Pietro Pacciani

Mostro di Firenze: storia di un mistero intriso di sangue

Il 21 agosto del 1968 si consumava un duplice omicidio, quello di una coppietta, che apparentemente poteva sembrava l’assassinio compiuto da un maniaco, o da un guardone disturbato, ma poteva sembrare anche un omicidio passionale dettato dalla gelosia. Le vittime erano due amanti. Nulla fece pensare che in quella terribile scena del delitto, con corpi abilmente martoriati ci fossero tutti gli elementi per raccontare il più grande mistero che aleggia intorno ad un serial killer, o ad una congrega di assassini seriali, identificato con il soprannome di Mostro di Firenze. E di serial killer si tratterebbe anche se il movente fosse il satanismo, come più volte indicato dalle indagini.

Il problema di fondo è che cinquant’anni non sono bastati a capire e ad arrivare alla verità. Cinquant’anni dopo il primo delitto firmato dalla calibro 22 del Mostro di Firenze, la procura indaga ancora sui suoi terribili ed efferati delitti. Cinquant’anni dopo si dice che non si brancola più nel buoi. Si dice. Anzi, gli inquirenti sono fermamente convinti che la soluzione definitiva di questo mistero sanguinario – fatto di ben sedici omicidi e una lunghissima inchiesta giudiziaria, più che mai intricata, piena di abbagli e depistaggi – risieda proprio nell’omicidio datato 21 agosto del 1968 e avvenuto a Castelletti, vicino Signa, in provincia di Firenze. Mostro di Firenze è lo pseudonimo usato in Italia per indicare un assassino seriale dall’identità controversa che, dal mese di settembre del 1968 a quello di settembre del 1985, uccide a colpi di pistola otto coppiette appartate in auto nei dintorni del capoluogo toscano.

Negli anni successivi agli omicidi vengono indagate e arrestate diverse persone. L’inchiesta della procura di Firenze porta alla condanna in via definitiva di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi, i cosiddetti “compagni di merende”: Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Il terzo, Pietro Pacciani, che in primo grado colleziona diversi ergastoli per sette degli otto duplici omicidi, per poi essere assolto in appello, muore prima di essere sottoposto ad un nuovo processo, da celebrarsi a seguito dell’annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Corte di Cassazione. I crimini del Mostro di Firenze si sviluppano nell’arco di diciassette anni e coinvolgono coppie appartate nella campagna fiorentina in cerca di intimità. Le costanti della vicenda attengono ai mezzi usati e al “modus operandi”.

Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime sono in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie uccise sono all’interno delle loro vetture. Luoghi appartati e notti di novilunio, o molto buie. Quasi sempre in estate. L’omicida usa la stessa arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 22, modello 74 da dieci colpi. Generalmente, il serial killer spara prima al ragazzo e poi alla ragazza che, quando subisce le escissioni o viene martoriata con un’arma da taglio, è trascinata fuori dall’auto e allontanata dal partner. Le procure di Firenze e Perugia focalizzano l’attenzione delle indagini su un possibile movente di natura esoterica, che potrebbe spingere una o più persone a commissionare i delitti.

L’assassino seriale toscano crea una vera e propria psicosi nella popolazione. In quattro degli otto duplici omicidi, l’assassino asporta il pube delle donne uccise, servendosi di un’arma bianca che, secondo gli inquirenti dovrebbe essere un coltello da sub. Negli ultimi due casi, asporta anche il seno sinistro delle vittime femminili. I luoghi dei delitti sono stradine di campagna sterrate o piazzole nascoste, solitamente frequentate da coppie in cerca di intimità e da guardoni. Ciò porta a pensare che l’assassino sia una persona che conosce bene quei territori e che, in alcuni casi, pedina le vittime prima di ucciderle. Le indagini sui delitti del Mostro di Firenze e sui “compagni di merende” conducono gli inquirenti ad ipotizzare l’esistenza di una sovrastruttura mandante degli omicidi.

Il primo omicidio del Mostro di Firenze

La notte del 21 agosto 1968, all’interno di un’Alfa Romeo Giulietta posteggiata presso una strada vicino al cimitero di Signa, muoiono assassinati Antonio Lo Bianco, muratore siciliano di ventinove anni, sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di trentadue anni, di origini sarde. I due sono amanti. La donna è sposata con Stefano Mele, un manovale sardo. Le indagini conducono al marito della donna, che il 23 agosto confessa il delitto, anche se risulta incapace di maneggiare un’arma. Poi, Mele ritratta in parte la confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci, per scagionarlo poche ore dopo.

Nel marzo del 1970 Stefano Mele è condannato dal tribunale di Perugia alla pena di quattordici anni di reclusione, perché viene riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Durante il processo, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo Bianco, collega di lavoro di Mele, anch’egli amante della Locci, racconta che la donna, pochi giorni prima del delitto, si rifiuta di uscire con lui raccontandogli che c’è un uomo che la segue in motorino. Una deposizione analoga viene resa da Vinci.

Il 14 settembre 1974 ha luogo il primo duplice omicidio di apparente natura maniacale. Pasquale Gentilcore di diciannove anni, impiegato alla Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini, di diciotto, segretaria d’azienda presso un magazzino di Firenze, vengono uccisi in una strada sterrata nella frazione di Rabatta. Il pomeriggio prima, la Pettini confida ad un’amica di aver fatto uno “strano” incontro con una persona che l’ha turbata. Gli inquirenti esaminano il diario della ragazza ma senza trovare annotazione insolite.

Il primo dei due duplici omicidi del 1981 viene commesso nella notte tra il 6 ed il 7 giugno nei pressi di Mosciano di Scandicci. Le vittime sono Giovanni Foggi, trent’anni, e la sua ragazza, Carmela De Nuccio, di ventuno. Entra in scena Vincenzo Spalletti, trentenne, sposato e padre di tre figli, accusato da alcuni testimoni. Durante l’interrogatorio, Spalletti mente e viene accusato di falsa testimonianza. Il sospetto è che l’assassino sia lui. Mentre Spalletti si trova in carcere, sua moglie e suo fratello ricevono telefonate anonime, in cui qualcuno assicura che il loro caro sarà scagionato, cosa che accade ad ottobre dello stesso anno, dopo il nuovo duplice delitto.

Il 23 ottobre 1981, a Travalle di Calenzano, vicino a Prato, lungo una strada sterrata che attraversa un campo, a poca distanza da un casolare abbandonato, vengono uccisi Stefano Baldi, di ventisei anni, e Susanna Cambi, di ventiquattro. I due giovani devono sposarsi. La Cambi fa capire alla madre di essere pedinata da qualcuno. La notte del 19 giugno 1982, a Baccaiano di Montespertoli muoiono assassinati Paolo Mainardi, di ventidue anni, e Antonella Migliorini di diciannove. L’assassino, per la prima volta, non esegue escissioni dei feticci e non ha il tempo di infierire sui cadaveri. Questo omicidio viene scoperto subito. Antonella è già morta, ma Paolo respira ancora. Trasportato all’ospedale di Empoli, muore il mattino seguente.

Pietro Pacciani diventa il sospettato numero 1

Successivamente al delitto di giugno del 1982, che porta gli inquirenti a collegare alla serie di omicidi maniacali, tra cui quello avvenuto quattordici anni prima a Signa, le indagini si rivolgono verso Francesco Vinci, pastore pluripregiudicato, di Montelupo Fiorentino, già chiamato in causa da Stefano Mele nell’omicidio del 1968. Vinci viene trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme ad un amico, Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, sono rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si pensa a collegamenti col “Mostro” e a vendette in ambienti della malavita sarda. Ma intanto, il caso resta irrisolto.

Il 9 settembre 1983, a Giogoli, vengono assassinati due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di ventiquattro anni, studenti presso l’Università di Münster, che al momento dell’aggressione si trovano a bordo del loro furgone. I ragazzi vengono raggiunti e uccisi da sette proiettili, sparati con precisione attraverso la carrozzeria. Si pensa che il killer, non potendo essere Mele e neppure Vinci, possa essere un altro personaggio appartenente alla loro cerchia di frequentazioni e conoscenze. Vengono indagati Giovanni Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele. Successivamente, i due vengono scarcerati, non essendoci a loro carico indizi gravi.

Le vittime del penultimo delitto del Mostro di Firenze sono Claudio Stefanacci, di ventuno anni, e Pia Gilda Rontini, di diciotto. Vengono uccise il 29 luglio 1984. L’omicida spara attraverso il vetro della portiera destra colpendo il ragazzo quattro volte, di cui una alla testa, e due volte la ragazza, al volto e al braccio. In seguito, l’assassino infierisce con diverse coltellate sui corpi dei due ragazzi, colpendo due volte alla gola Pia e una decina di volte Claudio. Pia viene trascinata, ancora viva anche se in agonia, fuori dalla vettura, in un campo, dove le vengono asportati il pube e il seno sinistro.

L’ultimo duplice delitto avviene il 7 settembre nella campagna di San Casciano Val di Pesa. Le vittime sono due francesi, Jean-Michel Kraveichvili, di venticinque anni, e Nadine Mauriot, di trentasei. Le modalità dell’aggressione sono simili a quelle precedenti, tranne che per il fatto che le vittime non sono in auto ma in tenda. Il 2 ottobre, arrivano in procura tre buste anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si occupano del caso: Pier Luigi Vigna, Paolo Canessa e Francesco Fleury. Le tre buste contengono la fotocopia di un articolo ritagliato dalla Nazione, una cartuccia Winchester calibro 22 serie “H”, come quelle usate negli omicidi, e un foglietto di carta con scritto: “Uno a testa vi basta”.

Dopo l’ultimo omicidio, le indagini proseguono intensamente ma, fino al 1991, non ci sono sviluppi. Pietro Pacciani, nato ad Ampinana il 7 gennaio 1925, ex partigiano soprannominato il “Vampa” per via del suo carattere irascibile, diventa il sospettato numero 1 della Sam nel 1991, proprio mentre è in carcere per aver stuprato le sue due figlie. Anche una lettera anonima del 1985 invita ad indagare su di lui. Pacciani è un uomo collerico, depravato e brutale. Viene arrestato con l’accusa di essere l’omicida delle otto coppie di giovani il 17 gennaio 1993. Ma non c’è solo lui nel mirino degli inquirenti.

Mario Vanni, Giancarlo Lotti e Pietro Pacciani

Mostro di Firenze

Il momento in cui viene tratto in arresto di Mario Vanni.

L’1 novembre 1994, il tribunale di Firenze condanna Pacciani come responsabile di quattordici dei sedici omicidi. Non colpevole solo del duplice omicidio del 1968. Il 13 febbraio 1996, però, la Corte d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo scarcera. Il 12 dicembre 1996, la Cassazione annulla l’assoluzione e dispone un nuovo processo d’appello. Il 22 febbraio 1998, alla vigilia dell’inizio del secondo processo a suo carico, Pacciani viene trovato morto nella sua abitazione di Mercatale.

Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa il 23 dicembre 1927. Detto “Torsolo”, per il suo fisico esile, diventa famoso come inventore involontario della locuzione “compagni di merende”, a causa di una risposta che dà ad un magistrato durante un’udienza del processo a Pacciani: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani no?”, facendo supporre che sia stato istruito a dare precise risposte. Viene condannato al carcere a vita per quattro degli otto duplici omicidi dalla Corte di Cassazione nel 2000. Nel 2004 la pena viene sospesa per gravi motivi di salute. Muore il 13 aprile 2009 all’ospedale di Ponte a Niccheri.

Giancarlo Lotti, soprannominato “Katanga”, viene condannato a trent’anni anni di reclusione per i delitti del Mostro di Firenze. Come Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa, ma il 16 settembre 1940. A differenza di Vanni e Pacciani, che professano la loro innocenza, Lotti rende confessione e accusa Pacciani e Vanni, fornendo particolari sugli omicidi a cui assiste e autoaccusandosi di quello dei due tedeschi del 1983. Le testimonianze di Lotti vengono ritenute decisive nel chiarire molti aspetti della vicenda. Lotti esce dal carcere il 15 marzo 2002 per gravi motivi di salute e il 30 marzo muore all’ospedale San Paolo di Milano.

Sul ritrovamento di un possibile simbolo esoterico, una piramide tronca di granito colorato, una rara varietà di una pregevole pietra ornamentale, nota come breccia africana, rinvenuta ad alcuni metri dai corpi esanimi dei ragazzi uccisi in occasione del delitto dell’ottobre 1981, va ricordato che quel tipo di oggetto viene usato come fermaporte nelle campagne toscane. Altri presunti riscontri di un possibile movente esoterico, però, si sono avuti in occasione dell’ultimo delitto della serie, quello del 1985 a danno dei due turisti francesi.

Le frequentazioni di Pacciani e Vanni durante gli anni degli omicidi alimentano un filone d’inchiesta su possibili moventi esoterici e riti legati al satanismo alla base dei delitti. Pacciani e Vanni frequentano Salvatore Indovino, di professione mago e cartomante presso una cascina situata nelle campagne di San Casciano, dove, a detta di molti, si consumano orge e riti collegabili all’occultismo. Durante le perquisizioni della polizia, a casa di Pacciani vengono rinvenuti almeno tre libri ricollegabili alla magia nera e al satanismo.

Su Firenze e sul Mostro lo spettro del satanismo

Le sentenze che condannano i “compagni di merende” si basano principalmente sulle discusse testimonianze di Pucci e, soprattutto, di Lotti. Ciò, impedisce l’individuazione di un movente certo, organico e globale, che sia valido per tutti i delitti. Lotti cambia più volte versione sui motivi per cui Pacciani e Vanni uccidono. Nel 1996, dichiara che i delitti sono atti di rabbia per approcci sessuali che le vittime respingono. Un anno più tardi, fornisce un’altra versione sul movente, affermando che la volontà di Pacciani è quella di uccidere per poi dare da mangiare i feticci alle figlie.

Come tanti misteri tutti italiani, anche il caso del “Mostro di Firenze”, ha diversi sviluppi negli anni. Una tesi seguita successivamente è quella secondo cui il serial killer sarebbe un individuo legato al “clan dei sardi”, già indagato marginalmente nelle vicende degli omicidi seriali. Un’altra ipotesi di rilievo, contrastante e critica con le sentenze giudiziarie, è quella espressa dell’avvocato fiorentino Nino Filastò nel suo libro “Storia delle Merende Infami”. Nell’ipotesi di Filastò il mostro è un serial killer affetto da una grave patologia sessuale, attivo perlomeno dal 1968 al 1993, compresi gli omicidi di Francesco Vinci e Milva Malatesta, e mai entrato nelle indagini. Alcuni elementi, come per esempio il libretto di circolazione trovato fuori posto nella macchina di una coppietta uccisa, oppure la capacità del Mostro di avvicinarsi agevolmente alle vetture, portano l’avvocato ad inquadrare il serial killer come un uomo in divisa.

Il caso del Mostro di Firenze è un evento e un’indagine dalla durata pressoché cinquantennale. È inevitabile, dunque, una grande varietà di opinioni. Secondo il criminologo Francesco Bruno, il Mostro è un uomo mai individuato. Un assassino seriale d’intelligenza superiore alla media, mosso da delirio religioso e suggestioni moralistiche, che agisce sempre da solo, sin dal 1968. Invece, Francesco Ferri, giudice che assolve Pacciani nel processo d’appello, si riallaccia all’idea originaria dell’ignoto serial killer “lust murder”, indicato anche da una relazione dell’Fbi.

Ufficialmente la vicenda del Mostro di Firenze termina con la condanna ai “compagni di merende”. Tuttavia una serie di misteriosi avvenimenti accaduti sia nel periodo dei delitti, sia negli anni precedenti e seguenti ai processi riguardanti il caso, hanno dato adito a molte supposizioni sul fatto che la vicenda non solo non sia stata mai completamente chiarita, ma che, al contrario, abbia lasciato molti punti oscuri.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Tutti i misteri connessi alla storia del Mostro

  • Il 22 agosto 1968, il piccolo Natalino Mele, di 6 anni, raggiunge al buio, scalzo e scioccato, un casolare a oltre due chilometri di distanza da dove è parcheggiata l’automobile in cui sono stati appena uccisi la madre ed il suo amante. I calzini puliti del bambino ed il fatto che il campanello del casolare sia situato ad un’altezza irraggiungibile da parte del piccolo, lasciano pensare che il bambino abbia effettivamente raggiunto il casolare con l’aiuto di qualcuno. Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequenta con Mario Vanni, viene torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Natalino Mele, una volta cresciuto, rilasciò un’intervista a Mario Spezi nella quale affermò di avere nella memoria tanti vuoti che lo avrebbero convinto a sostenere che le sue non erano amnesie provocate dallo choc subito da piccolo, ma qualcosa di più complesso. Egli sosteneva di essere stato vittima di un lavaggio del cervello ma non esiste alcuna prova che tali definizioni siano vere. L’8 marzo 2011 la casa di Natalino Mele e della sua compagna Loredana venne distrutta da un incendio. Da quel momento si sono perse le sue tracce fino al 2014, quando è stato fotografato da un giornalista mentre partecipava ad una manifestazione, sotto il palazzo prefetturale di Firenze, contro gli sgomberi delle case occupate.
  • Nel gennaio 1980 un pensionato viene ritrovato morto nel parco delle Cascine di Firenze ucciso da un corpo contundente.
  • Il 23 dicembre 1980 il contadino Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, donna che era stata amante di Pacciani e Vanni, venne ritrovato impiccato nella stalla della sua casa. A detta della moglie autori del delitto sarebbero stati proprio Pacciani e Vanni ed a supporto di questa affermazione la donna disse che un giorno Pacciani l’aveva minacciata dicendole ‘attenta a non parlare di quello che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbiamo fatto fare a tuo marito’.
  • Nell’ottobre 1983, nei pressi di Fiesole in località Cave di Maiano, un cercatore di funghi vouyeurista venne massacrato a coltellate.
  • Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequentava con Mario Vanni, venne torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Tre giorni dopo il delitto di Baccaiano, l’autista dell’ambulanza che estrasse Paolo Mainardi ancora vivo dall’auto, sembra che abbia ricevuto una misteriosa ed inquietante telefonata da parte di un uomo che, spacciandosi per un magistrato, cercò di ottenere dettagli su cosa avesse detto la vittima prima di morire. Al rifiuto dell’autista di parlare della cosa per telefono, l’uomo avrebbe cominciato a minacciarlo qualificandosi come l’assassino. L’episodio non poté mai essere verificato quindi non è possibile affermare con certezza sia che esso sia avvenuto sia che la telefonata sia stata realmente fatta dall’assassino.
  • Nel settembre 1985, pochi giorni prima del delitto degli Scopeti, un altro uomo venne ucciso nel parco delle Cascine di Firenze con una coltellata alla schiena.
  • Poco dopo il delitto dei due giovani francesi, una donna, mentre si trova in treno nella zona di Scandicci, viene avvicinata da un uomo distinto che le dice che in quel giorno è stato fatto pervenire al magistrato Della Monica un brandello di seno di una vittima del Mostro di Firenze. La donna non dà grande peso alla cosa fino a quando venti giorni dopo legge sul giornale la notizia della lettera anonima alla dottoressa Della Monica contenente un pezzo di seno. Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, lo trovano assassinato il 7 agosto 1993.
  • Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, fu trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme a un amico, tal Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, erano stati rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si ipotizzò un collegamento con la vicenda del “mostro”, ipotesi però quasi subito scartata. Più probabilmente, date anche le modalità del delitto, era da ritenersi una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.
  • La prostituta Milva Malatesta, figlia di Renato ed Antonietta Sperduto, amante di Pacciani e Vanni, viene trovata, insieme al figlio Mirko Rubino, di soli tre anni, bruciata nella sua Panda il 17 agosto del 1993.
  • Il 25 maggio 1994, la prostituta Anna Milvia Mattei, la quale convive con Fabio Vinci, il figlio di Francesco, viene strangolata e bruciata nella sua casa di San Mauro. La prima moglie del procuratore Pier Luigi Vigna, in un’intervista al settimanale Gente, accusa l’ex marito di essere il Mostro di Firenze. Qualche giorno dopo, la donna muore in un incidente.
  • Claudio Pitocchi, operaio di Tavarnelle che aveva testimoniato al processo Pacciani, muore in un incidente stradale l’8 dicembre 1995.
  • Quando nel 1996 Pietro Pacciani venne assolto in appello e fece ritorno a casa non vi trovò più la moglie Angiolina Manni. La donna infatti, non volendo più avere nessun rapporto con l’uomo, pare se ne fosse andata via di casa e nel luglio dello stesso anno avviò anche le pratiche per la separazione dal marito. Pacciani non convinto dell’allontanamento volontario presentò una denuncia per sequestro di persona affermando che qualcuno (forse la locale USL) aveva portato via la moglie e l’aveva fatta internare in una casa di cura. A sostegno di questa tesi vi sono le affermazioni di alcuni vicini di casa che asserirono di aver visto la donna trascinata via di forza da diverse persone. Tali denunce caddero comunque nel vuoto e la Manni non ricontattò più in alcun modo il marito, nonostante che questi lanciò diversi appelli a giornali e televisioni, in cui chiedeva alla moglie, inesorabilmente invano, di tornare a vivere assieme a lui. Angiolina Manni è deceduta il 23 novembre 2005, in una casa di riposo di Radda in Chianti dove risiedeva da diverso tempo, all’età di 80 anni.
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Tu cosa ne pensi?