Solo attraverso le storie di vita, ricche e miserabili, si può reintrodurre la dimensione temporale nella corretta analisi sociologica. Le storie sono capaci di stimolare l’immaginazione personale (di chi le raccoglie e di chi le legge) e sociologica, al contrario di ciò che può avvenire se si segue uno schema (magari) di domande predeterminate e con risposte codificate. Questo, in realtà, ce lo insegna la storia. Gli storici, ad esempio, spesso fanno ricorso a testimonianze orali per integrare e correggere le fonti scritte. Quello che è certo è che le condizioni di incertezza e insicurezza che la società contemporanea vive quotidianamente richiedono alle scienze sociali un approfondimento tanto teorico, quanto empirico. Domande sul perché ho deciso di raccontarti, sul mio blog, storie vere di vita vissuta?

Che poi a pensarci bene è da un po’ che non tocco l’argomento sessualità sul mio diario elettronico. In questi anni ci siamo raccontati storie importanti. Curiosità che ci hanno aiutato a comprendere come va il mondo. Anzi, che oggi il mondo va come prima. Solo che tutto è diventato più fluido grazie alla tecnologia. Vuoi sapere cosa c’è nel “piatto” questa volta? Ti rispondo con una domanda provocatoria: e se ti scoprissi lesbica a quarant’anni? Perché a quaranta? Perché mezza vita ti è andata. E vuol dire che per la prima metà del tuo cammino o eri eterosessuale o pensavi di esserlo. E nell’ultimo caso dovevi proprio esserne convinta, al punto sentirti una “femmina Alfa”.

Comunque, a Elizabeth Gilbert – autrice del best-seller “Mangia, prega, ama”, da cui è stato tratto nel 2010 il film con Julia Roberts – è successo. Lei stessa ha confessato di aver tranquillamente lasciato il marito dopo essersi innamorata della sua migliore amica. Il libro altro non è che la sua autobiografia. Racconta del viaggio dell’autrice intorno al mondo dopo aver divorziato dal marito, e di cosa ha scoperto durante i suoi spostamenti. La trentaduenne Elizabeth Gilbert è una donna istruita, ha una casa, un marito ed una carriera di successo come scrittrice.

Ciò nonostante non è felice della propria vita e spesso passa la notte a piangere in bagno. Dopo essersi separata dal marito ed aver iniziato la causa di divorzio, che lui contesta, la donna si imbarca in una relazione di rimpiazzo, che dura per un breve periodo e termina lasciandola ancora più depressa. In seguito, dopo aver scritto un articolo sulle vacanze yoga a Bali, la Gilbert incontra un guaritore di nona generazione, il quale le dice che lei un giorno sarebbe tornata ed avrebbe studiato con lui.

Dopo aver portato a compimento il proprio difficoltoso divorzio, la Gilbert trascorre l’anno successivo a viaggiare per il mondo. Il viaggio viene pagato con l’anticipo percepito dal suo editore per un libro in fase di scrittura. La scrittrice trascorre quattro mesi in Italia, mangiando e godendosi la vita, “Mangia”. Dopo, trascorre tre mesi in India, trovando la propria spiritualità, “Prega”. Infine, termina il proprio viaggio a Bali, Indonesia, in cerca dell’equilibrio fra le due precedenti scoperte, trovando l’amore “Ama” in un fattore brasiliano. Il libro è rimasto nella classifica dei libri più venduti stilata dal The New York Times per centottantasette settimane.

Sulla pagina Facebook della Gilbert è comparso un post che ha ha fatto molto discutere. Elizabeth spiega di essersi innamorata di una scrittrice di origine siriane, Rayya Elias, nel momento in cui alla donna viene diagnosticato un cancro incurabile al pancreas. Credo che sia davvero uno dei coming out più clamorosi della storia. Inevitabilmente, sono tantissimi i messaggi dei fan che l’hanno ringraziata per il suo coraggio e per l’onestà intellettuale dimostrata. “La morte, o la prospettiva della morte, ha il potere di far pulizia di tutto ciò che non è reale. Mi sono resa conto di non voler semplicemente bene a Rayya. Io la amo. E non c’è più tempo per continuare a mentire”. Firmato Elizabeth Gilbert. Il post è diventato virale. Migliaia e migliaia di commenti.

Per tornare alla domanda che ti facevo prima, come vedi, nelle tante variabili della vita, ci si potrebbe scoprire lesbica a quarant’anni o anche più. Tutto normale. Ed è normale che anche il fatto che scoprirsi lesbiche avanti con gli anni, spesso dopo lunghe relazioni, matrimoni e figli, sta diventando un tema di cui si parla sempre più spesso. Vuoi che ti faccia un altro esempio? Cynthia Nixon, la Miranda di Sex and the City, tanto per citarne un’altra di una lunga serie, ha avuto una relazione eterosessuale per ben quindici anni prima di innamorarsi di Christine Marinoni, mentre l’attrice Portia de Rossi è stata sposata con un uomo e poi si è risposata con Ellen DeGeneres. Era il 2008.

Se sei uomo, devi capire che la donna, entrando in un periodo diverso della propria esistenza, spesso esplora la propria identità e la propria sessualità e arriva a metterla in discussione proprio perché inizia a non importargli ciò che pensa di loro la gente. Negli ultimi anni, la maggior apertura verso le cosiddette differenze (ma differente da cosa?) e i vari provvedimenti per la legalizzazione del matrimonio egualitario in molti Paesi del mondo occidentale hanno contribuito a dare alle donne adulte la sensazione di poter vivere la propria sessualità in un modo che fino agli anni Ottanta era inimmaginabile.

Certo c’è ancora tanta strada da fare. Esiste ancora tanto pregiudizio, questo è innegabile. Ma le nuove generazione sono particolarmente inclini a coltivare la fluidità di genere, rifiutando le etichette fisse. “Stiamo finalmente iniziando a riconoscere che la sessualità non è qualcosa né di binario né di fisso. Amore, attrazione, affetto e sesso sono più stratificanti e interessanti di quel che ci era stato insegnato”, ha scritto sul The Guardian Susie Orbach, dopo un matrimonio trentennale e tre figli con lo scrittore Joseph Schwartz. E lo sai in che occasione lo ha scritto? Te lo dico? Quando ha deciso di sposare l’autrice Jeanette Winterson.

PROMEMORIA > Se ti interessa approfondire l’argomento sulla sessualità potresti leggere “Don Marco Bisceglia e l’Arcigay“, “Vita da escort tra chiese e lusso“, “Storie omofobe di cuori feriti“, “Quando il bisessuale s’innamora“, “Stupinigi tra sacro e profano” oppure “Storie di sfruttamento dell’immigrazione“.

Non è mai troppo tardi per fare coming out, e non è mai troppo tardi per trovare l’amore. Holland Taylor, che dovresti ricordare come la Peggy Peabody, la madre miliardaria di Helena Peabody, nonché la signorina Petrie in Debs, in un’intervista ha dichiarato di essere fidanzata con una donna molto più giovane di lei e di pensare al matrimonio. Anna Sale, una giornalista, l’ha intervistata e ha scritto: “Ora a settantadue anni, Holland racconta che senza quel periodo di difficoltà, non sarebbe mai stata in grado di arrivare dov’è adesso: nella prima relazione importante della sua vita.

“È la cosa più bella e straordinaria che mi sia mai accaduta”, racconta Holland, che non ha voluto rivelare l’identità della sua compagna, né ha voluto che la sua sessualità diventasse argomento politico”. In realtà, si sa chi è la sua fidanzata: Sarah Paulson. Secondo la presidente di Stonewall, Jan Gooding, che è stata sposata per quindici anni e che dal marito ha avuto due figli, le donne che cambiano il proprio orientamento sessuale avanti con gli anni tendono a non voler essere etichettate in alcun modo.

“Le persone faticano a credere che io mi sia innamorata di una donna di punto in bianco. Sospettano che lo sapevo e negavo a tutti. A me stessa e al mondo. Eppure è successo. È andata proprio così. Quest’idea che tutti si conoscano a fondo fa molto male ai percorsi individuali”. Succede, le cose cambiano. Succede che una donna, ad un certo punto, inizi ad amare le donne. Come succedeva e succede che un uomo, ad un certo punto, inizi ad amare gli uomini. Come capita che non succeda nulla.

Vero succede proprio di tutto. Non dimenticare che nel 2015 c’è stato anche un caso in cui un campione olimpico, o almeno questo pensavamo che fosse, ha rivelato di essere una donna. Non ti ricordi? Caitlyn Jenner. Fino al 2015 tutti la conoscevano come Bruce Jenner, ex-campione olimpico, nonché tra i protagonisti della famiglia da reality più famosa al mondo: i Kardashian. Poi, tutto ad un trattò, arrivò il coming out. Il suo. Durante una lunga intervista per “ABC News” disse: “Sono una donna”. Ma poi quasi rimangiò l’uscita, anche se ormai la frittata era fatta. Alla fine arrivò la copertina di Vanity Fair a firma di Annie Lieboviz in cui si presentava al mondo col suo nuovo nome e l’identità che aveva sempre desiderato, quella femminile.

Se vuoi puoi acquistare il libro di Elizabeth Gilbert comodamente dal mio blog con le garanzie e la formula soddisfatti o rimborsati di Amazon.

Acquista

Le guerre non finiscono con le tregue e neppure con gli armistizi, ancor di meno con la sconfitta degli avversari. Le guerre sono viaggi che non sono semplici spostamenti. Non sono itinerari affascinanti, ma toccano l’anima. Non sono i luoghi, spesso, gli autentici latori della guerra, ma è un terribile vagare errante tra l’anima impaurita e il paesaggio. Sembrava volermi raccontare questo nonno Luigi, ex partigiano combattente del sud Italia, ex deportato, ex prigioniero. Un superstite, uno dei pochi, della Seconda Guerra Mondiale. Uno dei pochi dell’affondamento della Sinfra. Mi è tornato in mente questo ricordo, per cui ti racconto la storia di un affondamento dimenticato.

Un uomo che aveva visto troppo, che negli occhi esprimeva tutto il suo dolore probabilmente somatizzato. E chissenefrega del fatto che fosse stato insignito dal presidente della Repubblica… Nel suo cuore c’era il tormento. Ricordi tridimensionali sovrapposti tra loro, schiacciati in una piccola scatola cranica. Questo lo aiutava a stupirsi e a meravigliarsi per cose semplici. Diverso era quando la curiosità del nipote (io) cercava di scavare in un’armatura invisibile e impenetrabile che non riusciva a dismettere. Non amava parlare, non gli faceva piacere raccontare. Non voleva ricordare, perché non poteva dimenticare.

“Quando parti per una guerra, dici vado, ma non dici torno”. In un viaggio normale, l’anima parte sempre un po’ dopo. Ma quando vai in guerra, quando vai a vedere morire i tuoi fratelli, per un non motivo (perché non c’è mai un motivo per morire in guerra), l’anima resta intrappolata in quei luoghi. Nonno era sulla Sinfra, nave simbolo di una terribile strage che, per vergogna, si cerca di dimenticare, di tenere lontana. Un incubo che non si vuole ricordare e commemorare. Una vergogna di Stato. Migliaia di militari italiani morti ammazzati mentre cercavano di fuggire dalla Grecia, che improvvisamente era diventata un nemico ostile.

La storia della Sinfra inizia dal suo primo nome, Fernglen. Si tratta di un cargo lungo oltre centoventi metri per viaggi oceanici costruito nel 1929 in Norvegia dall’armatore Fearnley & Eger di Oslo. Nel 1934 passa all’armatore Sandahamn-Sven Salen di Stoccolma, in Svezia, e nel 1939 viene acquisita dalla Companie di Navigation a Vapeur Cyprien Fabre & Cie, di La Ciotat, in Francia. Nel dicembre del 1942 diventa del governo tedesco, che la ribattezza in Sinfra, tramite l’armatore Akers Mekaniske Verksted.

Da questo momento, la storia della Sinfra diventa la storia di una nave piena di migliaia di militari affondata dalle bombe degli alleati britannici il 19 ottobre 1943. Una storia simile a quella della Gaetano Donizetti, in cui il 23 settembre 1943 a Rodi fa mille e settecentontovantasei morti. L’Ardena, che il 27 settembre 1943 a Cefalonia di morti ne fa settecentosettantanove. La Mario Rosselli, che l’11 ottobre 1943 a Corfù deposita oltre mille e trecento cadaveri. O la Maria Amalia, che 13 ottobre 1943 a Cefalonia fa contare più di cinquecento e cinquanta vittime. O la Petrella, nave tedesca, in cui l’8 febbraio 1944 a Creta morirono duemila e seicento persone.

Come i migranti di oggi, anche i militari di allora fuggivano dalla guerra. Fuggivano dalla Grecia e dalle isole egee, a cominciare da Rodi e da Creta. I soldati erano ignari e incoscienti di quel che stava accadendo nel mondo. Non sapevano che l’8 settembre 1943 segnava un punto di non ritorno.  Loro continuavano a fare i soldati. Continuavano a combattere una guerra che non volevano. Che non avevano mai voluto. E così, mentre i comandi militari italiani se la squagliavano senza lasciare ordini, i militari restavano in balia delle rappresaglie degli alleati. L’aviazione inglese “giocava” al bersaglio. Pur di affondare una nave tedesca non lesinava di far morire migliaia di soldati italiani e centinaia di partigiani greci.

Anche allora il mar Egeo diventa un grande cimitero, con decine di navi affondate e migliaia e migliaia di morti italiani. Gli scafisti di ieri erano i soldati tedeschi, assolutamente senza scrupoli: costringevano i militari italiani ad imbarcarsi, sulle cosiddette carrette del mare, ossia navi malandate ed insicure. Lo facevano per liberarsi di loro e conservare qualche boccone in più per i propri connazionali. L’operazione più eclatante ebbe inizio proprio in autunno, quando i tedeschi dovettero trasferire via mare, dopo la resa delle truppe italiane, circa diciassettemila prigionieri italiani. Se avessero potuto ne avrebbero eliminati quanti più possibile.

Per questi trasporti decidono di usare vecchie carrette del mare che venivano stipate di prigionieri oltre ogni limite. Parecchie di queste navi vengono silurate da sottomarini anglo-americani, mitragliate dalle rispettive aviazioni oppure, come nel caso della Oria, scelta per il trasporto dei militari italiani, affondarono alla prima burrasca. Partita l’11 febbraio del 1944 da Rodi e diretta al Pireo aveva a bordo quattromila e quarantasei prigionieri, novanta militari tedeschi e l’equipaggio norvegese. Affondò presso Capo Sounion, colta da una tempesta. Si salvarono ventuno italiani, sei tedeschi ed un greco. Tutti gli altri persero la vita. E la Sinfra? Quella non è una carretta del mare. Al momento dell’affondamento ha poco meno di quindici anni.

Invece, la nave Sinfa arriva nel porto di Heraklion, a Creta, nei primi giorni di ottobre 1943. Da parecchi giorni i convogli ferroviari tedeschi ammassano, presso questa base, materiale bellico proveniente dagli aeroporti limitrofi. Queste bombe sono destinate ad essere sganciate dalla Luftwaffe in nord Africa, ma dopo la vittoria anglo-americana, questo arsenale costituisce un surplus, così come gli stessi aeroporti dell’isola di Creta, che erano di grande valore strategico. Il 19 ottobre il carico di bombe viene completato e la nave è quasi pronta a partire per il Pireo. L’ultima operazione è quella di trasferire il carico “umano” di migliaia di militari internati dai campi di concentramento al porto.

Molti greci erano assemblati sui lati della strada per assistere alla partenza dei soldati italiani. Verso sera il trasferimento viene completato. La Schmeisser Sinfra è una nave da carico senza cabine ed i soldati vengono ammassati nelle stive. I tedeschi permettono soltanto agli ufficiali di rimanere sui ponti aperti usando le poche cabine esistenti sui lati dei corridoi da poppa a prua. Prima del tramonto, i tedeschi consegnano agli ufficiali italiani i giubbotti di salvataggio, che ovviamente non sono sufficienti per tutti. Nessun giubbotto viene consegnato agli uomini nelle stive.

Sulla nave ci sono anche molti tedeschi di passaggio ed anche un piccolo gruppo di partigiani greci, tutti cretesi, destinati ai lager tedeschi. I boccaporti delle stive sono presidiati da sentinelle tedesche armate di maschinenpistole Schmeisser. La nave ha due mitragliatrici, una a prua ed una a poppa, in funzione antiaerea. Il mare è calmo e c’era anche la luna piena. La Sinfra lascia il porto di Heraklion scortata. Nessuna luce è permessa a bordo, per evitare il pericolo d’essere individuati da aerei e da sottomarini nemici. Si può fumare solo nei locali interni.

Alle 23.30 una sentinella tedesca lancia l’allarme. Aerei nemici in arrivo. Fonti tedesche concordano che si trattasse di squadroni di bombardieri B-25 Mitchell della Usa Force e aerosiluranti Bristol Beaufighter della Raf provenienti dal nord Africa e operativi sul Mediterraneo. I ricordi di nonno, quando lo spronavi a ricordare a raccontare erano lucidi, vivi, netti. Aerei che sorvolano sopra la Sinfra. E poi un esplosione. Un boato terribile. Altri superstiti racconteranno che la bomba era entrata dalla ciminiera ed era esplosa all’interno della nave e che molti soldati italiani erano stati intrappolati all’interno nelle stive vicine all’esplosione di cui le scale di accesso erano collassate e crollate.

PROMEMORIA > A proposito di affondamenti, potresti voler approfondire quelli delle navi dei veleni, o navi a perdere. Ti suggerisco i seguenti post: “I segreti di Mare Mostrum“,”Il giallo della motonave Jolly Rosso“, “Cunsky e il mistero radioattivo“, “Rigel un incubo tossico” e “Il mistero del relitto di Cetraro“.

Anche un rapporto trovato negli archivi della Marina Italiana conferma che la bomba attraversò la ciminiera e l’esplosione procurò confusione, panico e terrore nelle stive. Ma c’è di peggio: le sentinelle tedesche che gettarono alcune granate dai boccaporti e poco dopo fecero fuoco con le Schmeisser, quando i prigionieri tentarono di risalire in coperta. Il motore della Sinfra si ferma e la nave comincia ad inclinarsi sul lato dritto. La gente inizia a saltare in mare. Ovviamente, i bombardieri alleati compiono un largo giro intorno al Sinfra, tornano indietro e terminano il loro lavoro.

La nave viene colpita di nuovo e l’incendio si propaga in breve da poppa a prua. La nave di scorta faceva segnali luminosi al Sinfra ma non si avvicinava alla nave bombardata per salvare i naufraghi finiti in mare. La nave non affonda subito e le sentinelle lasciano le postazioni presso le stive aperte. Quello è il momento atteso dai prigionieri sopravvissuti al massacro che si riversano con tutti i mezzi possibili sulla coperta della nave e si gettano in mare. Molti di loro cercano pezzi galleggianti per sostenersi e vincere la stanchezza. Le acque intorno alla nave erano piene di naufraghi che lottavano per rimanere vivi.

Verso le 2.30, il fuoco raggiunge le bombe sistemate nelle stive. Il piroscafo esplode e scompare, inghiottito dal fuoco e dall’acqua. Le lamiere vengono sventrate da una colossale esplosione. La mattina successiva, una flotta di pescherecci greci requisiti dai tedeschi arriva sulla scena del disastro alla ricerca di naufraghi sotto le direttive di un paio di idrovolanti del Settimo Squadrone Salvataggio Marittimo tedesco della nave di scorta. Sembrerà strano, ma c’è anche gente viva in quel mare di morti. Si salveranno oltre cinquecento e venti persone. Tra questi anche il mio eroe, nonno.

Durante le operazioni di recupero e salvataggio dei naufraghi, un gruppo di caccia alleati attacca e distrugge un idrovolante tedesco. Subito dopo l’attacco, i pescherecci decidono di fare rotta verso il porto di Cania. Ad attenderli in banchina ci sono i militari tedeschi che prelevano i naufraghi italiani e li trasferiscono con mezzi pesanti nelle carceri vicine alla città. Gli ufficiali italiani, invece, vengono portati nella prigione di Panaghia dove resteranno quattro settimane prima di essere imbarcate per il Pireo. Il relitto della Sinfra si trova a sette miglia fuori della costa nord occidentale di Creta. Sempre che qualcuno riesca a riconoscerlo.

La prima domanda che ti pongo è: ma come c’è arrivata la pizza a New York? E subito dopo ti chiedo, chi ce l’ha portata? Mi pare giusto ammetterti che amo la pizza, ma voglio che mi venga preparata “alla napoletana” – perché comunque a Napoli è nata la pizza – o che almeno gli assomigli molto. Essendo io una rara specie meticcia mischiata tra piranha e affamato cronico di pizza, poi anche giornalista curioso e da sempre aspirante blogger, stamattina mi sono posto questa domanda. Siccome a Torino piove e non c’è granché da fare ho iniziato la mia ricerca. Ti pareva? Ma chi vuoi che abbia portato la pizza a New York se non un napoletano di nome Gennaro?

Lo so. Vuoi subito sapere chi è, come si chiama, da quale zona di Napoli arrivava… O magari già lo sai. Ma io ti faccio un’altra domanda ancora prima di svelarti questa storia centenaria affascinante e dai contorni Tricolore. Se sei un “pizzaro” come me devi sapere anche questo. Do per scontato che tutti, e che quindi anche tu, sanno che la pizza è stata inventata nel giugno del 1889 dal cuoco Raffaele Esposito (santo subito!) per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia (pizza Margherita), condita con pomodori, mozzarella e basilico, per rappresentare i colori della bandiera italiana. Quindi chiedo: perché pizza napoletana e non altro?

La risposta è multipla ma semplice. Si tratta di una pizza realizzata solo con acqua, sale, lievito madre e farina, ed è fatta lievitare per un minimo di otto ore. Il disco di pasta viene steso esclusivamente con le mani. Tale manipolazione determina lo spostamento dell’aria dal centro verso l’esterno del panetto che resta più gonfio ed in cottura forma il cornicione. I prodotti utilizzati devono essere preferibilmente di origine campana. Pomodoro pelato frantumato a mano e pomodoro fresco tagliato a spicchi, mozzarella di bufala a fettine o fior di latte a listelli. Il formaggio grattugiato si sparge sulla pizza con movimento rotatorio e uniforme, le foglie di basilico fresco sono poste sui condimenti e l’olio extra vergine di oliva viene aggiunto con movimento a spirale.

Se stai pensando: “Quante menate, quante manfrine”. Ti dico subito che non siamo sullo stesso piano di idee, quindi tu continuerai a mangiare le tue pizze con lievito di birra e due ore di lievitazione e io mi godrò le mie pizze col cornicione, in attesa di andarmene a mangiare di nuovo una New York dai familiari di Gennaro. Tanto, prima o poi, ci devo tornare a New York. Al 32 di Spring Street, all’angolo di Mott Street, a Manhattan, New York City, c’è Lombardi’s Pizza. Non so se negli ultimi anni è cambiato qualcosa, se la qualità si è abbassata, di sicuro non poteva elevarsi visto che era già perfettamente perfetta. Scusate la cacofonia, ma rende l’idea.

Come c'è arrivata la pizza a New York?

Una vista esterna del locale a New York.

Nel 1897, Gennaro Lombardi è un immigrato italiano trasferitosi da pochissimo negli Stati Uniti d’America. Lo conoscono già in molti perché ha inaugurato un negozio negli Usa, un piccolo panificio nella Little Italy di New York, dove insieme ad un suo dipendente, Antonio “Totonno” Pero, anche lui immigrato italiano, inizia a produrre “torte al pomodoro” da vendere ai clienti. La loro pizza diventa popolare e Lombardi non ci pensa due volte e in un Paese in cui da sempre vince la meritocrazia e non il lobbismo: apre la prima pizzeria americana. Tieniti forte. Siamo nel 1905 e si chiama semplicemente Lombardi.

Sebbene Gennaro fosse influenzato dalle “torte di Napoli”, è costretto ad adattare la pizza agli americani, ai loro standard e alle loro regole. Non è l’ennesimo artista che, pur di fare soldi a palate, rinuncia alla sua unicità. Anzi, crea il capolavoro. Ma prima di arrivarci ci impiegherà un po’. E sbaglierà anche, come tutti. Lombardi sostituisce i forni a legna e la mozzarella di bufala con forni a carbone e fior di latte, e così, per “colpa” sua, inizia l’evoluzione della “torta” americana. Nel 1924, “Totonno” lascia la pizzeria Lombardi e segue le linee metropolitane di New York in espansione fino a Coney Island, a Brooklyn. Lì aprirà Totonno, nel 1924.

Questo slideshow richiede JavaScript.

PROMEMORIA > Questa storia fa il “paio” con “Crisi da marke(t)ting e storie di volontà”, un’altra divertente storia di successi italiani in America.

Nel 1984, il figlio di Gennaro, George, chiude l’originale Lombardi, che riapre solo dieci anni dopo a un isolato di distanza, dove si trova attualmente, al numero 32 di Spring Street, gestito da Gennaro Lombardi III, nipote di Gennaro Lombardi, e dal suo amico di infanzia John Brescio. Purtroppo, questo cambiamento di ubicazione e una pausa di dieci anni non permettono alla “Lombardi’s Pizza di poter essere considerata la più antica pizzeria (ininterrotta) d’America, che risulta Papa’s Tomato Pies a Trenton, nel New Jersey, che però ha aperto nel 1912 e non si è mai fermata. Ma è certamente la prima pizzeria documentata dalla storia. Quella che inventò la pizza a New York.

Dunque, ecco com’è arrivata la pizza a New York. E i newyorkesi impazziscono per la pizza. Un amore nato, quindi, più di un secolo fa, quando questo giovane immigrato napoletano aprì la prima pizzeria nella capitale economica degli Usa. Il vizio del panettiere che ama preparare la pizza per i suoi connazionali dal forno a carbone della sua bottega, però, gli ha consentito di creare un impero economico che ancora oggi è gettonatissimo. Da allora, dopo più di cento anni di storia e un cambio di gestione, la pizzeria Lombardi è ancora lì, nel cuore di Little Italy. Ora il forno è di nuovo a carbone e la pizza non è la torta americana. Lì sventola ancora il tricolore col cornicione croccante.

Voglio regalarti un’altra curiosità. Una simpatica “chicca” sul comportamento tipico degli italiani del dopoguerra. Sì, perché solo nel dopoguerra la pizza arriva finalmente in Italia. “Come i blue jeans e il rock and roll, il resto del mondo, compresi gli italiani, ha preso in considerazione la pizza solo perché era americana”, ha raccontato il critico gastronomico John Mariani, autore di ” How Italian Food Conquered the World. Ed è vero. Inventata a Napoli per la regina, snobbata e ignorata dagli italiani, ma ripresa in considerazione perché adorata in America.