Il problema non è lo scontrino fiscale. Il problema è l’uso, anzi il non uso che se ne fa di questo (potenzialmente) meraviglioso strumento. La stragrande maggioranza delle persone vede nello scontrino un inutile pezzo di carta. Peccato, perché l’idea all’origine era eccellente. Regolamentato a dovere avrebbe reso tutti un po’ più benestanti e tutti un po’ più onesti, senza il bisogno di ricorrere a controlli che raramente vengono effettuati. Ma che ogni volta che vengono effettuati danno risultati strabilianti: pioggia di multe.

Seguitemi. Lo scontrino fiscale deve essere rilasciato per ogni acquisto. A gran parte dei commercianti questa storia non piace. Che siano titolari di bar o di negozi di moda, appena stabiliscono un contatto più “amichevole” con il cliente, tendono a non emettere lo scontrino o a battere quello non fiscale. Così, alla peggio, dinnanzi ad una eventuale rimostranza del cliente potranno dire: “Mi scusi, ho premuto il tasto sbagliato”.

Questo giochino della non emissione degli scontrini e delle ricevute fiscali provoca ogni anno un ammanco nelle casse dello Stato di qualche miliardo di euro, in considerazione del fatto che è una pratica diffusissima. Dite di no? Pensate già solo al bar sotto casa. Prendete il caffè e spesso non vi fa lo scontrino. Un caffè costa al barista circa cinque centesimi e viene venduto a un euro, con un profitto netto generato di novantacinque centesimi a cliente.

Un piccolo bar può arrivare a fare trecento caffè al giorno, battendo al massimo tra i trenta e i cinquanta scontrini, quindi evadendo tra i duecentocinquanta e i duecentottanta euro al giorno. Oltre centomila euro all’anno di evasione fiscale. Chi ce li rimette questi soldi? I cittadini. Quelli che onesti devono esserlo per forza. Dipendenti dello Stato e dipendenti privati, che si ritrovano una pressione fiscale che sfiora il cinquanta per cento in busta paga. Risultato? Un Paese spaccato e divorato dall’invidia sociale.

Infatti, succede che i carabinieri di Pino Torinese debbano intervenire su richiesta di una donna che ha segnalato al 112 che la sorella settantacinquenne, Pina Conrotto, ha chiuso a chiave all’interno dell’abitazione l’idraulico. Lo ha sequestrato perché lo stesso idraulico, a suo dire, non voleva rilasciargli la ricevuta fiscale. Trovo giusto che non si possa sequestrare un uomo o una donna perché non emettono lo scontrino, trovo profondamente ingiusto che la sola denunciata sia la vecchietta che ha sequestrato l’idraulico.

Se fosse vero che non voleva fare la ricevuta, meritava di essere denunciato anche lui. E poco importa se non parliamo di due milioni di euro. Ciascuno di noi è chiamato a contribuire al bene comune, il Paese. Se questo Paese non piace si può scegliere di andarsene, non necessariamente bisogna derubarlo. L’Italia è lunga e, spesso, al nord qualcuno si sente migliore di “quelli del sud”. Ma in realtà tutto il mondo è paese. Nel caso specifico della provincia di Torino che ho preso come esempio, pare che l’idraulico non avesse con sé il libretto delle ricevute.

Il quotidiano La Stampa annuncia la nascita dello scontrino fiscale.

Però, per fare altri esempi, succede che a Napoli, su novanta esercizi controllati dalla Guardia di Finanza, si scopra che oltre il settanta per cento non emetta lo scontrino fiscale. Settanta per cento significa settanta evasori fiscali ogni cento persone. E Napoli non è diversa da Torino. Il problema è che in Italia l’evasione è un reato che non è un reato.

Non conosco un venditore ambulante che rilasci uno straccio di scontrino o di ricevuta. Non te li rilasciano quelli che vendono braccialetti, suppellettili, statuette, ombrelli, bibite. Certo, succede anche di peggio. Come ad esempio che un editore piemontese riesca a far fallire con circa dieci milioni di euro di debito la propria azienda, che però fatturava quattordici milioni all’anno e aveva appena sei milioni di spese. Basta avere un’amante cleptomane come dirigente.

Lo pseudo editore patteggia, becca una condanna per bancarotta fraudolenta, accetta di ridare un decimo di quanto evaso e la Giustizia gli dà una pacca sulla spalla, sospende la pena e lui continua ad amministrare altre società e a fare i suoi porci comodi. A chi lo porta in tribunale fa una buona offerta e riesce ad evitare la sentenza… In Italia va così.

Ma non è guardando al peggio che si risolvo i problemi. Allora, come ne usciamo da questa “storia dello scontrino” che da decenni genera un evasione miliardaria in tutta Italia? Ne usciamo ridando potere ai cittadini, al popolo, ai veri e unici proprietari del Paese (che, però, in Italia a volte non riescono neppure ad essere padroni di casa propria). Se ad ogni cittadino venisse offerta la possibilità di scaricare (quindi recuperare proprio come fosse un’impresa) una percentuale compresa tra il  cinque e il dieci per cento dell’Iva, potremmo anche fare a meno dell’uso della guardia di finanza, che finalmente potrebbe dedicarsi a casi ben più importanti ed eclatanti. Sempre che ne abbia voglia…

Avete presente che cosa accadrebbe. Scoppierebbe la scontrinomania. Tutti vorrebbero lo scontrino, che finalmente diventerebbe un amico. La gente ripulirebbe le strade pur di avere uno scontrino. Ma soprattutto potete scommettere anche i “gioielli di famiglia” sul fatto che nessun negoziante si permetterebbe di “dimenticarsi” di battere lo scontrino. E non si dica che diminuisce il gettito dell’Iva: paradossalmente aumenterebbe. Più persone pagano le tasse e meno pagheranno tutti.

Lo scontrino fiscale ha una storia abbastanza recente, che risale al 1980 quando, per combattere la crescente evasione fiscale (chiamiamola pure anarchia dei commercianti), l’allora Ministro delle Finanze, Franco Reviglio ebbe l’idea di introdurre il registratore di cassa con annesso scontrino fiscale. Dall’idea alla messa in opera ne trascorse di tempo e così arrivammo al 1983 e a un nuovo Ministro, Francesco Forte, che come Reviglio era socialista e appoggiò completamente la causa dettando le regole definitive per l’inserimento del registratore di cassa.

Fu un’introduzione graduale che avrebbe dovuto interessare inizialmente solo gli esercizi commerciali, come negozi, ristoranti, supermercati, che avevano dichiarato negli anni precedenti un volume di affari decisamente importante, nell’ordine dei duecento milioni di lire. Via via poi si sarebbero dovuti adeguare tutti i commercianti di qualsiasi fascia di reddito. Ecco il registratore ce l’anno ormai tutti, ma il vizio di usarlo no.

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