La storia della morte di Riccardo Magherini: film già visto

Riccardo Magherini era una ex promessa del calcio, della Fiorentina, padre di un figlio. Muore in circostanze per arresto cardiaco la notte del 3 marzo del 2014 mentre i carabinieri lo tengono bloccato a terra e qualcuno lo prende a calci. Ti pare un film già visto. Ti ricorda Federico Aldrovandi, dici? Riccardo è morto per ‘asfissia posturale’ mentre gridava: “Aiuto, aiuto, sto morendo… Ho un figlio…”. Durante quella notte di marzo del 2014, Magherini correva, per le strade di Firenze in preda al panico. Aveva paura di morire. E alla fine è morto fra le mani di tre carabinieri. Riccardo, che in quel momento ha 39 anni, e da poco si è separato dalla moglie Rosangela vive in affitto in una stanza a borgo San Frediano. Quella notte di domenica 3 marzo esce a cena con degli amici. Pare sereno. Passeggiando, gli monta la paura che qualcuno vuole ucciderlo.

La paura diventa terrore. Incontrollabile. Paranoia. Follia quando il taxi che lo sta accompagnando a casa non svolta nella strada da lui indicata. Si getta fuori dall’auto e urla “Aiuto, aiuto”. Piomba in una pizzeria del quartiere San Frediano, sottrae lo smartphone a un cameriere e scappa via. Urla. Chiede aiuto. Si imbatte in due carabinieri che lo fermano. Lui si agita. Arrivano rinforzi. Molti residenti sentono le urla. Finestre e balconi si illuminano. In molti si affacciano alle finestre, alcuni cominciano a riprendere la scena con il cellulare. C’è qualcosa che non va. Un video confermerà che i militari lo ammanettano a terra e gli sferrano calci nell’addome. Uno di loro è a cavalcioni su di lui, che urla disperato: “Vi prego, ho un figlio”.

I minuti passano. Riccardo sta sempre peggio. Poi arriva un’ambulanza senza medico. Allora ne arriva una seconda. Riccardo è già morto. Non c’è più nulla da fare. Si sa, i problemi restano sempre ai vivi. Da questo momento in poi, la famiglia Magherini si trova a vivere un dramma. Anzi, uno psicodramma. Prima il trauma pazzesco dell’apprendere di aver perso il figlio che era in ottima salute e non aveva mai dato segnali di malessere, poi lo choc di apprendere che la sua morte sarebbe avvenuta per “intossicazione da cocaina e per asfissia”. Non è così, ma questa è la terribile spiegazione che viene data loro all’inizio. Poi scopriranno le circostanza quantomeno misteriose in cui è deceduto il povero Riccardo, che è tutto pieno di ecchimosi e lividi. Ecco, questo è il punto di non ritorno.

Come si è causato tutti quei lividi Riccardo Magherini? Chi glieli ha causati? Ne ha dappertutto, anche sulla faccia. Il torace di Magherini è stato schiacciato sull’asfalto. Gli è stato impedito di respirare. Succede nove anni dopo la morte di Federico Aldrovandi, un altro uomo innocente e incensurato nelle mani dei carabinieri diventa un caso. Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Aldrovandi e della famiglia Cucchi assume l’incarico di parte civile. Le foto e i video parlano chiaro e mostrano un corpo martoriato. Finiscono persino al Senato. La vicenda viene denunciata dal presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Dopo un anno, l’inchiesta per omicidio colposo individua sette indagati: i carabinieri Stefano Castellano, Davide Ascenzi, Agostino Della Porta e Vincenzo Corni, oltre alle tre volontarie della Croce Rossa intervenute quella notte.

Inizia anche il processo e, in primo grado, arriva la condanna, confermata poi in appello: “otto mesi per cooperazione in omicidio colposo” per i carabinieri. Nessuna responsabilità viene riconosciuta alle volontarie della Croce Rossa. I giudici riconoscono che le manovre di contenimento di Riccardo hanno contribuito al decesso, ma non si dà peso ai calci sferrati, mentre invece il povero Riccardo Magherini era ammanettato e letteralmente inoffensivo. Dopo la sentenza del 2017, l’avvocato Anselmo chiede l’annullamento della sentenza stessa e un nuovo processo per omicidio preterintenzionale a carico dei carabinieri. Si chiede un processo “che contempli l’evento morte come conseguenza del reato di percosse”. Secondo te, cos’è successo? Il dramma della famiglia Magherini diventa una via crucis.

Caso Magherini: l’assoluzione e la Corte europea

Si va davanti alla Corte di Cassazione che, il 21 novembre scorso, assolve i militari dell’arma. Esatto. Assolti in Cassazione “perché il fatto non costituisce reato”. Per buona norma le sentenze non si commentano. I tre carabinieri accusati della morte di Magherini non devono rispondere di omicidio. Né colposo né preterintenzionale. Ma ti pare normale che una persona in preda ad un attacco venga fermata, atterrata, presa a calci e consegnata morta all’ambulanza? Francamente a me no. Quindi, pur non discutendo la sentenza della Corte di Cassazione italiana, non riesco a non pensare che Riccardo muore chiedendo aiuto mentre è bloccato a terra dai carabinieri, che lo prendono anche a calci. Ma si può fare un fermo come quello? Ti pare una cosa normale? A me no. L’ho già detto. Ma non posso fare a meno di ripeterlo.

Poco prima ho parlato di morte in circostanze misteriose. A Magherini il massaggio cardiaco viene praticato con le manette ai polsi perché i carabinieri non trovavano la chiave delle manette che loro stessi gli hanno messo. Quegli stessi carabinieri che stanno sopra di lui e non permettono ai volontari dell’ambulanza di avvicinarsi. Pretendono l’intervento di un medico e, così, fanno trascorrere altro tempo. Riccardo sta male e muore. I militari sostengono da sempre di non essersi accorti che Riccardo stesse così tanto male. Sta di fatto che arrivati sul posto in cui Riccardo è inginocchiato a terra, perché chiamati dagli abitanti che sentono le richieste di aiuto, consegneranno un cadavere al medico arrivato su richiesta loro. La situazione, in realtà, degenera non con il primo gruppo di militari, bensì quando arriva la seconda pattuglia, tra l’altro non chiamata da nessuno.

Vogliono portarlo in caserma e lo ammanettano. Riccordo muore. Due condanne, in primo e in secondo grado, e infine l’assoluzione con formula piena da parte della massima istituzione giudiziara nazionale. Finito tutto? ma neppure a pensarci. La famiglia Magherini decide di portare il caso all’esame della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, ma non hanno i soldi. “Venderò tutto pur di dare giustizia a Riccardo”, dice il padre dopo la sentenza della Cassazione. Nasce una raccolta fondi in solidarietà alla famiglia, lanciata dalla giornalista Giulia Innocenzi. Ormai, la morte di Riccardo è diventata una battaglia di civiltà e quindi di tutti. Riccardo Magherini è morto chiedendo aiuto e urlando “Sto morendo!”. Bloccato a terra, preso a calci dai carabinieri. Aveva le manette ai polsi. Non poteva fare male ad una mosca.

Nella requisitoria il sostituto procuratore generale, Felicetta Marinelli, aveva spiegato che: “Se i carabinieri lo avessero messo in posizione eretta, avrebbero permesso i soccorsi e con elevata probabilità la morte non si sarebbe verificata”. Lo stavano arrestando e avevano l’obbligo di tutelarlo. Dieci testimoni diversi, sentiti separatamente, riferiscono di numerosi calci al fianco dell’uomo sferrati da un carabiniere. Un altro carabiniere schiaccia il petto di Riccardo col ginocchio sulla schiena. Magherini urla che non riesce a respirare: “Sto morendo”. Dal momento in cui viene immobilizzato fino all’arrivo dell’ambulanza trascorrono dodici minuti. Tantissimo per una persona che non riesce a respirare. Infatti sviene e poi muore. Muore circa cinque minuti prima dell’arrivo del soccorso medico, mentre il suo corpo è ancora schiacciato a terra dalla pressione del corpo del carabiniere.

Il video della morte di Riccardo Magherini

Storia di un affondamento dimenticato

Le guerre non finiscono con le tregue e neppure con gli armistizi, ancor di meno con la sconfitta degli avversari. Le guerre sono viaggi che non sono semplici spostamenti. Non sono itinerari affascinanti, ma toccano l’anima. Non sono i luoghi, spesso, gli autentici latori della guerra, ma è un terribile vagare errante tra l’anima impaurita e il paesaggio. Sembrava volermi raccontare questo nonno Luigi, ex partigiano combattente del sud Italia, ex deportato, ex prigioniero. Un superstite, uno dei pochi, della Seconda Guerra Mondiale. Uno dei pochi dell’affondamento della Sinfra. Mi è tornato in mente questo ricordo, per cui ti racconto la storia di un affondamento dimenticato.

Un uomo che aveva visto troppo, che negli occhi esprimeva tutto il suo dolore probabilmente somatizzato. E chissenefrega del fatto che fosse stato insignito dal presidente della Repubblica… Nel suo cuore c’era il tormento. Ricordi tridimensionali sovrapposti tra loro, schiacciati in una piccola scatola cranica. Questo lo aiutava a stupirsi e a meravigliarsi per cose semplici. Diverso era quando la curiosità del nipote (io) cercava di scavare in un’armatura invisibile e impenetrabile che non riusciva a dismettere. Non amava parlare, non gli faceva piacere raccontare. Non voleva ricordare, perché non poteva dimenticare.

“Quando parti per una guerra, dici vado, ma non dici torno”. In un viaggio normale, l’anima parte sempre un po’ dopo. Ma quando vai in guerra, quando vai a vedere morire i tuoi fratelli, per un non motivo (perché non c’è mai un motivo per morire in guerra), l’anima resta intrappolata in quei luoghi. Nonno era sulla Sinfra, nave simbolo di una terribile strage che, per vergogna, si cerca di dimenticare, di tenere lontana. Un incubo che non si vuole ricordare e commemorare. Una vergogna di Stato. Migliaia di militari italiani morti ammazzati mentre cercavano di fuggire dalla Grecia, che improvvisamente era diventata un nemico ostile.

La storia della Sinfra inizia dal suo primo nome, Fernglen. Si tratta di un cargo lungo oltre centoventi metri per viaggi oceanici costruito nel 1929 in Norvegia dall’armatore Fearnley & Eger di Oslo. Nel 1934 passa all’armatore Sandahamn-Sven Salen di Stoccolma, in Svezia, e nel 1939 viene acquisita dalla Companie di Navigation a Vapeur Cyprien Fabre & Cie, di La Ciotat, in Francia. Nel dicembre del 1942 diventa del governo tedesco, che la ribattezza in Sinfra, tramite l’armatore Akers Mekaniske Verksted.

Da questo momento, la storia della Sinfra diventa la storia di una nave piena di migliaia di militari affondata dalle bombe degli alleati britannici il 19 ottobre 1943. Una storia simile a quella della Gaetano Donizetti, in cui il 23 settembre 1943 a Rodi fa mille e settecentontovantasei morti. L’Ardena, che il 27 settembre 1943 a Cefalonia di morti ne fa settecentosettantanove. La Mario Rosselli, che l’11 ottobre 1943 a Corfù deposita oltre mille e trecento cadaveri. O la Maria Amalia, che 13 ottobre 1943 a Cefalonia fa contare più di cinquecento e cinquanta vittime. O la Petrella, nave tedesca, in cui l’8 febbraio 1944 a Creta morirono duemila e seicento persone.

L’affondamento dimenticato della Sinfra

Come i migranti di oggi, anche i militari di allora fuggivano dalla guerra. Fuggivano dalla Grecia e dalle isole egee, a cominciare da Rodi e da Creta. I soldati erano ignari e incoscienti di quel che stava accadendo nel mondo. Non sapevano che l’8 settembre 1943 segnava un punto di non ritorno.  Loro continuavano a fare i soldati. Continuavano a combattere una guerra che non volevano. Che non avevano mai voluto. E così, mentre i comandi militari italiani se la squagliavano senza lasciare ordini, i militari restavano in balia delle rappresaglie degli alleati. L’aviazione inglese “giocava” al bersaglio. Pur di affondare una nave tedesca non lesinava di far morire migliaia di soldati italiani e centinaia di partigiani greci.

Anche allora il mar Egeo diventa un grande cimitero, con decine di navi affondate e migliaia e migliaia di morti italiani. Gli scafisti di ieri erano i soldati tedeschi, assolutamente senza scrupoli: costringevano i militari italiani ad imbarcarsi, sulle cosiddette carrette del mare, ossia navi malandate ed insicure. Lo facevano per liberarsi di loro e conservare qualche boccone in più per i propri connazionali. L’operazione più eclatante ebbe inizio proprio in autunno, quando i tedeschi dovettero trasferire via mare, dopo la resa delle truppe italiane, circa diciassettemila prigionieri italiani. Se avessero potuto ne avrebbero eliminati quanti più possibile.

Per questi trasporti decidono di usare vecchie carrette del mare che venivano stipate di prigionieri oltre ogni limite. Parecchie di queste navi vengono silurate da sottomarini anglo-americani, mitragliate dalle rispettive aviazioni oppure, come nel caso della Oria, scelta per il trasporto dei militari italiani, affondarono alla prima burrasca. Partita l’11 febbraio del 1944 da Rodi e diretta al Pireo aveva a bordo quattromila e quarantasei prigionieri, novanta militari tedeschi e l’equipaggio norvegese. Affondò presso Capo Sounion, colta da una tempesta. Si salvarono ventuno italiani, sei tedeschi ed un greco. Tutti gli altri persero la vita. E la Sinfra? Quella non è una carretta del mare. Al momento dell’affondamento ha poco meno di quindici anni.

Invece, la nave Sinfa arriva nel porto di Heraklion, a Creta, nei primi giorni di ottobre 1943. Da parecchi giorni i convogli ferroviari tedeschi ammassano, presso questa base, materiale bellico proveniente dagli aeroporti limitrofi. Queste bombe sono destinate ad essere sganciate dalla Luftwaffe in nord Africa, ma dopo la vittoria anglo-americana, questo arsenale costituisce un surplus, così come gli stessi aeroporti dell’isola di Creta, che erano di grande valore strategico. Il 19 ottobre il carico di bombe viene completato e la nave è quasi pronta a partire per il Pireo. L’ultima operazione è quella di trasferire il carico “umano” di migliaia di militari internati dai campi di concentramento al porto.

Molti greci erano assemblati sui lati della strada per assistere alla partenza dei soldati italiani. Verso sera il trasferimento viene completato. La Schmeisser Sinfra è una nave da carico senza cabine ed i soldati vengono ammassati nelle stive. I tedeschi permettono soltanto agli ufficiali di rimanere sui ponti aperti usando le poche cabine esistenti sui lati dei corridoi da poppa a prua. Prima del tramonto, i tedeschi consegnano agli ufficiali italiani i giubbotti di salvataggio, che ovviamente non sono sufficienti per tutti. Nessun giubbotto viene consegnato agli uomini nelle stive.

La Sinfra viene sventrata e cala a picco

Sulla nave ci sono anche molti tedeschi di passaggio ed anche un piccolo gruppo di partigiani greci, tutti cretesi, destinati ai lager tedeschi. I boccaporti delle stive sono presidiati da sentinelle tedesche armate di maschinenpistole Schmeisser. La nave ha due mitragliatrici, una a prua ed una a poppa, in funzione antiaerea. Il mare è calmo e c’era anche la luna piena. La Sinfra lascia il porto di Heraklion scortata. Nessuna luce è permessa a bordo, per evitare il pericolo d’essere individuati da aerei e da sottomarini nemici. Si può fumare solo nei locali interni.

Alle 23.30 una sentinella tedesca lancia l’allarme. Aerei nemici in arrivo. Fonti tedesche concordano che si trattasse di squadroni di bombardieri B-25 Mitchell della Usa Force e aerosiluranti Bristol Beaufighter della Raf provenienti dal nord Africa e operativi sul Mediterraneo. I ricordi di nonno, quando lo spronavi a ricordare a raccontare erano lucidi, vivi, netti. Aerei che sorvolano sopra la Sinfra. E poi un esplosione. Un boato terribile. Altri superstiti racconteranno che la bomba era entrata dalla ciminiera ed era esplosa all’interno della nave e che molti soldati italiani erano stati intrappolati all’interno nelle stive vicine all’esplosione di cui le scale di accesso erano collassate e crollate.

Anche un rapporto trovato negli archivi della Marina Italiana conferma che la bomba attraversò la ciminiera e l’esplosione procurò confusione, panico e terrore nelle stive. Ma c’è di peggio: le sentinelle tedesche che gettarono alcune granate dai boccaporti e poco dopo fecero fuoco con le Schmeisser, quando i prigionieri tentarono di risalire in coperta. Il motore della Sinfra si ferma e la nave comincia ad inclinarsi sul lato dritto. La gente inizia a saltare in mare. Ovviamente, i bombardieri alleati compiono un largo giro intorno al Sinfra, tornano indietro e terminano il loro lavoro.

La nave viene colpita di nuovo e l’incendio si propaga in breve da poppa a prua. La nave di scorta faceva segnali luminosi al Sinfra ma non si avvicinava alla nave bombardata per salvare i naufraghi finiti in mare. La nave non affonda subito e le sentinelle lasciano le postazioni presso le stive aperte. Quello è il momento atteso dai prigionieri sopravvissuti al massacro che si riversano con tutti i mezzi possibili sulla coperta della nave e si gettano in mare. Molti di loro cercano pezzi galleggianti per sostenersi e vincere la stanchezza. Le acque intorno alla nave erano piene di naufraghi che lottavano per rimanere vivi.

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Verso le 2.30, il fuoco raggiunge le bombe sistemate nelle stive. Il piroscafo esplode e scompare, inghiottito dal fuoco e dall’acqua. Le lamiere vengono sventrate da una colossale esplosione. La mattina successiva, una flotta di pescherecci greci requisiti dai tedeschi arriva sulla scena del disastro alla ricerca di naufraghi sotto le direttive di un paio di idrovolanti del Settimo Squadrone Salvataggio Marittimo tedesco della nave di scorta. Sembrerà strano, ma c’è anche gente viva in quel mare di morti. Si salveranno oltre cinquecento e venti persone. Tra questi anche il mio eroe, nonno.

Durante le operazioni di recupero e salvataggio dei naufraghi, un gruppo di caccia alleati attacca e distrugge un idrovolante tedesco. Subito dopo l’attacco, i pescherecci decidono di fare rotta verso il porto di Cania. Ad attenderli in banchina ci sono i militari tedeschi che prelevano i naufraghi italiani e li trasferiscono con mezzi pesanti nelle carceri vicine alla città. Gli ufficiali italiani, invece, vengono portati nella prigione di Panaghia dove resteranno quattro settimane prima di essere imbarcate per il Pireo. Il relitto della Sinfra si trova a sette miglia fuori della costa nord occidentale di Creta. Sempre che qualcuno riesca a riconoscerlo.

Come c’è arrivata la pizza a New York

La prima domanda che ti pongo è: ma come c’è arrivata la pizza a New York? E subito dopo ti chiedo, chi ce l’ha portata? Mi pare giusto ammetterti che amo la pizza, ma voglio che mi venga preparata “alla napoletana” – perché comunque a Napoli è nata la pizza – o che almeno gli assomigli molto. Essendo io una rara specie meticcia mischiata tra piranha e affamato cronico di pizza, poi anche giornalista curioso e da sempre aspirante blogger, stamattina mi sono posto questa domanda. Siccome a Torino piove e non c’è granché da fare ho iniziato la mia ricerca. Ti pareva? Ma chi vuoi che abbia portato la pizza a New York se non un napoletano di nome Gennaro?

Lo so. Vuoi subito sapere chi è, come si chiama, da quale zona di Napoli arrivava… O magari già lo sai. Ma io ti faccio un’altra domanda ancora prima di svelarti questa storia centenaria affascinante e dai contorni Tricolore. Se sei un “pizzaro” come me devi sapere anche questo. Do per scontato che tutti, e che quindi anche tu, sanno che la pizza è stata inventata nel giugno del 1889 dal cuoco Raffaele Esposito (santo subito!) per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia (pizza Margherita), condita con pomodori, mozzarella e basilico, per rappresentare i colori della bandiera italiana. Quindi chiedo: perché pizza napoletana e non altro?

La risposta è multipla ma semplice. Si tratta di una pizza realizzata solo con acqua, sale, lievito madre e farina, ed è fatta lievitare per un minimo di otto ore. Il disco di pasta viene steso esclusivamente con le mani. Tale manipolazione determina lo spostamento dell’aria dal centro verso l’esterno del panetto che resta più gonfio ed in cottura forma il cornicione. I prodotti utilizzati devono essere preferibilmente di origine campana. Pomodoro pelato frantumato a mano e pomodoro fresco tagliato a spicchi, mozzarella di bufala a fettine o fior di latte a listelli. Il formaggio grattugiato si sparge sulla pizza con movimento rotatorio e uniforme, le foglie di basilico fresco sono poste sui condimenti e l’olio extra vergine di oliva viene aggiunto con movimento a spirale.

Come c'è arrivata la pizza a New York?

Una vista esterna del locale a New York.

Se stai pensando: “Quante menate, quante manfrine”. Ti dico subito che non siamo sullo stesso piano di idee, quindi tu continuerai a mangiare le tue pizze con lievito di birra e due ore di lievitazione e io mi godrò le mie pizze col cornicione, in attesa di andarmene a mangiare di nuovo una New York dai familiari di Gennaro. Tanto, prima o poi, ci devo tornare a New York. Al 32 di Spring Street, all’angolo di Mott Street, a Manhattan, New York City, c’è Lombardi’s Pizza. Non so se negli ultimi anni è cambiato qualcosa, se la qualità si è abbassata, di sicuro non poteva elevarsi visto che era già perfettamente perfetta. Scusate la cacofonia, ma rende l’idea.

Nel 1897, Gennaro Lombardi è un immigrato italiano trasferitosi da pochissimo negli Stati Uniti d’America. Lo conoscono già in molti perché ha inaugurato un negozio negli Usa, un piccolo panificio nella Little Italy di New York, dove insieme ad un suo dipendente, Antonio “Totonno” Pero, anche lui immigrato italiano, inizia a produrre “torte al pomodoro” da vendere ai clienti. La loro pizza diventa popolare e Lombardi non ci pensa due volte e in un Paese in cui da sempre vince la meritocrazia e non il lobbismo: apre la prima pizzeria americana. Tieniti forte. Siamo nel 1905 e si chiama semplicemente Lombardi.

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Pizza: da Napoli a New York, o viceversa?

Sebbene Gennaro fosse influenzato dalle “torte di Napoli”, è costretto ad adattare la pizza agli americani, ai loro standard e alle loro regole. Non è l’ennesimo artista che, pur di fare soldi a palate, rinuncia alla sua unicità. Anzi, crea il capolavoro. Ma prima di arrivarci ci impiegherà un po’. E sbaglierà anche, come tutti. Lombardi sostituisce i forni a legna e la mozzarella di bufala con forni a carbone e fior di latte, e così, per “colpa” sua, inizia l’evoluzione della “torta” americana. Nel 1924, “Totonno” lascia la pizzeria Lombardi e segue le linee metropolitane di New York in espansione fino a Coney Island, a Brooklyn. Lì aprirà Totonno, nel 1924.

Nel 1984, il figlio di Gennaro, George, chiude l’originale Lombardi, che riapre solo dieci anni dopo a un isolato di distanza, dove si trova attualmente, al numero 32 di Spring Street, gestito da Gennaro Lombardi III, nipote di Gennaro Lombardi, e dal suo amico di infanzia John Brescio. Purtroppo, questo cambiamento di ubicazione e una pausa di dieci anni non permettono alla “Lombardi’s Pizza di poter essere considerata la più antica pizzeria (ininterrotta) d’America, che risulta Papa’s Tomato Pies a Trenton, nel New Jersey, che però ha aperto nel 1912 e non si è mai fermata. Ma è certamente la prima pizzeria documentata dalla storia. Quella che inventò la pizza a New York.

Dunque, ecco com’è arrivata la pizza a New York. E i newyorkesi impazziscono per la pizza. Un amore nato, quindi, più di un secolo fa, quando questo giovane immigrato napoletano aprì la prima pizzeria nella capitale economica degli Usa. Il vizio del panettiere che ama preparare la pizza per i suoi connazionali dal forno a carbone della sua bottega, però, gli ha consentito di creare un impero economico che ancora oggi è gettonatissimo. Da allora, dopo più di cento anni di storia e un cambio di gestione, la pizzeria Lombardi è ancora lì, nel cuore di Little Italy. Ora il forno è di nuovo a carbone e la pizza non è la torta americana. Lì sventola ancora il tricolore col cornicione croccante.

Voglio regalarti un’altra curiosità. Una simpatica “chicca” sul comportamento tipico degli italiani del dopoguerra. Sì, perché solo nel dopoguerra la pizza arriva finalmente in Italia. “Come i blue jeans e il rock and roll, il resto del mondo, compresi gli italiani, ha preso in considerazione la pizza solo perché era americana”, ha raccontato il critico gastronomico John Mariani, autore di ” How Italian Food Conquered the World. Ed è vero. Inventata a Napoli per la regina, snobbata e ignorata dagli italiani, ma ripresa in considerazione perché adorata in America.