Serial killer

C’è assassino e assassino: tutte le tipologie di serial killer

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

I criminologi e le istituzioni come l’FBI identificano diversi tipi di assassini seriali. In generale, i serial killer sono classificabili in due grandi categorie: assassino seriale organizzato e assassino seriale disorganizzato. Un’altra classificazione in parte indipendente riguarda invece le motivazioni specifiche dell’omicida. Gli assassini seriali possono essere anche classificati in differenti categorie in base alle motivazioni che li spingono a uccidere, cioè al “movente” dei delitti.

L’assassino organizzato è un uccisore lucido, spesso molto intelligente, metodico nella pianificazione dei crimini. I serial killer organizzati mantengono un alto livello di controllo sull’andamento del delitto. Non di rado hanno conoscenze specifiche sui metodi della polizia, che applicano allo scopo di occultare scientificamente le prove. Seguono con attenzione l’andamento delle indagini attraverso i mass media e concepiscono i loro omicidi come progetti di alto livello. Spesso questo tipo di assassino ha una vita sociale ordinaria: amici, amanti, o addirittura una famiglia.

L’assassino disorganizzato agisce impulsivamente, uccidendo quando se ne verifica l’occasione, senza una reale pianificazione. Spesso, l’assassino disorganizzato ha un basso livello culturale e un quoziente intellettivo non eccelso. Non sono metodici, non occultano le tracce, sebbene siano talvolta in grado di sfuggire alle indagini per qualche tempo, principalmente spostandosi velocemente e grazie alla natura intrinsecamente “disordinata” del loro comportamento su lunghi archi di tempo. Questo genere di assassino in genere ha una vita sociale e affettiva estremamente carente e a volte qualche forma di disturbo mentale.

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

Nello specifico possiamo dire che un assassino organizzato tende a portare sul luogo del delitto l’arma o le armi che utilizzerà per commetterlo, così come provvederà a portarle via una volta completato il suo disegno criminoso. Viceversa un tipo disorganizzato tenderà ad utilizzare oggetti trovati sul luogo del delitto e, a volte, potrà lasciarli sul posto all’atto della fuga. La presenza di tracce quali impronte latenti sulla scena rivela una disorganizzazione tipica del secondo tipo mentre ben difficilmente troveremo elementi utili qualora il responsabile appartenga alla prima categoria.

Va detto che questi, come altri indicatori, entrano a far parte di un profilo criminologico dell’autore che, lungi dall’essere prova certa ed inconfutabile, può comunque costituire un valido aiuto nella ricerca del responsabile. Un esempio d’omicida seriale disorganizzato è Richard Trenton Chase.

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Cosa spinge un assassino seriale ad uccidere

Visionari e allucinati. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, non è frequente che l’assassino seriale abbia disturbi mentali importanti, per esempio schizofrenia. In qualche raro caso, tuttavia, un assassino seriale può corrispondere a questo stereotipo e letteralmente uccidere “seguendo le istruzioni di voci nella sua testa” o come conseguenza di esperienze di tipo allucinatorio. Herbert Mullin massacrò tredici persone perché una voce gli diceva che questo sacrificio avrebbe salvato la California dal terremoto. Ed Gein pensava di poter preservare l’anima di sua madre mangiando il corpo di donne che le assomigliavano fisicamente.

Missionari e rituali. Alcuni serial killer concepiscono i loro omicidi come una missione. Per esempio, lo scopo di un assassino seriale “in missione” può essere quello di “ripulire la società” da una certa categoria (spesso prostitute, come per i casi di Saeed Hanaei, Benjamin Atkins e Gary Ridgway, o membri di determinati gruppi etnici, come Elias Xitavhudzi).

Spesso sono dei fanatici religiosi (come Earle Nelson e il satanista Richard Ramirez) o politici, e lasciano dei messaggi per rivendicare e motivare le proprie azioni (come “Jack lo Squartatore”, David Berkowitz, Albert Fish, Zodiaco o la coppia italiana nota come Ludwig, secondo molti anche il Mostro di Firenze). In altri casi pensano di ricevere dei poteri magici dalle uccisioni (come talvolta è successo in Indonesia: il caso più noto è quello di Ahmad Suradji).

In un altro caso dell’inizio Novecento, una fattucchiera di nome Enriqueta Martí rapì e uccise almeno 10 bambini a Barcellona per bollirli e ricavarci delle pozioni magiche che vendeva a personaggi di spicco. Arrestata, fu uccisa in carcere. Infine Leonarda Cianciulli nel 1940 uccise tre donne a Correggio e ne trasformò i cadaveri in saponette e biscotti (che lei stessa mangiò) perché pensava che il loro sacrificio le salvasse i figli.

Gilles de Rais nel Quattrocento torturò, stuprò e uccise almeno 140 bambini perché pensava che il loro sacrificio avrebbe liberato il suo castello da una maledizione. Thug Behram tra il 1790 e il 1830 circa strangolò almeno 125 persone con il lembo del suo mantello. Sacrificò le vittime alla dea Kali. Sachiko Eto, una donna giapponese arrestata nel 1995, uccise a bastonate 6 membri di una sua setta esoterica per “esorcizzarli”.

Tipu Sahib (1750-1799), il sultano di Mysare (India), si credeva il servitore scelto da Maometto che avrebbe dovuto punire gli “infedeli”: allora si mise a sodomizzare ogni europeo che incontrava, forse perché li odiava. In particolare si accanì sui bambini: li castrava, li stuprava sotto un pesante effetto di droghe, li bruciava su un rogo o li defenestrava.

Muti murders. Più in generale, in alcune zone dell’Africa, del Messico e di Haiti esistono dei riti (Palo Mayombe, JuJu, Jambola, Las Matanzas, Voodoo e maolti altri) in cui si praticano dei sacrifici umani. Spesso vengono sacrificati dei bambini. Le uccisioni dell’assassino seriale hanno lo scopo di “portare fortuna” alla persona che ne ha fatto richiesta. Questi omicidi sono detti muti murders, o omicidi per guarigione.

Adolfo Constanzo e Sara Aldrete uccisero a Matamoros tra le 38 e le 60 persone ispirandosi a questi riti. Il loro obbiettivo era quello di proteggere i narcotrafficanti. Costanzo inoltre era in possesso di una collana di vertebre umane. In Sudafrica Moses Mokgethi uccise sei bambini e li squartò. Vendette il loro cuore, fegato e genitali ad un affarista per “migliorare la sua fortuna”. Ad Haiti in alcuni rituali si fa cadere in un coma molto profondo una persona con una sostanza speciale. Dopo alcuni giorni, il sacerdote la fa risvegliare con l’antidoto apposito.

In alcuni casi il muti murderer non la risveglia, causando così la sua morte. I casi di omicidio rituale-propiziatorio si fanno risalire alla preistoria e al mondo antico. Un caso molto noto è quello degli Aztechi, un popolo precolombiano sterminato nel 1500 dai Conquistadores: il sacerdote disponeva la vittima ancora viva su un altare collocato in cima ad un alto tempio, con un coltello di pietra le strappava il cuore e lo offriva al Dio del Sole, Huitzilopochtli. Peraltro i culti del Messico sono ispirati a quello azteco.

Edonistici. Questo assassino seriale uccide con lo scopo di provare piacere. Alcuni amano la “caccia” più che l’omicidio in sé. Altri torturano o violentano le loro vittime mossi da sadismo. Altri ancora uccidono le vittime velocemente per indulgere in altre forme di attività come la necrofilia o il cannibalismo. Il piacere per questi uccisori seriali è spesso di natura sessuale, o ha un analogo andamento e un’analoga intensità pur non essendo riconducibile ad alcun atto esplicitamente sessuale (David Berkowitz, per esempio, provava un piacere sconvolgente nello sparare a coppie appartate, ma non si avvicinava neppure alle vittime).

Dominatori. È il tipo più comune di assassino seriale. Il principale scopo dell’assassino in questo caso è quello di esercitare potere sulle proprie vittime, in tal caso contribuendo al rafforzamento della propria stima di sé nel senso della propria forza fisica e morale. Questo tipo di comportamento è spesso inteso (inconsciamente o consciamente) come compensazione di abusi subiti dall’omicida nell’infanzia o nella vita adulta. Molti uccisori che violentano le proprie vittime non ricadono nella categoria “edonistica” perché il piacere che provano da questa violenza è secondario, se non addirittura assente. La violenza stessa riproduce, fedelmente o simbolicamente, una violenza subita in passato. Ted Bundy rappresenta il prototipo ideale di questa categoria di assassino seriale.

Angeli della morte. Detti anche angeli della misericordia, sono gli assassini seriali che agiscono in ambito medico. La denominazione deriva dal soprannome dato al medico nazista Josef Mengele, famoso per la sua freddezza e per il pieno potere che aveva riguardo alla vita e alla morte dei prigionieri. Gli angeli della morte commettono i loro omicidi iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura e, anche se dichiarano di agire convinti di liberare le loro vittime dalle sofferenze, in realtà sono mossi dal desiderio di decidere della vita e della morte altrui, come prova il fatto che buona parte delle loro vittime siano in condizioni di salute non gravi al momento dell’omicidio.

Le vittime variano in base al compito che svolgono, ma spesso sono neonati, bambini, anziani o invalidi. A volte questi criminali non uccidono i loro pazienti, ma li mettono deliberatamente in pericolo per poi salvarli e guadagnare l’ammirazione dei colleghi. Casi famosi sono quelli di Sonia Caleffi, di Stephan Letter o dell’inglese Harold Shipman, uno degli assassini seriali più efferati della storia. Le sostanze più utilizzate sono dei medicinali pericolosi, facilmente giustificabili nel caso di un’autopsia, quali morfina, atropina o tiopental sodico. La Caleffi, invece, iniettava aria nelle vene dei suoi pazienti per provocare delle embolie sulle quali sperava di intervenire, ma che in almeno quattro o cinque casi risultarono letali.

Motivati dal guadagno. La maggior parte degli assassini che agiscono per ottenere dei vantaggi materiali, per esempio a scopo di rapina o come sicari, non sono in genere classificati come assassini seriali. Tuttavia, esistono casi limite che sono considerati tali. Marcel Petiot, per esempio, era un assassino seriale che agiva in Francia durante l’occupazione nazista. Fingeva di appartenere alla resistenza e attirava ebrei benestanti a casa propria, asserendo di poterli aiutare a fuggire dal Paese, per poi ucciderli e derubarli. Nei suoi 63 omicidi, Petiot ottenne solo qualche decina di borse, vestiti e qualche gioiello. La sproporzione fra il numero di vittime e il bottino materiale che Petiot ne ricavò fanno supporre un substrato morboso di altro genere. Anche il serial killer italiano Donato Bilancia uccise sei delle sue 17 vittime per motivi di denaro.

Vedove nere. La maggior parte delle assassine seriali donne rientra in questa categoria. Le vedove nere agiscono in modo simile al ragno che ha ispirato la loro denominazione: sposano uomini ricchi e, dopo essersi appropriate delle loro proprietà, li uccidono, solitamente avvelenandoli o simulando incidenti domestici. A volte uccidono anche i loro figli, dopo aver stipulato delle assicurazioni sulle loro vite. Casi celebri sono quelli di Mary Ann Cotton e di Belle Gunness, mentre si segnala come uniche varianti maschili il francese Henri Landru e il tedesco Johann Otto Hoch. Anche George Chapman (vero nome Seweryn Kłosowski), uno dei sospetti nel caso di Jack lo squartatore, poteva essere apparentato a questa categoria: difatti uccise tre delle sue mogli per avvelenamento, dopo aver tentato di uccidere anche la sua prima moglie.

Altre motivazioni. Ci sono però numerosi casi di assassini seriali che presentano caratteristiche proprie di più di una di queste categorie, e che possono quindi venire assegnati contemporaneamente all’una e all’altra. Per esempio, Albert Fish soffrì di disturbi mentali con deliri di tipo paranoide già prima di commettere il primo omicidio, pare che torturasse e uccidesse le sue vittime con l’intento di “purificare se stesso e gli altri tramite la sofferenza”, e in ultimo si eccitava sessualmente e provava piacere nell’atto dell’omicidio.

Quindi si potrebbe assegnarlo indifferentemente alla categoria degli assassini seriali “visionari” a quella dei “missionari” e a quella degli “edonistici”. Lo stesso si può dire di David Berkowitz che con ogni probabilità soffriva di schizofrenia con stati deliranti ricorrenti e al tempo stesso provava piacere nel tendere agguati alle sue vittime. Pare spesso si masturbasse dopo aver ucciso e considerasse i suoi delitti alla stregua di “avventure”.

Le stesse considerazioni valgono nel caso di quei serial killer il cui movente varia da un delitto all’altro, e di quelli che non hanno un tipo di vittima preferito e sembrano spinti a uccidere da un “bisogno interno”, una compulsione omicida che si impone sopra qualsiasi altra considerazione razionale. Questi sono ovviamente i casi più difficili da classificare per uno studioso del fenomeno.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco