La fitoterapia nell'alimentazione dei nostri cani

Esposizione a sostanze tossiche dannosa anche per il cane

Usando braccialetti e collari in silicone — una tecnologia relativamente nuova per il rilevamento dell’esposizione alle sostanze chimiche — il team ha rilevato notevoli somiglianze nel carico chimico dei cani rispetto a quello dei loro padroni, come mostra lo studio recentemente pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology.

Oltre 10.000 anni di domesticazione hanno reso il cane sorprendentemente simile all’uomo, a partire dalla sua abilità di leggere le nostre espressioni facciali fino ai nostri genomi strettamente correlati. Un nuovo studio rivela che l’organismo del cane e quello dell’uomo assorbono le stesse sostanze chimiche: una scoperta che potrebbe migliorare la salute umana.

Molti oggetti di uso quotidiano, dalle confezioni dei prodotti ai cosmetici, contengono sostanze dannose, come i pesticidi, i ritardanti di fiamma e gli ftalati, usati per ammorbidire la plastica. L’esposizione cronica a lungo termine a questi tre gruppi di comuni sostanze chimiche è stata collegata a patologie umane, inclusi diversi tipi di tumore.

Partendo dal presupposto della similarità tra cane e uomo e dal fatto che i cani condividono con noi i nostri spazi, gli scienziati hanno condotto il primo studio sull’impatto degli agenti chimici industriali su persone e animali che vivono nello stesso ambiente.

Usando braccialetti e collari in silicone — una tecnologia relativamente nuova per il rilevamento dell’esposizione alle sostanze chimiche — il team ha rilevato notevoli somiglianze nel carico chimico dei cani rispetto a quello dei loro padroni, come mostra lo studio recentemente pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology.

Questi risultati sono incoraggianti, afferma la responsabile dello studio Catherine Wise, perché mostrano che i cani possono fungere da sistemi di allarme precoce per la salute umana, fornendo preziosi indizi sugli effetti dannosi di tale esposizione.

Spesso trascorrono decenni prima che patologie correlate all’esposizione chimica si manifestino nell’uomo ma l’impatto delle stesse sostanze nei cani potrebbe comparire dopo solo qualche anno, afferma Wise, dottoranda presso l’Università statale della Carolina del Nord. Se gli scienziati, ad esempio, rilevassero che gli ftalati hanno un’incidenza importante nella formazione di tumori nei cani, potrebbero indicare alle persone di essere più vigili rispetto alla loro esposizione a quelle plastiche.

Wise aggiunge che la sua ricerca è particolarmente rilevante in questo momento, per via della pandemia di coronavirus. “Ora che la maggior parte di noi è bloccata a casa e trascorriamo più tempo con i nostri cani”, afferma, l’importanza dell’“ambiente che condividiamo non è mai stata così rilevante”.

Non è una sorpresa, non si sapeva quanto…

Che l’esposizione a sostanze chimiche avesse degli effetti sui nostri amici a quattro zampe non è poi così scioccante, ma nessuno sapeva quanto l’esposizione di cane e uomo fossero correlate, né di quali fossero le ripercussioni sull’arco di vita degli animali, afferma il coautore dello studio Matthew Breen, esperto in oncologia canina presso l’Università della Carolina del Nord.

“I cani sono affetti da tumori molto simili ai nostri, quindi perché non pensare che tali patologie potrebbero essere causate dagli stessi ambienti nei quali viviamo anche noi?” afferma Breen. “Il nostro cane respira la stessa aria che respiriamo noi e beve la stessa acqua che beviamo noi, e quando giochiamo con lui al parco, lui corre come noi nell’erba trattata con i diserbanti”.

Per svolgere questo studio, Breen e Wise hanno spedito braccialetti e targhette per collari in silicone a 30 coppie di cane-padrone in New Jersey e nella Carolina del Nord, chiedendo ai soggetti partecipanti di indossarli per cinque giorni, nel luglio 2018. I partecipanti allo studio hanno poi rispedito gli oggetti a Wise e Breen, che li hanno immersi in un solvente chimico per estrarre i composti chimici “raccolti”.

I livelli di sostanze inquinanti sono risultati simili nei cani e nei relativi padroni; ad esempio gli scienziati hanno rilevato un tipo di policlorobifenili (PCB) nell’87% dei braccialetti che indossavano le persone e nel 97% delle targhette da collare che indossavano i cani. Tali sostanze chimiche venivano ampiamente usate in passato come liquidi di raffreddamento e in numerosi processi industriali, prima che il governo americano ne vietasse l’uso nel 1979.

Il silicone è un materiale efficace per questo tipo di rilevamenti perché assorbe passivamente le sostanze chimiche, similmente alle cellule umane, offrendo agli scienziati informazioni utili non solo sul tipo di sostanze chimiche con le quali le persone vengono a contatto quando indossano il braccialetto, ma anche sulle quantità. Prima, gli scienziati potevano misurare solo gli agenti chimici rilevati nel sangue e nelle urine, afferma Kim Anderson, tossicologa ambientale presso l’Università statale dell’Oregon, che ha sviluppato la tecnologia dei braccialetti.

“Io e Lei potremmo essere esposti alle stesse identiche sostanze per lo stesso tempo e mostrare risultati molto diversi di rilevamento nelle urine”, afferma Anderson, il che rende difficile comprendere la quantità delle sostanze alle quali la persona è stata esposta.

Ma Anderson avverte che questo tipo di studi non può provare che un particolare composto chimico sia la causa di uno specifico esito: queste ricerche possono solo mostrare delle associazioni.

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Questa ricerca si basa su un precedente lavoro eseguito su animali, inclusi cavalli e gatti. Nel 2019, Anderson rilevò un’associazione tra i ritardanti di fiamma e una malattia dei gatti nota come ipertiroidismo felino. Il motivo potrebbe essere che i gatti trascorrono molto tempo su mobili e oggetti imbottiti, che spesso contengono sostanze chiamate “ritardanti di fiamma”.

Anderson ha anche adattato il braccialetto in silicone per poterlo applicare al collo dei cavalli, e ad aprile ha pubblicato uno studio che dimostra un forte collegamento tra l’incidenza di puledri malati e le sostanze chimiche rilasciate dalle vicine attività di fratturazione idraulica in Pennsylvania.

Ora che Wise e Breen hanno stabilito questo collegamento nei cani, hanno intenzione di utilizzare lo stesso metodo per studiare la connessione delle sostanze chimiche al tumore della vescica nei cani. Precedenti ricerche hanno evidenziato collegamenti tra l’esposizione dei cani agli erbicidi usati nei prati e lo sviluppo del tumore alla vescica.

Questo, ovviamente, quando ripartirà l’attività di laboratorio. Per ora, Wise è ancora a casa, e si occupa del proprio trovatello, Simbaa. “Mi tiene compagnia e compare in brevi cameo nei meeting su Zoom, anche se deve contendersi i riflettori con i nostri due gatti, Loki e Nebula”.

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