Marco Cariati Blog

Di cosa si parla nel mio blog? Di tendenze sociali. Cos’è una tendenza sociale? Una “cosa” che preferiamo chiamare semplicemente “tendenza” e non “sociale”. Perché “sociale” ci sa di mutuo soccorso e noi uomini, ormai, siamo egoisti. Mettiamo sempre al primo posto noi stessi. Invece, “tendenza” sa di moda… Tendenza sociale è sinonimo di fenomeno sociale. Ma a noi uomini moderni, la parola “fenomeno” non piace, perché sa di paranormale. Sa di aldilà. Un luogo in cui potrebbe esserci il rischio di pagare a caro prezzo i nostri vizi capitali, che ultimamente preferiamo chiamare “umani”: gola, lussuria, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria e superbia.

Al di la di qualunque gioco di parole, il mio blog vuole raccontare e intrecciare un dialogo con tutti gli internauti che si sentono naufraghi della libera informazione, quella che ti racconta le cose in modo incondizionato, semplice e realistico, viziato solo da una naturale diffidenza, quella che regolamenta l’equilibrio del libero arbitrio. È questo il motivo che mi spinge a cercare storie per il blog. E a cercare ancora. E poi ancora. Non l’avida sete di scoop, ma la curiosità di condividere tutto quello che gli “allineati” fanno finta di non vedere. La voglia di andare a fondo a quegli accadimenti, sviscerandoli nella loro interezza, che incidono sulla struttura della nostra società. Abitudini che ne modificano le caratteristiche.

Quando parlo di tendenze sociali, non faccio solo riferimento alle migrazioni e agli immigrati, mi riferisco soprattutto alle modificazioni delle abitudini familiari, fondamentali per comprendere meglio il comportamento di uno o più soggetti all’esterno dei rispettivi nuclei familiari, e pure alle modificazioni di consumo, al cambio di atteggiamento verso i gruppi di potere e quant’altro. Penso, forse sbagliando, che i migliori approfondimenti sociologici siano le storie, che consentono di individuare le tendenze nuove e monitorare quelle vecchie. Non tanto per fare analisi e previsioni, che sono proprio grande il limite del nostro tempo: pensare al futuro dimenticandosi di vivere il presente. Con tutto ciò che ne consegue…

Storie di quotidiana umanità

Le storie sono di importanza fondamentale. Per fare un gioco di parole, sarei tentato di dire che sono di importanza vitale. Sono un’enorme ricchezza. Arricchiscono chi ha la fortuna di raccoglierle e anche chi le racconta, perché le ha vissute e nella maggior parte dei casi le ha metabolizzate. Sono i primi indicatori di una società che cambia, evolvendosi o involvendosi. Raccontate dai diretti protagonisti, a volte anche arricchite del “senno del poi”, aiutano a comprendere bene come si modifica il tessuto sociale che ci sta intorno. Le storie segnano le epoche, scandiscono il tempo, ci fanno riflettere, crescere, maturare.

Non a caso, sia la sociologia sia la storia sociale hanno dovuto riscoprire il valore dell’approccio biografico, ancora tenuto in scarsa considerazione da molti giornalisti, che altrimenti dovrebbero rivedere tutte le loro logiche di approccio alle notizie. Non solo per il sociologo deluso dagli approcci quantitativi, in cui tutti i riferimenti vengono eliminati, la storia di vita offre un’infinità di informazioni che consentono di recuperare lo spessore diacronico dell’esperienza sociale reale. Ma solo attraverso le storie di vita, ricche e miserabili, si può reintrodurre la dimensione temporale nella corretta #analisi sociologica.

Le storie sono capaci di stimolare l’immaginazione personale (di chi le raccoglie e di chi le legge) e sociologica, al contrario di ciò che può avvenire se si segue uno schema (magari) di domande predeterminate e con risposte codificate. Questo, in realtà, ce lo insegna la storia. Gli storici, ad esempio, spesso fanno ricorso a testimonianze orali per integrare e correggere le fonti scritte. Quello che è certo è che le condizioni di incertezza e insicurezza che la società contemporanea vive quotidianamente richiedono alle scienze sociali un approfondimento tanto teorico, quanto empirico. Domande sul perché ho deciso di raccontarvi, sul mio blog, storie vere di vita vissuta?

Storie di sport e di sportivi

Lo sport svolge un ruolo sociale fondamentale, in quanto rappresenta uno strumento di educazione e uno straordinario catalizzatore di valori universali positivi. È un veicolo di inclusione, partecipazione e aggregazione sociale, nonché uno strumento di #benessere psico-fisico e di prevenzione. Nell’antichità lo sport era un’attività che metteva a dura prova le capacità fisiche dell’atleta, un mezzo di interazione, un modo per riunire persone diverse sotto un’unica passione. L’importanza sociale dello sport si è consolidata nel corso del tempo e il potere di trasmissione di determinati valori si è evoluto in modo rapido, soprattutto grazie all’avvento dei mezzi di comunicazione e della tecnologia.

Nella società moderna, dove si è a contatto con persone provenienti da Paesi diversi, con culture, tradizioni ed usanze dissimili dalle nostre, lo sport rappresenta un elemento di coesione. In un’epoca dove si esalta l’individualità esiste ancora un modo per apprendere il rispetto dell’altro unitamente alla piena coscienza di sé. Lo sport è così radicato nel tessuto sociale da condizionare addirittura l’economia e l’istruzione. In molti, io sono tra questi, lo definiscono come uno dei fenomeni sociali europei più significativi del Ventesimo e del Ventunesimo secolo. Giusto per rimarcare un concetto con una verità che, però, fa storia: pensate a quanti italiani non si preoccupano del Paese, perché sono impegnati a seguire la squadra del cuore…

A proposito di chi gioca sporco, tengo a precisare una cosa: Diego Armando Maradona, per fare un esempio noto a tutti, era un calciatore e un cocainomane. Io non credo che la “coca” gli abbia consentito di trascinarsi una squadra come il Napoli, a cui ha fatto vivere una favola intramontabile. Io penso semplicemente che Maradona, come sportivo, fosse un campione unico e di assoluto valore. Però, era ed è anche un uomo. Un uomo con le sue debolezze, che non ha resistito a tentazioni da cui sarebbe dovuto fuggire. Ha pagato tutto a caro prezzo. Ciò non toglie che fosse un grande campione. Dicasi la stessa cosa per Marco Pantani e altri sfortunati campioni.

Storie di tecnologia ed evoluzione umana

Dalla mattina appena svegli sino a tarda sera, la maggior parte di voi utilizza un qualche strumento tecnologico: il computer o il tablet per navigare su internet, l’Xbox con l’ultimo gioco in 3D, lo smartphon per inviare l’ultimo messaggino della buonanotte su WhatsApp prima di andare a letto. La tecnologia fa parte della nostre vite, anche ora mentre scorrete con gli occhi questo articolo o qualunque altro post di questo blog, state utilizzando uno strumento tecnologico. Dal 1997, anno in cui le scoperte tecnologiche hanno iniziato a susseguirsi con un ritmo incalzante, ad oggi la società ha subito un radicale cambiamento, il passaggio da una società “moderna” ad una società “post- moderna” è stato veloce e sconvolgente.

Spesso si fa fatica a star dietro al concetto di “società digitale”, di “ciberspazio”, di “e-commerce”, di “internet” o di “società fluida e multi-rete. La tecnologia è talmente entrata a far parte della nostra vita quotidiana da non darle più molta importanza, anzi delle volte la si dà per scontata. Ma se pensassimo per un attimo a come era la vita prima dell’avvento della tecnologia e a come avremmo vissuto senza di essa, allora possiamo anche capire quali sono stati i vantaggi apportati dal suo utilizzo, per la nostra vita e per quella di tutti gli uomini del mondo, e quali sono gli svantaggi, legati più che altro all’abuso e al modo errato di servirsi delle tecnologie a nostra disposizione.

Grazie al progresso della scienza e della tecnologia, l’uomo ha conosciuto un enorme miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma ora il progresso sta così accelerando da divenire quasi incontrollato e rischiare di superare le reali esigenze dell’uomo. Le nuove tecnologie e la libertà della comunicazione ad essa legata, stanno cambiando le relazioni sociali tra i gruppi. Internet e i nuovi digital divide (tablet e smartphone), è vero, ci permettono di venire a conoscenza di informazioni, vedere video, film, documentari, in tempo reale da tutte le parti del mondo; ma restare al passo coi tempi o meglio con le migliaia di notizie ed eventi giornalieri è certamente difficoltoso e delle volte può procurare un senso di disorientamento.

Storie di lavoro: evoluzione e involuzione

Alzi la mano chi pensa che il lavoro, inteso come mondo, come universo variegato in cui capita davvero di tutto e nel quale molti di noi trascorrono oltre un terzo della propria esistenza, non influenzi la società e i suoi comportamenti. Nessuno alzerà la mano. Si pensi come le periodiche crisi economiche, foriere di crisi occupazionali, lacerano e deteriorano le relazioni sociali che sono alla base della vita collettiva. Scontato che le difficoltà che, sia gli organismi politici e sia quelli economico-produttivi, incontrano nel risolvere la disoccupazione è causata da una scorretta considerazione delle risorse umane nell’ambito del progetto che dovrebbe rilanciare le attività economiche. Il lavoro e la retribuzione sono stati “stracciati” e da sempre molte aziende, ma soprattutto lo Stato, tentano di regolamentarli come credono.

Non è un caso se, sin dall’inizio, il lavoro viene studiato dalle scienze sociali, come sociologia, politica, diritto ed economia, e anche dalle quelle astratte e naturali, fisica e geografia. Il lavoro, oltre ad essere un’attività produttiva regolamentata dalla legge, è prima di tutto un servizio utile e indispensabile che si rende ai membri di una società civile, e prevede la concessione sistematica al pubblico di un bene in cambio di un altro, spesso in forma di compenso monetario, ma non sempre. Ad esempio, anche il volontariato impegna come un lavoro. Anzi, è un lavoro che, però, non viene retribuito. Pensate a tutte le suore cattoliche impegnate negli ospedali. Spesso operano con gli infermieri e colmano il vuoto di assunzioni nelle aziende ospedaliere.

Il termine “lavoro” deriva dal latino “labor” con il significato di “fatica“. Nell’antichità, la letteratura classica parlava di “durar fatica” e “operar faticando“. Altro termine di parlate italiane per “lavoro” è “travaglio”, che deriva dal latino tripalium (strumento di tortura). In siciliano, “lavorare” si dice “travagghiari” e in piemontese “travajè” e così via dicendo. Ancora oggi in alcuni dialetti regionali si usa il termini faticare: “andare a faticare”. Oggi, lavorare significa occupare il #tempo per fare qualcosa di produttivo che ti permette di sopravvivere o vivere, attraverso il vantaggio economico dello stipendio. Fateci caso: con il termine “occupato” si definisce lo status del lavoratore e, con il suo opposto, disoccupato, si definisce lo status di chi non ha un lavoro come un soggetto in cerca di una occupazione.

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