Marco Furlan e Wolfang Abel

Ludwig e le idee neonaziste contro i ‘deviati’

Ludwig non è un serial killer, bensì lo pseudonimo di due serial killer nazisti che terrorizzarono il nordest d’Italia per sette lunghi anni. Mi riferisco a Wolfgang Abel, originario di Düsseldorf, nasce il 25 marzo del 1959. Marco Furlan, invece, nasce a Padova il 16 gennaio del 1960. Insieme appiccano incendi e uccidono spinti da idee neonaziste. Commettono i delitti nel nordest dell’Italia, in Germania e nei Paesi Bassi, tra il 25 agosto 1977 e l’8 gennaio 1984. Dopo aver ucciso, spediscono delle lettere alla polizia e rivendicavano gli omicidi o gli attentati. Si firmano come “Ludwig”.

L’aspetto che maggiormente colpisce l’opinione pubblica al momento dell’arresto dei membri del gruppo “Ludwig” è l’origine sociale di Furlan e Abel, figli dell’alta borghesia di Verona e provenienti dal quartiere di Borgo Trento, uno dei più prestigiosi del capoluogo scaligero. Wolfgang Abel è figlio di un consigliere delegato di una compagnia assicurativa tedesca e vive a Negrar, in provincia di Verona, pur avendo abitato a Monaco di Baviera. Si laurea in matematica a pieni voti e lavora col padre nella medesima compagnia assicurativa. Marco Furlan è figlio del primario del centro ustionati dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona – sintomatico il fatto che molte delle vittime di “Ludwig” vengono arse vive – ed al momento dell’arresto risulta in procinto di laurearsi in fisica presso l’Università di Padova.

Marco Furlan e Wolfang Abel

Marco Furlan e Wolfang Abel

I due sono parte di un gruppo di giovani che, all’epoca, sono soliti incontrarsi nella piazza Vittorio Veneto di Borgo Trento. Condividono l’idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti e preti. Il primo omicidio avviene il 25 agosto 1977, quando il senzatetto zingaro Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona. Segue, il 17 dicembre 1978, l’accoltellamento del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, assassinato con trenta coltellate. Quasi un anno dopo, il 12 dicembre 1979, a Venezia, Furlan e Abel uccidono con una trentina di coltellate il tossicodipendente ventiduenne Claudio Costa. Il 25 novembre 1980 una lettera arriva alla redazione di Mestre del giornale locale Il Gazzettino.

Nella missiva si rivendicano tre omicidi avvenuti in Veneto tra il 1979 e il 1980 e porta la firma Ludwig, posta lungo le ali di un’aquila del Terzo Reich posata sopra una svastica. A corredo del tutto, una serie di informazioni dettagliate sulle molotov e i coltelli usati nei delitti, a prova della veridicità della rivendicazione. Gli omicidi rivendicati sono quelli di Guerrino Spinelli, un senzatetto bruciato nella sua macchina a Verona nell’agosto 1977, Luciano Stefanato, cameriere omosessuale ucciso a coltellate a Padova nel dicembre 1978 e Claudio Costa, tossicodipendente ucciso a coltellate a Venezia nel 1979. Tre omicidi seriali uniti da un filo conduttore: tre persone che agli occhi di persone che perseguivano le idee del nazismo risultavano deviate.

Infatti, circa un mese dopo la lettera inviata al Gazzettino, una quarta uccisione di una persona appartenente a una categoria posta al di fuori di quello che per LuLudwig ra l’ordine: Alice Maria Beretta, prostituta uccisa a colpi di ascia e martello a Vicenza nel dicembre 1980. Ludwig non sceglie personalità in vista, esponenti di una fazione politica opposta, né cerca la strage in nome del terrore. Tutto questo in anni in cui l’Italia ancora non era pratica nel fronteggiare i moderni serial killer, e proprio nel periodo in cui inizierà ad apprendere i primi metodi di contrasto a fenomeni di questo tipo per fronteggiare il primo assassino seriale di stampo maniacale in Italia nell’era moderna, il Mostro di Firenze.

Wolfang Abel e Marco Furlan dietro il serial killer Ludwig

Volantino Ludwig

Il volantino inviato da Ludwig al quotidiano La repubblica.

Il pensiero di Ludwig si espliciterebbe meglio in una nuova rivendicazione, arrivata tuttavia in seguito ad un’azione che in sede processuale non gli viene attribuita. Il 25 maggio 1981 viene data alle fiamme la torretta di San Giorgio, una fortificazione delle mura di Verona usata come ritrovo da senzatetto e tossicodipendenti. In quel terribile rogo muore il diciassettenne Luca Martinotti. In seguito a questo episodio, una lettera a firma Ludwig arriva alla redazione de La Repubblica. Si legge: “Ludwig – La nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio”, e nelle righe successive viene rivendicato il rogo della torretta di San Giorgio.

A conclusione del testo, la frase “Gott mit Uns”, motto dell’esercito tedesco per secoli fino ai tempi della Germania nazista. Gli omicidi successivi firmato Ludwig sono quelli del 20 luglio 1982: tocca prima a padre Gabriele Pigato e poi a padre Giuseppe Lovato, entrambi frati settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza, aggrediti mentre stanno passeggiando in via Cialdini e uccisi a colpi di martello dai due giovani. Nel febbraio 1983 a Trento viene ucciso padre Armando Bison, cui viene conficcato in testa un punteruolo con attaccato un crocifisso. Si tratta del primo delitto compiuto fuori dai confini del Veneto. E purtroppo non sarà assolutamente l’unico.

Ludwig evolve ad un livello superiore di violenza. Ludwig fa un passo avanti nella sua opera di morte, passando dai singoli omicidi alle stragi. Il 14 maggio 1983, i due serial killer danno fuoco al cinema a luci rosse Eros di Milano, uccidendo sei persone, compreso il medico Livio Ceresoli, entrato nella sala per prestare soccorso, morto ustionato e poi insignito della medaglia d’oro al valor civile. Perché non esportare il messaggio nazista di Ludwig all’estero? E così, nel mese di dicembre Ludwig colpisce per la prima volta fuori dall’Italia, per la precisione ad Amsterdam, dando fuoco al sexy club Casa Rossa e causando la morte di tredici persone.

Il mese successivo, cioè a gennaio del 1984, viene data a fuoco la discoteca Liverpool di Monaco di Baviera, in cui rimane uccisa una cameriera, Corinne Tatarotti, e altre sette persone restano ustionate. La furia moralizzatrice di Ludwig si evince chiaramente nella rivendicazione, in cui viene scritto ‘al Liverpool non si scopa più’. Il 4 marzo 1984, Ludwig compare alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova e lì, dopo sette anni, compie un passo falso: all’interno si trovano quattrocento ragazzi mascherati per la festa di carnevale.

Wolfang Abel e Marco Furlan si introducono nel locale portando due borse contenenti altrettante taniche di benzina. Cercano di dare fuoco alla moquette, senza tenere conto che i locali pubblici ormai sono dotati di rivestimenti fatti in materiali ignifughi, dopo il rogo del cinema Statuto, avvenuto a Torino nel febbraio del 1983. Scoperti, tentano di aggredire il buttafuori, ma vengono sopraffatti e consegnati alla Polizia, che li salva dal linciaggio. Ludwig si lascia dietro ventotto morti e trentanove feriti. Wolfang Abel e Marco Furlan vengono condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto per tutti e due l’ergastolo, per quindici omicidi e due incendi, in cui muoiono altre tredici persone.

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Abel e Furlan scontano la pena e tornano in libertà

Abel viene sottoposto a perizia psichiatrica, richiesta anche dai difensori di Furlan, Tiburzio De Zuani e Piero Longo: l’imputato rifiuta di sottoporsi ai colloqui. Gli specialisti Balloni e Reggiani affermano che Abel ha una ridotta capacità di intendere e di volere durante gli omicidi, inoltre affermarono che è cresciuto senza le attenzioni affettive che permettono di costruire una personalità sana. La perizia viene contestata. Il 10 febbraio 1987 vengono entrambi condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero chiede per tutti e due l’ergastolo. Ad entrambi viene riconosciuto un vizio parziale di mente.

Il 15 giugno 1988, la Corte d’assise d’Appello di Venezia rimette in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordina a Furlan il soggiorno obbligato a Casale di Scodosia, un paese in provincia di Padova, da cui Furlan fugge nel febbraio del 1991, poco prima della definitiva condanna in Cassazione. Lo catturano nel maggio del 1995 a Creta, dove vive sotto falso nome e lo riportano in Italia. Intanto, il 10 aprile del 1990 la Corte d’appello di Venezia, presieduta da Nicola Lercario, lo condanna in contumacia a ventisette anni di carcere, condanna confermata l’11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione. Nella stessa occasione anche Abel viene condannato a ventisette anni. Poco dopo l’arresto a Creta, Furlan tenta il suicidio in carcere, provando a impiccarsi alle sbarre con un lenzuolo, ma rimanendo sostanzialmente illeso.

La sigla Ludwig fu ripresa da altri fanatici dell’estrema destra italiana, che non avevano mai avuto contatti con Abel e Furlan, ma attraverso i giornali erano attratti dalle loro idee razziste, e che quindi decisero di organizzare nella città di Firenze, il 27 febbraio 1990, un pestaggio di massa ai danni dei venditori ambulanti e spacciatori immigrati presenti nelle varie zone della città, lasciando ai giornali italiani alcuni volantini in cui rivendicavano l’aggressione firmandosi come Ludwig. In seguito passarono ad attacchi bomba contro i campi nomadi in Toscana, facendo numerosi feriti tra i rom (particolarmente cruento fu un attacco bomba fatto al campo nomadi nella Provincia di Pisa, dove una bambina perse un occhio e una mano). Queste azioni violente suscitarono molto clamore poiché alcune vittime degli attacchi bomba erano bambini.

Questo aumentò le pressioni dell’opinione pubblica per un intervento della Polizia Italiana e dei Carabinieri, che arrestarono gli autori degli attentati. I colpevoli erano ragazzi più giovani di Abel e Furlan, provenivano da città diverse e, quando furono interrogati, dissero di non aver mai conosciuto di persona i membri di Ludwig, ma di volerli emulare. Il 18 aprile 2008 viene diffusa la notizia della decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di affidare Marco Furlan in prova ai servizi sociali. Furlan, attraverso il suo legale, l’avvocato milanese Corrado Limentani, aveva chiesto di poter lasciare il carcere di giorno per tornarvi la notte e nei fine settimana. L’organismo giudiziario ha rifiutato la semilibertà, ma ha concesso l’affidamento ai servizi sociali, tenendo conto della buona condotta del serial killer e dell’ormai imminente fine pena, prevista per l’inizio del 2009.

La notizia non ha mancato di suscitare polemiche nell’opinione pubblica: proteste al riguardo sono pervenute alle redazioni di quotidiani e settimanali. Il 24 aprile 2008 Furlan ha preso la seconda laurea con lode in ingegneria informatica, mentre il 12 novembre 2010 è stato rimesso in libertà per la buona condotta tenuta durante il periodo in libertà vigilata. Nel 2009, la misura detentiva residua a carico di Wolfgang Abel è stata commutata negli arresti domiciliari, scontati nella casa di famiglia in Valpolicella. Scaduto il termine di pena, dopo un ulteriore periodo di libertà vigilata e obbligo di firma a Negrar, il 24 novembre 2016 il magistrato di sorveglianza competente ha revocato anche quest’ultimo provvedimento, sancendo il ritorno in libertà di Abel. Intervistato dal Corriere del Veneto, Abel ha affermato di essere pronto a rendere ulteriori dichiarazioni e testimonianze inedite sulla sua esperienza criminale.

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