi costi e la casa tedesca si limitò a fornire il motore alla Sauber a partire dal 1993. Nel 1991, il tedesco gareggiò nel Campionato Mondiale Sportprototipi, ottenendo una vittoria e concludendo nono. Nell’appuntamento più importante della stagione, la 24 Ore di Le Mans, giunse al quinto posto (insieme a Wendlinger e Kreutzpointner) e marcando il giro più veloce in gara.

Prese poi parte anche ad una gara di Formula 3000 Giapponese, giungendo secondo. Schumacher debuttò in Formula 1 nel 1991 al volante della Jordan. La squadra irlandese, rivelazione della stagione, ebbe necessità di sostituire nel Gran Premio del Belgio, a Spa-Francorchamps, Bertrand Gachot, in stato di arresto a Londra. La Mercedes lo girò quindi al team di Eddie Jordan per 150.000 dollari. Il manager di Michael, Willi Weber, affinché la Jordan approvasse tale candidatura, assicurò che il pilota conosceva già il difficile tracciato belga, anche se in realtà, come rivelato dallo stesso manager in occasione dell’anniversario dei 20 anni di Formula 1 di Schumacher, non vi aveva mai girato prima.

Per Schumacher arriva la proposta Ferrari F1

Nonostante il tedesco affrontasse per la prima volta il difficile circuito, stupì gli addetti ai lavori, qualificandosi al settimo posto durante le qualifiche, ma sfortunatamente, non riuscì a ripetersi in gara visto il ritiro dopo poche centinaia di metri, a causa della rottura della frizione. La prestazione in Belgio attirò l’attenzione di Flavio Briatore, direttore della Benetton, che gli offrì subito un contratto, che portò Schumacher ad affiancare Nelson Piquet. La questione contrattuale con il team Jordan venne chiusa con il trasferimento alla squadra irlandese della seconda guida della Benetton, Roberto Moreno. Nella successiva gara a Monza Schumi andò subito a punti davanti al suo compagno di squadra.

Nelle rimanenti gare della stagione andò altre due volte a punti dimostrando che la Formula 1 aveva appena conosciuto una futura promessa. Nel 1996, passò alla Ferrari, scuderia con la quale sarebbe divenuto il pilota più titolato della storia della Formula 1. Ricopriva il ruolo di prima guida al fianco di Eddie Irvine. L’esordio con la Ferrari fu difficile. La squadra non vinceva un titolo mondiale piloti dal lontano 1979, e un titolo Costruttori dal 1983, il clima non era ottimale e il divario tecnico con le scuderie inglesi sembrava incolmabile. La stagione 1996 fu dominata dalle Williams-Renault di Hill – che a fine stagione si laureò campione del mondo per la prima volta – e Jacques Villeneuve.

A Montecarlo, Schumacher vanificò un possibile successo. Partito dalla pole position, fu sorpassato da Hill e successivamente fu costretto al ritiro, dopo essere scivolato su un cordolo bagnato che lo catapultò contro le barriere dalla parte opposta. La prima vittoria arrivò durante la gara successiva al Gran Premio di Spagna sotto il diluvio: Michael, dopo essere partito male, facendo pattinare le gomme sulla pista allagata, fu protagonista di una incredibile rimonta. A questo successo seguirono cinque gare con tre punti conquistati sempre a causa della scarsa affidabilità della F310. In Canada, invece, si staccò un semiasse all’uscita da un pit stop mentre in Francia al tedesco si ruppe il motore addirittura nel giro di ricognizione, unitamente a vari problemi al cambio.

Superati i tempi bui e con 50 punti di distacco dalla testa della classifica, Schumacher tornò alla vittoria al Gran Premio del Belgio. Il divario tecnico tra la Ferrari e la Williams si stava assottigliando, con la vittoria a Monza, nella gara più attesa davanti al proprio pubblico, e ai podi conquistati nelle ultime due gare della stagione. La prima stagione del pilota alla Ferrari si concluse con tre vittorie (in Spagna, Belgio e Italia), cinque piazzamenti a podio ed una serie di ritiri soprattutto per problemi meccanici. Il tedesco concluse comunque il Mondiale al terzo posto dietro alle imprendibili Williams. Era solo l’inizio di una inimitabile carriera.

E così, dopo tutti i titoli iridati vinti, si giunge alla stagione 2006, l’ultima per Schumacher (prima del ritorno targato 2010). Stanco di essere all’ombra di Schumacher, Barrichello decise di rompere il contratto con la Ferrari per cercare nuove glorie con il nuovo team Honda. Al suo posto arrivò Felipe Massa, già collaudatore della Ferrari nel 2003. Il Gran Premio del Bahrein vide un buon secondo posto di Schumacher, beffato da Alonso con la strategia dei pit stop, mentre Massa arrivò nono dopo un testacoda. Proprio al Gran Premio del Bahrain il tedesco eguagliò il record di pole position fino ad allora appartenuto ad Ayrton Senna.

Michael Schumacher annuncia il ritiro dalla F1

La Ferrari aveva ancora problemi e dopo 3 gare Schumacher era distanziato dal leader Alonso di ben 17 punti, ma il tedesco vinse la quarta gara del mondiale, il Gran Premio di Imola, dando così un’ottima impressione della vettura. In occasione del Gran Premio di Imola Schumacher batté il record delle pole position di Senna. Seguì un’altra vittoria del tedesco e quattro di Alonso, tra cui quella a Montecarlo dove Schumacher viene retrocesso in fondo allo schieramento dopo le qualifiche per il discusso parcheggio alla curva della “Rascasse” negli ultimi minuti delle prove ufficiali.

Dopo 9 gare Alonso era al comando della classifica con 84 punti, mentre Schumacher inseguiva a 59. Dal Gran Premio degli Stati Uniti, il ferrarista mise a segno una serie di vittorie consecutive che gli consentirono di riaprire la pratica mondiale, che sembrava già chiusa. Dopo il vittorioso Gran Premio di Monza, gara nella quale il rivale spagnolo ruppe il motore quando si trovava in terza posizione con il tedesco al comando, Schumacher aveva solo 2 punti di svantaggio da recuperare, e la Ferrari era in testa al campionato Costruttori quando mancavano 3 gare alla fine. Dopo la vittoria in quest’ultimo gran premio, il 10 settembre 2006 annunciò ufficialmente il primo ritiro dalle competizioni al termine della stagione 2006 (questa notizia in realtà era già nell’aria da qualche mese).

L’1 ottobre 2006 in Cina, dopo la pole position di Alonso, Schumacher, penalizzato nella prima parte di gara dalle performance delle gomme Bridgestone sotto la pioggia battente, rimontò con il cessare di questa ed il conseguente progressivo asciugamento della pista e vinse il Gran Premio di Cina, passando al primo posto in classifica piloti (maggior numero di Gran Premi vinti in stagione) a pari punti con Alonso. A questo punto, con ancora due eventi stagionali da disputare, il pilota tedesco aveva la concreta possibilità di vincere il mondiale, mentre la Renault era per un punto in testa alla classifica Costruttori.

In Giappone, a Suzuka, le Ferrari partirono in prima fila mentre le Renault occuparono la terza fila. Alla vettura di Schumi, si ruppe il motore al trentasettesimo giro e fu costretto al ritiro regalando così la vittoria al rivale Alonso. Per vincere l’ottavo titolo sarebbe servita una vittoria nell’ultimo GP in Brasile e un ritiro od un arrivo fuori dai punti di Alonso… Disputò l’ultima gara il 22 ottobre 2006, sul Circuito di Interlagos in Brasile. Prima della gara, l’ex calciatore brasiliano Pelé gli donò un trofeo alla carriera.

Il fine settimana non fu molto fortunato per il tedesco che arrivò quarto dopo una gara in rimonta: partito decimo, a causa della rottura della pompa della benzina avvenuta il giorno precedente, rimontò subito quattro posizioni, e dopo aver sorpassato Fisichella sul rettilineo del traguardo, per un contatto con lo stesso, forò uno pneumatico e fu costretto a percorrere quasi un giro intero, molto lentamente, prima di raggiungere la corsia dei box. Dopo la sosta, Schumacher si trovava all’ultimo posto a circa 38 secondi dal penultimo, e prossimo al doppiaggio, difatti era poco davanti al leader della corsa Massa. Il tedesco riuscì a rimontare abbassando più volte il tempo sul giro, compiendo 13 sorpassi in poco più di 40 giri rimasti.

Dopo una rimonta incredibile terminò la sua gara al quarto posto. A pochi giri dalla fine, compì il suo ultimo sorpasso ai danni di Räikkönen, suo successore alla guida della Ferrari l’anno successivo. Il mondiale terminò con la seconda vittoria consecutiva dello spagnolo Alonso seguito al secondo posto da Michael. Titolo costruttori di nuovo alla Renault. Il team BMW-Sauber al Gran Premio del Brasile 2006 presentò sull’alettone posteriore la scritta “Thanks Michael” in omaggio al pilota tedesco.

La proposta Mercedes e il ritorno in F1

Schumacher non abbandonò definitivamente la Ferrari, prendendo parte ad alcune gare del campionato 2007 come superconsulente. Annunciò poi che dal Gran Premio d’Ungheria in avanti, non sarebbe più stato presente al muretto Ferrari. Schumacher ha presentato la cerimonia per la vittoria del team tedesco nell’A1 Grand Prix. Il 13 novembre 2007 tornò in pista a Barcellona in veste di collaudatore, effettuando 64 giri con una Ferrari F2007 senza dispositivi elettronici e segnando il miglior tempo delle due giornate di test. A gennaio 2008 il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo confermò l’impiego di Schumacher come terzo pilota. Sempre nel 2008, partecipò al campionato tedesco di Superbike, ma senza mai andare a punti. Il tedesco affermò di non voler intraprendere una seconda carriera sportiva.

Di rally, poi, non se ne parlava proprio. In passato aveva rifiutato una sfida che gli era stata lanciata da Colin McRae (quando il campione scozzese scomparso in un terribile incidente era in attività). Successivamente divenne membro per la Germania della Commission for Global Road Safety della Fia e delle Nazioni Unite. L’11 febbraio 2009 Schumacher, durante un allenamento privato sul circuito di Cartagena, perse il controllo della Honda CBR 1000 e cadde: subito soccorso, rimase qualche minuto privo di conoscenza. Trasportato in ospedale venne subito dichiarato fuori pericolo.

Il 29 luglio 2009, in seguito all’infortunio di Massa durante le qualificazioni del GP d’Ungheria, la Ferrari annunciò il ritorno alle corse in Formula 1 di Schumacher. Sarebbe stato il tedesco a correre per le restanti gare della stagione 2009, al fianco di Räikkönen. L’11 agosto, tuttavia, Schumacher comunicò di dover rinunciare a disputare le restanti gare della stagione con il team di Maranello a causa di alcuni problemi al collo risalenti all’incidente avvenuto sei mesi prima.

A fine stagione si susseguirono una serie di rumors circa un incontro tra lo stesso Schumacher e Ross Brawn che avevano vissuto insieme le esperienze in Benetton e Ferrari nel quale si parlò di un possibile ritorno del sette volte campione del mondo, al volante della Mercedes, che sarebbe tornata a correre in Formula 1 dopo ben 55 anni di assenza. Difatti la Mercedes era in procinto di rilevare le quote di maggioranza del team di Ross Brawn, che nonostante tutto sarebbe rimasto nelle vesti di “team principal”.

Dopo più di un mese, passato tra rumors e varie indiscrezioni, ci fu il tanto atteso annuncio del ritorno alle corse di Michael Schumacher. Il 23 dicembre 2009 fu ufficializzato dalla neo-scuderia Mercedes, scuderia originata dall’acquisto da parte della casa tedesca del team campione del mondo Brawn GP, l’ingaggio, per le tre stagioni successive, del pilota tedesco, che avrebbe affiancato il suo connazionale Nico Rosberg. Nonostante le aspettative nel precampionato fossero piuttosto elevate, i risultati delle prime gare furono piuttosto deludenti per il team di Brackley: Schumacher colse un sesto posto al suo esordio in Bahrain e due decimi posti nei successivi tre gran premi.

Nel Gran Premio di Spagna come nel Gran Premio di Turchia ottenne due quarti posti. Nel prosieguo della stagione continuò a deludere le aspettative, anche per via della scarsa competitività della vettura rispetto alle monoposto di vertice. Nella parte centrale del campionato il pilota tedesco ottenne solo qualche piazzamento a punti. Nel GP d’Ungheria, chiuso in undicesima posizione, venne penalizzato dai commissari per una manovra ai limiti del regolamento nei confronti di Barrichello, con il quale era in lotta per il decimo posto, venendo arretrato di dieci posizioni in griglia nel successivo Gran Premio del Belgio.

Qui il pilota tedesco fu protagonista di una buona rimonta, chiudendo al settimo posto dopo aver preso il via dalla ventunesima posizione. Nel GP del Giappone, a Suzuka, Schumacher giunse al traguardo al sesto posto, mentre nell’inedito Gran Premio di Corea ripeté il miglior risultato stagionale, quarto sul bagnato. Schumacher chiuse il campionato in nona posizione assoluta con 72 punti. Per la prima volta in carriera il pilota tedesco non ottenne né vittorie né podi in una stagione completa.

Michael Schumacher tra famiglia e vita privata

Sposato dall’agosto 1995 con Corinna Betsch, già fidanzata di Heinz-Harald Frentzen, che lasciò proprio per l’attuale marito, Michael Schumacher ha due figli, Gina Maria nata a febbraio 1997 e Mick nato a marzo 1999. La famiglia vive nel Canton Vaud in Svizzera dal 1996. Nel 2007 Schumacher ha fatto costruire a Gland, sul Lago di Ginevra una grande villa, che è stata ultimata il 28 novembre 2007. Possiede anche un’abitazione e un autodromo a Kerpen, dove è cresciuto un altro pilota di Formula 1: Sebastian Vettel.

È di recente diventato proprietario di un team di kart, il KSM motorsport, acronimo di Kaiser, Schumacher e Muchow. Schumacher è a volte presente in alcuni film. La sua prima apparizione risale al 2006, quando nel cartone animato Cars – Motori ruggenti della Pixar venne raffigurato con l’aspetto di una Ferrari F430. Lo stesso Schumacher doppiò poi la voce della vettura in tutte le lingue e nella versione italiana pronuncia anche una frase in dialetto modenese.

Nel 2008 è apparso nel film Asterix alle Olimpiadi nel ruolo di un condottiero di bighe chiamato Schumakix, recitando insieme a Jean Todt. Ha interpretato il ruolo del misterioso pilota The Stig nel programma Top Gear della BBC, svelando la propria identità nel corso della puntata. Quello fu l’unico episodio nel quale Schumacher interpretò il ruolo di Stig, ricoperto invece usualmente dal pilota Ben Collins. Il fratello Ralf è stato fino al 2007 un altro pilota del mondiale di Formula 1.

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Schumi e il (suo) casco più famoso del mondo

Il casco originale di Schumacher era principalmente bianco con i colori della bandiera tedesca nella parte posteriore. Nella parte superiore era caratterizzato da un cerchio blu con degli asteroidi bianchi. Michael, con l’arrivo di Jos Verstappen alla Benetton, applicò tre bande orizzontali rosse nella parte frontale (sopra la visiera) del suo casco per una maggiore distinzione tra i caschi dei due piloti. Una volta approdato alla Ferrari aggiunse sul retro del casco – dove era presente la bandiera tedesca sul colore giallo – un cavallino rampante.

Dal Gran Premio di Monaco 2000, per differenziare il suo casco, cambiò completamente colore, sfoggiando un casco principalmente tutto rosso con la bandiera della Germania nella parte posteriore. Con il ritorno all’attività alla guida della Mercedes, è stato aggiunto nella parte frontale del casco (al centro sopra la visiera) il simbolo della Mercedes. La bandiera tedesca, presente nella parte posteriore, è stata rimossa così come il cavallino rampante. Al loro posto sono stati applicati due dragoni cinesi. In prossimità della parte superiore è stata applicata una banda nera (contenente il nome di uno sponsor) disposta a semicerchio (dalla parte sinistra ruota intorno al casco fino alla parte destra). Nella parte superiore del casco sono presenti sette stelle che stanno a simboleggiare i sette titoli mondiali vinti dal pilota tedesco.

In occasione dell’anniversario per i vent’anni di Formula 1, celebrato nel Gran Premio del Belgio 2011, è stato prodotto un casco inedito con il quale Schumacher ha corso. Il casco era dorato placcato da un sottile strato di 100 lamine d’oro. Nella parte superiore così come in quella posteriore, è stato confermato il design del casco usuale: sempre con la banda nera disposta a semicerchio, le sette stelle dei campionati vinti (questa volta colorate di nero), e i due dragoni sul retro. Nella parte laterale del casco è stata applicata una banda verticale nera, disposta diagonalmente.

La banda viene interrotta centralmente dalla targa che celebra i vent’anni di Formula 1, difatti vi sono raffigurate le sette stelline tra la data dell’anno d’esordio in Formula 1 (posizionata sopra di esse) e quella della stagione in corso (posizionata sotto). Il 2 settembre 2012, in occasione del Gran Premio del Belgio a Spa-Francorchamps, Michael Schumacher ha sfoggiato un altro casco celebrativo di color platino, in occasione della partecipazione del pilota tedesco al trecentesimo GP di Formula 1.

Il casco è di produzione tedesca, della ditta Schuberth di Magdeburgo, e presenta di fronte, sopra la visiera, la scritta dello sponsor di carburante ed il simbolo della stella Mercedes. Ai lati si vedono i simboli dello sponsor di una nota ditta di bevande energetiche, mentre sopra c’è un disegno tribale rosso. Ai lati il logo MS del suo marchio personale. Sui lati si trova anche la scritta celebrativa che ricorda appunto le trecento partenze in Formula 1. Sul retro, i due draghi rossi cinesi.

Riconoscimenti assegnati a Michael Schumacher

Pilota dell’anno dell’Adac nel 1992

Intitolazione della “S. Schumacher” sul circuito del Nürburgring 2007

Premio dello Sport di AvD nel 1994

Sportivo tedesco dell’anno nel 1995 e 2004

Leone d’Oro di RTL nel 1997

Sportivo mondiale dell’anno della Gazzetta dello Sport nel 2001 e 2002

Campione dei Campioni de L’Équipe nel 2001, 2002 e 2003

Sportivo europeo dell’anno nel 2001, 2002 e 2003

Cittadinanza onoraria della Città di Modena dal 2001

Sportivo dell’anno ai Laureus World Sports Awards nel 2002 e 2004

Campione di Sport dell’Unesco nel 2002

Ambasciatore onorario della Repubblica di San Marino dal 2003

Atleta del secolo nel 2004

Cittadinanza onoraria della Città di Maranello dal 2006

Medaglia d’oro per gli sport motoristici della Fia nel 2006

Volante d’oro nel 1993 e 2011

Ambasciatore svizzero per gli Europei di calcio 2008

Premio Principe delle Asturie nel 2007

Premio speciale della Deutscher Fernsehpreis nel 2007

Sportivo dell’anno di GQ nel 2010

Ludwig e le idee neonaziste contro i ‘deviati’

Ludwig non è un serial killer, bensì lo pseudonimo di due serial killer nazisti che terrorizzarono il nordest d’Italia per sette lunghi anni. Mi riferisco a Wolfgang Abel, originario di Düsseldorf, nasce il 25 marzo del 1959. Marco Furlan, invece, nasce a Padova il 16 gennaio del 1960. Insieme appiccano incendi e uccidono spinti da idee neonaziste. Commettono i delitti nel nordest dell’Italia, in Germania e nei Paesi Bassi, tra il 25 agosto 1977 e l’8 gennaio 1984. Dopo aver ucciso, spediscono delle lettere alla polizia e rivendicavano gli omicidi o gli attentati. Si firmano come “Ludwig”.

L’aspetto che maggiormente colpisce l’opinione pubblica al momento dell’arresto dei membri del gruppo “Ludwig” è l’origine sociale di Furlan e Abel, figli dell’alta borghesia di Verona e provenienti dal quartiere di Borgo Trento, uno dei più prestigiosi del capoluogo scaligero. Wolfgang Abel è figlio di un consigliere delegato di una compagnia assicurativa tedesca e vive a Negrar, in provincia di Verona, pur avendo abitato a Monaco di Baviera. Si laurea in matematica a pieni voti e lavora col padre nella medesima compagnia assicurativa. Marco Furlan è figlio del primario del centro ustionati dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona – sintomatico il fatto che molte delle vittime di “Ludwig” vengono arse vive – ed al momento dell’arresto risulta in procinto di laurearsi in fisica presso l’Università di Padova.

Marco Furlan e Wolfang Abel

Marco Furlan e Wolfang Abel

I due sono parte di un gruppo di giovani che, all’epoca, sono soliti incontrarsi nella piazza Vittorio Veneto di Borgo Trento. Condividono l’idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti e preti. Il primo omicidio avviene il 25 agosto 1977, quando il senzatetto zingaro Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona. Segue, il 17 dicembre 1978, l’accoltellamento del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, assassinato con trenta coltellate. Quasi un anno dopo, il 12 dicembre 1979, a Venezia, Furlan e Abel uccidono con una trentina di coltellate il tossicodipendente ventiduenne Claudio Costa. Il 25 novembre 1980 una lettera arriva alla redazione di Mestre del giornale locale Il Gazzettino.

Nella missiva si rivendicano tre omicidi avvenuti in Veneto tra il 1979 e il 1980 e porta la firma Ludwig, posta lungo le ali di un’aquila del Terzo Reich posata sopra una svastica. A corredo del tutto, una serie di informazioni dettagliate sulle molotov e i coltelli usati nei delitti, a prova della veridicità della rivendicazione. Gli omicidi rivendicati sono quelli di Guerrino Spinelli, un senzatetto bruciato nella sua macchina a Verona nell’agosto 1977, Luciano Stefanato, cameriere omosessuale ucciso a coltellate a Padova nel dicembre 1978 e Claudio Costa, tossicodipendente ucciso a coltellate a Venezia nel 1979. Tre omicidi seriali uniti da un filo conduttore: tre persone che agli occhi di persone che perseguivano le idee del nazismo risultavano deviate.

Infatti, circa un mese dopo la lettera inviata al Gazzettino, una quarta uccisione di una persona appartenente a una categoria posta al di fuori di quello che per LuLudwig ra l’ordine: Alice Maria Beretta, prostituta uccisa a colpi di ascia e martello a Vicenza nel dicembre 1980. Ludwig non sceglie personalità in vista, esponenti di una fazione politica opposta, né cerca la strage in nome del terrore. Tutto questo in anni in cui l’Italia ancora non era pratica nel fronteggiare i moderni serial killer, e proprio nel periodo in cui inizierà ad apprendere i primi metodi di contrasto a fenomeni di questo tipo per fronteggiare il primo assassino seriale di stampo maniacale in Italia nell’era moderna, il Mostro di Firenze.

Wolfang Abel e Marco Furlan dietro il serial killer Ludwig

Volantino Ludwig

Il volantino inviato da Ludwig al quotidiano La repubblica.

Il pensiero di Ludwig si espliciterebbe meglio in una nuova rivendicazione, arrivata tuttavia in seguito ad un’azione che in sede processuale non gli viene attribuita. Il 25 maggio 1981 viene data alle fiamme la torretta di San Giorgio, una fortificazione delle mura di Verona usata come ritrovo da senzatetto e tossicodipendenti. In quel terribile rogo muore il diciassettenne Luca Martinotti. In seguito a questo episodio, una lettera a firma Ludwig arriva alla redazione de La Repubblica. Si legge: “Ludwig – La nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio”, e nelle righe successive viene rivendicato il rogo della torretta di San Giorgio.

A conclusione del testo, la frase “Gott mit Uns”, motto dell’esercito tedesco per secoli fino ai tempi della Germania nazista. Gli omicidi successivi firmato Ludwig sono quelli del 20 luglio 1982: tocca prima a padre Gabriele Pigato e poi a padre Giuseppe Lovato, entrambi frati settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza, aggrediti mentre stanno passeggiando in via Cialdini e uccisi a colpi di martello dai due giovani. Nel febbraio 1983 a Trento viene ucciso padre Armando Bison, cui viene conficcato in testa un punteruolo con attaccato un crocifisso. Si tratta del primo delitto compiuto fuori dai confini del Veneto. E purtroppo non sarà assolutamente l’unico.

Ludwig evolve ad un livello superiore di violenza. Ludwig fa un passo avanti nella sua opera di morte, passando dai singoli omicidi alle stragi. Il 14 maggio 1983, i due serial killer danno fuoco al cinema a luci rosse Eros di Milano, uccidendo sei persone, compreso il medico Livio Ceresoli, entrato nella sala per prestare soccorso, morto ustionato e poi insignito della medaglia d’oro al valor civile. Perché non esportare il messaggio nazista di Ludwig all’estero? E così, nel mese di dicembre Ludwig colpisce per la prima volta fuori dall’Italia, per la precisione ad Amsterdam, dando fuoco al sexy club Casa Rossa e causando la morte di tredici persone.

Il mese successivo, cioè a gennaio del 1984, viene data a fuoco la discoteca Liverpool di Monaco di Baviera, in cui rimane uccisa una cameriera, Corinne Tatarotti, e altre sette persone restano ustionate. La furia moralizzatrice di Ludwig si evince chiaramente nella rivendicazione, in cui viene scritto ‘al Liverpool non si scopa più’. Il 4 marzo 1984, Ludwig compare alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova e lì, dopo sette anni, compie un passo falso: all’interno si trovano quattrocento ragazzi mascherati per la festa di carnevale.

Wolfang Abel e Marco Furlan si introducono nel locale portando due borse contenenti altrettante taniche di benzina. Cercano di dare fuoco alla moquette, senza tenere conto che i locali pubblici ormai sono dotati di rivestimenti fatti in materiali ignifughi, dopo il rogo del cinema Statuto, avvenuto a Torino nel febbraio del 1983. Scoperti, tentano di aggredire il buttafuori, ma vengono sopraffatti e consegnati alla Polizia, che li salva dal linciaggio. Ludwig si lascia dietro ventotto morti e trentanove feriti. Wolfang Abel e Marco Furlan vengono condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto per tutti e due l’ergastolo, per quindici omicidi e due incendi, in cui muoiono altre tredici persone.

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Abel e Furlan scontano la pena e tornano in libertà

Abel viene sottoposto a perizia psichiatrica, richiesta anche dai difensori di Furlan, Tiburzio De Zuani e Piero Longo: l’imputato rifiuta di sottoporsi ai colloqui. Gli specialisti Balloni e Reggiani affermano che Abel ha una ridotta capacità di intendere e di volere durante gli omicidi, inoltre affermarono che è cresciuto senza le attenzioni affettive che permettono di costruire una personalità sana. La perizia viene contestata. Il 10 febbraio 1987 vengono entrambi condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero chiede per tutti e due l’ergastolo. Ad entrambi viene riconosciuto un vizio parziale di mente.

Il 15 giugno 1988, la Corte d’assise d’Appello di Venezia rimette in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordina a Furlan il soggiorno obbligato a Casale di Scodosia, un paese in provincia di Padova, da cui Furlan fugge nel febbraio del 1991, poco prima della definitiva condanna in Cassazione. Lo catturano nel maggio del 1995 a Creta, dove vive sotto falso nome e lo riportano in Italia. Intanto, il 10 aprile del 1990 la Corte d’appello di Venezia, presieduta da Nicola Lercario, lo condanna in contumacia a ventisette anni di carcere, condanna confermata l’11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione. Nella stessa occasione anche Abel viene condannato a ventisette anni. Poco dopo l’arresto a Creta, Furlan tenta il suicidio in carcere, provando a impiccarsi alle sbarre con un lenzuolo, ma rimanendo sostanzialmente illeso.

La sigla Ludwig fu ripresa da altri fanatici dell’estrema destra italiana, che non avevano mai avuto contatti con Abel e Furlan, ma attraverso i giornali erano attratti dalle loro idee razziste, e che quindi decisero di organizzare nella città di Firenze, il 27 febbraio 1990, un pestaggio di massa ai danni dei venditori ambulanti e spacciatori immigrati presenti nelle varie zone della città, lasciando ai giornali italiani alcuni volantini in cui rivendicavano l’aggressione firmandosi come Ludwig. In seguito passarono ad attacchi bomba contro i campi nomadi in Toscana, facendo numerosi feriti tra i rom (particolarmente cruento fu un attacco bomba fatto al campo nomadi nella Provincia di Pisa, dove una bambina perse un occhio e una mano). Queste azioni violente suscitarono molto clamore poiché alcune vittime degli attacchi bomba erano bambini.

Questo aumentò le pressioni dell’opinione pubblica per un intervento della Polizia Italiana e dei Carabinieri, che arrestarono gli autori degli attentati. I colpevoli erano ragazzi più giovani di Abel e Furlan, provenivano da città diverse e, quando furono interrogati, dissero di non aver mai conosciuto di persona i membri di Ludwig, ma di volerli emulare. Il 18 aprile 2008 viene diffusa la notizia della decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di affidare Marco Furlan in prova ai servizi sociali. Furlan, attraverso il suo legale, l’avvocato milanese Corrado Limentani, aveva chiesto di poter lasciare il carcere di giorno per tornarvi la notte e nei fine settimana. L’organismo giudiziario ha rifiutato la semilibertà, ma ha concesso l’affidamento ai servizi sociali, tenendo conto della buona condotta del serial killer e dell’ormai imminente fine pena, prevista per l’inizio del 2009.

La notizia non ha mancato di suscitare polemiche nell’opinione pubblica: proteste al riguardo sono pervenute alle redazioni di quotidiani e settimanali. Il 24 aprile 2008 Furlan ha preso la seconda laurea con lode in ingegneria informatica, mentre il 12 novembre 2010 è stato rimesso in libertà per la buona condotta tenuta durante il periodo in libertà vigilata. Nel 2009, la misura detentiva residua a carico di Wolfgang Abel è stata commutata negli arresti domiciliari, scontati nella casa di famiglia in Valpolicella. Scaduto il termine di pena, dopo un ulteriore periodo di libertà vigilata e obbligo di firma a Negrar, il 24 novembre 2016 il magistrato di sorveglianza competente ha revocato anche quest’ultimo provvedimento, sancendo il ritorno in libertà di Abel. Intervistato dal Corriere del Veneto, Abel ha affermato di essere pronto a rendere ulteriori dichiarazioni e testimonianze inedite sulla sua esperienza criminale.

Mostro di Firenze: storia di un mistero intriso di sangue

Il 21 agosto del 1968 si consumava un duplice omicidio, quello di una coppietta, che apparentemente poteva sembrava l’assassinio compiuto da un maniaco, o da un guardone disturbato, ma poteva sembrare anche un omicidio passionale dettato dalla gelosia. Le vittime erano due amanti. Nulla fece pensare che in quella terribile scena del delitto, con corpi abilmente martoriati ci fossero tutti gli elementi per raccontare il più grande mistero che aleggia intorno ad un serial killer, o ad una congrega di assassini seriali, identificato con il soprannome di Mostro di Firenze. E di serial killer si tratterebbe anche se il movente fosse il satanismo, come più volte indicato dalle indagini.

Il problema di fondo è che cinquant’anni non sono bastati a capire e ad arrivare alla verità. Cinquant’anni dopo il primo delitto firmato dalla calibro 22 del Mostro di Firenze, la procura indaga ancora sui suoi terribili ed efferati delitti. Cinquant’anni dopo si dice che non si brancola più nel buoi. Si dice. Anzi, gli inquirenti sono fermamente convinti che la soluzione definitiva di questo mistero sanguinario – fatto di ben sedici omicidi e una lunghissima inchiesta giudiziaria, più che mai intricata, piena di abbagli e depistaggi – risieda proprio nell’omicidio datato 21 agosto del 1968 e avvenuto a Castelletti, vicino Signa, in provincia di Firenze. Mostro di Firenze è lo pseudonimo usato in Italia per indicare un assassino seriale dall’identità controversa che, dal mese di settembre del 1968 a quello di settembre del 1985, uccide a colpi di pistola otto coppiette appartate in auto nei dintorni del capoluogo toscano.

Negli anni successivi agli omicidi vengono indagate e arrestate diverse persone. L’inchiesta della procura di Firenze porta alla condanna in via definitiva di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi, i cosiddetti “compagni di merende”: Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Il terzo, Pietro Pacciani, che in primo grado colleziona diversi ergastoli per sette degli otto duplici omicidi, per poi essere assolto in appello, muore prima di essere sottoposto ad un nuovo processo, da celebrarsi a seguito dell’annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Corte di Cassazione. I crimini del Mostro di Firenze si sviluppano nell’arco di diciassette anni e coinvolgono coppie appartate nella campagna fiorentina in cerca di intimità. Le costanti della vicenda attengono ai mezzi usati e al “modus operandi”.

Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime sono in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie uccise sono all’interno delle loro vetture. Luoghi appartati e notti di novilunio, o molto buie. Quasi sempre in estate. L’omicida usa la stessa arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 22, modello 74 da dieci colpi. Generalmente, il serial killer spara prima al ragazzo e poi alla ragazza che, quando subisce le escissioni o viene martoriata con un’arma da taglio, è trascinata fuori dall’auto e allontanata dal partner. Le procure di Firenze e Perugia focalizzano l’attenzione delle indagini su un possibile movente di natura esoterica, che potrebbe spingere una o più persone a commissionare i delitti.

L’assassino seriale toscano crea una vera e propria psicosi nella popolazione. In quattro degli otto duplici omicidi, l’assassino asporta il pube delle donne uccise, servendosi di un’arma bianca che, secondo gli inquirenti dovrebbe essere un coltello da sub. Negli ultimi due casi, asporta anche il seno sinistro delle vittime femminili. I luoghi dei delitti sono stradine di campagna sterrate o piazzole nascoste, solitamente frequentate da coppie in cerca di intimità e da guardoni. Ciò porta a pensare che l’assassino sia una persona che conosce bene quei territori e che, in alcuni casi, pedina le vittime prima di ucciderle. Le indagini sui delitti del Mostro di Firenze e sui “compagni di merende” conducono gli inquirenti ad ipotizzare l’esistenza di una sovrastruttura mandante degli omicidi.

Il primo omicidio del Mostro di Firenze

La notte del 21 agosto 1968, all’interno di un’Alfa Romeo Giulietta posteggiata presso una strada vicino al cimitero di Signa, muoiono assassinati Antonio Lo Bianco, muratore siciliano di ventinove anni, sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di trentadue anni, di origini sarde. I due sono amanti. La donna è sposata con Stefano Mele, un manovale sardo. Le indagini conducono al marito della donna, che il 23 agosto confessa il delitto, anche se risulta incapace di maneggiare un’arma. Poi, Mele ritratta in parte la confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci, per scagionarlo poche ore dopo.

Nel marzo del 1970 Stefano Mele è condannato dal tribunale di Perugia alla pena di quattordici anni di reclusione, perché viene riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Durante il processo, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo Bianco, collega di lavoro di Mele, anch’egli amante della Locci, racconta che la donna, pochi giorni prima del delitto, si rifiuta di uscire con lui raccontandogli che c’è un uomo che la segue in motorino. Una deposizione analoga viene resa da Vinci.

Il 14 settembre 1974 ha luogo il primo duplice omicidio di apparente natura maniacale. Pasquale Gentilcore di diciannove anni, impiegato alla Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini, di diciotto, segretaria d’azienda presso un magazzino di Firenze, vengono uccisi in una strada sterrata nella frazione di Rabatta. Il pomeriggio prima, la Pettini confida ad un’amica di aver fatto uno “strano” incontro con una persona che l’ha turbata. Gli inquirenti esaminano il diario della ragazza ma senza trovare annotazione insolite.

Il primo dei due duplici omicidi del 1981 viene commesso nella notte tra il 6 ed il 7 giugno nei pressi di Mosciano di Scandicci. Le vittime sono Giovanni Foggi, trent’anni, e la sua ragazza, Carmela De Nuccio, di ventuno. Entra in scena Vincenzo Spalletti, trentenne, sposato e padre di tre figli, accusato da alcuni testimoni. Durante l’interrogatorio, Spalletti mente e viene accusato di falsa testimonianza. Il sospetto è che l’assassino sia lui. Mentre Spalletti si trova in carcere, sua moglie e suo fratello ricevono telefonate anonime, in cui qualcuno assicura che il loro caro sarà scagionato, cosa che accade ad ottobre dello stesso anno, dopo il nuovo duplice delitto.

Il 23 ottobre 1981, a Travalle di Calenzano, vicino a Prato, lungo una strada sterrata che attraversa un campo, a poca distanza da un casolare abbandonato, vengono uccisi Stefano Baldi, di ventisei anni, e Susanna Cambi, di ventiquattro. I due giovani devono sposarsi. La Cambi fa capire alla madre di essere pedinata da qualcuno. La notte del 19 giugno 1982, a Baccaiano di Montespertoli muoiono assassinati Paolo Mainardi, di ventidue anni, e Antonella Migliorini di diciannove. L’assassino, per la prima volta, non esegue escissioni dei feticci e non ha il tempo di infierire sui cadaveri. Questo omicidio viene scoperto subito. Antonella è già morta, ma Paolo respira ancora. Trasportato all’ospedale di Empoli, muore il mattino seguente.

Pietro Pacciani diventa il sospettato numero 1

Successivamente al delitto di giugno del 1982, che porta gli inquirenti a collegare alla serie di omicidi maniacali, tra cui quello avvenuto quattordici anni prima a Signa, le indagini si rivolgono verso Francesco Vinci, pastore pluripregiudicato, di Montelupo Fiorentino, già chiamato in causa da Stefano Mele nell’omicidio del 1968. Vinci viene trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme ad un amico, Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, sono rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si pensa a collegamenti col “Mostro” e a vendette in ambienti della malavita sarda. Ma intanto, il caso resta irrisolto.

Il 9 settembre 1983, a Giogoli, vengono assassinati due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di ventiquattro anni, studenti presso l’Università di Münster, che al momento dell’aggressione si trovano a bordo del loro furgone. I ragazzi vengono raggiunti e uccisi da sette proiettili, sparati con precisione attraverso la carrozzeria. Si pensa che il killer, non potendo essere Mele e neppure Vinci, possa essere un altro personaggio appartenente alla loro cerchia di frequentazioni e conoscenze. Vengono indagati Giovanni Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele. Successivamente, i due vengono scarcerati, non essendoci a loro carico indizi gravi.

Le vittime del penultimo delitto del Mostro di Firenze sono Claudio Stefanacci, di ventuno anni, e Pia Gilda Rontini, di diciotto. Vengono uccise il 29 luglio 1984. L’omicida spara attraverso il vetro della portiera destra colpendo il ragazzo quattro volte, di cui una alla testa, e due volte la ragazza, al volto e al braccio. In seguito, l’assassino infierisce con diverse coltellate sui corpi dei due ragazzi, colpendo due volte alla gola Pia e una decina di volte Claudio. Pia viene trascinata, ancora viva anche se in agonia, fuori dalla vettura, in un campo, dove le vengono asportati il pube e il seno sinistro.

L’ultimo duplice delitto avviene il 7 settembre nella campagna di San Casciano Val di Pesa. Le vittime sono due francesi, Jean-Michel Kraveichvili, di venticinque anni, e Nadine Mauriot, di trentasei. Le modalità dell’aggressione sono simili a quelle precedenti, tranne che per il fatto che le vittime non sono in auto ma in tenda. Il 2 ottobre, arrivano in procura tre buste anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si occupano del caso: Pier Luigi Vigna, Paolo Canessa e Francesco Fleury. Le tre buste contengono la fotocopia di un articolo ritagliato dalla Nazione, una cartuccia Winchester calibro 22 serie “H”, come quelle usate negli omicidi, e un foglietto di carta con scritto: “Uno a testa vi basta”.

Dopo l’ultimo omicidio, le indagini proseguono intensamente ma, fino al 1991, non ci sono sviluppi. Pietro Pacciani, nato ad Ampinana il 7 gennaio 1925, ex partigiano soprannominato il “Vampa” per via del suo carattere irascibile, diventa il sospettato numero 1 della Sam nel 1991, proprio mentre è in carcere per aver stuprato le sue due figlie. Anche una lettera anonima del 1985 invita ad indagare su di lui. Pacciani è un uomo collerico, depravato e brutale. Viene arrestato con l’accusa di essere l’omicida delle otto coppie di giovani il 17 gennaio 1993. Ma non c’è solo lui nel mirino degli inquirenti.

Mario Vanni, Giancarlo Lotti e Pietro Pacciani

Mostro di Firenze

Il momento in cui viene tratto in arresto di Mario Vanni.

L’1 novembre 1994, il tribunale di Firenze condanna Pacciani come responsabile di quattordici dei sedici omicidi. Non colpevole solo del duplice omicidio del 1968. Il 13 febbraio 1996, però, la Corte d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo scarcera. Il 12 dicembre 1996, la Cassazione annulla l’assoluzione e dispone un nuovo processo d’appello. Il 22 febbraio 1998, alla vigilia dell’inizio del secondo processo a suo carico, Pacciani viene trovato morto nella sua abitazione di Mercatale.

Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa il 23 dicembre 1927. Detto “Torsolo”, per il suo fisico esile, diventa famoso come inventore involontario della locuzione “compagni di merende”, a causa di una risposta che dà ad un magistrato durante un’udienza del processo a Pacciani: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani no?”, facendo supporre che sia stato istruito a dare precise risposte. Viene condannato al carcere a vita per quattro degli otto duplici omicidi dalla Corte di Cassazione nel 2000. Nel 2004 la pena viene sospesa per gravi motivi di salute. Muore il 13 aprile 2009 all’ospedale di Ponte a Niccheri.

Giancarlo Lotti, soprannominato “Katanga”, viene condannato a trent’anni anni di reclusione per i delitti del Mostro di Firenze. Come Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa, ma il 16 settembre 1940. A differenza di Vanni e Pacciani, che professano la loro innocenza, Lotti rende confessione e accusa Pacciani e Vanni, fornendo particolari sugli omicidi a cui assiste e autoaccusandosi di quello dei due tedeschi del 1983. Le testimonianze di Lotti vengono ritenute decisive nel chiarire molti aspetti della vicenda. Lotti esce dal carcere il 15 marzo 2002 per gravi motivi di salute e il 30 marzo muore all’ospedale San Paolo di Milano.

Sul ritrovamento di un possibile simbolo esoterico, una piramide tronca di granito colorato, una rara varietà di una pregevole pietra ornamentale, nota come breccia africana, rinvenuta ad alcuni metri dai corpi esanimi dei ragazzi uccisi in occasione del delitto dell’ottobre 1981, va ricordato che quel tipo di oggetto viene usato come fermaporte nelle campagne toscane. Altri presunti riscontri di un possibile movente esoterico, però, si sono avuti in occasione dell’ultimo delitto della serie, quello del 1985 a danno dei due turisti francesi.

Le frequentazioni di Pacciani e Vanni durante gli anni degli omicidi alimentano un filone d’inchiesta su possibili moventi esoterici e riti legati al satanismo alla base dei delitti. Pacciani e Vanni frequentano Salvatore Indovino, di professione mago e cartomante presso una cascina situata nelle campagne di San Casciano, dove, a detta di molti, si consumano orge e riti collegabili all’occultismo. Durante le perquisizioni della polizia, a casa di Pacciani vengono rinvenuti almeno tre libri ricollegabili alla magia nera e al satanismo.

Su Firenze e sul Mostro lo spettro del satanismo

Le sentenze che condannano i “compagni di merende” si basano principalmente sulle discusse testimonianze di Pucci e, soprattutto, di Lotti. Ciò, impedisce l’individuazione di un movente certo, organico e globale, che sia valido per tutti i delitti. Lotti cambia più volte versione sui motivi per cui Pacciani e Vanni uccidono. Nel 1996, dichiara che i delitti sono atti di rabbia per approcci sessuali che le vittime respingono. Un anno più tardi, fornisce un’altra versione sul movente, affermando che la volontà di Pacciani è quella di uccidere per poi dare da mangiare i feticci alle figlie.

Come tanti misteri tutti italiani, anche il caso del “Mostro di Firenze”, ha diversi sviluppi negli anni. Una tesi seguita successivamente è quella secondo cui il serial killer sarebbe un individuo legato al “clan dei sardi”, già indagato marginalmente nelle vicende degli omicidi seriali. Un’altra ipotesi di rilievo, contrastante e critica con le sentenze giudiziarie, è quella espressa dell’avvocato fiorentino Nino Filastò nel suo libro “Storia delle Merende Infami”. Nell’ipotesi di Filastò il mostro è un serial killer affetto da una grave patologia sessuale, attivo perlomeno dal 1968 al 1993, compresi gli omicidi di Francesco Vinci e Milva Malatesta, e mai entrato nelle indagini. Alcuni elementi, come per esempio il libretto di circolazione trovato fuori posto nella macchina di una coppietta uccisa, oppure la capacità del Mostro di avvicinarsi agevolmente alle vetture, portano l’avvocato ad inquadrare il serial killer come un uomo in divisa.

Il caso del Mostro di Firenze è un evento e un’indagine dalla durata pressoché cinquantennale. È inevitabile, dunque, una grande varietà di opinioni. Secondo il criminologo Francesco Bruno, il Mostro è un uomo mai individuato. Un assassino seriale d’intelligenza superiore alla media, mosso da delirio religioso e suggestioni moralistiche, che agisce sempre da solo, sin dal 1968. Invece, Francesco Ferri, giudice che assolve Pacciani nel processo d’appello, si riallaccia all’idea originaria dell’ignoto serial killer “lust murder”, indicato anche da una relazione dell’Fbi.

Ufficialmente la vicenda del Mostro di Firenze termina con la condanna ai “compagni di merende”. Tuttavia una serie di misteriosi avvenimenti accaduti sia nel periodo dei delitti, sia negli anni precedenti e seguenti ai processi riguardanti il caso, hanno dato adito a molte supposizioni sul fatto che la vicenda non solo non sia stata mai completamente chiarita, ma che, al contrario, abbia lasciato molti punti oscuri.

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Tutti i misteri connessi alla storia del Mostro

  • Il 22 agosto 1968, il piccolo Natalino Mele, di 6 anni, raggiunge al buio, scalzo e scioccato, un casolare a oltre due chilometri di distanza da dove è parcheggiata l’automobile in cui sono stati appena uccisi la madre ed il suo amante. I calzini puliti del bambino ed il fatto che il campanello del casolare sia situato ad un’altezza irraggiungibile da parte del piccolo, lasciano pensare che il bambino abbia effettivamente raggiunto il casolare con l’aiuto di qualcuno. Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequenta con Mario Vanni, viene torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Natalino Mele, una volta cresciuto, rilasciò un’intervista a Mario Spezi nella quale affermò di avere nella memoria tanti vuoti che lo avrebbero convinto a sostenere che le sue non erano amnesie provocate dallo choc subito da piccolo, ma qualcosa di più complesso. Egli sosteneva di essere stato vittima di un lavaggio del cervello ma non esiste alcuna prova che tali definizioni siano vere. L’8 marzo 2011 la casa di Natalino Mele e della sua compagna Loredana venne distrutta da un incendio. Da quel momento si sono perse le sue tracce fino al 2014, quando è stato fotografato da un giornalista mentre partecipava ad una manifestazione, sotto il palazzo prefetturale di Firenze, contro gli sgomberi delle case occupate.
  • Nel gennaio 1980 un pensionato viene ritrovato morto nel parco delle Cascine di Firenze ucciso da un corpo contundente.
  • Il 23 dicembre 1980 il contadino Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, donna che era stata amante di Pacciani e Vanni, venne ritrovato impiccato nella stalla della sua casa. A detta della moglie autori del delitto sarebbero stati proprio Pacciani e Vanni ed a supporto di questa affermazione la donna disse che un giorno Pacciani l’aveva minacciata dicendole ‘attenta a non parlare di quello che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbiamo fatto fare a tuo marito’.
  • Nell’ottobre 1983, nei pressi di Fiesole in località Cave di Maiano, un cercatore di funghi vouyeurista venne massacrato a coltellate.
  • Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequentava con Mario Vanni, venne torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Tre giorni dopo il delitto di Baccaiano, l’autista dell’ambulanza che estrasse Paolo Mainardi ancora vivo dall’auto, sembra che abbia ricevuto una misteriosa ed inquietante telefonata da parte di un uomo che, spacciandosi per un magistrato, cercò di ottenere dettagli su cosa avesse detto la vittima prima di morire. Al rifiuto dell’autista di parlare della cosa per telefono, l’uomo avrebbe cominciato a minacciarlo qualificandosi come l’assassino. L’episodio non poté mai essere verificato quindi non è possibile affermare con certezza sia che esso sia avvenuto sia che la telefonata sia stata realmente fatta dall’assassino.
  • Nel settembre 1985, pochi giorni prima del delitto degli Scopeti, un altro uomo venne ucciso nel parco delle Cascine di Firenze con una coltellata alla schiena.
  • Poco dopo il delitto dei due giovani francesi, una donna, mentre si trova in treno nella zona di Scandicci, viene avvicinata da un uomo distinto che le dice che in quel giorno è stato fatto pervenire al magistrato Della Monica un brandello di seno di una vittima del Mostro di Firenze. La donna non dà grande peso alla cosa fino a quando venti giorni dopo legge sul giornale la notizia della lettera anonima alla dottoressa Della Monica contenente un pezzo di seno. Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, lo trovano assassinato il 7 agosto 1993.
  • Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, fu trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme a un amico, tal Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, erano stati rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si ipotizzò un collegamento con la vicenda del “mostro”, ipotesi però quasi subito scartata. Più probabilmente, date anche le modalità del delitto, era da ritenersi una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.
  • La prostituta Milva Malatesta, figlia di Renato ed Antonietta Sperduto, amante di Pacciani e Vanni, viene trovata, insieme al figlio Mirko Rubino, di soli tre anni, bruciata nella sua Panda il 17 agosto del 1993.
  • Il 25 maggio 1994, la prostituta Anna Milvia Mattei, la quale convive con Fabio Vinci, il figlio di Francesco, viene strangolata e bruciata nella sua casa di San Mauro. La prima moglie del procuratore Pier Luigi Vigna, in un’intervista al settimanale Gente, accusa l’ex marito di essere il Mostro di Firenze. Qualche giorno dopo, la donna muore in un incidente.
  • Claudio Pitocchi, operaio di Tavarnelle che aveva testimoniato al processo Pacciani, muore in un incidente stradale l’8 dicembre 1995.
  • Quando nel 1996 Pietro Pacciani venne assolto in appello e fece ritorno a casa non vi trovò più la moglie Angiolina Manni. La donna infatti, non volendo più avere nessun rapporto con l’uomo, pare se ne fosse andata via di casa e nel luglio dello stesso anno avviò anche le pratiche per la separazione dal marito. Pacciani non convinto dell’allontanamento volontario presentò una denuncia per sequestro di persona affermando che qualcuno (forse la locale USL) aveva portato via la moglie e l’aveva fatta internare in una casa di cura. A sostegno di questa tesi vi sono le affermazioni di alcuni vicini di casa che asserirono di aver visto la donna trascinata via di forza da diverse persone. Tali denunce caddero comunque nel vuoto e la Manni non ricontattò più in alcun modo il marito, nonostante che questi lanciò diversi appelli a giornali e televisioni, in cui chiedeva alla moglie, inesorabilmente invano, di tornare a vivere assieme a lui. Angiolina Manni è deceduta il 23 novembre 2005, in una casa di riposo di Radda in Chianti dove risiedeva da diverso tempo, all’età di 80 anni.