Osteoporosi

Dolore osseo e dolore articolare: di cosa si tratta

Oltre ai dolori muscolari e reumatici, c’è il dolore osseo e il dolore articolare, ossia l’osteoporosi (dolore osseo), le fratture e l’artrosi (dolori articolari). L’osteoporosi, che colpisce soprattutto le donne in menopausa, si accompagna inevitabilmente al procedere dell’età e, in pratica, tutti gli individui oltre i 50 anni, hanno un certo grado di osteoporosi. Anche se è una malattia che si evidenzia nella terza età, affonda le sue radici nell’età dello sviluppo: una mancata “saturazione” del tessuto osseo nei primi venti anni di vita condizionerà l’evoluzione della malattia negli anni della vecchiaia. Può essere accelerata anche da un’insufficiente introduzione di calcio e di minerali con la dieta.

La frattura, ossia l’interruzione nella continuità di un osso, può essere causata da sollecitazioni che provocano la frattura a causa di malattie che rendono l’osso più fragile. Sebbene la frattura produca in genere tumefazione e dolore acuto, alcune fratture lievi o parziali dell’osso (per esempio le fratture da stress) possono causare dolore progressivamente nei giorni successivi. Pertanto, qualora compaiano certi sintomi nei giorni successivi a un trauma è necessario eseguire degli accertamenti specifici per verificare lo stato delle ossa. L’artrosi è una malattia che lentamente distrugge la cartilagine, un tessuto liscio e flessibile che avvolge le ossa delle articolazioni, permettendo loro di scivolare senza attriti l’una sull’altra. Ma non si tratta solo di uno degli inevitabili acciacchi della vecchiaia: ne soffrono infatti anche persone giovani, al di sotto dei 40 anni.

Cos’è l’osteoporosi: sintomo e cura

Il processo è lento ma irreversibile: pian piano la cartilagine si assottiglia, poi si fessura. Con l’andare del tempo, anche l’osso inizia ad alterarsi. A volte subentra l’osteoporosi? Cos’è? L’osteoporosi è una malattia sistemica caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da un’alterazione della microarchitettura del tessuto scheletrico, che diventa più fragile e più esposto ad un rischio di fratture spontanee o per traumi di lieve entità.

La frattura si realizza quando il carico che grava sull’osso supera la sua capacità di resistenza. Le sedi più frequenti di fratture da fragilità sono il corpo vertebrale (soprattutto a livello della colonna dorso-lombare), il femore (a livello del collo o del trocantere) e l’estremo distale del radio (fratture di Colles); più raramente le fratture interessano l’omero prossimale, la pelvi, la tibia prossimale e i metatarsi. In Italia la malattia colpisce circa 5 milioni di persone, di cui oltre l’80% sono donne in post-menopausa; nel nostro Paese si registrano inoltre circa 100 mila ricoveri all’anno per fratture del collo del femore secondarie ad osteoporosi.

L’osteoporosi può essere definita come primaria, se associata al depauperamento fisiologico di massa ossea, oppure secondaria ad altre condizioni (malattie endocrine, malattie gastrointestinali, malattie del sangue, farmaci). La forma primaria è a sua volta classificata in post-menopausale, quando direttamente innescata e sostenuta da una carenza di estrogeni, e senile, se associata ai processi di invecchiamento. Oltre alle malattie sopracitate e alla menopausa, rappresentano importanti fattori di rischio per l’osteoporosi il fumo, l’alcol, il caffè, la magrezza (che comporta una ridotta stimolazione meccanica sul tessuto osseo), un’alimentazione carente di calcio (contenuto soprattutto nei vegetali, nel latte e derivati), la sedentarietà, il menarca tardivo, la menopausa precoce.

Cosa succede in caso di frattura?

La frattura è un’interruzione nella continuità di un osso. Può essere causata da un trauma che supera la forza di resistenza di un osso sano, ovvero da sollecitazioni che provocano la frattura a causa di malattie che rendono l’osso più fragile, per esempio nel caso dell’osteoporosi. Sebbene la frattura produca in genere tumefazione e dolore acuto, alcune fratture lievi o parziali dell’osso (per esempio le fratture da stress) possono causare dolore progressivamente nei giorni successivi. Pertanto, qualora compaiano certi sintomi nei giorni successivi a un trauma è necessario eseguire degli accertamenti specifici per verificare lo stato delle ossa. A volte non è semplice distinguere una frattura da altri traumi, per esempio una lussazione.

Conoscere i fattori di rischio che possono portare alla frattura significa ridurre la loro incidenza. Le fratture vertebrali sono spesso spontanee o dovute allo sforzo sostenuto nel sollevare un peso; le fratture del femore, dell’omero o del polso, invece, sono conseguenti a una caduta. I fattori di rischio si distinguono, generalmente, in fattori ambientali e fattori clinici. Quelli ambientali sono rappresentati dai pavimenti a cera scivolosi o bagnati, tappeti con bordi sollevati o che non aderiscono stabilmente al pavimento, mobili troppo alti che comportano il dover salire su scale o sedie, scale non fornite di corrimano o con gradini di diverse dimensioni, bagni con piatto doccia o vasca da bagno scivolose, banali cadute, incidenti stradali. È consigliato l’uso di calzature morbide con suola antiscivolo e, in particolari condizioni, il ricorso al bastone

Infine ci sono i fattori clinici (dovuti alla presenza di malattie concomitanti che compromettono la stabilità e l’equilibrio, favorendo le cadute), per esempio: malattie croniche a carico dell’apparato locomotore (artrosi, artrite reumatoide, ecc.) invalidanti, disturbi del ritmo cardiaco, improvviso calo della pressione arteriosa, deficit della vista, scarsa coordinazione dei movimenti, alterazione dell’equilibrio, uso di farmaci in grado di alterare lo stato di vigilanza (sedativi, ipnotici, antidepressivi, ecc.) o di alcool.

Attenzione all’artrosi, sempre più frequente

L’artrosi o osteoartrosi o, secondo la corrente terminologia anglofona, osteoartrite (osteoarthritis), è una malattia degenerativa che interessa le articolazioni. In medicina veterinaria è conosciuta anche come Degenerative Joint Disease (DJD). È una delle cause più comuni di disturbi dolorosi, colpisce circa il 10% della popolazione adulta generale, e il 50% delle persone che hanno superato i 60 anni di età. Durante il manifestarsi di tale patologia nascono nuovo tessuto connettivo e nuovo osso attorno alla zona interessata. Generalmente sono più colpite le articolazioni più sottoposte a usura, soprattutto al carico del peso corporeo, come le vertebre lombari o le ginocchia.

L’articolazione interessata presenta caratteristiche alterazioni della cartilagine, con assottigliamento, fissurazione, formazione di osteofiti marginali e zone di osteosclerosi subcondrale nelle aree di carico. La membrana sinoviale si presenta iperemica e ipertrofica, la capsula è edematosa e fibrosclerotica. Costituiscono fattori predisponenti l’obesità, il sesso femminile, parenti affetti da tale malattia, traumi articolari, stress continuo, umidità.

Uno studio del 2005 mostra che i condrociti di cartilagine artrosica presentano due recettori per l’istamina che viene rilasciata copiosamente dai mastociti nel liquido sinoviale: la presenza dei recettori è segno che l’istamina stimola i condrociti direttamente a produrre altri mediatori implicati nella lisi di tessuto della cartilagine (come gli enzimi metalloproteasi che smantellano le proteine fibrose collagene), e nella contemporanea infiammazione sinoviale (come la Interleuchina-1). I livelli di istamina sono spesso elevati nel liquido sinoviale dei pazienti che soffrono di artrite reumatoide. Un certo numero di fattori nutrizionali sono conosciuti per ridurre l’eccesso di istamina e per controllare il dolore.

Ciò è stato specialmente notato con il rame che è stato segnalato per ridurre i dolori articolari dei pazienti che soffrono di artrite reumatoide. L’enzima ammina ossidasi (contenente rame) ha il compito di ossidare l’istamina nei tessuti, inattivandola. I sintomi e i segni clinici che si presentano sono tutti localizzati nell’articolazione interessata (ma può colpire diverse articolazioni) e sono dolore, limitazione del movimento, rigidità, deformità articolare. Il grado di alterazione dimostrabile radiologicamente non è sempre correlato all’entità della sintomatologia. La principale diagnosi differenziale è con l’artrite (la quale è una malattia autoimmune e presenza infiammazione e alterazioni di esami come il fattore reumatoide, la velocità di eritrosedimentazione e i globuli bianchi neutrofili, con l’eccezione delle spondiloartriti sieronegative).

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I cambiamenti nello stile di vita, specialmente la perdita di peso e l’attività fisica, uniti alla terapia analgesica, rappresentano il perno del trattamento dell’osteoartrosi. Il paracetamolo rappresenta il farmaco di prima linea, mentre i Fans sono indicati solo nel caso il sollievo dal dolore non sia sufficiente, in relazione alla minore incidenza di effetti collaterali del primo nella terapia cronica. Nella maggior parte dei pazienti affetti da osteoartrosi, l’attività fisica moderata permette un aumento della funzionalità articolare e una riduzione del dolore, soprattutto nella gonartrosi.

Nelle persone in sovrappeso, il calo ponderale può rappresentare un fattore importante, in quanto garantisce da una parte una riduzione del dolore, dall’altra un aumento della funzionalità e una riduzione della rigidità e dell’affaticamento, riducendo la necessità di una terapia farmacologica. Una metanalisi condotta nel 2009 ha dimostrato che l’educazione del paziente alla gestione della malattia permette una riduzione media della percezione del dolore del 20% rispetto all’uso dei soli antinfiammatori nei pazienti affetti da coxartrosi.

Esiste una evidenza sufficiente ad affermare che la fisioterapia può ridurre il dolore e aumentare la funzionalità. Esistono evidenze che la manipolazione risulti essere più efficace dell’esercizio fisico nell’artrosi dell’anca, tuttavia queste evidenze non sono considerate conclusive. Seppur molti specialisti ritengano opportuno integrare manovre chinesiterapiche al piano di trattamento. L’allenamento funzionale, con la gestione dell’andatura e dell’equilibrio, è raccomandato per permettere un miglioramento della propriocezione, utile a ridurre il rischio di traumi da caduta nei pazienti più anziani. L’utilizzo di tutori morbidi può permettere il miglioramento dei sintomi in un anno.

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