Hikikomori, dal Giappone con furore

Hikikomori, dal Giappone con furore

引きこもり o 引き籠もり per voi può non significare nulla e ben lo comprendo. Lo ammetto anche a me hanno dovuto tradurlo. Ma perché sono arrivato a farmi tradurre questa parola? Avevo mangiato pesante a cena? No. Si pronuncia hikikomori ed è il nome di una rovinosa tendenza sociale che porta a “murarsi vivi” in casa e miete adepti e vittime. Nasce in Giappone e si estende a tutto il mondo. Hikikomori significa “isolarsi”, “restare in disparte”.

Così, in giapponese viene indicato chi ha scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Scelte causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, oltre che dalla grande pressione che la società giapponese e più in generale capitalistica esercita sin dall’adolescenza verso autorealizzazione e successo personale.

Hikikomori si riferisce al fenomeno sociale e a coloro che appartengono a questo gruppo sociale, che di sociale non ha nulla. L’hikikomori non è un eremita dagli occhi a mandorla, ma è un malato di mente. Si tratta di una volontaria esclusione sociale, una forma di ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all’intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l’esterno, né con i familiari né con gli amici.

Ecco perché non sono eremiti. Non vanno via, lontano. Si murano vivi in casa. Il termine hikikomori trova ufficialità anche nelle linee guida del governo che cerca di arginare e contrastare il crescente fenomeno di chi si rifiuta di lasciare la propria abitazione e si isolano per lunghi periodi, andando in contro a depressione e comportamenti ossessivo-compulsivi, automisofobia (paura di essere sporchi) e manie persecutorie.

Lo stile di vita di questi ragazzi è caratterizzato da un ritmo sonno-veglia invertito, con le ore notturne spesso dedicate a componenti tipiche della cultura popolare giapponese, come la passione per il mondo manga (la figura dello hikikomori è spesso utilizzata negli anime e nei manga, e per certi versi può essere vista come uno stereotipo dei cartoni animati giapponesi) e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via internet.

Cosa succede a un hikikomori

La persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della chat e dei videogiochi online può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo. Però, va precisato che solo il dieci per cento degli hikikomori va in internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all’interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola.

La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi, come la perdita delle competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno. Gli hikikomori lasciano di rado la loro stanza. Lì dentro si lavano anche, chiedono che il cibo venga lasciato dinanzi alla porta e consumano i pasti all’interno della propria camera. Alcuni reclusi meno soggetti all’agorafobia sono in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in appositi luoghi in cui trovare colazioni da asporto e pasti precotti e preconfezionati.

Il ritiro dalla società è gradualmente. I ragazzi non riescono a immaginarsi adulti o hanno l’impressione di crescere. Sono infelici, perdono le amicizie, la sicurezza e la fiducia in loro stessi, con un aumento dell’aggressività e della violenza verso i genitori, che supera il cinquanta per cento dei casi. Sovente, non è possibile attribuire l’insorgenza di hikikomori a un trauma specifico: semplicemente, alcuni giovani perdono l’energia che ci si aspetta abbiano i ragazzi appartenenti alla loro fascia d’età.

Spesso gli hikikomori incominciano rifiutandosi di andare a scuola. La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso e si ritiene che sono coinvolti circa un milione di giapponesi, corrispondente a circa l’uno per cento della popolazione. In genere, gli hikikomori sono maschi primogeniti di ceto sociale medio-alto e di età compresa tra diciannove e trent’anni.

La malattia di hikikomori è in rapida diffusione anche in Italia.

Il fenomeno non è circoscritto al Giappone. Hikikomori è diffuso, in percentuale minore, anche nel mondo occidentale e nel resto dell’Asia. Ad esempio, a Parigi, tra il 2011 e il 2012, sono stati individuati trenta casi di persone di età compresa tra i sedici i trent’anni, tra i quali risultano particolarmente colpiti i soggetti che hanno scarsa vita sociale o coloro che non hanno completato o hanno avuto difficoltà a completare gli studi.

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Dal Giappone arriva anche in Europa

Per questo motivo, a partire 2010, ricercatori francesi collaborano insieme a esperti giapponesi per individuare le cause del fenomeno e chiarire se esso sia prerogativa solamente del Giappone o se sia presente anche in società culturalmente differenti. In Italia si stima che un individuo ogni duecentocinquanta sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale, con una cinquantina di casi dichiarati e presi in carico.

Altre stime parlano invece di un individuo su duecento. Nel 2013, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa tre milioni di italiani tra i quindici e i quarant’anni soffriva di questa patologia. Bisogna fare attenzione a non confondere questo fenomeno con la cultura nerd e geek, o con una semplice dipendenza da internet.

“Si tratta di un brutto male che affligge tutte le economie sviluppate – chiarisce Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, associazione nazionale di informazione e supporto –. Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila. C’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di escludersi”. Un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un esercito che è destinato ad aumentare con l’aumentare della povertà e il diminuire delle opportunità lavorative e, di conseguenza, sociali. Anche il bullismo può indurre all’hikikomori.

In America Latina si tratta di un fenomeno nuovo, con più di cinquanta casi accertati in Argentina, dove è stato individuato il caso di un uomo che per vent’anni si era rifiutato di abbandonare la propria abitazione, nella città di Viedma. In Asia il fenomeno è diffuso soprattutto in Bangladesh, India, Iran, Taiwan, Thailandia, Cina e Corea del Sud. Secondo uno studio del 2012 nella sola Hong Kong il numero di reclusi sociali ammontava a oltre diciottomila, il triplo rispetto a una precedente stima del 2005. Durante la stessa indagine sono stati presi in carico e studiati più di centonovanta soggetti, dei quali alcuni in isolamento totale da almeno sei anni. In Corea si parla di oltre trecentomila persone.

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Lo hikikomori potrebbe essere una resistenza alla pressione all’autorealizzazione e al successo personale presente nei ragazzi giapponesi già nella scuola media, dove è essenziale che siano eccellenti negli studi e nella professione. A causa della natura fortemente omologante della cultura giapponese, se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’élite o un’azienda di prestigio, molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento. Il sistema educativo giapponese, influenzato dai valori tradizionali confuciani, riveste perciò un ruolo importante nella produttività del Paese e nelle possibilità di affermazione nel mondo del lavoro dei giovani.

Il percorso di vita degli adolescenti giapponesi deve essere preciso e lineare e non esistono altri modi per soddisfare le aspettative pre-imposte dalla società e, soprattutto, non soddisfarle significa fallire totalmente. L’eccessiva pressione competitiva nel sistema scolastico per ambire ai migliori posti di lavoro, rimasta immutata all’interno di una società che, però, dopo la crisi degli anni novanta, ha perso la maggior parte della sua forza economica, viene ritenuto uno sforzo inutile da molti adolescenti giapponesi. Però, in una società che continua ad avere da decenni sempre la stessa massima: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”. Questa mentalità, porta i genitori a chiedere aiuto in ritardo. A volte, un po’ troppo tardi.

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