Marijuana ad uso terapeutico: parliamone

Questa volta parliamo di marijuana ad uso terapeutico. Quanta ipocrisia c’è intorno a questa pianta, anche per l’uso terapeutico… Affrontare l’argomento crea imbarazzo in molte persone, stupore e preoccupazione in altre, fa addirittura saltare i nervi a politici, pseudo-tali e a tutto il mondo legato a potentati economici come produttori di carburanti, case farmaceutiche, costruttori di automobili e motociclette e di materiali edili. Questi sentimenti ostili si spiegano in un modo molto semplice: la marijuana e la canapa non sono brevettabili e sono a disposizione dell’umanità.

Sono del mondo, di cui solo la Madre Natura è titolare. Chiunque ne potrebbe disporre e, quindi, potrebbero guadagnarci un po’ tutti. Tutti tranne le multinazionali che senza scrupoli ci stanno educando a distruggere il pianeta in cui viviamo. Ci stanno trasformando in un pericoloso virus, che distrugge qualunque cosa tocchi. Ma si sa, la vita su questa terra è ciclica e grazie ad internet alcune informazioni si ottengono e anche più rapidamente prima.

Questo non indifferente fattore, la velocità con cui si scambiano informazioni e con cui ci si può parlare, causa anche la velocizzazione anche di alcuni cicli. Ecco, a volte ritornano e quindi non c’è da stupirsi se questa pianta tanto bistratta e su cui sono state raccontate ogni genere di storie, nel Terzo Millennio si sta prendendo importanti rivincite. Il mio non è un invito a fumarla, ma a non demonizzarla. Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole, a condizione che quando si apre bocca si parli con cognizione di causa. E purtroppo, sulla marijuana ad uso terapeutico, spesso non si parla con cognizione di causa.

La legalizzazione della marijuana ha travolto gli Stati Uniti d’America, l’Uruguay (che ha introdotto l’uso ricreazionale e che grazie alla legalizzazione è riuscita a sconfiggere il narcotraffico e ad abbassare le tasse per i cittadini), ha arricchito per decenni e continua ad arricchire l’Olanda (che vorrebbe voltarle le spalle ma sa che non le conviene). Avrebbe potuto contribuire fortemente a risanare il debito pubblico italiano e invece ha fatto fare soldi a palate solo alle mafie… Nel mondo ormai si assiste ad una esplosione del mercato della cannabis e stanno aumentando anche le Spa e i centri wellness che usano il cannabidiolo per massaggi, oli , latte e succhi oltre che per meditazione, agopuntura, pilates e yoga.

Yoga? Sì, la pioniera dello yoga con cannabis si chiama Dee Dussault, che insegna Ganja Yoga a San Francisco. Pare funzioni e, infatti, poco dopo anche il 420 Fight Club di New York, a Washington Square, ha deciso di combinare le arti marziali con il consumo di cannabis per meditare. Il Los Angeles Times, invece, ha ribattezzato “l’Escoffier della marijuana” il fornaio del Love’s Oven di Denver, in Colorado: qui vengono sfornati biscottini salutari alla cannabis mentre, alla fine del 2015, grazie ai membri della famiglia di Bob Marley, arriva Marley Natural, semi di canapa e istruzioni su come si coltivano e si lavorano “nel rispetto della natura, responsabilità e umanità”.

Club e marijuana terapeutica

E in Europa? Sono diversi i club della cannabis. Fra questi: Airam and La Maria di Barcellona, che offre ai soci anche massaggi, classi di yoga e Pilates, e Al Therme Laa Hotel & Spa, in Austria, dove i massaggi si fanno anche con olio di cannabis sativa. In Germania una importante sentenza, seppure scritta con molti “paletti”, ha iniziato col riconoscere gli importanti effetti curativi della marijuana. La corte amministrativa di Colonia, il 22 luglio 2014 ha riconosciuto per la prima volta il diritto dei malati cronici a coltivare cannabis per uso terapeutico. Parliamo solo di situazioni eccezionali. Il pronunciamento dei giudici, che hanno concesso l’autorizzazione per la coltivazione a uso terapeutico in tre casi, è in effetti limitato a situazioni eccezionali, con condizioni piuttosto restrittive.

Innanzitutto deve essere dimostrato che nessun altro antidolorifico abbia effetto sul paziente e poi può ricorrere alla coltivazione diretta solo chi non ha la facoltà di acquistare in farmacia prodotti con estratto di cannabis. Quindi, resta inalterato il divieto generale di piantare cannabis per i privati. In Spagna si assiste frequentemente a tentativi per nulla velati di legalizzazione, almeno all’interno di club in cui i soci possono coltivare e fumare. E mentre in Europa se ne parla e basta, con l’adesione di New York, nel 2015 sono 23 gli Stati americani che hanno legalizzato l’uso medico della marijuana.

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L’uso terapeutico dei cannabinoidi in Italia è pienamente legittimo in tutte le regioni, alcune però si fanno carico dei costi attraverso il Servizio Sanitario Regionale, sgravando il paziente dall’onere economico. Dal 2 maggio 2011 la Toscana va incontro ai pazienti che fanno richiesta di farmaci cannabinoidi, seguita dal Veneto che ha autorizzato la distribuzione gratuita di farmaci a preparati galenici, e dalla Liguria che nell’estate 2012 ha approvato una legge per l’erogazione di queste medicine per scopi terapeutici; le Marche, anche in Friuli Venezia Giulia in cui viene concessa a carico del Sistema Sanitario Regionale, e infine la Puglia, garantiscono il rimborso delle cure a base di derivati da cannabinoidi.

L’Abruzzo è diventata proprio in questi giorni la settima regione a prevedere la prescrizione dei cannabinoidi a fini terapeutici direttamente dai medici di base. E’ importante sapere che la questione dei farmaci derivati dalla cannabis è al centro di un dibattito che vede pareri contrastanti sul loro impiego. Chi osteggia la terapia, sia negli ambienti politici, ma anche nella società, ne mette in dubbio la validità scientifica, ed è preoccupato per un possibile dilagare delle droghe leggere. Tabù difficili da smuovere associano la cannabis a quella droga che, seppur definita “leggera”, condurrà inevitabilmente i suoi utilizzatori nella spirale della dipendenza da droghe pesanti.

A questo punto è doveroso essere rigorosi nella distinzione tra terapia e uso ricreativo della cannabis, perché sono i dosaggi impiegati a fare la differenza, non i principi attivi in sé. Tutto si riconduce ai problemi culturali, quindi? Forse. In Italia non c’è la cultura diffusa della cannabis terapeutica, e si avanza con passi incerti quando ci si interroga sugli effetti collaterali. In conseguenza di questo, la terapia con cannabinoidi viene utilizzata in alternativa ai cosiddetti farmaci “di prima scelta” quando questi ultimi non diano gli effetti attesi sui pazienti. Da anni si stanno facendo sempre più studi anche sulla cannabis usata a scopo terapeutico e farmaci a base di estratti di questa pianta sono usati per contrastare il dolore e gli spasmi muscolari nella sclerosi multipla e nella sclerosi laterale amiotrofica e contro il dolore cronico in generale.

Gli studi esistono anche su altre patologie: si va da ricerche sull’azione positiva della cannabis sui disturbi del sonno a valutazioni scientifiche sul ruolo della cannabis nel trattamento di alcune forme di cancro. Si sono valutati gli effetti anche sul mal di mare. Ma se l’uso terapeutico della cannabis trova sempre più conferme scientifiche, non mancano ostacoli pratici, soprattutto in Italia, dove i farmaci a base di cannabinoidi non sono prodotti e debbono essere importati, con costi e trafile burocratiche complesse. Inoltre, il quadro è disomogeneo e varia da regione a regione.

Per prima cosa è necessario far chiarezza: c’è una grossa differenza tra i principi attivi impiegati a scopo terapeutico, e quelli impiegati per uno ricreativo. Sono due i principi attivi della cannabis presi in causa: il Thc (delta 9-tetraidrocannabinolo), che se abusato provoca effetti psicotropi e può portare all’abuso della sostanza (ma che se dosato correttamente porta sollievo a diversi disturbi), e il cannabidiolo, il quale non causa psicotropia, dispone di rilevanti proprietà farmacologiche e antinfiammatorie, e che secondo dati clinici e sperimentali non produce rilevanti effetti collaterali.

Marijuana, principi attivi: pariamone

Entrambi i principi vengono quindi usati nelle terapie che coinvolgono la cannabis, ma il dosaggio del Thc è calibrato in modo che gli effetti psicotropi vengono controllati dal cannabidiolo conferendone maggiore tollerabilità. Il Thc, infatti, è efficacemente impiegato da diversi anni contro la nausea (come anti-emetico) e per stimolare l’appetito in pazienti che soffrono di disturbi alimentari, pazienti oncologici in cura chemioterapica, pazienti con Aids conclamata. Insomma, non fa poi così male la marijuana ad uso terapeutico.

Quindi combinando Thc e cannabidiolo con metodo scientifico si possono ottenere gli effetti terapeutici importanti. Come? I farmaci cannabinoidi agiscono sui recettori del cervello, combattono e prevengono le infiammazioni cerebrali. Nei recettori CB1 preservano le funzioni cognitive e ostacolano il rischio di eccitotossicità, nei CB2 tutelano il cervello dalla neuro infiammazione causata dall’accumulo di placca la quale porta morte cellulare.

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Il farmaco commercializzato Sativex.

Le patologie su cui la somministrazione di farmaci di derivazione cannabinoide ha riportato miglioramenti sono numerose: pazienti colpiti dalla sclerosi multipla, da mielo-lesioni, dolori neuropatici, artrite reumatoide, Parkinson e pazienti oncologici provano sollievo a seguito dell’assunzione di questi farmaci.

I cannabinoidi inoltre vengono impiegati per il controllo della rigidità muscolare. E un recente studio ne ha messo in luce l’efficacia nella prevenzione e nel trattamento dell’Alzheimer (considerato da alcuni studiosi conseguenza di una neuro infiammazione cronica) e altre infiammazioni cerebrali.

Il farmaco viene importato sotto forma di infiorescenze (Bedrocan, usato anche per stimolare l’ appetito), o il Sativex che costa dai 35-40 euro per il primo dosaggio, e 740 euro per tre boccette. Il Sativex è uno spray orale, il cui principio attivo di base è derivato della cannabis, efficace per il dolore neuropatico.

Oggi si sta testando il Sativex attraverso studi clinici per il trattamento di una forma aggressiva di cancro al cervello, e si è rivelato più efficace del placebo per combattere il dolore, migliorare la qualità del sonno e di conseguenza alleviare anche la gravità della condizione clinica del paziente. Pur essendo ben tollerato però, non è stata raggiunta una rilevanza statistica sufficientemente alta, la cosiddetta “significatività statistica” valida per concludere i test. Insomma, sarebbe da sdoganare la marijuana ad uso terapeutico.

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