Memorie ritrovate: La Busta Gialla

Memorie ritrovate: La Busta Gialla

E’ proprio il caso di dirlo: sono memorie ritrovate quelle contenute nel libro La Busta Gialla, in cui si racconta una vicenda realmente accaduta (e documentata) durante la Seconda Guerra Mondiale a Genova e casualmente scoperta settant’anni dopo dall’autore, che ne è anche il protagonista. Durante una seduta fisioterapica, a Marco viene segnalata la presenza di cicatrici che evidenziano un numero elevatissimo di iniezioni lombari. Chiede spiegazioni sulle loro origini all’anziana madre, Paola, che fa un vago riferimento, peraltro subito ritrattato, a una “busta gialla”.

Il protagonista, giornalista da cinquant’anni, insospettito, va alla ricerca del misterioso involucro nella casa dei genitori, dove fa una clamorosa scoperta: in un vecchio armadio trova alcune scatole metalliche semiarrugginite e una busta gialla. Dentro, un centinaio di lettere fra i suoi genitori quando il padre Luigi era al fronte, che raccontano la loro storia d’amore da quando si conoscevano appena a quando si erano sposati, nel 1943. E poi altrettante fotografie, il diario della mamma, tenuto giorno per giorno nei primi anni di guerra.

Infine, la busta gialla, nella quale c’è una cartella clinica con la registrazione di 24 punture lombari con Albucid tra il novembre 1944 e il gennaio 1945, quando l’autore aveva tre mesi. Un accertamento all’Istituto Gaslini di Genova conferma l’avvenuto ricovero in quell’ospedale per una diagnosi allora letale: meningite di Pfeiffer. In seguito Marco, nel corso di un’inchiesta durata più di due anni, scopre che l’Albucid, il farmaco che gli ha salvato la vita e che era prodotto dalla Bayer, nel 1944 era ancora sperimentale e testato dall’équipe di Mengele sui piccoli prigionieri ebrei nei campi di concentramento.

Contemporaneamente, però, dato che sembrava efficace anche contro le malattie veneree, veniva sperimentato anche sui militari della Wehrmacht, l’esercito di occupazione in Italia. Questa circostanza ha permesso al padre, Luigi, di reperire il farmaco dopo settimane di ricerca, sotto i bombardamenti durante la guerra civile, in una farmacia nei pressi di una caserma tedesca. Tutte queste circostanze vengono confermate dall’Archivio storico della Bayer in Germania, dal quale sentenziano: “Marco si è salvato per aver fatto lui stesso da cavia a un farmaco che poi, trasformato in vaccino, ha salvato migliaia di vite”.

Nel frattempo l’anziana madre, che non ha più motivo di tenere segreti (non voleva condizionare la vita del figlio con l’annuncio che aveva subito una così grave malattia) racconta i suoi anni di guerra attraverso la sua trasformazione obbligata da spensierata ragazzina sedicenne come appare dalle prime foto e dal diario, a una vera e propria “madre coraggio”, che affronta per due volte un ufficiale nazista per impedire che il marito e tutta la sua famiglia vengano deportati in Germania: Luigi, infatti, come reduce dell’esercito italiano, dopo l’8 settembre era obbligato a entrare a far parte dell’esercito della Repubblica di Salò.

Non avendolo fatto, aveva ricevuto la cartolina precetto in vista della deportazione nel tristemente noto in campo di lavoro di Kassel, nella Ruhr. Due faccia a faccia drammatici, al termine dei quali l’ufficiale tedesco “salva” l’uomo e la sua famiglia con una motivazione ancora oggi misteriosa: un atto di generosità o il gesto interessato di un gerarca nazista che, alla fine di una guerra ormai perduta cerca di rifarsi un a verginità in vista di un probabile prossimo processo? Ancora oggi la donna propende per la generosità, le associazioni partigiane per l’interesse personale.

La cartolina di deportazione e La Busta Gialla

L’autore, il giornalista Marco Francalanci, al Secolo XIX cronista di nera, politica, giudiziaria, costume, inviato di sport, vicecapocronista nel 1975, dopo una breve parentesi alla conduzione della Terza Pagina, capocronista dal 1978, negli anni più difficili del terrorismo brigatista e di quello neofascista a Genova, nel 1990 passa a La Repubblica come capocronista nella redazione appena aperta a Torino per l’edizione locale. È lui il Marco della storia e sapientemente ha strutturato “La Busta Gialla” come un romanzo storico di guerra. Nel prologo si accenna alla recente scoperta delle tracce di punture lombari e al primo colloquio con la madre, che fa riferimento alla “busta gialla”, il cui ritrovamento viene lasciato in sospeso.

Comincia qui un lunghissimo flashback attraverso il quale la madre racconta la storia della sua famiglia da quando si è trasferita a Genova da Livorno negli anni Trenta dopo la morte del padre, ufficiale di polizia. L’incontro con Luigi (nato a Genova dopo che il padre, un anarchico fiorentino, era fuggito in seguito a gravi disordini) precede il racconto di quegli anni che agli occhi di una ragazzina sembrano sereni, ma sui quali incombono prima la promulgazione delle leggi razziali, poi l’entrata in guerra, con le drammatiche conseguenze sulla vita di tutti i giorni.

Attraverso testimonianze, fotografie, resoconti dei giornali dell’epoca, Paola racconta la guerra attraverso la vita di ogni giorno, i razionamenti, le tessere annonarie, il terrore durante i bombardamenti, la distruzione della sua casa, nella quale si salva solo un tavolino di vimini, davanti al quale si fa fotografare con la mamma e manda l’immagine al fidanzato impegnato con la contraerea in Sicilia. Parallelamente, attraverso un appassionato epistolario, scorre la vicenda del fidanzamento tra i due giovani che si sono incontrati di persona solo una volta o due perché lui è troppo timido per dichiararsi, mentre per lettera riesce a esprimere la profondità dei suoi sentimenti.

Dopo lo smembramento dell’esercito seguito all’8 settembre, Luigi parte da Catania e raggiunge la Toscana, dove Paola vive sfollata e la sposa. La coppia torna a Genova, nella speranza che i combattimenti siano alla fine, ma si trova coinvolta in una guerra civile che a Genova ha vissuto risvolti tragici, tra attentati partigiani, esecuzioni sommarie, rappresaglie dei nazifascisti e sequestri di centinaia di operai nei cantieri per essere inviati nelle fabbriche di armi in Germania e mai più tornati. È in questo clima che Paola affronta per due volte il gerarca nazista per salvare la sua famiglia.

Ma pochi giorni dopo il secondo e decisivo incontro, nel quale l’ufficiale tedesco strappa la cartolina di deportazione, Marco si ammala di meningite, restando un mese in agonia, prima di essere salvato al Gaslini con il farmaco trovato da Luigi. Il racconto si avvia alla fine con lo straziante incontro tra Paola, con il bimbo ormai guarito, e il luminare del Gaslini che l’ha salvato: il professor De Toni, infatti, pochi giorni prima ha perso il figlio partigiano, ucciso dai fascisti nel giorno della Liberazione, proprio dietro l’ospedale. E il lungo flashback si conclude con la consapevolezza da parte di Paola che il figlio si è salvato grazie agli esperimenti condotti sui piccoli prigionieri dei campi di concentramento.

Nell’epilogo, infine, l’autore racconta l’emozione di quando ha scoperto il contenuto della busta gialla e come abbia condotto la lunga e rigorosa inchiesta su se stesso e la sua famiglia, con l’aiuto del Gaslini e la decisiva collaborazione da parte del dottor Thore Grimm, responsabile dell’Archivio storico della Bayer. A completamento del tutto, una postfazione dello storico professor Giangiacomo Migone, non a caso proprietario dell’omonima villa genovese (ora un museo) nella quale l’esercito tedesco, unico caso in Italia, si arrese alle formazioni partigiane, che lo consegnarono poi agli Alleati. Per questa resa il generale tedesco Meinhold, che rinunciò alla distruzione del porto già minato, fu inutilmente condannato a morte da un Hitler ormai agli ultimi giorni di vita.

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2 commenti
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    • Marco Cariati
      Marco Cariati dice:

      Ciao, il libro è uscito da poco più di un anno. Ovviamente, se ne sono interessati anche i grandi giornali come la Repubblica, il Corriere della Sera e molti altri. Hai ragione, la trama è proprio da film e chissà che…

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