Alzi la mano chi pensa che il lavoro, inteso come mondo, come universo variegato in cui capita davvero di tutto e nel quale molti di noi trascorrono oltre un terzo della propria esistenza, non influenzi la società e i suoi comportamenti. Nessuno alzerà la mano. Si pensi come le periodiche crisi economiche, foriere di crisi occupazionali, lacerano e deteriorano le relazioni sociali che sono alla base della vita collettiva. Scontato che le difficoltà che, sia gli organismi politici e sia quelli economico-produttivi, incontrano nel risolvere la disoccupazione è causata da una scorretta considerazione delle risorse umane nell’ambito del progetto che dovrebbe rilanciare le attività economiche. Il lavoro e la retribuzione sono stati “stracciati” e da sempre molte aziende, ma soprattutto lo Stato, tentano di regolamentarli come credono. Non è un caso se, sin dall’inizio, il lavoro viene studiato dalle #scienze sociali, come sociologia, politica, diritto ed economia, e anche dalle quelle astratte e naturali, fisica e geografia. Il lavoro, oltre ad essere un’attività produttiva regolamentata dalla legge, è prima di tutto un servizio utile e indispensabile che si rende ai membri di una società civile, e prevede la concessione sistematica al pubblico di un bene in cambio di un altro, spesso in forma di compenso monetario, ma non sempre.

Sembra consolidarsi sempre più la tratta e lo sfruttamento dei minori, a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro. Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri, e che sempre più avviene al chiuso: si stima per esempio che lo sfruttamento sessuale indoor, all’interno cioè di appartamenti, sia tre volte quello su strada, il che rende le giovani vittime irraggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo. Storie di sfruttamento dell’immigrazione.

Ma anche la strada spesso non garantisce più la visibilità dello sfruttamento, perché sono sempre più sofisticate le strategie di assoggettamento messe in atto dagli sfruttatori che hanno scoperto la forza del controllo tra “pari”, avvalendosi dei minori stessi per esercitare il controllo sui loro coetanei: minori così due volte vittime, costretti a “passare dall’altra parte”, quella del controllo, per sopravvivere. Ad accomunare molti dei minori vittime o a rischio di tratta e sfruttamento, è un retroterra di marginalità sociale e povertà: è il caso delle ragazze nigeriane e dei minori rumeni, anche Rom, coinvolti in accattonaggio o prostituzione.

Forte e rilevante può essere anche il ruolo delle famiglie che spingono i figli a lasciare il paese d’origine e a venire in Italia alla ricerca di lavoro, come nel caso dei minori egiziani, tra i più a rischio di finire in circuiti di sfruttamento lavorativo o di attività illegali. La tratta al fine di sfruttamento sessuale dei minori, sia femmine che maschi, si conferma un fenomeno stabile, addirittura in crescita secondo alcuni operatori e sempre più nascosto e all’interno di luoghi chiusi, come appartamenti, anche se resiste lo sfruttamento e la prostituzione in strada.

Sfruttamento sessuale di minori maschi

Sono tanti i ragazzi del nord Africa che si danno alla prostituzione.

La prostituzione maschile appare un fenomeno in consolidamento, anche se a periodi caratterizzati da una notevole presenza di minori su strada, si alternano periodi in cui la loro presenza sembra svanire. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i quindici e diciotto anni. Risultano essere di recente arrivo e con un vissuto legato alla strada.

Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini.  Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I primi in genere finiscono nel “mercato del sesso” per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno.

Un operatore di Save the Children, riservatamente, racconta: “I minorenni maschi coinvolti in attività sessuale, esercitano anch’essi in luoghi distinti dagli altri contesti prostituivi, si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Tale pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come “affitto”: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente”.

E poi aggiunge: “Questi minori, vengono intercettati dalle Unità di strada, ma ancora più spesso dalle forze di Polizia che li fermano in concomitanza di piccoli reati connessi alla prostituzione, borseggio e piccole rapine. Inoltre, in alcuni casi sono essi stessi degli “sfruttatori in erba” delle giovanissime connazionali, che cedono ad altri sfruttatori o alle quali chiedono delle percentuali per la protezione necessaria all’esercizio su strada”.

PROMEMORIA > Se vuoi leggere l’intervista al giovane escort gay che, tra i clienti, ha anche un prete che lo paga con le offerte dei fedeli, leggi “Vita da escort tra lusso e chiese“.

Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio

Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex-Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. In diminuzione rispetto agli anni passati il coinvolgimento di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa Subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame.

Alcune delle adolescenti Rom sono madri e mendicano con i neonati in braccio. Alcuni minori, una minima parte, oltre alle attività di accattonaggio, possono essere vittime di sfruttamento sessuale, o coinvolti in piccoli furti e borseggi. Sebbene l’accattonaggio sembri più comune tra bambini e minori che sono arrivati in Italia con le famiglie, è attestato anche il coinvolgimento di minori stranieri non accompagnati. Non è raro poi il caso di minori sfruttati dai propri familiari o da conoscenti in varie zone d’Italia. Non siamo in presenza necessariamente di tratta, ma di sfruttamento caratterizzato da sofferenze fisiche e psicologiche, isolamento e scarsa frequenza scolastica a causa delle lunghe ore trascorse sulla strada, dove i minori sono anche più esposti ad abusi e alla delinquenza.

Le regioni dell’Italia centrale e settentrionale, grandi città come Roma, Milano e Napoli, ma anche città satelliti, come Latina e Caserta, o centri più piccoli come Palermo, Chieti, Pescara sono le aree e i luoghi dove è più documentato il fenomeno dell’accattonaggio minorile: con ragazzini che chiedono l’elemosina o suonano uno strumento musicale in cambio di qualche spiccio sui mezzi pubblici, in prossimità delle stazioni, o con bambini o adolescenti fuori dai centri commerciali e ai semafori dove chiedono qualche euro per lavare i vetri o vendono rose. Un fenomeno tuttavia in decrescita, secondo alcuni esperti consultati durante una ricerca svolta, soprattutto negli ultimi anni nei centri metropolitani. Per esempio, si è di molto ridotto il numero di ragazzi marocchini coinvolti in attività di accattonaggio nelle città del nord, numerosi fino a qualche anno fa.

PROMEMORIA > Potrebbe interessarti l’approfondimento dell’argomento “sfruttamenti sul lavoro”. In tal caso, prendi in considerazione la lettura di “Storie di ordinario sfruttamento“.

Storia di Wala, 17 anni, egiziana

Wala ha appena diciassette anni, ha sul volto l’ingenuità di una bambina, ma dentro è già donna, quasi mamma. È incinta di dieci settimane quando decide di sporgere denuncia contro i propri sfruttatori. È arrivata in Italia dalla Romania, dopo essere stata venduta dalla sua famiglia. Per trecento euro i genitori l’hanno consegnata ad un gruppo di connazionali che prima l’hanno fatta prostituire in una città del nord Europa e poi l’hanno rivenduta ad una banda che l’ha trasferita in Abruzzo.

Il lavoro in strada era durissimo, la violenza una certezza quotidiana, i suoi guadagni andavano tutti agli sfruttatori. Wala una notte ha deciso di scappare. Non sapeva a chi chiedere aiuto ma era determinata a riprendersi la sua libertà. Dopo una notte di fuga finalmente si è fermata per riposare sulla spiaggia di una nota località abruzzese. Era stanca, confusa e riportava evidenti segni di violenza quando un passante si è fermato e le ha chiesto se aveva bisogno di aiuto. Con lui che è arrivata in questura e la polizia l’ha inviata presso l’associazione On the Road. Wala è ospitata e protetta in una casa di accoglienza.

Storia di Alaba, 16 anni, nigeriana

Alaba è di Lagos e quando può va a far visita al fratello che vive a Benin City a “Passaga House”, la casa dei poveri. È lì che conosce la sua futura sfruttatrice. La donna propone ad Alaba di andare in Europa per lavorare ma non specifica il tipo di lavoro. La parola prostituzione viene pronunciata soltanto durante il rito voodoo al quale Alaba viene sottoposta. Davanti a quello che la sfruttatrice chiama “lo stregone”, Alaba deve giurare che pagherà trentacinquemila euro per le spese del suo viaggio e permanenza in Europa. Lo stregone, nel corso del rito, dice che per pagare quella cifra, Alaba dovrà prostituirsi e minaccia ritorsioni sulla sua famiglia nel caso in cui parli con qualcuno della sua situazione. Il viaggio è un’esperienza durissima e interminabile: la ragazza impiega quattro mesi per arrivare da Benin City al Marocco dove resterà bloccata per un anno in attesa di essere imbarcata per l’Italia.

In Marocco subisce ripetute violenze. Le viene fornito un cellulare e il recapito telefonico della persona da contattare all’arrivo in Italia. Si imbarca con alcune decine di migranti e viaggia per una notte intera. Fa molto freddo, alcuni compagni di viaggio muoiono e vengono gettati in mare. All’arrivo in Italia arrivano i soccorsi ma anche la “madame”, la connazionale che la costringerà a prostituirsi. Alaba lavora per circa tre mesi sulle strade di Verona, terrorizzata dalle urla della sfruttatrice e dalle possibili conseguenze del rito voodoo. Poi, con l’incoraggiamento di un’amica, decide di fuggire. Riesce a contattare il fratello il quale le fornisce il numero di telefono di una conoscente che vive a Macerata e che la ospiterà finché Alaba non troverà accoglienza in una comunità per minori.

Storia di Mahipati, 16 anni, indiano

Ragazzi nordafricani si offrono (o offrono) nei pressi di un mercato a Roma.

Mahipati è un ragazzino che fa il lavavetri al semaforo. Ha sedici anni, ne dimostra dodici. Ha a malapena i baffi. È originario del Bangladesh. Viveva a Palermo, per strada, mentre al semaforo offriva agli automobilisti di lavare il parabrezza. Mahipati ha raccontato di essere fuggito dalla comunità per minori in cui era stato portato dalle forze dell’ordine, perché non si trovava bene.

Ha detto che gli era stata data la possibilità di lavorare presso l’autofficina di un amico del responsabile della comunità, ma guadagnava pochissimo per molte ore di lavoro: lavorava anche dieci ore al giorno e veniva pagato saltuariamente poche decine di euro. Aveva la sensazione che non tutto lo stipendio arrivasse a lui. Mahipati non vuole più tornare in comunità.

Preferisce stare con i suoi connazionali e tenere per sé i guadagni di una dura giornata di lavoro. Gli operatori lo hanno informato dei rischi dello sfruttamento e delle opportunità di protezione che possono essere a lui garantite nel tentativo di convincerlo a rientrare in una nuova comunità alloggio per minori che garantisca standard adeguati di accoglienza. Ma lui, testardamente, rifiuta. Dice che preferisce persino prostituirsi. E infatti, inizia a vivere di espedienti.

Storia di Hakim, 16 anni, egiziano

Hakim è un ragazzo egiziano, di Alessandria, ha sedici anni, ma l’infanzia gli è stata strappata. Con la promessa di un brillante futuro alcune persone hanno proposto ai suoi genitori di mandarlo in Italia. È sbarcato sulle coste siciliane di notte e, subito dopo, è stato portato e rinchiuso in un casolare insieme ad altri connazionali. Ha dovuto telefonare a casa e chiedere ai genitori altri soldi per il viaggio. Hakim ed altri ragazzi, in piccoli gruppi, sono stati portati in tre grandi città: Roma, Milano e Torino. Arrivato a Milano Hakim è stato costretto a vivere in un piccolo appartamento con altri connazionali.

Dormivano in sette in una stanza. Lavorava di notte al mercato ortofrutticolo guadagnando tra i venti e gli ottanta centesimi a bancale, a secondo che il suo datore di lavoro fosse un connazionale o un italiano. Per entrare nel mercato era costretto a scavalcare i cancelli, rischiando di farsi male. Durante il giorno restava chiuso in casa. Un giorno è riuscito a scappare di casa e per strada ha incontrato un operatore, un volontario. La fortuna vuole che il ragazzo sia egiziano come lui. Hakim si sfoga, gli racconta tutto, piangendo. Ora Hakim vive in una comunità per minori, ha un permesso di soggiorno e studia per prendere il diploma.

Storie di ordinario sfruttamento. Quando ho visto questa foto, mi è subito venuto in mente che mi capitava e mi capita sovente di leggere sui mezzi d’informazione o di sentir parlare titolari e amministratori di aziende, quelli che i napoletani non a caso definiscono “i managgér”, che lamentano di non trovare quasi mai le risorse giuste da inserire nella propria squadra e di essere costretti a continui cambi di personale.

Questo non è adatto a quel tipo di lavoro, a quello manca la grinta, l’altro non si impegna a sufficienza, quell’altro ancora non ha bisogno di lavorare, un altro non è determinato. Poi, per curiosità, domando le reali possibilità di guadagno offerte ad un profilo da poco inserito oppure da inserire e… Indovinate un po’? Si materializzano tutte le storie al limite del disumano raccontate da amici e conoscenti. Appunto, storie di ordinario sfruttamento.

Quando va bene, vengono proposti compensi al limite della sopravvivenza, minacce, ricatti, e turni da dodici o tredici ore al giorno con un’ora di pausa pranzo (che se poi la salti è meglio), preferibilmente con contratto part-time, senza reali e oggettive prospettive di crescita economica. Con la scusa della crisi, la tendenza è il risparmio che rasenta l’accattonaggio. Si cerca di comprare professionalità a basso costo, con la presunzione di dire successivamente che le persone non hanno voglia di lavorare o che non mettono passione in ciò che fanno.

“Dovrebbero ringraziarmi e invece…”, “io li ho creati…”, mordono la mano che li nutre e mille altri deliri di onnipotenza e onniscienza. Da qui, prima con la scusa dei co.co.co, poi dei “cocode”, poi con quella degli stagisti e ora con il JobsAct (alias una “scopa nel culo”), gli interminabili turnover, continui annunci per la ricerca di personale e quant’altro. Potrei capire l’inserimento di un profilo junior, tenendo conto che quando il dipendente maturerà professionalmente, cercherà la crescita economica, com’è giusto che sia. Certo, ci sono anche persone che puntano alla carriera e che sono disposte ad essere sottopagate.

Levatemi tutto (anche lo stipendio) ma non il mio titolo, magari in inglese, sul biglietto da visita in carta patinata lucida e stampato in quadricromia… Però, c’è un esercito di professionisti, seri, preparati, capaci, orientati al risultato, che sono in grado di contribuire e non poco alla crescita di un business, a riorganizzarlo, alla formazione di un gruppo e molto altro. Bisognerebbe essere consapevoli dell’importante contributo che possono offrire ed evitare di guardarli come un costo.

Perché il punto è proprio questo: risparmiare sulle risorse umane è un errore. Oggi, il dipendente perfetto deve avere 18 anni d’età, 36 anni di esperienza lavorativa alle spalle e costare non più di 15 euro al giorno. E chissenefrega se la storia ci insegna che è una strategia sbagliata: i fallimenti si contano ogni giorno. Un vero professionista non “svenderà” mai la propria professionalità e se ciò dovesse accadere, certo che non farà il vostro interesse, ma il proprio.

PROMEMORIA > Se vuoi sapere come il lavoro può influenzare le tendenze sociali e quale ruolo può svolgere in una società civile ed evoluta, clicca qui.

Sottopagati e “scalatori”

L’annuncio della nascita dello Statuto dei Lavoratori.

E quelli che sono disposti a lavorare sottopagati? Stanno male, si fanno venire il fegato marcio, ma non si lamentano, per evitare di sentirsi dire dai colleghi (magari sottoposti ad ammortizzatore sociale) che sono dei vermi. Sono quelli che vengono inseriti nelle redazioni dei giornali a poco più di 10 euro a pagina, una al giorno “sette-giorni-su-sette” e le foto e i video li fai tu. Già i video.

C’è anche il sito internet, che però diventa volontariato. “…Visto che ci sei, fai anche un video per il sito internet…”. Gli “scalatori sociali” sono quelli che vivono con mamma e papà, ai quali raccontano di essere diventati manager product o menate varie, e vanno a fare i porta a porta truffando la povere gente e sognando di fottere anche i loro capi.

Anche loro poveri, se si considera che le provvigioni, quando vengono riconosciute, sono bassissime e il compenso fisso promesso dopo le prime sei ore di assunzione è diventato una chimera. A proposito dei porta a porta. Ricordate le recenti truffe dei finti dipendenti dell’Enel?

Quei ragazzotti carini e ben vestiti che pur di entrare in possesso del codice clienti scritto sulla bolletta avrebbero venduto l’anima? Il codice clienti è quel banale numero che consente di poter sottoscrivere nuovi contratti per la fornitura dell’energia elettrica all’insaputa dell’utente. Una truffa bella e buona. Fino a qualche tempo fa il sistema era semplice: si spacciavano per incaricati Enel e proponevano un nuovo contratto.

Per farlo chiedevano una vecchia bolletta per dimostrare, conti alla mano, la convenienza della propria proposta. Fin qui niente di strano. Fra l’altro nella maggior parte dei casi questi venditori non si mostravano particolarmente insistenti. Il perché è presto detto: a loro bastava vedere la bolletta. Da lì, utilizzando il codice cliente (in teoria noto al solo utente), potevano sottoscrivere un nuovo contratto (all’insaputa del consumatore) sul quale il venditore riscuoteva la provvigione. Il sistema per un po’ ha funzionato, e c’è chi prova ancora a utilizzarlo.

Ma il passaparola tra utenti fregati con quel sistema aveva cominciato a diffondersi, e il contatto diretto tra venditore e consumatore presentava rischi crescenti: non sono mancate denunce. La fantasia dei truffatori non conosce limiti, ed ecco che per un trucco scoperto se ne inventa un altro. Non più visite porta a porta per chiedere la bolletta.

Del resto la stessa Enel avvisa sulle sue lettere di non inviare incaricati o di fare transazioni al domicilio dell’utente. Allora basta una telefonata. Chiamano a casa della famiglia presa di mira e, spacciando la possibilità di fantasmagorici sconti, chiedono la lettura di una bolletta qualsiasi, facendosi dare anche qui il “numerino magico”, ossia il codice utente. Se si trattasse davvero di una chiamata di Enel, dovrebbe essere già in possesso di chi telefona. O no?

Porta a porta no grazie

Sempre più specchio di una realtà che dovrebbe incutere paura, Facebook, attraverso una delle sue pagine, ti fa imbattere nella testimonianza di una ragazza: “Vorrei esporre in maniera anonima la mia esperienza. Chiedo l’anonimato perché ho intenzione di provare a procedere legalmente per più di un torto che ritengo di aver subito, ma non ho ancora parlato con nessun avvocato, né denunciato l’accaduto. Era da tempo che cercavo lavoro finché mio padre un giorno mi diede un numero di telefono. Un’azienda che cercava personale”.

“Decido di telefonare, ma durante l’arco della telefonata non mi dissero esattamente di cosa si trattava. Fissato il colloquio vado nell’ufficio e parlo con il titolare, dicendo che cercava sia una segretaria sia gente esterna, non spiegando bene l’utilizzo che ne avrebbe fatto all’esterno. Parla di un fisso di 800 euro per il primo mese, e di oltre 1000 euro successivamente. Mica male di questi tempi. Gli lascio il curriculum e dopo qualche giorno mi chiama e mi dice di andare il lunedì per la giornata di prova”.

“Arriva il giorno fatidico, mi presento puntuale e dopo pochi minuti io ed altre due selezioni andiamo in macchina con il trainer, quando in realtà il titolare aveva detto che sarei rimasta in ufficio. Dopo che il trainer offre la colazione, parcheggia la macchina e ci fa vedere il lavoro. Un porta a porta. Giuro, dire che ero delusa era poco. Alla fine della giornata torno in ufficio, faccio il test e lo passo e vengo presa”.

“Dopo quasi una settimana firmo la lettera d’assunzione, o meglio la lettera d’incarico per il porta a porta. Mi hanno licenziata dopo 29 giorni: sono stati furbi a licenziarmi il giorno prima che facessi il mese, così non mi hanno dato il fisso. Tutti i giorni sveglia alle 6 del mattino, per essere in ufficio alle 8. Addirittura una volta sono arrivata con 10 minuti di ritardo e non mi hanno aperto la porta dell’ufficio”.

“Io sono uscita e me ne sono andata in giro, in zona. Dopo un po’ mi ha chiama il trainer e io gli ho chiesto: “Ma cos’è, volete licenziarmi?”. E lui mi dice di no. Con l’agenzia per fortuna non ho più niente a che fare, ovviamente ho preso una miseria, 100 euro a marzo e 37 euro ad aprile. Mai e poi mai più un lavoro così. Anzi, non è nemmeno un lavoro, è puro e proprio sfruttamento”.

Il problema è che questo tipo di sfruttamento è autorizzato da leggi che tutelano solo l’imprenditore e permettono questo far west. Dicono che l’imprenditore si espone al richio d’impresa. Non è vero. Ormai con la semplicità con cui si accede alla cassa integrazione e ai contratti di solidarietà o al fallimento (spesso pure concordato), il rischio d’impresa è una barzelletta. Tanto è tutto a carico della comunità. Sì, quella fatta da gente strozzata dalle tasse, sfrattata dalle case quando rimane sul lastrico… Quello della ragazza che ha raccontato del porta a porta per 137 euro in un mese e 29 giorni non è un caso fortuito, se in men che non si dica ci si può imbattere in un’altra significativa testimonianza.

Il gruppo famoso

“Vi racconto la mia esperienza con un gruppo famoso, “Gruppo P***e” nel quale mi sono imbattuto per caso in un centro commerciale. Erroneamente indotto a credere che lavorassero direttamente per un noto brand di telefonia e desideroso di lavorare, ho lasciato i miei dati e dopo qualche giorno sono stato contattato. Mi presento al colloquio dove vengo accolto dal direttore della filiale locale che fa un monologo su quanto questo lavoro sia flessibile, dinamico, motivante, improntato alla crescita personale e, soprattutto, meritocratico. E poi si guadagna bene. Addirittura puoi scegliere quanto guadagnare, a seconda dei contratti che farai. Comunque, non preoccuparti, c’è pur sempre un fisso di 400 euro. E me lo scrive su un foglio che ancora conservo, hai visto mai…”.

“Il giorno successivo firmo un mandato di collaborazione in bianco e comincio a lavorare. Dovevo stare nella galleria commerciale, fermare la gente e cercare di portarla alla postazione Flexi dove, il mio store manager, li avrebbe sapientemente convinti a sottoscrivere un contratto. I primi giorni, infatti, non conoscevo il prodotto e non potevo presentarlo da solo, poiché non mi era stata fatta nessuna formazione. Dopo avermi mandato in prova all’interno di un punto vendita Mediaworld, sono tornato sul flexi dove ogni tanto cambiavano lo store manager”.

“Nel frattempo, continuavano a fare colloqui ogni giorno e vedevo passare tanti ragazzi e ragazze che resistevano al massimo una settimana e poi, magicamente, sparivano per le più svariate motivazioni. Verso la fine del mese, lo store manager di turno mi dice che sono indietro e devo recuperare, altrimenti niente stipendio. Come? Esatto, niente fisso. Solo provvigioni sui contratti attivati, non sottoscritti, entro una data del mese successivo e il pagamento a 60 giorni. Sempre che si raggiunga la quota da loro stabilita…”.

“Poiché per andare a lavorare impiegavo oltre mezz’ora con la mia auto, rimettendoci benzina e tempo, il gioco sembrava non valesse la candela. Decido comunque di darmi un altro mese di tempo, durante il quale subisco persino una serie di aggressioni verbali da parte di uno store manager, che mi insulta toccando anche la mia sfera personale. Ingoio il rospo per quieto vivere. Nel mentre, trovo un lavoro vicino casa”.

“A fine mese vado via ma non lo dico a nessuno e continuo a lavorare come nulla fosse. Due giorni prima di andarmene – il preavviso, come da contratto – lo comunico al mio responsabile che, per tutta risposta, mi dice di restituire il cartellino e andarmene immediatamente, dandomi dell’ingrato irrispettoso nei confronti dell’azienda e delle persone che mi avevano accolto e aiutato come fossero benefattori”.

PROMEMORIA > Se vuoi scoprire i dettagli della storia sulla giornalista calabrese sospettata di essere una terrorista bombarola, potresti leggere “Giornalista sì, terrorista no“.

Cosa non si scopre…

Incuriosito da queste e altre mille storie simili, ho deciso di infiltrarmi “indirettamente” in una di queste aziende a struttura piramidale, parola che odiano visto che questa pratica è vietata dalla legge. L’ho fatto a Torino. Oltre a confermare le situazioni raccontate, due delle quali avete appena letto, reputo importante lasciarvi alcuni punti di riflessione. È fondamentale capire i retroscena di determinate situazioni lavorative, altrimenti si corre il rischio di avere un quadro parziale e non sufficientemente stupefacente.

Ci sono le “feste-premiazioni” che sono obbligatorie per tutti. Si tengono una volta al mese e si fanno balletti aziendali, si ascoltano discorsi motivazionali e il solito ritornello dei soldi a palate, quando il direttore ha detto che un ragazzo avrebbe guadagnato uno stipendio che un laureato neppure potrebbe sognare… Il tutto condito da una buona dose di alcool, generosamente offerto dalla cara azienda. Chi non si presenta alla festa è un ingrato e viene cacciato via in malo modo, senza se e senza ma.

Poi c’è il concetto di “meritocrazia”, ovvero un parolone di cui si riempiono la bocca questi cosiddetti leader senza conoscerne il significato. Un po’ come quando parlano di rispetto. I colleghi, all’inizio, ti aiutano ma, in fondo, è pur sempre una guerra a chi si accaparra un contratto. Una guerra tra poveri, comunque. Nella loro catena alimentare tutti i nuovi entrati e i non raccomandati sono un’insalata. Poi c’erano i colleghi “anziani” e poi ancora gli store manager che guadagnano percentuali sulle provvigioni dei sottoposti.

Senza dimenticare i gruppi WhatsApp, sui quali ogni giorno si postano le foto dell’arrivo allo stand e si forniscono prove fotografiche dei contratti fatti con metodi quasi mai trasparenti. I toni usati dai direttori sono, per usare un eufemismo, minacciosi anche se solo dimentichi di rispondere a una qualsiasi domanda. Per lo più, quelle che forniscono una scelta sono: “Venite alla festa stasera, sì o sì? Se non venite stasera, state a casa anche domani”.

Appena uno viene cacciato, viene subito rimosso dal gruppo dove i soliti “motivatori” scrivono che chi non ha voglia di lavorare fa la stessa fine. Gli adepti delle sette sataniche hanno più personalità di questo branco di replicanti. L’accesso ai profilo personali, dai quali potreste controllare lo stato di lavorazione dei vostri contratti, spesso resta magicamente avvolto nel mistero per mesi. Se riuscite ad accedervi, significa che stanno per mandarvi via…

In ogni caso, quando riuscirete a controllare, scoprirete anomalie su molti contratti attivati e mai inseriti sotto il vostro codice. Volatilizzati. I compensi per un mese di lavoro variano dai 130 ai 160 euro. Quando riuscite a farvi pagare… Non sono violento per natura, ma voi dite che questa gente non andrebbe presa a sprangate nelle rotule? Sappiate che la legge, addirittura, li difende…

Questa è la storia delle rapine che cambiarono Torino. Sì, Torino, che da capitale del Regno d’Italia si riscopre città sovversiva, madre di gruppi terroristici come le Brigate Rosse, nate dalle lotte sindacali e dalla voglia di vendicare (attraverso la strategia del terrore) gli eccessi dei padroni e la totale mancanza di diritti che tutelassero la classe operaia. A ben vedere, prima ancora che i brigatisti si riunissero e iniziassero a colpire, sempre a Torino, esisteva una banda di criminali dedita alle rapine, che venivano commesse per contrastare il disagio sociale. La Banda Cavallero, si chiamava così perché ereditò il cognome del capo del gruppo, operò tra Milano e tutta la provincia di Torino in una serie di rapine compiute a partire dal 1963.

I rapinatori si formarono a #Torino, in un bar di corso Vercelli, nel quartiere periferico e da sempre problematico di Barriera di Milano (ancora oggi una delle polveriere sociali di Torino nord). Tutto ebbe inizio all’interno di una piola (tipica trattoria torinese), che si trovava vicino Piazza Crispi, tra corso Novara e corso Vercelli. Una partita a carte, pane e salame, barbera sfuso a buon prezzo e quattro parole. Esatto, quattro chiacchiere tra amici, un progetto, la voglia di portarlo a compimento.

L’argomento delle chiacchierate era la #politica, lo sfruttamento e la rivoluzione. Uno di loro – magro, alto, con il viso scavato e gli incisivi prominenti – che molti chiamano Denti di lupo possiede un grande ascendente sugli altri. È colto e carismatico. Usa sempre frasi ad effetto: “Se in una vetrina vedi qualcosa che ti piace e non puoi permettertelo, allora spacca la vetrina e prendilo. Non è un furto, ma un esproprio proletario. E lo sapete che cos’è un esproprio proletario? Il primo atto di una rivoluzione!”.

Il problema di quegli anni non era la fame, ma più semplicemente il desiderio di giustizia sociale, reso ancor più sentito dall’immigrazione”. Queste furono le parole che Pietro Cavallero, il capo della banda, lasciò in eredità nelle deposizioni dopo il suo arresto. La Banda Cavallero, fortemente politicizzata, simpatizzava per Lenin, ma in realtà guardava con grande ammirazione all’anarchia nichilista, a Gaetano Bresci e al criminale anarchico francese Ravachol (François Koenigstein).

Quella usata dalla Banda Cavallero era una tecnica ben collaudata e di conseguenza immutabile. Si rubava un’auto poco prima della rapina, in genere una Millecento o un’Alfa Romeo, meglio se Giulia, proprio come quelle in uso alla Polizia dell’epoca. Si entrava a sorpresa in banca, si terrorizzavano le persone con spari in aria, uno dei componenti saltava sul bancone e arraffava il malloppo. Poi, minacce e fuga. Il tutto in soli tre minuti. E i tre minuti non solo per nulla causali.

Il primo colpo avviene l’8 aprile 1963, a Torino. La banca presa di mira è quella del quartiere Mirafiori, che si trova in via Onorato Vigliani, l’Agenzia numero 19 dell’Istituto San Paolo. La seconda rapina avviene dopo un periodo di “raffreddamento”. È il 22 gennaio 1964. La banda Cavallero prende di mira l’Agenzia numero 14 del Credito Italiano, in piazza Rivoli, all’angolo di corso Trapani.

Tutto si svolge in circa tre minuti. La scena è surreale: Fiat Millecento nera con motore acceso, rapinatori camuffati con sciarpe e cerotti, armi in pugno e una particolarità che depisterà a lungo le indagini. Chi parla ha l’accento tedesco. Il termine è sempre lo stesso: “Achtung, a terra subito. Tutti!”. Anche nelle successive rapine si farà uso di termini tedeschi, a volte francesi. La banda Cavallero, per la sua modalità di azione, legata a questa particolare strategia, rappresenta un mutamento nella cosiddetta criminalità organizzata. Una sorta di evoluzione in grado di sfidare la polizia anche sotto l’aspetto strategico e comunicativo.

La spavalderia dei componenti è indescrivibile, se è vero come è vero che arrivano a divulgare alle agenzie bancarie una sorta di vademecum nel quale si suggerisce il comportamento da adottare per aver salva la pelle in caso di rapina. Come l’obbligo “morale” di consegnare un milione di lire per ogni impiegato presente. Torino è solo lo scenario iniziale delle rapine del gruppo armato che, messo sotto pressione delle forze dell’ordine, ad un certo punto decide di spostarsi su Milano, dove prosegue con l’attività criminosa. Dopo Milano si torna in Piemonte, spavaldi e prepotenti, sempre per depistare gli investigatori.

I rapinatori della banda Cavallero si sentono invincibili e ideano la ormai tristemente famosa tripletta: tre rapine consecutive in un breve raggio. Mentre la polizia accorre alla prima banca, loro già sono all’interno della seconda e così via. Dopo qualche anno di scacco alla polizia, le rapine rivoluzionarie del gruppo si trasformano in violente scorribande che seminano terrore. L’ultima viene messa a segno lunedì 25 settembre 1967 quando, alle 15.20, tre banditi entrano con le pistole spianate nell’agenzia 11 del Banco di Napoli, in largo Zandonai a Milano. Un quarto complice li attende in auto con il motore acceso. L’azione è veloce e il bottino cospicuo: dodici milioni di lire. Un impiegato riesce a dare l’allarme e, da quel momento, si scatena l’inferno. Dopo aver svaligiato la banca, per trenta minuti i quattro rapinatori seminano morti e feriti lungo le vie cittadine.

I criminali fuggono a bordo di una Fiat 1100 D rubata. Durante l’inseguimento la banda ha ripetuti scontri a fuoco con le pantere della polizia e spara anche su dei passanti inermi. Sull’asfalto restano tre morti – Virgilio Odoni, fattorino di una cartiera, Giorgio Grossi, studente di appena 17 anni, Franco De Rosa, napoletano emigrato, colpito mentre era a bordo della sua 600 multipla – e più di dieci feriti. Alle 16, quando viene messa la parola fine sul pomeriggio di fuoco, oltre ai morti rimane una dozzina di feriti tra i passanti, automobilisti e agenti, alcuni molto gravi, come il piccolo Maurizio Taddei e il maresciallo Giacomo Siffredi.

Un paio di giorni dopo la sparatoria, muore anche Roaldo Piva, un invalido di guerra ammalato di cuore, che durante quel tragico pomeriggio aiuta gli agenti a catturare Adriano Rovoletto, il cassiere della banda, con ancora in mano la borsa di plastica contenente i 6 milioni e 750 mila lire rubati alla banca. Il suo cuore non regge all’emozione e alla fatica. Il loro destino era ormai segnato. Rovoletto, l’unico catturato dalla polizia, confessa i nomi dei complici. Il secondo a cadere è Donato Lopez, l’autista, poco più di un ragazzo, arrestato a Torino.

Restano in libertà per qualche giorno in più – ma con le loro foto segnaletiche pubblicate in prima pagina su tutti i giornali – il capo banda Pietro Cavallero e il suo vice Sante Notarnicola. Per catturarli si mette in atto una formidabile caccia all’uomo che tiene tutt’Italia con il fiato sospeso, fino all’alba del 3 ottobre 1967, quando cinquecento carabinieri circondano un casello ferroviario abbandonato vicino a Valenza Po, in provincia di Alessandria. Dentro si nascondono i due rapinatori: l’informazione era arrivata da un commerciante della zona che li aveva riconosciuti quando erano andati ad acquistare delle provviste nel suo negozio.

I militari fanno irruzione e li sorprendono nel sonno. “Tu chi sei?”, domanda un carabiniere puntando il mitra ad uno dei due. “Sante Notarnicola, bandito”, risponde l’altro. I due si arrendono senza tentare la minima reazione e quando arrivano a Milano in manette sorridono sprezzanti ai flash dei fotografi. Otto mesi dopo, da quella terribile vicenda, il regista Carlo Lizzani trae un film, Banditi a Milano, con Gian Maria Volonté nei panni di Cavallero.

Una sorta di instant movie, ma che all’epoca entra di diritto come uno dei primi cosiddetti film del genere poliziesco. Al processo che si tiene in Corte d’Assise a Milano, nove mesi dopo la cattura della banda, Lopez viene condannato, per la sua giovane età, a 12 anni e 7 mesi di reclusione. Per gli altri tre rapinatori la sentenza di condanna prevede l’ergastolo. Come da accordi precedentemente presi fra i tre, alla lettura della sentenza gli imputati si alzano in piedi per intonare la canzone “Figli dell’officina”.

Anni dopo Pietro Cavallero, convertitosi al cattolicesimo, sconfessa il suo passato chiedendo perdono delle sue malefatte. Durante la sua detenzione (in cui fu più volte oggetto di pestaggi e violenze di vario genere), si dedica alla pittura (organizzando mostre per beneficenza) e alla stesura di vari scritti. Una volta uscito dal carcere, nel 1988 si avvicina alla fede cattolica. “Tu dai uno schiaffo, l’altro ti perdona. E allora capisci veramente tutto il male fatto: ti senti sconfitto. Nel Vangelo ho ritrovato le mie aspirazioni alla giustizia sociale. La religione si basa sul presupposto che l’uomo può cambiare, può crescere, e questo combatte l’ostacolo più grande alla redenzione, che è il sentirsi inchiodati al proprio ruolo di malvagio”, disse.

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Da uomo libero passa il resto della sua vita aiutando gli emarginati presso il centro Sermig di Torino. Muore di cancro nel gennaio del 1997, lasciando diversi dipinti e un libro intitolato “Ti voglio bene”. E gli altri componenti di questa spietata banda? Sante Notarnicola diventa un agitatore contro il sistema carcerario, si dichiara “detenuto politico” e resta uno degli ergastolani più contestatori d’Italia.

Al punto che le Brigate Rosse, quando durante il sequestro Moro chiedono allo Stato la liberazione dei prigionieri rivoluzionari in cambio della liberazione di Aldo Moro, inseriscono Sante Notarnicola all’inizio dell’elenco dei detenuti politici da liberare. Tornato libero – il pugliese, diplomato con la quinta elementare, ex segretario della Fgci di Biella, ex venditore ambulante di fiori, ex facchino – si trasferisce a Bologna, dove gestisce un’osteria nel centro della città. Adriano Rovoletto – partigiano, figlio di un operaio, apprendista falegname, abitante alle Case Snia di Corso Vercelli – che era l’autista della banda, muore il 20 febbraio 2015 al Centro Traumatologico Ortopedico di Torino.

Notarnicola ha 79 anni ed è gravemente malato. In realtà, va detto che originariamente la Banda Cavallero è composta da cinque persone. Infatti, oltre a Cavallero, Notarnicola, Lopez e Rovoletto, nel gruppo di rapinatori c’è anche Danilo Crepaldi, morto nel 1966 in un incidente aereo. Da questa vicenda è stato tratto nel 1968 il film Banditi a Milano di Carlo Lizzani con Gian Maria Volontè nei panni del Cavallero, Don Backy nei panni del Notarnicola, Ray Lovelock nei panni del Lopez, Ezio Sancrotti nei panni del Rovoletto e Tomas Milian in quelli del commissario Basevi. Una storia di  rapinatori sospesi tra la rivoluzione e il sogno di una vita borghese, che nel frattempo mettono a segno le rapine che cambiarono Torino.