Roberta Lanzino

Roberta Lanzino: storia di morte e di ndrangheta

Roberta Lanzino ha diciannove anni, vive con la sua famiglia a Rende, in provincia di Cosenza, studia scienze economiche, è bella e ha un “Sì” della Piaggio di colore blu. Questa è una storia di violenza, di morte, di ndrangheta. La conosco dai tempi del liceo. E per via della mia famiglia conoscevo anche la sua. Una ragazza solare, sorridente, con la testa al posto giusto. Sulle spalle. E ha anche un’ottima famiglia alle spalle. Quando ho saputo di Roberta, della sua atroce morte, mi sono sentito attraversare dal gelo. Ho capito che non capivo. Non potevo metabolizzare una morte orrendamente violenta per quel sorriso innocente. Però, ormai Roberta non c’era più.

Il 26 luglio 1988, Roberta Lanzino, studentessa diciannovenne di Rende, è violentata e uccisa sulla strada di Falconara Albanese. Era il 1988. Nel 2018 è stato celebrato il 30 anniversario della sua scomparsa e, dopo trent’anni, non c’è ancora un colpevole. Tre prosciolti. Ipotesi e pettegolezzo. Intanto, gente finita in carcere ce n’è stata. E poi? I ‘classici’ misteri cosentini. Quelli in odor di ndrangheta, il peggiore tumore che si nutre in quella piccola città di provincia che a volte si trasforma in un porto delle nebbie. ‘Il ricordo di questa splendida ragazza, che vidi per la prima volta quando era piccola assieme al suo papà, il mio caro collega Franco Lanzino, è sempre vivo, come vivo è il dolore della sua famiglia a distanza di 30 anni, tanti ne sono passati anche se sembra l’altro ieri, da quel maledetto pomeriggio del 26 Luglio 1988’, scrive Lettiero Licordari, collega del papà di Roberta e amico della famiglia.

La giustizia non è stata in grado di capire chi e perché abbia compiuto quell’orribile delitto e, molto probabilmente, chi c’era dietro. Nel suo programma tv ‘Blu notte’ lo scrittore Carlo Lucarelli precisa: ‘Quella di Roberta potrebbe essere soltanto la storia di un viaggio verso il mare, di un motorino e di un banale ritardo. E invece si trasforma in una storia terribile, angosciante, misteriosa’. Troppe cose strane in questi anni nelle indagini e nei processi, con prove non considerate o rimaste senza traccia. Scriveva su ‘Repubblica’ nel 1989 Pantaleone Sergi, che aveva seguito il caso anche per la Rai nella trasmissione ‘Telefono giallo’ condotta da Corrado Augias: ‘Si farà un processo terribilmente indiziario contro un pastore dall’ instabile equilibrio psichico, suo fratello e un cugino’. Francesco Forgione, ex presidente della Commissione Antimafia ha affermato: ‘Conoscere la verità in terra di omertà è un rischio, per questo hanno taciuto tutti coloro che immaginavano e sapevano. Ma hanno anche depistato coloro che, invece, nelle aule dei tribunali dovevano individuare i responsabili e assicurare giustizia’.

Licordari prosegue chiedendosi: Si perverrà un giorno alla verità? Lo sperano, soprattutto, Franco e la signora Matilde, che non hanno perso la fede religiosa ma la fiducia nella giustizia sì, ma lo spera ogni persona perbene. E la speranza che un giorno finalmente si possa fare luce, al di là di ogni burocratico grado di giudizio è costituita dall’ineguagliabile sorriso di Roberta che ci porta a essere ottimisti: fatti del genere devono necessariamente avere un reale responsabile! Il ricordo di Roberta è sempre vivo. Ma non basta intitolarle Centri Donna e tenere convegni e simposi sulla violenza e sul femminicidio, è necessario che tutti “sentano” questi problemi e che non ci sia più omertà. In una società civile la violenza è il retaggio della brutalità che scaturisce da forme ideologiche e di potere, anche subdole, che non sono e non dovranno mai essere ammissibili’.

Storia di morte: Roberta stuprata e uccisa

Sta di fatto che, Roberta Lanzino esce di casa il 26 luglio 1988, deve raggiungere l’abitazione di famiglia al mare, in contrada Miccisi, tra San Lucido e Torremezzo. Poche decine di chilometri. Avrebbero dovuto seguirla i genitori, Franco e Matilde. Roberta non attende papà e mamma, consapevole che l’auto del padre l’avrebbe raggiunta facilmente e in breve tempo. Non imbocca la strada statale 18, poco sicura per un motorino, ma la strada vecchia che porta al mare, quella che tutti chiamano Falconara. Si perde. Chiede indicazioni per tornare sulla strada giusta. Va avanti e indietro. Per avere informazioni parla con degli uomini con un furgone, che più in là racconteranno d’aver visto un’auto, una Fiat 131, con due figuri a bordo. Sembravano seguire la giovane e si erano accostati a lei poco prima che il furgoncino ripartisse.

I genitori, dopo aver caricato la macchina di provviste e di un tavolino, lasciano Cosenza dirigendosi verso il mare con l’intento di riunirsi a Roberta già in viaggio sulla strada. I signori Lanzino si fermano dapprima da un fruttivendolo sul tragitto e poi presso una fontana pubblica per riempire dei bidoni d’acqua. Tappe che fanno perdere poco tempo ma che sommate si materializzarono in importanti minuti di ritardo nel raggiungere Roberta. I genitori iniziano a preoccuparsi. Sulla strada non c’è traccia della figlia. Il padre inizia una disperata ricerca, ritornando a Cosenza e controllando la strada che avrebbe dovuto percorrere la giovane studentessa. La madre, la signora Matilde, teme un incidente stradale. Vengono allertati gli ospedali per verificare eventuali ricoveri ma senza esito. Le ricerche continuano per tutta la serata e la notte.

Su quella strada, quella su cui Robertina si era persa, i passeggeri della Fiat 131 Mirafiori chiara, di cui oggi ancora non si conosce il volto, l’aggrediscono, la violentano e la uccidono barbaramente colpendola con un coltello e soffocandola con le spalline della sua stessa camicia. Un femmincidio avvolto nel mistero, che affonda le sue radici anche nella malavita locale, probabilmente intervenuta dopo per ‘sistemare’ le cose. A Cosenza non si muove foglia che ndrangheta non voglia. Intanto, mentre Roberta urla e annega nel terrore e nella violenza più cieca, il padre, i carabinieri e gli abitanti del posto setacciano l’intera zona. La strada vecchia, tortuosa e selvaggia, sembra aver inghiottito la studentessa. Non c’è una traccia. Non c’è un indizio. Nulla di nulla. Maledizione.

Dopo la mezzanotte, sulle montagne di Falconara Albanese viene ritrovato il motorino che non appare incidentato e non risulta in panne. Roberta non si vede, è a cinquanta metri di distanza. Il corpo seminudo è rinvenuto senza vita fra gli sterpi. I suoi effetti personali sparpagliati i giro. I suoi jeans tagliati per strapparli via. L’hanno brutalmente picchiata. Lei ha lottato con tutte le sue forze, ma alla fine ha dovuto cedere. Per farla stare zitta le hanno messo in bocca due spalline da donna, strappate via dalla sua camicetta. Le spalline l’hanno soffocata e l’hanno fatta morire. Ma sarebbe morta ugualmente: due tagli alla nuca con un coltello premuto contro il corpo mentre la violentano e tre coltellate, oltre a una ferita alla gola che le ha reciso la carotide e ha provocato un’imponente emorragia.

Storia di ndrangheta: la Fiat 131 gialla

La pista della Fiat 131 gialla porta a un muratore di San Lucido, proprietario dell’auto e con qualche precedente penale. Ma la pista non regge. Successivamente irrompono sulla scena i fratelli Rosario e Luigi Frangella e il loro cugino Giuseppe Frangella. Gli atteggiamenti e le dichiarazioni dei tre contadini, residenti nella zona del delitto, non convincono gli inquirenti. Il principale è Rosario, affetto da disturbi psichici, sul quale vengono trovate delle macchie di sangue sui pantaloni. Sul luogo del misfatto viene ritrovato un fazzoletto da uomo azzurrino sporco, uno identico salterà fuori durante una perquisizione a casa di Giuseppe Frangella.

L’uomo presenta delle escoriazioni sulle braccia riconducibili a dei graffi che sostiene di essersi procurato durante il ritrovamento del motorino di Roberta. Nessuno però ricorda la presenza di Giuseppe Frangella in quel frangente. Franco Lanzino, recatosi presso l’abitazione di Frangella per chiedere se avesse visto la figlia, rimane colpito dall’ambiguo comportamento dell’uomo che suggerisce di cercare altrove. Luigi Frangella, invece, dichiara di aver dato delle informazioni stradali a Roberta mentre stava lavorando nei campi e di aver visto il cugino Giuseppe transitare con il suo furgone subito dopo il passaggio della studentessa. Lo stesso Giuseppe Frangella afferma di aver notato entrambi i suoi cugini correre in forte stato d’agitazione nel tardo pomeriggio di quel maledetto 26 luglio.

I tre agricoltori sono accusati della violenza carnale e dell’uccisione di Roberta. Seguono concitate fasi giudiziarie con i tre imputati che si proclamano estranei alle accuse. Luigi, Rosario e Giuseppe Frangella saranno giudicati non colpevoli nei tre gradi di giudizio. Non sono stati loro, ma è evidente che hanno visto gli assassini. Le indagini scientifiche dell’epoca, condotte dalla Procura di Paola e affidate a Domenico Fiordalisi sono lacunose, tardive e infruttuose e non permettono di individuare alcun indizio utile. Dove fu commessa la violenza? Secondo i medici legali in un luogo diverso da quello del ritrovamento: il posto è pieno di rovi e sul corpo di Roberta non ci sono tracce di ecchimosi. Inoltre, il taglio della carotide avrebbe procurato schizzi di sangue mai rinvenuti.

Roberta Lanzino

Roberta Lanzino è stata violentata e uccisa barbaramente.

E poi c’è il giallo degli abiti di Roberta. Nel lontano 1995 l’allora parlamentare Sergio De Julio presentò un’apposita interrogazione al ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca. L’interrogazione era molto articolata ed evidenziava una serie di lacune che presentavano le indagini. Ma un passaggio si concentrava proprio sulla scomparsa degli indumenti indossati quel giorno dalla povera Roberta: ‘Gli abiti della vittima (pantalone, maglietta, reggiseno, mutandine, scarpe, ecc.) furono dispersi dopo essere stati trovati sul luogo del delitto. Soltanto due degli indumenti della vittima (maglietta e reggiseno) furono ritrovati dopo alcuni mesi ed affidati al perito nominato dal Tribunale di Cosenza, De Stefano dell’istituto di medicina legale dell’Università di Genova. In sede di processo d’appello De Stefano dichiarò di aver buttato via gli indumenti della vittima ed i reperti con l’unica incredibile giustificazione di un trasloco (peraltro mai accertato) dei laboratori dell’istituto di medicina legale e della mancanza di spazio’.

La vicenda passa di tribunale in tribunale e lascia aperti tanti interrogativi coinvolgendo personaggi di spicco della ndrangheta calabrese che tentano di depistare le indagini ostacolando la ricerca della verità. Non furono i fratelli Frangella, contadini e pastori della zona, assolti per non aver commesso il fatto, non furono né Sansone né Carbone, come rivelò il boss Franco Pino, assolti anche loro, dopo nove anni di processo. Roberta fu uccisa due volte. La seconda nel 2017 quando il suo processo si concluse con nulla di fatto. La prima nel 2015, il maggio, quando la Corte d’Assise di Cosenza dice: ‘Assolti per non avere commesso il fatto’. Franco Sansone, il padre Alfredo ed il fratello Remo sono stati assolti anche per il delitto di Luigi Carbone, il cui cadavere non è mai stato trovato.

Nel 2000 Franco Pino e Umile Arturi (il suo braccio destro) rendono noto di essere informati di alcuni particolari sul delitto Lanzino dai boss di San Lucido Romeo e Marcello Calvano. Eppure il primo non ha mai confermato le circostanze riferite da Pino e Arturi e il secondo è stato ucciso nell’agosto del 1999. L’inchiesta sul delitto Lanzino è stata riaperta circa sette anni dopo, nel 2007 e per istruire il processo si è dovuto attendere il 2009. Nel 2012 Franco Pino ha riferito in aula di avere saputo quello che ha detto mentre era detenuto nel carcere di Siano a Catanzaro, nel 1995, da Romeo Calvano, un uomo fidato di San Lucido con il quale Pino aveva avuto rapporti stretti prima della detenzione. Durante un colloquio in carcere, i due avrebbero parlato dell’opportunità di vendicare la morte di Luigi Carbone, definito un lupo da Pino per il suo modo di agire.

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Parla Franco Pino, pentino di ndrangheta

Franco Pino ha detto: ‘Calvano disse che la vendetta non era da mettere in atto perché Carbone si sarebbe comportato da indegno partecipante all’omicidio di un suo cugino e alla violenza mortale su Roberta Lanzino insieme a Franco Sansone. Prima venne ucciso il maresciallo Sansone della polizia penitenziaria. Poi due pastori di nome Calabria e Sansone mentre nel frattempo era stata assassinata Roberta Lanzino. Poiché quest’ultimo fatto avvenne nella stessa zona e poiché vi era coinvolto Luigi Carbone mi trovai a parlare di questo episodio con i cugini Calvano con i quali avevo antichi rapporti di amicizia e comparaggio. Tanto Marcello quanto Romeo Calvano mi dissero che a compiere la violenza sessuale e l’omicidio di Roberta Lanzino erano stati Carbone e Sansone’.

‘Per quanto riguarda le modalità di questo delitto posso solo dire che fu un fatto casuale. La ragazza si stava infatti recando al mare con il motorino quando improvvisamente si trovò in contatto con Carbone e Franco Sansone, probabilmente perché caduta dal motorino o perché doveva chiedere un’informazione. Non so poi cosa sia scattato nella testa dei due autori, fatto sta che commisero l’omicidio. Romeo Calvano, quando ci incontrammo in carcere nel 1995, aggiunse pure che, collegato all’assassinio della Lanzino, c’era l’eliminazione di una signora, facente di cognome Genovese, che era a conoscenza di particolari sull’uccisione della studentessa. La morte della signora Genovese era da addebitare, a detta di Calvano, al timore da parte dei Sansone, che potesse parlare con le forze dell’ordine dell’accaduto’.

Nonostante Romeo Calvano non confermi niente, si riaprono le indagini. Secondo Franco Pino, dunque, si sarebbe trattato di un delitto occasionale senza indagati eccellenti e maturato in un contesto di violenza e di terrore oppresso da una cappa mafiosa. La svolta arriva anche con la deposizione della confidente di Rosaria Genovese, che fugherebbe ogni dubbio circa i significativi collegamenti che legherebbero insieme qualcosa come sei omicidi. Quello della giovane Roberta, la scomparsa dell’allevatore Luigi Carbone avvenuta nel novembre del 1989, la morte per strangolamento di Rosaria Genovese nell’aprile 1990, la morte del maresciallo della polizia penitenziaria Alfredo Sansone e dei pastori Libero Sansone e Pietro Calabria, i cui corpi trucidati sarebbero stati ritrovati a Ferrera di Paola nel marzo 1989. Tutti erano a conoscenza di dettagli dell’omicidio di Roberta e per questo sono stati messi a tacere. Un intreccio di violenza e barbarie.

L’assoluzione per l’omicidio Lanzino era stata chiesta dal pm dopo che il Dna su Sansone ha escluso la compatibilità con quello trovato sul corpo della giovane. ‘La forza probatoria della prova regina, il dna, è tale da non potere essere confutata’, aveva detto il pm nella sua requisitoria motivando la richiesta di assoluzione. Nel corso del dibattimento, i carabinieri del Ris di Messina hanno fatto la comparazione del dna di Sansone con quello estrapolato dal liquido seminale isolato dal terriccio che stava sotto il corpo della studentessa, dalla quale è emerso che invece non c’è compatibilità. Stesso risultato è stato ottenuto dal Ris comparando il Dna con quello di Luigi Carbone, che secondo l’ipotesi iniziale della Procura di Paola aveva ucciso Roberta Lanzino insieme a Sansone venendo poi a sua volta ucciso dall’amico e dai congiunti per paura che potesse rivelare i dettagli del delitto.

I giudici della Corte d’assise di Cosenza, al termine di una camera di consiglio durata quattro ore e mezzo, hanno invece deciso di assolvere gli imputati da tutti i reati. La condanna era stata invece chiesta dal legale della famiglia Lanzino, l’avvocato Francesco Cribari, anche andando oltre alla perizia sul dna. Proprio l’esito degli accertamenti sul dna ha fatto cadere l’intero impianto accusatorio sul quale si è concentrata la riapertura dell’inchiesta sulla barbara uccisione della studentessa di Rende Roberta Lanzino. Infatti, secondo tale accusa, la giovane, fu violentata e uccisa da Franco Sansone insieme a Luigi Carbone. Quest’ultimo un paio di mesi dopo sarebbe stato ucciso dallo stesso Sansone con la collaborazione del padre Alfredo e del fratello Remo, attuali imputati in un processo in corso in Corte d’Assise. Alla comparazione del dna si è arrivati solo adesso esaminando le tracce di sperma confuse al sangue di Roberta Lanzino trovate dai militari del Ris di Messina sui campioni di terra sulla quale fu trovato il cadavere di Roberta Lanzino. Intanto, tre decenni sono passati…

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