Cunsky: un mistero radioattivo

La motonave Cunsky, che nel corso della sua vita ha cambiato nome diverse volte e con la denominazione di Shahinaz, sarebbe stata demolita nel porto indiano di Alang nel 1992 (tesi smentita dal governo indiano), era una delle navi usate dalla ‘ndrangheta per smaltire illecitamente materiali tossici e radioattivi. Intorno a questa nave, aleggia un impenetrabile alone di mistero. Un giallo che, oltre a coinvolgere potenti famiglie mafiose, abbraccerebbe anche tanti uomini dei governi socialisti e democristiani della “prima Repubblica”, altrettanti di centro destra e quelli di centro sinistra dell’attuale “Italietta” contraddittoria e corrotta e i vertici dei servizi segreti nazionali.

La storia delle “navi dei veleni” è tutta una vicenda fatta di misteri, lati oscuri e pochi dati ritenuti certi. E pure quei dati certi, ogni tanto diventano incerti e a intermittenza si accendo e spengono e poi si riaccendono. Nel mare della Calabria, secondo le dichiarazioni del defunto pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, sono state affondate più di trenta navi contenenti rifiuti tossici. Un grosso affare tra organizzazioni criminali, servizi segreti e appunto politica: Cunsky, Jolly Rosso, Rigel, Karin B, Marco Polo, Koraline, Nicos 1 e Alessandro I, sono nomi di navi scomparse misteriosamente nel mare. Alcune volte ricompaiono – come la Cunsky – alcune volte no. Cosa trasportavano quelle navi? Quali sono state le circostanze del loro naufragio o del loro affondamento? Che traffici si nascondono dietro le loro rotte?

La Cunsky, fabbricata nel 1956 in Gran Bretagna, è una delle più inquietanti: si sospetta sia stata affondata con un carico enorme e altamente tossico davanti alle coste tirreniche del cosentino, nella zona di Cetraro per la precisione, ma il suo relitto non è mai stato trovato. Anzi, secondo diverse associazioni ambientaliste la Cunsky sarebbe il cosiddetto “Relitto di Cetraro”, secondo gli inquirenti e molti esponenti politici la nave ritrovata al largo della cittadella marittima calabrese sarebbe la Catania, affondata durante la prima guerra mondiale. Un mistero. Ma proprio fitto. Indecifrabile. Sta di fatto che gli investigatori calabresi hanno sposato la “tesi politica”.

“Uno dei problemi da non sottovalutare è che, nel corso della sua vita, la Cunsky ha cambiato nome diverse volte e con la denominazione di Shahinaz, sarebbe stata demolita nel porto indiano di Alang nel 1992”. Questa è la tesi della Dda di Catanzaro, che però è stata smentita dallo stesso governo indiano. Fonti, nelle sue dichiarazioni, aveva detto di avere partecipato all’affondamento della Cunsky nel 1991, quando ormai la motonave aveva cambiato nome, davanti alla costa di Cetraro. Da qui, l’apertura dell’inchiesta della Dda di Catanzaro archiviata dopo l’identificazione del relitto in quello della nave Catania. Tra l’altro, secondo i magistrati della Dda, le dichiarazioni di Fonti sulla vicenda si sono rivelate “false”.

Anche se la notizia della mancata demolizione della Cunsky ingigantisce a dismisura questo pericoloso giallo calabrese, per la Procura della Repubblica non ci sono dubbi sul fatto che la nave inabissata al largo di Cetraro – e ritrovata – è la Catania e sulla sorte della Cunsky potrebbero esserci stati errori nella trascrizione sui registri navali. In ogni caso, nel 2012 si è tornati a parlare di questa vicenda, che continua a rimanere complessivamente inquietante, perché un perito incaricato dalla commissione parlamentare sul ciclo rifiuti, a distanza di anni dal decesso, ha scoperto “sostanze tossiche” nel corpo del capitano di corvetta Natale De Grazia, morto improvvisamente nel dicembre del 1995 a Nocera Inferiore, dove si trovava di passaggio, per recarsi da Reggio Calabria a La Spezia.

La morte di Natale De Grazia e la Jolly Rosso

Al momento della morte, De Grazia stava investigando sul misterioso spiaggiamento della Jolly Rosso. Poi è arrivata la notizia sulla Cunsky – l’altra imbarcazione che, insieme alla Jolly Rosso, appartiene alla lista delle “navi dei veleni” – che ha ribaltato un dato acquisto dalla Dda di Catanzaro: la Cunsky, che il collaboratore di giustizia Fonti nelle sue dichiarazioni dava per colato a picco al largo di Cetraro con tutto il suo carico pericoloso, nella carte dell’inchiesta della procura catanzarese risultava essere stato demolita in India, nel porto di Alang. Pochi mesi e tutto cambia, perché dalla commissione parlamentare sulle ecomafie, arriva la notizia che le autorità indiane hanno smentito l’avvenuta demolizione del Cunsky. Un dato certo: alla procura è stata data un’informazione falsa e sulla base di un falso ha archiviato un’indagine. Quanta fretta…

Parli di Jolly Rosso e incroci il coraggioso capitano Natale De Grazia. Parli di Cunsky e incroci di nuovo un suo filone d’indagine. Indagini, quelle del capitano di corvetta, che terminano con la sua morte. Improvvisa. Inaspettata. Sconcertante. Poco chiara: De Grazia moriva il 13 dicembre del 1995 all’altezza di Nocera Inferiore, mentre da Reggio Calabria doveva raggiungere La Spezia. Il capitano stava lavorando a una indagine esplosiva sui traffici di rifiuti radioattivi e sul loro inabissamento in mare con dei siluri. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, si è ritrovato in mano una perizia sulla morte di De Grazia. Una perizia dai risultati clamorosi. “L’indagine medico legale condotta dalla dottoressa Del Vecchio si è conclusa con una diagnosi di morte improvvisa. Questo non corrisponde alla verità scientifica.

De Grazia era in macchina e stava dormendo”, si legge nella perizia, che ipotizza la causa tossica: “Quale essa potrà essere stata, e se c’è stata, non lo si potrà più accertare, per superficialità, inesperienza, insipienza della indagine medico legale”. Torniamo al mistero della Cunsky. Era l’aprile del 2006, quando Francesco Fonti raccontò dell’affondamento di tre navi cariche di rifiuti tossici nelle acque della Calabria. E in particolare, di avere, lui stesso chiesto collaborazione alla ’ndrangheta di Cetraro, a Francesco Muto, per poter affondare in quelle acque proprio la Cunsky. Fonti sostiene che ciò avvenne nel 1993: “La Cunsky venne affondata lì sul posto”. I pm, nella richiesta di archiviazione del marzo del 2011, invece scrivono: “La Cunski dal 3 ottobre del 1991 denominata Shainaz, era stata demolita nel 1992 in India, dopo essersi definitivamente arrestata il primo maggio di quell’anno. Nel 1993, pertanto, essa non esisteva”.

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Ma questa certezza granitica è venuta meno, dopo la comunicazione ufficiale delle autorità indiane che quella nave non è mai stata demolita da loro. E allora, che fine ha fatto questa maledetta Cunsky? Nel 2009 la Procura di Catanzaro autorizzò la ricerca sottomarina di relitti nel Tirreno, al largo delle coste di Cetraro. Fu ispezionato un relitto che per gli investigatori non è essere il Cunsky”. Ma la domanda più inquietante è: qual è la verità? Anche perché, nel frattempo, Francesco Fonti è deceduto.

Nel 1995 vengono stanziati soldi al Sismi per lo stoccaggio di armi e rifiuti radioattivi l’anno prima.

Il pentito – appartenuto alle cosche di San Luca – è morto a fine 2012. Aveva 64 anni ed è deceduto nella località segreta in cui si trovava in conseguenza al suo stato di collaboratore di giustizia. È morto in ospedale (“per cause naturali”, dicono) a seguito delle sue precarie condizioni di salute. Ma dopo il ricovero nella sua abitazione sono accadute cose poco chiare. Fonti viveva in un centro assistenziale.

Il figlio di Fonti quando è entrato nelle stanze del padre, all’indomani del decesso, ha avuto l’impressione che qualcuno avesse rovistato nei cassetti dell’arredo interno, notando varie carte sparse a terra. Non solo. L’altra sorpresa per il figlio del pentito è stata quella di aver trovato cambiate le chiavi della serratura della porta dell’appartamento.

Serrature che sarebbero state cambiate dopo il ricovero in ospedale, verosimilmente, dopo la notizia della morte di Fonti. Dettagli slegati che, almeno all’apparenza, sembrano non aver un significato preciso. Ma inevitabilmente, col senno di poi, tornano alla mente le parole del collaboratore di giustizia: “Le navi ci sono. Forse ho sbagliato con i nomi, ma i relitti sono nelle acque di Cetraro. Li avevano comprati i Romeo… Credetemi. Al largo di Cetraro la nave c’è. Volete che non lo sappia io che l’ho affondata?” Fonti rilanciava tutto e puntava il dito contro i servizi segreti e la (mala)politica.

Il tassello mancante. L’ultimo, ma quello più difficile da provare. “Se rivelassi tutto quello che so, verrei coperto da denunce, la cui prima conseguenza sarebbe la revoca degli arresti domiciliari. E morirei in prigione. Ma i traffici continuano sul Tirreno, probabilmente attraverso la famiglia Mancuso”. Francesco Fonti ha elencato tre navi affondate – secondo lui – nel 1992, con diversi carichi di rifiuti tossici: la Cunsky, la Yvonne A e la Voriais Sparadis.

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La Cunsky, la Yvonne A e la Voriais Sparadis

La Cunsky, la Yvonne A e la Voriais Sparadis sono tre navi che nel 1992 si chiamavano rispettivamente Shahinaz, Adriatico I e Glory Land. “L’ultima della lista, l’ex Voriais Sporadis, dopo essere stata rinominata Glory Land, è affondata nel mar della Cina il 20 gennaio del 1990”, annota Andrea Palladino nel suo libro Bandiera nera. Tre navi protagoniste nel 1987, assieme alla Jolly Rosso, di uno dei più grandi traffici di rifiuti tossici e nucleari tra l’Italia e il Libano.

“Le navi ci sono. Forse ho sbagliato con i nomi, ma i relitti sono nelle acque di Cetraro”, diceva prima di morire Fonti. E poi un giorno aggiunse: “Feci questi nomi allertando il giornalista (Riccardo Bocca de L’espresso, ndr) circa la possibilità che mi potessi sbagliare. Sapevo dell’esistenza di questi tre relitti che erano stati acquistati dalla famiglia dei Romeo per circa 800 milioni di lire”. Quei nomi non furono fatti a caso. Come spesso accade quando c’è di mezzo la ‘ndrangheta “dici alla nuora perché la suocera intenda”.

Dovevano parlare a chi sapeva: “A me interessava il Libano. E volevo che lo capissero anche determinate persone che mi leggevano. Io sono in pericolo, ma la minaccia non arriva dalla criminalità organizzata bensì dai servizi segreti. Sono loro che mi vogliono morto. La protezione, in questo quadro, me l’aspetto dagli arabi. È con loro che ho stretto un patto di sangue. Sono loro che avevano preparato per me nel 2005 una via di fuga che mi avrebbe condotto, da Beirut, in Giordania da dove, sotto la protezione del re Abdullah, avrei avuto una villa, cinquanta uomini per la mia protezione e la gestione di tutta l’eroina che proveniva dell’Afghanistan e dal Pakistan”.

Poi, tutto ad un tratto muore il collaboratore di giustizia che aveva raccontato dettagliatamente questa storia di fusti provenienti dalla Norvegia, la dinamite per far saltare le navi dai Paesi Bassi e i motoscafi del boss Franco Muto. E su tutto quello di cui aveva parlato cala un assordante silenzio, compreso il fatto che anche la cosca Iamonte di Melito Porto Salvo avrebbe partecipato all’affare dei rifiuti, affondando la nave Rigel in collaborazione con l’imprenditore Giorgio Comerio. Un misterioso e inspiegabile immobilismo, tutto italiano, che continua a proteggere uno dei periodi più velenosi e ambigui della vita della Repubblica Italiana. Il periodo della grande corruzione, delle mazzette e soprattutto degli accordi Stato-mafia.

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