Un tuffo nel mondo, vicino e lontano. Dietro la nostra abitazione, a poche centinaia di metri dal luogo che viviamo e respiriamo quotidianamente, ma anche in capo al mondo, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. Una sezione interamente dedicata a reportage, curiosità e tecnologia. Tre argomenti per nulla slegati fra loro. Ecco una fetta di mondo vista con i miei occhi e toccata con le mie mani, che evolve ed involve contemporaneamente. Sottosviluppo e sviluppo. Problemi e soluzioni. Tra questi quelli tecnologici. La tecnologia sta cambiando la società e le nostre abitudini quotidiane, dal modo in cui leggiamo a quello in cui ci spostiamo da un posto all’altro, velocizzando a dismisura il nostro modo di pensare e vedere. Ascoltare, fotografare, riportare, la regola principale del giornalismo. E con questi strumenti, oggi più che mai i reportage sostengono la corretta informazione, supportandola con immagini e filmati.

Ci sono date che porterai sempre con te nella vita. Non mi riferisco ai canonici compleanni, anomastici e anniversari. Ci sono date che segnano la scomparsa di persone che non hai mai conosciuto, che non hai mai incontrato, ma che ti hanno accompagnato nei periodi belli e in quelli bui della tua vita, consegnandole definitivamente alla storia. Passare per queste date non ti provoca dolore. Ti regala ricordi che questo qualcuno, spesso diverso per ciascuno di noi, ti riempie d’amore. Sarà perché “i giardini di marzo si vestono di nuovi colori
e le giovani donne in quei mesi vivono nuovi amori”. Io, il 9 settembre ricordo Lucio Battisti, che passava a miglior vita dopo undici giorni di agonia.

Lo ricordo come fosse ieri, tra il 29 e il 30 agosto 1998 si diffonde la notizia del ricovero di Battisti in una clinica milanese. Durante gli undici giorni di ricovero, per volere della stessa famiglia, non viene diffuso alcun bollettino medico. Il 6 settembre le sue condizioni si aggravano e l’8 viene spostato nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale San Paolo di Milano. Lucio muore la mattina del 9 settembre 1998, all’età di 55 anni. Le cause della morte non sono state comunicate ufficialmente: il bollettino medico riporta solamente che “il paziente, nonostante tutte le cure dei sanitari che lo hanno assistito, è deceduto per intervenute complicanze in un quadro clinico severo sin dall’esordio”.

Secondo alcune voci non confermate il musicista sarebbe morto per linfoma maligno che aveva colpito il fegato. Altre voci affermarono che avesse sofferto di glomerulonefrite. Ai funerali, celebratisi in forma strettamente privata a Molteno, furono ammesse appena venti persone, tra le quali Mogol, che aveva scritto i testi dei suoi grandi successi. Lucio Battisti era nato nella sua casa di via Roma numero 40 a Poggio Bustone il 5 marzo del 1943, il giorno dopo Lucio Dalla. Non era solo un cantante. Era anche un grande compositore e un ottimo polistrumentista. Sicuramente, Lucio è tra i più grandi, influenti e innovativi cantanti e musicisti italiani di sempre.

Era il secondogenito di Alfiero, impiegato al dazio e Dea Battisti, casalinga. La sua famiglia si completava con sorella Albarita, mentre il primogenito si chiamava anche lui nome Lucio ed era morto nel 1942 a soli 2 anni di età. Nel 1947, la sua famiglia si trasferì nella frazione Vasche del comune di Castel Sant’Angelo, sempre in provincia di Rieti, e nel 1950 a Roma in Piazzale Prenestino 35. A seguito della promozione per la licenza media, il giovane Battisti chiese in regalo ai genitori una chitarra. L’interesse per lo strumento fu dovuto anche all’influenza di due ragazzi che abitavano nel suo condominio, dai quali aveva sentito suonare i primi brani stranieri di rock and roll giunti in Italia.

Secondo i vari racconti raccolti da fonti autorevoli sulle primissime esperienze musicali di Battisti, a impartirgli le prime lezioni di chitarra sarebbe stato un elettricista di Poggio Bustone, Silvio Di Carlo. Quello che è sicuro, in ogni caso, è che l’approccio principale fu quello di autodidatta. Vari sono gli artisti musicali che Battisti apprezzava: Ray Charles, Otis Redding, i Beatles, Donovan e Bob Dylan sono tra quelli che lo hanno maggiormente ispirato nella sua formazione. Ma amava tutta la musica nera in generale. A circa vent’anni entrò a far parte come chitarrista nel gruppo Gli Svitati, capeggiati dal pianista e cantante Leo Sanfelice.

L’interesse per la chitarra, dopo il periodo iniziale, andò scemando, ma ci fu un notevole ritorno di fiamma nel 1961. Questa passione lo portò a trascurare gli studi, che sosteneva presso l’Istituto Tecnico Industriale Galileo Galilei, suscitando le ire del padre Alfiero, che minacciò il figlio di non firmare l’esenzione dalla leva militare – cui Lucio aveva diritto in quanto figlio di un invalido di guerra – se non si fosse diplomato. Il giovane Lucio si impegnò e si diplomò come perito elettronico nel 1962. E il padre mantenne la promessa firmando l’esenzione dai due anni allora previsti per il servizio militare. In questo periodo fu libero di provare a guadagnarsi da vivere con la musica.

Il periodo di gavetta di Battisti ebbe inizio nell’autunno del 1962, quando cominciò a suonare a Napoli con I Mattatori. La solitudine e la mancanza di soldi, sullo spirare dell’anno, lo portarono tuttavia alla decisione di tornare a casa. Successivamente, fece parte de I Satiri, gruppo romano che accompagnava Enrico Pianori, e che spesso suonava a Roma nel night Cabala. Nello stesso locale suonavano I Campioni, un gruppo ben più famoso che, dopo l’abbandono di Bruno De Filippi, era alla ricerca di un chitarrista. Una prima offerta fu fatta ad Alberto Radius, che però rifiutò, così il leader della band Roby Matano decise di offrire il ruolo a Battisti, che accettò entusiasta.

Si trasferì quindi a Milano, principale zona di attività dei Campioni, e gravitò nell’ambiente che ruotava attorno al club Santa Tecla, allora tempio del jazz e della nascente musica rock italiana. Battisti vivrà tutto il resto della sua vita in Lombardia: a Milano, tornando ogni tanto a Rieti, prima nel quartiere popolare del Giambellino, poi nella zona di Città Studi, in una villetta in Largo Rio de Janeiro, per trasferirsi dal 1973 fino alla sua morte in una villa nel residence Il Dosso di Coroldo a Molteno, all’epoca in provincia di Como e ora di Lecco, nella ricca Brianza. All’inizio del 1964, I Campioni partirono per un tour in Germania e nei Paesi Bassi, dove ebbero la possibilità di ascoltare musica che in Italia non veniva trasmessa.

Fu proprio Matano, che ha più volte rivendicato una sorta di “primogenitura” nella scoperta del talento di Battisti, a spronarlo a scrivere canzoni. Ne nacquero alcuni pezzi, come “Se rimani con me”, i cui testi erano stati scritti da Matano, ma depositati a nome di Battisti, perché l’amico non era iscritto alla Siae, che rimasero perlopiù mai pubblicati. Alcuni di questi pezzi furono successivamente rimaneggiati da Battisti sulla base di nuovi testi di Mogol, come “Non chiederò la carità”, che diverrà “Mi ritorni in mente”. Il 14 febbraio del 1965, Battisti riesce ad avere un appuntamento con il discografico Franco Crepax.

Durante il provino, viene notato da Christine Leroux, un’editrice musicale di origine francese giunta a Milano negli anni sessanta, contitolare delle edizioni El & Chris. Cacciatrice di talenti per la casa discografica Ricordi, fu una delle prime a credere nel talento di Battisti, e fu lei a procurargli il fatidico appuntamento con l’autore Giulio Rapetti, in arte Mogol. Riguardo a questo primo incontro con Battisti, Mogol ha raccontato di non essere rimasto particolarmente impressionato dalle canzoni che il giovane musicista gli aveva proposto, ma di aver comunque deciso di collaborare con lui per la sua umiltà nell’ammettere i propri limiti e la voglia di fare e di migliorarsi.

Nel 1966, fu lo stesso Mogol a insistere con Battisti, scettico egli stesso circa le proprie doti vocali, perché cantasse in prima persona le sue canzoni, anziché limitarsi ad affidarle ad altri artisti. Mogol dovette superare non poche resistenze presso la Ricordi, la loro casa discografica, ma alla fine, minacciando di dare le dimissioni, l’ebbe vinta. Battisti esordì come solista nel febbraio 1966 con il brano “Adesso sì”, composto e presentato al Festival di Sanremo 1966 dall’esordiente Sergio Endrigo e la cui cover è contenuta nella raccolta Sanremo 1966 della Dischi Ricordi. Seguì il primo 45 giri “Dolce di giorno” e “Per una lira”, con modestissimi risultati di vendite.

Le due canzoni vennero poi portate al successo rispettivamente dai Dik Dik e dai Ribelli capitanati da Demetrio Stratos. Nel circuito degli “addetti ai lavori”, Per una lira si fece notare come brano fortemente innovativo nel testo e nella scrittura musicale. Nel 1967, Mogol e Battisti sono gli autori del brano “29 settembre” che, interpretato dagli Equipe 84 e più volte trasmesso nel programma radiofonico Bandiera Gialla, si classifica al primo posto nella hit parade. Sempre nel 1967, i due sono ancora una volta autori di un altro brano interpretato e portato al successo dagli Equipe 84, “Nel cuore, nell’anima”.

Per l’ex Camaleonte Riki Maiocchi poi scrissero la celebre “Uno in più”, considerata una canzone-manifesto della cosiddetta linea verde, con cui Mogol, lavorando con giovani cantanti e autori, come Battisti, intendeva perseguire un rinnovamento della tradizione musicale italiana. Per quanto riguarda la carriera da solista, Battisti produsse il suo secondo singolo, “Luisa Rossi ed “Era”, che conteneva un rhythm and blues e una canzone dalle atmosfere quasi medioevali, ma non riscosse grande successo. Ancora nel 1967, Battisti scrisse Non prego per me per Mino Reitano e suonò la chitarra in La ballata di Pickwick, sigla iniziale e finale dello sceneggiato Il Circolo Pickwick, mai pubblicata su disco; la canzone è cantata da Gigi Proietti.

Il successo è alle porte. Nel 1968 pubblica il singolo “Prigioniero del mondo” e “Balla Linda“. La prima, una canzone scritta da Carlo Donida con testo di Mogol, che doveva essere originariamente interpretata da Gianni Morandi, fu presentata con scarso successo alla manifestazione Un disco per l’estate 1968. Di questa canzone esiste anche un videoclip, che rappresenta tra l’altro il primo filmato in cui compare il cantante, girato su pellicola in bianco e nero a Tonezza del Cimone. Di maggiore successo è il retro, “Balla Linda”, una canzone melodica ma già “sperimentale” per i canoni musicali dell’epoca, nel cui testo Battisti e Mogol rifiutano la convenzione delle rime baciate.

Con Balla Linda partecipò al Cantagiro 1968, classificandosi quarto ed entrò, per la prima volta con una canzone da lui interpretata, in hit parade. Con una versione in inglese intitolata Bella Linda ed eseguita dai The Grass Roots, otterrà un notevole successo anche negli Stati Uniti, piazzandosi al numero 28 della classifica di Billboard. Durante un viaggio a Londra con Mogol, che per l’occasione si incontra con Bob Dylan, Battisti viene avvicinato dai produttori dei Beatles attraverso Paul McCartney: erano pronti a investire milioni di dollari su di lui per lanciarlo nel mercato americano, ma Battisti rinunciò perché gli pareva eccessivo che i produttori si tenessero il venticinque per cento.

“Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”, avrebbe detto Lucio nella sua ultima intervista nel 1979, undici anni dopo il suo decollo come cantante. In quella occasione, umilmente, commento: “Trovo che le canzoni che ho scritto prima del mio debutto come cantante siano state ottimamente interpretate dai Dik Dik, Equipe 84… ma a un certo punto, mi sentivo di poter dire la mia anche come cantante, cioè di aggiungere qualche cosa, non di migliore ma di diverso, magari, a quella che era la mia canzone”.

Dopo due partecipazioni consecutive come autore al diciassettesimo e al diciottesimo Festival della Canzone Italiana a Sanremo con “Non prego per me”, interpretata da Mino Reitano e gli Hollies, e “La farfalla impazzita”, scritta per Johnny Dorelli e Paul Anka, Battisti prese parte come interprete – per la prima e unica volta in carriera – all’edizione numero 19 della rassegna con “Un’avventura”, un brano dalla venatura rhythm and blues interpretato in coppia con Wilson Pickett, esponente di punta di tale genere musicale. Il brano si classificò al nono posto finale con 69 voti. La partecipazione a Sanremo aumentò di molto la sua popolarità, ma lo espose anche a critiche di vario genere. Ma forse anche queste critiche contribuirono alla crescita del suo successo.

Nel 1969 la sua popolarità raggiunge i massimi livelli. Durante il 1970 compone “Sole giallo, sole nero” e “Io ritorno solo per la Formula 3”, “Insieme e Io e te da soli” per Mina, “Per te” per Patty Pravo, “Mary oh Mary” ed “E penso a te” per Bruno Lauzi, “Io mamma”, “Uomini” e “Perché dovrei” per una cantante da lui lanciata senza successo, Sara. Sempre nello stesso anno suona la chitarra nella canzone “La prima cosa bella” di Nicola Di Bari, che si classifica al secondo posto al Festival di Sanremo.

Il 2 giugno partecipa per la seconda volta a “Speciale per voi” di Renzo Arbore. Durante il dialogo con il pubblico in sala ribadisce di non essere un cantante politicamente impegnato e ancora una volta viene criticata la sua voce, stavolta dal giornalista e conduttore Renzo Nissim. Alla fine Battisti, evidentemente stanco di tutte quelle chiacchiere, tronca bruscamente il discorso dicendo al pubblico: “Sono tre ore che state a parlare e non si è concluso niente! Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono, sì o no?“. Dopo aver ricevuto un coro di “sì” intona “Il tempo di morire” e “Fiori rosa, fiori di pesco”, dimostrando ancora una volta la sua avversione per le discussioni e i pettegolezzi e il desiderio di essere giudicato solo per la sua musica.

L’8 giugno 1970 esce il singolo “Fiori rosa fiori di pesco” e “Il tempo di morire”, che contiene le due canzoni interpretate in anteprima a Speciale per voi. Dal 21 giugno al 26 luglio di quell’anno, su iniziativa di Mogol, i due intraprendono un viaggio a cavallo da Milano a Roma. Il viaggio sarà raccontato dallo stesso Battisti in tre articoli su TV Sorrisi e Canzoni. Appena tornato dal viaggio iniziò i preparativi per il tour che intraprenderà quell’estate con la Formula 3: dieci date eseguite tra L’altro mondo di Rimini, La Bussola di Viareggio e il locale di Gino Paoli a Sestri Levante. Sarà anche il suo ultimo tour. Il 2 settembre Battisti vince il Festivalbar 1970 con la canzone Fiori rosa fiori di pesco. In questa occasione annuncia di avere in mente di realizzare un concept album basato sul tema dell’amore visto con angolazioni nuove.

Il 15 ottobre esce il singolo “Emozioni” e “Anna”. Nel novembre 1970 il concept album annunciato in occasione del Festivalbar, “Amore e non amore”, è pronto: essendo però un album piuttosto sperimentale e di difficile comprensione, la metà dei brani sono strumentali e tendenti verso il rock progressivo, la Ricordi decide di metterlo da parte e a dicembre pubblica invece un’altra raccolta, intitolata “Emozioni”, dove si trovano in versione stereofonica i brani tratti dai singoli già pubblicati, stavolta senza neanche un inedito. Con questa operazione commerciale da parte della Ricordi i rapporti di Battisti con la casa discografica si cominciano a incrinare. In quel periodo si sparse la notizia di una possibile collaborazione tra Mogol-Battisti e Pete Townshend, dopo che questi rimase affascinato dall’ascolto del brano “Emozioni”, durante un incontro col duo avvenuto a Londra

Ad aprile, Battisti pubblica il singolo “Pensieri e parole” e “Insieme a te sto bene”. Il produttore discografico Alessandro Colombini, prima della pubblicazione, era molto scettico riguardo al singolo ed era sicuro che “Pensieri e parole” avrebbe decretato la fine del sodalizio Mogol-Battisti, invece la canzone ebbe un successo tale da essere definito da Lelio Luttazzi “regina di Hit parade”. L’1 maggio 1971 partecipa alla trasmissione televisiva Teatro 10, dove canta in playback “Pensieri e parole” e dal vivo con la chitarra “Eppur mi son scordato di te”, canzone all’epoca affidata alla Formula 3. Recandosi negli studi Rai a Roma, Lucio dimenticò la propria chitarra a Milano e ne acquistò all’ultimo momento una da pochi soldi alla Stazione Termini. Nonostante ciò la sua esibizione mandò in visibilio il pubblico, che nel finale iniziò anche a urlare.

Ormai, Lucio Battisti è una star che non tramonterà mai. le sue canzoni, le sue poesie, le sue melodie sono destinate ad accompagnare intere generazioni, tramandate da madre e padre in figli. Il binomio Mogol-Battisti sembra andare alla grande, ma poi nel 1979 arriva una sferzata in una sua intervista: “Il nostro rapporto è il rapporto di due persone di questo tempo che dopo tanti anni di lavoro assieme, improvvisamente, per divergenze di interessi, si sono messi ognuno su una sua rotaia, su una sua strada, per cui adesso da quattro o cinque anni a questa parte ci vediamo al massimo un mese all’anno. È l’esperienza di due persone che stanno diventando completamente diverse”. Dopo la fine del sodalizio con Mogol, Battisti attraversò un periodo felice e spensierato durante il quale si dedicò a hobby come il windsurf, praticato assieme all’amico Adriano Pappalardo.

Lucio continua ad essere amato. E sarà amato fino alla fine. E poi si sa, a volte ritornano. Infatti, negli anni trascorsi dall’uscita del suo ultimo disco nel 1994 al 1998, si parlerà con insistenza di un riavvicinamento artistico tra Battisti e Mogol, ma tali voci non troveranno mai conferma e, comunque, non si concretizzeranno. Nell’autunno del 1996, data la regolarità biennale seguita a partire da Don Giovanni, molti si aspettavano la pubblicazione di un nuovo album da parte di Battisti, ma così non fu, e da quel momento cominciarono a circolare voci sull’esistenza di un fantomatico nuovo album, che non sarebbe stato ancora pubblicato a causa delle difficoltà da parte di Battisti nel trovare un accordo con le case discografiche, che non avevano accettato le sue richieste, troppo alte in rapporto al calo delle vendite degli ultimi album.

In tutta la sua carriera ha venduto oltre venticinque milioni di dischi, ma i numeri non sono sufficienti a spiegare l’uomo e il fenomeno, anzi il fenomenale uomo. Abile chitarrista e perfezionista, noto anche per l’attenzione ai dettagli e la cura quasi maniacale che dedicava agli arrangiamenti e agli accordi. La sua produzione ha impresso una svolta decisiva al pop rock italiano: da un punto di vista strettamente musicale, Lucio Battisti ha rivoluzionato e personalizzato in ogni senso la forma della canzone tradizionale e melodica, spesso combinandola con sonorità e ritmi tipici di svariati generi, riuscendo costantemente a rinnovarsi e ad addentrarsi con versatilità ed eclettismo nel rhythm and blues, prog rock, elettropop, latina, arrivando a toccare anche la new wave, la disco music, il folk, il soul, il beat e altro ancora.

Lucio non è mai morto. Continua ad accompagnarci ancora oggi. La sua storia è presente. Grazie all’armoniosa integrazione della sua musica con i testi scritti da Mogol, Battisti ha segnato un’epoca della cultura musicale e del costume italiani, interpretando in stile poetico temi ritenuti esauriti o difficilmente rinnovabili, come il coinvolgimento sentimentale e gli avvenimenti della vita quotidiana. Ma Soprattutto ha infiammato milioni di cuori. Ha saputo esplorare argomenti del tutto nuovi e inusuali, a volte controversi, spingendosi fino al limite della sperimentazione pura nel successivo periodo di collaborazione con Pasquale Panella, caratterizzato da strutture musicali originali e disarticolate e da un rapporto col testo spinto ai limiti del non sense.

Talvolta criticato per le sue particolari doti vocali, Battisti è stato anche una figura estremamente schiva e riservata: durante la sua carriera è apparso sporadicamente in pubblico e si è prestato alla stampa con sempre minor frequenza fino a quando ha deciso di ritirarsi completamente dalla scena, non apparendo più neanche nelle copertine dei suoi album. Per celebrare i vent’anni dalla scomparsa, il 14 settembre 2018 Sony Music pubblica per la prima volta tutti gli album originali, in edizione limitata numerata, in formato vinyl replica. I venti album sono stati rimasterizzati dai nastri originali. Buon Lucio a tutti.

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Di vite ce n’è una sola, si sa. E lo sa bene anche Aurora Leveroni. Ma nel corso di una vita se ne possono vivere parecchie. Non è semplice, però. Bisogna avere coraggio per lasciarsi alle spalle certezze e abitudini, talvolta occorre rinnegare ciò a cui si è sempre creduto. Ancora più difficile, prendere atto del proprio fallimento, per decidere di ricominciare. I greci, questo tipo di decisione, questa tensione al cambiamento lo chiamano κρίσις. Noi la chiamiamo crisi.

Quella dell’Italia manifatturiera, ad esempio, che però può diventare un villaggio turistico globale, e quella delle sue aree dismesse, che ancora non si sa bene cosa farne. O ancora, la seconda vita degli oggetti usati che, a causa della crisi, la gente non butta via, ma preferisce riparare. E poi tante storie, che si intrecciano su questo mio “diario elettronico”. Oggi voglio raccontarti la storia di Aurora Leveroni, che nella sua vita è stata capace di… Aspetta. Basta una parola: il suo soprannome è “Nonna Marijuana”.

Non fuma e non si sballa come potresti pensare. A novantaquattro anni suonati, cucina ricette italiane con cannabis medica per aiutare i malati. Vive a San Francisco dove la legislazione è decisamente più tollerante e più moderna rispetto a quella del “Belpaese delle Banane”. La Leveroni in poche settimane è diventata famosa in tutto il mondo grazie ad un video caricato su Youtube dove insegna a cucinare gustosi manicaretti a base di cannabis.

La sua “storia” con la marijuana inizia in tarda età, quando a sua figlia, che si chiama Valerie, viene diagnosticata l’epilessia. Aurora decide di iniziare a coltivare piante di marijuana nel proprio giardino per poi impiegarle nelle ricette in cucina. Così facendo aiuta la figlia a gli attacchi. Cucino con la marijuana per curare le persone e mai per divertimento. Se vuoi divertirti, fatti una bella passeggiata in spiaggia e poi buttati in acqua”, queste le sue parole.

Tutto ciò è stato possibile grazie al fatto che in California l’uso e la coltivazione di cannabis sono legali se utilizzati per scopi terapeutici. In Italia, l’arzilla signora sarebbe finita in galera, dove però non finiscono quasi mai ladri, politici, corrotti, delinquenti conclamati e col colletto della camicia stirato… Conscia del potere curativo della cannabis, “Nonna Marijuana” registra un video e mostra tutti i passaggi per un’ottima torta al cioccolato a base di marijuana.

Non ti sembri per nulla strano il fatto che, in pochissimo tempo, il video è diventato talmente tanto virale che Vice America ha offerto alla Leveroni la conduzione di un programma televisivo per lanciare il canale tematico Munchies. Ma chi è Aurora? Una tenera nonna di due nipoti, figli della figlia, un maschio ed una femmina, due bisnipoti dai capelli rossi ereditati dal marito che era originario di Genova, e due nipoti maschi e due nipoti femmine che sono i figli dei suoi fratelli.

Cominciò a cucinare con la cannabis per aiutare i pazienti che avevano subito chemio o radioterapia e che avevano dovuto avere a che fare con i loro effetti collaterali, come la forte nausea, la mancanza di appetito e l’impossibilità di dormire profondamente, il tutto sotto la raccomandazione della figlia, Valerie che, dopo essere rimasta vittima di un incidente, fondò un’organizzazione che offre assistenza ai pazienti. Ovviamente, dopo aver ottenuto una ricetta dal proprio medico curante. Furono notevoli i benefici che Valerie ottenne dalla Cannabis. A differenza dei farmaci normalmente prescritti, la Marijuana è ormai nota per curare totalmente alcuni tipi di carcinomi maligni e altri mali.

“Era il 1973, io e la mia famiglia stavamo attraversando il Nevada in macchina quando un pilota di un piccolo aereo privato trovò divertente volare a bassa quota proprio sopra la nostra testa: piombò sulla nostra macchina facendola uscire fuori strada e facendola rotolare per diversi metri. L’impatto su fortissimo ed io e suo padre pensammo che nostra figlia si fosse rotta l’osso del collo a causa della forte pressione che subì. All’inizio i medici ci dissero che non ebbe subito alcun trauma, invece dopo qualche giorno, cominciò a soffrire di forti attacchi epilettici”, ha raccontato.

“I cinque diversi farmaci che prendeva per tenere sotto controllo l’epilessia non la aiutarono per niente. Valerie a quei tempi, 1974, frequentava un giovane uomo che lesse per caso su un giornale di medicina che la cannabis avrebbe potuto aiutarla. Fu allora che decise di provarla, abbiamo supportato fin da subito la sua decisione e nel giro di tre settimane non ebbe più alcuna crisi”.

Un’amica di mia figlia, Suzy Wouk, mi filmò mentre cucinavo cibo con la Marijuana e il video diventò virale su YouTube. Suppongo che il mio essere così anziana abbia qualcosa a che vedere col fatto che sia diventata tanto popolare, nonostante io non senta affatto l’età che ho! Sono sempre stata di mentalità aperta quindi non ho avuto alcun problema a cucinare con l’erba. Negli anni Settanta abbracciai il pensiero liberale ed alcuni amici, scherzando, dicevano che mi avrebbero incarcerata perché andava contro lo stato e le leggi federali”.

“Io rispondevo sempre “se mi dovessero rinchiudere, che mi mettano in cucina!”. Tornando al discorso, penso di essere stata ripresa quattro volte e intervista molte altre. Poi partecipai al programma “Bong Appetit”, una pietra miliare per il mondo cannabico. Eppure non ho mai fumato neppure una canna nel corso della mia giovinezza, ma ammetto che i miei figli mi chiesero di provare e, nonostante non fossi incline, insistettero finché non accettai. Allora feci giusto una tirata molto leggera e non mi fece alcun effetto”.

Sono due mesi che lavoro a questo reportage e sono due mesi che leggo e sento considerazioni ormai all’ordine del giorno, anzi all’ordine del minuto, restando in silenzio. Mi sono imposto il silenzio su “tutti questi extra-comunitari che ci stanno invadendo”. “Che poi, questi sono più neri di quelli di prima, che a almeno a volte sembravano meridionali”. Perché spesso è questo che si sente nei bus, nei tram o in giro. Un continuo montare di razzismo. Un risorgere di vecchie ideologie ipocritamente nascoste dietro un comunque eccessivo e ingiustificato cinismo individuale. Dicevo, sono due mesi che evito di proferire opinione sulle questioni che riguardano l’Africa e le sue problematiche.

Conosco quei luoghi per aver vissuto direttamente un paio di edizioni della Dakar, conosco il Senegal e la sua capitale, il lac Rose, o lago Retba, che mi porterò sempre nel cuore, ma anche i villaggi di Niaga o Sangalkam, o i centri come Diorga o Cité Saba. Conosco la loro ricchezza culturale e umana, ma altrettanto ho visto con i miei occhi una povertà assurda già ai tempi in cui si diceva che tutto andava bene. Erano i tempi in cui il problema, dicevano, era la Sierra Leone. Non chi la sfruttava e la saccheggiava… Dopo due mesi e l’aiuto prezioso di Piero Mina, torinese che opera come volontario in quei posti attraverso la sua associazione, sono riuscito a rispondere a tutte le frasi che ho ascoltato senza proferire parola.

Non mi importa se qualcuno dissentirà, tantomeno se in tanti continueranno a pensarla a modo loro. Quello che mi importa, nel mio piccolo, è di essere riuscito a portare sul mio blog, in Italia e potenzialmente nel mondo, immagini che ritraggono l’attuale situazione in quei luoghi. Una testimonianza importante, visto che dai quei luoghi non arriva quasi più nessuna informazione neutra. Ritratti di rassegnata disperazione della gente, la paura della vita quotidiana, le fogne a cielo aperto, ciò che resta delle case di tantissime persone, le loro reali condizioni e aspettative di vita. Uscite voi per queste strade, fatevi venire voglia di fare una passeggiata, provate a camminarci di sera o di notte. Provate a pensare che, qui, in questa discarica del mondo dovete anche viverci.

Non è che i giovani senegalesi abbiano un’innata voglia di scappare dalla propria terra. Il problema più grande è che, quella terra, qualcuno l’ha trasformata in una pattumiera. Chi è stato? Gli abitanti dei mondi cosiddetti civilizzati, quella stessa tipologia “signori” che fino a qualche decennio fa inquinavano con sostanze tossiche le nostre montagne e i nostri mari con sversamenti, navi dei veleni e via discorrendo. Le loro spiagge sono ridotte a discariche, a cloache del mondo, e le città o quel che ne resta sono fatiscenti, puzzolenti, malate e misere. Crocevia di malattie. Se non ti ammazza la povertà, ci pensa qualche malattia.

Ma c’è anche di peggio. Il rapporto 2016-2017 di Amnesty International evidenzia come in Senegal ci siano forti limitazioni alle libertà personali, comprese quelle sessuali, e ai diritti civili, come la facoltà di espressione e associazione. La giustizia, secondo Amnesty, è applicata in modo sommario e contribuisce a un grave sovraffollamento delle carceri. Il tasso di natalità è di circa cinque figli per ogni donna e fa sì che la popolazione, negli ultimi quindici anni, sia aumentata di circa il cinquanta percento.

Se a questo si aggiunge che il Paese è uno snodo fondamentale per le partenze verso il deserto del Sahara, anticamera dei porti in Tunisia e in Libia, ben si comprende come, dopo anni trascorsi a vedere passare dal loro Paese gente che insegue il sogno della libertà e del benessere occidentale e non torna più, i più giovani si sono convinti in massa che val la pena rischiare la vita, affrontare il deserto e i suoi pericoli, pur di fuggire via. Via da lì.

Via da un posto che era meraviglioso, che per decine di anni ha ospitato l’arrivo di una delle competizioni motoristiche più famose del mondo, la Paris-Dakar, e che ha fatto sognare intere generazioni che sfogliavano le riviste a colori e ammiravano le foto dei cammelli e delle oasi “conquistate” da piloti e vetture da corsa. Si è detto che le auto inquinano. Certo, mai quanto quello che riesce a fare un uomo a piedi. O comunque senza auto. L’uomo è per definizione il peggior virus che c’è sulla faccia della terra (certo ci sono anche tanti bravi uomini, sempre troppo pochi) e le immagini esclusive che pubblico in questo reportage sono una prova inconfutabile di quanto l’Occidente abbia fatto male all’Africa. Quell’Occidente che oggi non vuole gli africani.

La reale situazione del Senegal è ben nota ai nostri politici, anche a Matteo Salvini, come era nota Matteo Renzi… Sanno tutto e come sempre fanno finta di non sapere. Solo a che a loro, ai politici, interessano solo le questioni politiche e terroristiche, oltre che economiche. Nei cassetti (per nulla segreti) del Senato della Repubblica Italiana esiste il “Dossier numero 19 della Diciassettesima Legislatura”. Non farti ingannare dal nome. Il titolo è: “La realtà dei paesi pilota del Sahel”. Il quinto capitolo si chiama “Senegal”. Cosa c’è scritto? “Gli attacchi terroristici nei paesi del Sahel hanno implicazioni anche per il paese dove ci sono comunque tensioni per i progressi molto lenti sul piano delle riforme, per la corruzione diffusa”.

Ma dopo trenta anni trenta anni di tensioni e violenze, spinte dai separatisti nella regione della Casamance cosa ti aspetti? Esattamente quello che ti mostro. Miseria e distruzione. Si legge nella relazione: “Proprio i recenti attacchi dell’organizzazione fondamentalista Aqim in Burkina Faso e Costa d’Avorio, che mostrano l’intenzione e la capacità del gruppo di agire al di fuori della base tradizionale nel nord del Mali, rappresentano una minaccia per tutti i governi della regione che appoggiano le operazioni francesi di lotta al terrorismo, Senegal compreso”. Avete letto bene? “Appoggiano le operazioni francesi”. Non è così. I francesi fanno i froci col culo degli altri, nello specifico con quello degli abitanti di una loro colonia. Il Senegal non appoggia nulla. Deve appoggiare. Ne va della sua già precaria sopravvivenza.

Da cosa fuggono i senegalesi

La situazione di degrado e miseria a Dakar e nelle vicinanze.

Il Senegal ospita una delle due principali basi militari francesi in Africa e, dopo gli attentati di marzo rivendicati da Aqim, ha preso la decisione di condividere con Burkina Faso, Mali e Costa d’Avorio azioni di intelligence per la lotta al terrorismo. Il Senegal ha anche preso parte alla forza militare di peace-keeping in Mali. Secondo l’Italia, “l’effetto collaterale e indesiderato di un’azione più incisiva di contrasto del terrorismo all’interno del Senegal, in termini di restringimento delle libertà individuali, politiche e di movimento delle persone, potrebbe essere quello di far crescere rabbia e tensioni sociali, mettendo a repentaglio dinamiche tradizionali di spostamento transfrontaliero di persone”. Difficilmente si può avere più rabbia e più tensione. Certo è che se lasciamo che il male generato da interessi politici, religiosi ed economici continui a devastare questi luoghi, non riusciremo ad evitare l’onda lunga della nostra inerzia.

Un fattore chiave che determina l’emigrazione dal Senegal è il degrado ambientale e la mancanza di opportunità di lavoro e di futuro. Le migrazioni interne al Paese sono molto maggiori rispetto a quelle internazionali: in base a i dati del censimento del 2013, i migranti interni che si sono sposati dalle zone rurali a quelle urbane, in particolare, i grandi centri – Dakar su tutti, ma anche altre città che gravitano attorno a Dakar, come Thiès, Diourbel e Kaolack – erano quasi due milioni, mentre i senegalesi emigrati all’estero erano poco più di cento e cinquantacinque mila. Erano. Perché poi la situazione è degenerata e tutti hanno iniziato a scappare. Si salvi chi può. hai presente? Al di là dei numeri ti faccio una domanda: hai mai parlato un con ragazzo che viene dal Senegal? Hai mai avuto il coraggio di chiedergli cosa pensa e cosa sogna mentre guarda ciò che ha intorno a casa sua?

Io ci parlo e li ascolto. Anche spesso. A parte le storie che ho già avuto modo di raccontarti, l’ultimo con cui ho chiacchierato si chiama Abdelaye, di 26 anni. Queste le sue parole: “Ero l’assistente del capo villaggio, ma non guadagnavo nulla. Mi sono indebitato per sopravvivere e poi mi hanno denunciato. Capisci, ero ricercato dalla polizia. La mia unica salvezza era la traversata del Mediterraneo e sono partito a bordo di un autobus verso l’Europa. In Africa non abbiamo niente, lo Stato non mantiene le promesse. Ho parenti e amici in Francia. Stanno bene. Anche io ce la farò. Ho già rischiato di morire più volte, cosa mi fermerà? Non i crampi della fame”.

E intanto, sta in Italia, vive di elemosine e bidoni dell’immondizia e non perde la speranza, perché qui, in queste condizioni disumane, sta già meglio. Ha trovato la sua serenità. A proposito della speranza. I viaggi della speranza, in genere iniziano dalla stazione degli autobus di Tambacounda, città del Senegal a cento e ottanta chilometri dal confine con il Mali, in autobus gran turismo della Diallo Transport. Due giorni e mezzo di viaggio fino ad Agadez, tremila e settecentoventi chilometri attraversando il Sahel, una strada cosparsa di buche, terra rossa e immensi baobab a bordo pista. Un percorso fino a vent’anni fa reso celebre dai piloti della Paris-Dakar. Oggi, invece, trasformatosi nell’inizio della Western Route, come i migranti in viaggio verso l’Europa l’hanno ribattezzata. La più grande sconfitta per il Senegal.

Fotoreportage dal Senegal

 

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