Nella sezione Cure Naturali avrai modo di scoprire quali sono e come vanno usati i più efficaci rimedi che la natura ci mette a disposizione per vivere in salute, per integrare vitamine e minerali, per curare o alleviare patologie, ma soprattutto per prevenire patologie croniche o acute

Vitamina D: come assumerla con le nuove linee guida

La vitamina D: cos’è? Come assumerla? Cosa dicono le nuove linee guida? Si tratta un pro-ormone che interviene sul metabolismo del calcio a livello ematico e osseo (in questo altro articolo se ne parla come integratore). Livelli insufficienti contribuiscono all’insorgenza di osteoporosi attraverso un ridotto assorbimento di calcio, iperparatiroidismo secondario e un bilancio del metabolismo osseo a favore del riassorbimento. Diverse istituzioni scientifiche, in Italia e all’estero, propongono livelli di vitamina D differenti per la condizione di carenza e/o insufficienza.

Data l’importanza crescente della patologia osteoporotica, la supplementazione routinaria con vitamina D a livello di popolazione, se efficace, rappresenterebbe un approccio più efficiente alla prevenzione delle fratture, rispetto all’esecuzione preventiva di analisi di laboratorio, tecniche di imaging, e valutazioni alimentari. Tuttavia, resta da chiarire il rapporto rischio-beneficio di tale scelta (2); si accumulano evidenze sulla correlazione tra terapia con vitamina D e calcolosi renale (2, 3), mentre non è chiara l’efficacia della somministrazione nella prevenzione primaria dell’osteoporosi, delle fratture patologiche e delle cadute (2, 4).

Negli ultimi anni, il consumo di vitamina D in Italia è notevolmente aumentato. La spesa è cresciuta dai 24 milioni di euro del 2006 a oltre 208 milioni nel 2016. Nel 2016, il colecalciferolo, che rappresentava l’88% dell’utilizzo di vitamina D, era al 6° posto tra i principi attivi a maggiore spesa, mentre era al 63° posto nel 2012 (5). Lo scopo di questo lavoro è confrontare le raccomandazioni di diverse linee guida relativamente ai livelli sierici ottimali di vitamina D e alle indicazioni per la supplementazione.

Materiali e metodi per la ricerca

È stata effettuata una revisione delle linee guida e delle raccomandazioni a livello nazionale e internazionale, per valutare l’appropriatezza dell’aumento del consumo di vitamina D nella popolazione italiana rispetto alle evidenze disponibili. Nella selezione delle istituzioni che hanno fornito raccomandazioni ci siamo concentrati sulle tre (National Academy of Medicine – NAM, Scientific Advisory Committee on Nutrition – SACN e US Preventive Services Task Force – USPSTF) che hanno condotto le principali revisioni della letteratura sull’argomento, insieme alla principale società scientifica che in Italia fornisce raccomandazioni in questo ambito (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro – SIOMMMS).

Sono, inoltre, state incluse le due società scientifiche più frequentemente citate nel documento della USPSTF (Endocrine Society – ES, American Geriatric Society – AGS) (2). Per ogni documento di interesse ritrovato sono state raccolte informazioni sull’interpretazione dei livelli sierici di vitamina D, sulle dosi consigliate per la prevenzione dell’osteoporosi in base al riscontro dei livelli sierici osservati, sulla dose giornaliera raccomandata (DGR). Le evidenze presentate dagli studi a sostegno e contro le raccomandazioni sono state analizzate e discusse (Appendice).

Risultati ottenuti con la vitamina D

Le società scientifiche SIOMMMS, ES e AGS definiscono ottimali i livelli sierici di vitamina D ≥30ng/mL, ritenendo valori inferiori condizioni di carenza/insufficienza (Tabella 1). Suggeriscono, inoltre, l’assunzione a scopo preventivo di vitamina D in alcune fasce di popolazione, anziani e donne in post-menopausa, indipendentemente dalle condizioni cliniche e dalla conoscenza dei livelli sierici. Nel caso di carenza, raccomandano una dose terapeutica “di attacco” di 400.000- 600.000 unità internazionali (UI) da somministrare nell’arco di 8 settimane, seguita da una dose di mantenimento tra le 1.000 e le 4.000 UI giornaliere (Tabella 2).

Al contrario, la soglia indicata dalla statunitense NAM e dalla britannica National Osteoporosis Society (NOS) per definire la sicura carenza è stata posta al di sotto dei 10ng/mL, mentre al di sotto dei 20ng/mL si identifica un “rischio di inadeguatezza”. La diversità di vedute si riflette sulle dosi consigliate per la supplementazione di vitamina D: la NOS fa riferimento a una dose di mantenimento, e solo nei casi in cui sia riscontrata una carenza, mentre NAM e SACN propongono solo delle DGR, comunque mai superiori a 800 UI. Infine, riguardo i limiti di tollerabilità nell’adulto, mentre la NAM impone come limite di sicurezza le 4.000 UI/die, altre società scientifiche, tra cui la SIOMMMS e l’ES, propongono limiti di sicurezza più elevati, fino al 10.000 UI/die.

Discussione sulle nuove linee guida

La NAM riporta che, in studi passati, 11ng/mL e 12ng/mL erano ritenuti valori sufficienti rispettivamente nelle fasce di età 0-18 e 19-50 anni: dagli studi osservazionali si riscontrava infatti un’associazione tra rachitismo e livelli di vitamina D <10ng/mL, e tra osteomalacia e valori <6ng/mL. Nella letteratura recente, invece, si presuppone un’insufficienza per valori inferiori a 20ng/mL e fino a 50ng/mL. In base a questi limiti, un’ampia parte della popolazione avrebbe livelli insufficienti. La definizione di insufficienza sembra derivare da indicatori indiretti (livelli di paratormone circolante, assorbimento intestinale, ecc.) piuttosto che da studi epidemiologici. Non c’è però sufficiente evidenza per tali definizioni: i livelli ematici di vitamina D spesso non sono significativamente associati al rischio di cadute, alla performance fisica né al rischio di fratture, e manca un’evidenza scientifica solida per l’imposizione di soglie oltre i 12ng/mL per la definizione di carenza (6).

I dietary reference intake (DRI), stabiliti dalla NAM, erano già una soglia di “sicurezza”, rispetto a una stima della distribuzione mediana del fabbisogno più bassa (400 UI fino a 70 anni, 600 UI oltre). Allo stesso modo, la concentrazione sierica di 20ng/mL era da intendere, al pari della DGR, come un valore stabilito per garantire la sufficienza nel 97,5% della popolazione, laddove le soglie di fabbisogno mediano e di carenza erano invece da considerare rispettivamente 16ng/mL e 11ng/ mL.

La soglia di 20ng/mL, intesa come concentrazione minima per scongiurare il danno da carenza di vitamina D nel singolo paziente, nasce dunque da un’interpretazione erronea di tali valori. Pertanto, la somministrazione di vitamina D a livello di popolazione, tramite supplementi o alimenti fortificati, allo scopo di raggiungere nel 97,5% dei soggetti un valore superiore a 20ng/mL, potrebbe portare al superamento del livello massimo di tollerabilità stabilito dalla NAM stessa, e stimato pari a 50ng/mL (6). Imporre come soglia di sicurezza i 30ng/mL per garantire una normale omeostasi minerale e scheletrica vorrebbe dire considerare come sufficienti valori quasi doppi di quelli mediani e amplificherebbe quanto già detto riguardo a una soglia di 20ng/mL. In due studi epidemiologici condotti in Italia (uno su una popolazione di adolescenti, uno su una popolazione di donne in gravidanza) si è evidenziato come quasi il 90% del campione presentasse livelli inferiori a 30ng/ mL, presentando allo stesso tempo buone condizioni cliniche (7, 8).

La NAM nel 2011 aveva stabilito come DGR per la vitamina D 600 UI/die nell’adulto e 800 UI/die nell’anziano. Negli anni successivi, alcuni studi hanno evidenziato come la supplementazione con 600-800 UI di colecalciferolo non sia sufficiente a raggiungere i 20ng/mL (6), e ancor meno i 30ng/mL (1). Allo stesso tempo, la supplementazione con 400 UI nelle donne in post-menopausa (2), come quella con meno di 800 UI nell’anziano (4), non sembrerebbero efficaci nella prevenzione primaria delle fratture. Riguardo la possibilità, sempre per la prevenzione primaria, di una terapia a dosaggi più alti, la USPSTF si limita a dire che le evidenze sono insufficienti a esprimere un parere.

Le evidenze disponibili mostrerebbero comunque una scarsa o nulla efficacia sia nei confronti degli outcome clinici (fratture totali, fratture vertebrali, ecc.), sia di indicatori indiretti di efficacia, come densità ossea e assorbimento di calcio) (1, 2, 4). Inoltre, dosaggi bassi sono correlati con la comparsa di effetti avversi, come la calcolosi renale o l’ipercalcemia (2). Tuttavia, sebbene riviste al ribasso (nel 2011, ad esempio, la SIOMMMS proponeva fino a 1.000.000 di UI come dose terapeutica “di attacco” nei casi di carenza), le dosi consigliate da alcune società scientifiche restano sensibilmente più elevate rispetto a quanto proposto da altre istituzioni.

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Conclusioni sulla vitamina D

Si stima che circa il 90% del fabbisogno di vitamina D si ottenga per sintesi a livello cutaneo grazie all’esposizione solare. Nell’impossibilità di consigliare una “dose” di esposizione solare sicura e al tempo stesso sufficiente a coprire il fabbisogno annuale, dato l’enorme numero di variabili in gioco (orario di esposizione, colore della pelle, superficie esposta, creme solari, stagione, ecc.), i principali organismi, tra cui NAM e SACN, hanno elaborato il fabbisogno di vitamina D in condizioni di esposizione solare minima. Nella vita reale, la maggior parte della popolazione si espone al sole per periodi adeguati a garantire livelli sierici sufficienti. Brevi sessioni estive di esposizione (~15 minuti 3 volte a settimana), anche delle sole aree del corpo solitamente scoperte (braccia, testa, collo), sarebbero sufficienti ad assicurare livelli sierici ≥20ng/mL in Paesi alle latitudini del Regno Unito (9).

Laddove i livelli di vitamina D circolante configurino una reale carenza, in pazienti con osteoporosi documentata o con pregresse fratture patologiche e in particolari gruppi a rischio, come gli anziani istituzionalizzati, dovrebbe permanere l’indicazione per la somministrazione del pro-ormone. Invece, l’introduzione di uno screening universale per stabilire i livelli di vitamina D circolante potrebbe portare al sovra-trattamento della popolazione sana, e non è quindi raccomandato. L’innalzamento dei valori sierici ottimali di vitamina D appare ingiustificato e potrebbe esporre senza beneficio una parte rilevante della popolazione alla supplementazione di vitamina D, con potenziali rischi individuali e aumento della spesa associati.

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Lattoferrina: integratore che sconfigge il Covid-19

Lattoferrina, l’integratore in grado di sconfiggere il Covid-19. È la scoperta del momento, che viene alla luce grazie ad uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Tor Vergata, tra cui la dermatologa Elena Campione che, in un’intervista a La Repubblica, ne ha spiegato il funzionamento. Una scoperta che in un momento come questo pare una coincidenza. Ma forse non lo è. “Era marzo, all’inizio del lockdown quando abbiamo cominciato a ragionare sul perché ci fosse questa enorme differenza di esposizione al virus che esiste tra gli anziani e i bambini”, ha raccontato la ricercatrice, che porta sulle spalle diversi riconoscimenti internazionali e una serie di lavori pubblicati sulle riviste scientifiche.

Partendo dai bambini è iniziata la ricerca: “Tutti noi veniamo al mondo con una immunità innata. Prima di compiere il terzo mese, i bambini non ricevono altra protezione che il latte della mamma. E proprio la lattoferrina è una proteina contenuta anche all’interno del latte materno”. La sperimentazione è partita da circa 100 positivi, con sintomi lievi o asintomatici, “che sono stati curati solo con lattoferrina. È stata l’equipe stessa di ricercatori ad andare casa per casa per somministrare la proteina”.

Così, hanno scoperto che la lattoferrina può avere effetti benefici e contribuire alla lotta contro il Covid-19. “Sappiamo che il virus Sars-Cov-2 si alimenta del ferro presente nell’organismo umano- spiega Elena Campione- La lattoferrina riduce il ferro e quindi mette il virus in una posizione di svantaggio”. In poche parole, questa proteina lascia il virus senza il suo nutrimento.

Non solo, perché provoca due effetti: “Il primo in chiave di prevenzione, rendendoci molto più forti e quindi meno vulnerabili al contagio; il secondo in chiave di cura, perché abbiamo dimostrato che rispetto ai tempi medi di guarigione che arrivano anche a 30, 32 giorni, i pazienti ai quali viene somministrata anche la lattoferrina si negativizzano dopo 12 giorni”. Una precisazione, però, è necessaria: “Usciremo da questo incubo solo con il vaccino e il vaccino è la strada maestra per sconfiggere il Covid-19”.

Come precisa Repubblica, lo studio è stato pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences, ma si tratta solo di “una prima parte della nostra ricerca”. In arrivo, promette Campione, c’è molto di più: “Stiamo mettendo a punto la seconda parte del lavoro che è in procinto di essere pubblicata con nuovi e importanti risultati”.

Cos’è la lattoferrina e a cosa serve?

La lattoferrina (o lattotransferrina) è una glicoproteina ad azione antimicrobica e ferro-trasportatrice. Nota ormai da tempo (scoperta da Sorensen e Sorensen nel latte vaccino nel 1939), è stata recentemente rivalutata per le sue proprietà antiossidanti, immunomodulatrici ed antinfettive.

Tipica del latte, come il nome stesso fa intuire, la lattoferrina è presente anche in varie secrezioni mucose, come lacrime e saliva. Più abbondante nel colostro rispetto al latte di transizione e di mantenimento, la lattoferrina è inoltre tipica dei granulociti neutrofili, cellule immunitarie con funzioni di difesa da infezioni batteriche e fungine.

Le proprietà antimicrobiche della lattoferrina sono principalmente dovute alla capacità di legare il ferro, sottraendolo al metabolismo di quelle specie batteriche – come l’Escherichia coli – che dipendono da esso per la propria moltiplicazione e adesione alla mucosa intestinale (effetto batteriostatico); ha inoltre un’azione antibatterica diretta (battericida), grazie alla capacità di ledere gli strati più esterni della membrana cellulare (LPS) di alcune specie batteriche GRAM negative.

Non è quindi un caso che la lattoferrina venga sfruttata anche dall’industria alimentare per trattare le carcasse di manzo e proteggerle dalla contaminazione batterica di superficie. Similmente, non è casuale nemmeno il fatto che la lattoferrina si concentri a livello di molte mucose, che per definizione sono quegli strati di cellule che tappezzano la superficie interna delle cavità e dei canali dell’organismo comunicanti con l’esterno, e come tali esposti agli attacchi dei patogeni.

L’effetto antivirale della lattoferrina è relazionato alla sua capacità di legarsi ai glicosamminoglicani della membrana plasmatica, prevenendo l’ingresso del virus e bloccando l’infezione sul nascere; tale meccanismo è apparso efficace contro l’Herpes Simplex, i citomegalovirus, e l’HIV. Esistono anche evidenze circa un possibile ruolo della lattoferrina come agente antitumorale, dimostrato in numerose occasioni su tumori chimicamente indotti in ratti da laboratorio.

La capacità della lattoferrina di legare lo ione ferrico (Fe3+) è due volte superiore alla transferrina, la principale proteina plasmatica deputata al trasporto del ferro nel torrente circolatorio (entrambe fanno parte della stessa famiglia di proteine – dette transferrine – capaci di legare e trasferire ioni Fe3+). Ogni molecola di lattoferrina può legare a sé due ioni ferrici ed in base a tale saturazione può esistere in tre forme distinte: apolattoferrina (priva di ferro), lattoferrina monoferrica (legata ad un solo ione ferrico) e ololattoferrina (che lega a sé due ioni ferrici). L’attività della proteina viene mantenuta anche in ambienti acidi ed in presenza degli enzimi proteolitici, inclusi quelli secreti dai microorganismi.

Come usare questa proteina anti Covid 19

la lattoferrina sia dotata di interessanti proprietà antinfettive, immunomodulatorie e promotrici di una corretta ecologia intestinale. Durante le terapie antibiotiche, la lattoferrina può da un lato aumentare la suscettibilità dei batteri alla terapie farmacologiche e dall’altro, in sinergia con i probiotici, promuovere la crescita di ceppi batterici intestinali benefici (Lactobacillus o Bifidobacterium) che dipendono meno dalla disponibilità di ferro. Ovviamente una simile strategia terapeutica può essere adottata solo ed esclusivamente previo specifico consiglio medico. Negli integratori la lattoferrina è generalmente presente insieme a sostanze dotate di azione sinergica, come ceppi probiotici e FOS.

La lattoferrina è impiegata principalmente in ambito integrativo e clinico come rimedio antimicrobico, immunomodulatore, antiossidante e antinfiammatorio. La capacità di resistere all’azione proteolitica dello stomaco, permetterebbe alla lattoferrina di raggiungere inalterata l’ambiente intestinale, potendo così espletare la propria attività biologica in sede. Secondo ulteriori lavori di farmacocinetica, tuttavia ancora da confermare, la lattoferrina potrebbe essere assorbita tal quale dagli enterociti, estendendo pertanto le sue funzioni anche a livello sistemico.

Nonostante gran parte degli studi sull’efficacia biologica della lattoferrina si riferisca per lo più a modelli sperimentali, i presupposti molecolari per la propria attività biologica sembrerebbero essere fondati. Diversi studi avrebbero dimostrato l’utilità antibatterica della lattoferrina nei confronti di patogeni come E.Coli, Proteus Mirabilis, Staphylococcus aureus, Candida albicans e altri.

Questa attività sembrerebbe legata in parte alla capacità della lattoferrina di inibire l’adesione batterica alla mucosa intestinale, e in parte alla capacità di legare saldamente il ferro, rendendolo indisponibile al microrganismo patogeno. Questo impedirebbe la crescita e la proliferazione del microrganismo.

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I 3 funghi amici del sistema immunitario nella medicina cinese

Come già detto su questo blog, alcuni funghi sono veri e propri medicinali, oltre che organismi viventi unici. Sono chiamati decompositori e rappresentano l’ultimo tassello della catena alimentare che trasforma il materiale organico in nuove sostanze nutritive per le piante. Sono scientificamente classificati in un regno separato che include anche le muffe e i lieviti.

In Asia, soprattutto, i funghi medicinali sono impiegati con successo da millenni per la prevenzione e il trattamento di numerose patologie. Ad esempio, i miceti sono efficaci nella cura di malattie croniche ma trovano un ampio e interessante utilizzo a livello preventivo. Buona parte dei sistemi di cura tradizionali, soprattutto in Asia, si basano su un concetto estremamente naturale: è la prevenzione e la presa in carico quotidiana della propria salute a fare la differenza nella forza vitale di ogni individuo prima di raggiungere uno stato di alterazione fisiologica, ovvero la malattia.

I funghi agiscono nel mantenimento e nel riequilibrio del sistema immunitario e insieme ad uno stile di vita e ad una alimentazione corretti favoriscono longevità e felicità di corpo e spirito. L’utilizzo dei funghi per il benessere dell’organismo ha radici antiche che conducono alla Medicina Tradizionale Cinese, che li usa da secoli e che ha una ricca storia di miti e leggende indimostrabili, ma anche di una ricca farmacopea scientificamente dimostrata.

L’interesse verso questi organismi è cresciuto negli ultimi trent’anni anche in occidente dove è stato coniato il termine micoterapia per indicare la cura con l’utilizzo di funghi o sostanze derivanti. È a partire da nuovi stimoli in campo medico e scientifico che alcuni ceppi di miceti hanno iniziato a risvegliare un sempre maggiore interesse in ambito preventivo e terapeutico.

I funghi medicinali nel sistema immunitario

I funghi offrono innumerevoli benefici, primo tra tutti è lo straordinario supporto al sistema immunitario che permette di raggiungere, mantenere e ristabilire l’equilibrio ottimale o omeostasi corporea. I funghi svolgono attività adattogena o di modificazione della risposta biologica (biological response modifiers), sono cioè in grado di alterare la normale risposta immunitaria aumentando la capacità naturale del corpo di rispondere alle infezioni e alle malattie.

Tra i composti bioattivi che rendono i miceti così importanti nel mantenimento del benessere troviamo diversi tipi di polisaccaridi tra cui beta-glucani e triterpeni, da tempo oggetto di studio scientifico per le loro proprietà antibatteriche e antivirali. I polisaccaridi sono lunghe catene di zuccheri con all’interno numerose sezioni di ossigeno che una volta scomposti dall’organismo permettono alle molecole di ossigeno di essere riassorbite a livello cellulare.

Numerose patologie tra cui cancro, cardiopatie, disordini immunitari e diabete non sono in grado di sussistere in un ambiente ricco di ossigeno. I beta-glucani sono dei polisaccaridi con una caratteristica importante, stimolano il sistema immunitario rendendolo vigile e veloce nella risposta ad eventuali attacchi patogeni esterni (infezioni batteriche, fungine o virali), o interni (cellule neoplastiche).

Le molecole di triterpeni, invece, sono idrocarburi idrofobi ciclici. Hanno dimostrato una importante proprietà di bioattività, in particolare: antiossidante, epatoprotettiva, antiallergica e anti-ipertensiva, agiscono favorevolmente sulla riduzione del colesterolo e l’aggregazione piastrinica.

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I 3 funghi più usati in medicina cinese

Il Maitake (Grifola frondosa). Conosciuto come il fungo danzante probabilmente così chiamato perchè i suoi corpi fruttiferi assomigliano a degli uccelli. È un fungo medicinale utilizzato da secoli in medicina tradizionale cinese. Il Maitake gioca un ruolo importante nell’attività immunomodulante dell’organismo soprattutto nei processi infiammatori interferendo con la produzione di mediatori pro-infiammatori. Gli usi dell’estratto di questo fungo sono innumerevoli: è in grado di regolare il livello di glucosio nel sangue, la pressione sanguigna, il livello di insulina e la resistenza insulinica, i lipidi nel fegato, il colesterolo, i trigliceridi. Promettenti sono gli utilizzi nella medicina integrativa, in particolare per la prevenzione del cancro e il supporto dell’organismo durante il periodo di somministrazione delle cure antitumorali.

Il Cordyceps (Cordyceps sinensis). È un fungo medicinale raro che solo recentemente, grazie ai progressi tecnologici nella coltivazione è disponibile sul mercato e oggetto di studio per comprovare scientificamente le proprietà del micete considerato in Cina un fungo leggendario. Cordyceps agisce come immunomodulante e incrementa di quasi il 28% per cento i livelli di atp (adenosina trifosfato) nell’organismo.

L’atp costituisce la fonte di energia del corpo ed è essenziale per tutti i processi enzimatici. Questo fungo, inoltre, contiene la cordicepina, efficace contro tutti i tipi di batteri resistenti ai più comuni antibiotici e responsabile di azione antireplicativa diretta nei confronti dei virus, dei microorganismi e delle cellule tumorali.

Tutte queste proprietà rendono gli integratori a base di cordyceps efficaci per: incrementare l’immunità, la produzione di cellule-T e l’assorbimento dell’ossigeno; migliorare la funzione cardiaca; aumentare la resistenza fisica; promuovere la funzione sessuale; proteggere dai danni provocati dai radicali liberi.

Il Reishi (Ganoderma lucidum). Questo fungo, di cui abbiamo approfonditamente parlato qui, deve il suo nome al suo aspetto lucido ed è conosciuto come il fungo dell’immortalità. Non è completamente commestibile a causa del suo gusto amaro e della consistenza legnosa, per questo motivo è spesso utilizzato in polvere. Il gusto amaro è caratteristico degli acidi ganoderici, una classe di triterpeni ad alta ossigenazione di cui il Reishi è particolarmente ricco.

Queste molecole sono responsabili di numerose attività biologiche, incluse quelle antitumorali, anti ipertensive, immunomodulanti, anti-epatite B, antiossidanti e antimicrobiche. Il reishi è solitamente prescritto per il sostegno a lungo termine del sistema immunitario. I polisaccaridi contenuti in questo micete, infatti promuovono la risposta linfocitaria senza sovra stimolare il sistema immunitario, attivano i macrofagi e aumentano l’attività delle cellule nk (natural killer) cellule del sistema immunitario essenziali per riconoscere e distruggere cellule neoplastiche o infette da virus.

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Come mantenere forte il nostro sistema immunitario

Il nuovo coronavirus allarma e fa paura, perché non sembra esserci un rimedio o un vaccino, al momento. Quindi, diventa ancor più di fondamentale importanza rimanere in salute, mantenere forte il sistema immunitario e diminuire il più possibile la possibilità di essere aggrediti da virosi incluso il Covid-19.

Quando siamo in buona salute, il nostro sistema immunitario è forte e non ci ammaliamo quasi mai. Si è scritto tanto sul nuovo coronavirus e molto c’è da scrivere: cos’è e come si trasmette, o i suoi sintomi. Ma non in questo articolo, in cui invece parliamo di come usare al meglio le medicine naturali, gli alimenti e le altre pratiche naturali che si possono adottare regolarmente per rimanere nella migliore salute e forma possibile, allo scopo di renderci il più possibile immuni a virus e ad altri agenti patogeni.

Per stare bene c’è bisogno di ossigeno, inutile girarci intorno. Dobbiamo far fluire molto ossigeno attraverso il nostro corpo. Bisogna respirare profondamente, aria fresca, sempre, quando possibile, far scorrere l’ossigeno nel sangue. Anche lo stretching o lo yoga sono molto di aiuto e si rivelano amici della nostra salute, per il nostro aspetto e per la flessibilità ossea e muscolare.

Stretching e yoga fanno circolare il sangue nei muscoli, nelle articolazioni, e nelle altre parti del corpo, portando loro molti più nutrienti, ossigeno, cellule staminali e tutti i benefici apportati dall’irrorazione sanguigna. Anche l’inversione del corpo a testa in giù è molto benefica per il cervello, facendo che il sangue fluisca direttamente nella nostra testa (se non si soffre di pressione alta, altrimenti è sconsigliato).

L’alimentazione

L’altro aspetto dell’essere sano è l’alimentazione. Bisogna mangiare bene, non tanto. Mangiare cibi nutrizionalmente densi, puliti, naturali e aggiungere anche integratori ed erbe naturali. Frutta e verdura biologica, fresca, locale, frullati, cereali, legumi, noci e semi germogliati, tofu, uova biologiche del contadino, grassi buoni come quello dell’avocado, olio extravergine di oliva, olio di cocco, olio di semi di chia…

Cibi e bevande fermentate, come kimchi, crauti, kefir d’acqua, kombucha e yogurt fatti in casa, superfoods verdi come spirulina, clorella, moringa, succhi di erba di grano o in polvere, proteine in polvere di alta qualità, come proteine della canapa, piselli, riso e ovviamente bere acqua purificata e strutturata di alta qualità.

Erbe e radici

Ci sono anche erbe e radici che aiutano a combattere e a prevenire le infezioni virali e che possono aiutare il tuo sistema immunitario a rimanere forte. Si va dagli alimenti-medicinali facilmente reperibili come aglio crudo, zenzero, cipolle, pepe di cayenna, agli estratti di foglie di olivo, che ha quattro volte più antiossidanti del tè verde, ed è stato dimostrato più volte in molti studi diversi di essere un antivirale molto potente, antibatterico e antifungicida. Può avere anche un effetto significativo nell’abbassare la pressione sanguigna che potrebbe non essere gradito a tutti.

Oli essenziali

Si può fare uso di oli essenziali come l’origano, chiodi di garofano, menta, eucalipto, timo, e tanti altri, che sono dimostrati in molti studi di essere dei potenti antivirali. Molti oli essenziali possono essere assunti anche internamente, ma solo una o poche gocce, e a proprio rischio – magari consultando prima un medico o un fitoterapeuta. Si possono anche inalare gli oli essenziali attraverso un diffusore di aromi, o semplicemente mettere alcune gocce in acqua calda e inalare i vapori.

Vitamine

È stato dimostrato che le alte dosi di vitamina C sono molto antivirali. La vitamina C naturale è molto più raccomandata, poiché ha il suo equilibrio naturale di tutti i composti attivi che agiscono sinergicamente e non acidifica il corpo. Si possono assumere dosi molto elevate, anche un grammo di vitamina C più volte al giorno. Allo stesso tempo è necessario bere molti liquidi.

Minerali

Zinco, selenio e iodio sono anche noti per essere molto importanti per un sistema immunitario sano, così come il magnesio e il calcio, e la giusta quantità di sale e potassio. È consigliato anche bere un po’ di acqua di cocco per un’integrazione perfetta di minerali elettroliti, caricata con potassio, calcio e magnesio.

Possono risultare utili i multi vitaminici naturali, a causa della scarsità di modi e metodi moderni di coltivazione e dell’esaurimento delle sostanze nutritive del suolo. È comunque consigliato assumerli per coprire tutti i micronutrienti di base, vitamine e minerali. Potrete stare bene anche senza, ma probabilmente starete ancora meglio usandoli.

Fungli medicinali

Molto noti per migliorare le capacità del sistema immunitario sono anche i funghi medicinali, come il reishi, il chaga, il cordyceps, la criniera di leone e altri. Essi contengono molti polisaccaridi che sono come elementi costitutivi del funzionamento delle cellule del nostro sistema immunitario. In più ci danno energia, disintossicano, purificano il sangue, sono antitumorali, regolano lo zucchero sanguinio, migliorano le condizioni cardiovascolari, e altro.

Digiuno e sonno

Anche il digiuno, o il digiuno intermittente sono benefici. Non c’è bisogno di mangiare tutto il tempo. Stimolerete il vostro sistema immunitario e l’autofagia, quando sarete nel vostro stato di digiuno. E ha molti più benefici curativi. Disintossica, dà al corpo e all’apparato digerente una pausa, usa l’energia per guarire e riposare. Una buona regola è bere liquidi per tutto il giorno, e mangiare un solo pasto soddisfacente alla sera, una volta alla settimana.

Dormire abbastanza e bene, è anche molto importante per mantenere alta la nostra immunità, per disintossicarsi e rigenerarsi, crescere e molto altro ancora.

Sauna e attività fisica

La sauna, è molto benefica per il sistema immunitario, per disintossicarsi e per sentirsi bene in generale. Alcuni studi hanno denotato come le persone che vanno in sauna hanno il 40% in meno di mortalità per qualsiasi causa. In questi tempi di Coronavirus può essere difficile trovare un modo di andare in sauna, ma se ne avete la possibilità, sfruttatela bene.

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Attività fisica: è consigliatissimo e super benefico accelerare il battito del cuore considerevolmente almeno alcune volte la settimana, preferibilmente ogni giorno. È uno dei fattori fondamentali per mantenere il sistema immunitario in forma. Darà modo al corpo di far circolare il sangue tanto di più, creare endorfine e anandamida per farci sentire felici, stimola la produzione degli ormoni di crescita e ringiovanimento…

Si può scegliere qualsiasi attività fisica, dal correre, andare in bici o nuotare, al sollevamento dei pesi e altre attività più intense che stimoleranno la crescita dei muscoli, seppure in spazi chiusi o su un balcone. E alla fine, un piccolo consiglio per esporsi meno alle virosi: applicare un po’ di olio essenziale intorno alle narici quando si va in luoghi pubblici, oltre ad adottare sistemi di protezione personali che già si conoscono, come per esempio l’uso di mascherine e l’igiene delle mani.

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Cancro: i clisteri al caffè del dottor Gerson

Il Dottor Gerson ha riscontrato un successo straordinario nell’ideazione del metodo dei clisteri al caffè. Nei pazienti con tumori soprattutto in uno stato avanzato come quelli che normalmente si rivolgono ad una terapia non convenzionale, l’intero apparato digerente, secondo Gerson, è avvelenato. “Disintossicare”, disse, “è una parola facile, ma è estremamente difficile farlo”.

“Quando i pazienti sono terminali riescono a malapena a mangiare. Non producono succhi gastrici, il fegato non funziona, il pancreas non funziona, niente è attivo. Da dove iniziare? (e continuo citando da una conferenza del dottor Max Gerson a Escondido, California nel 1956). …Il primo passo importante è la disintossicazione. Prima davamo diversi tipi di clisteri. Nella mia esperienza il più efficace è quello al caffè”.

Benché Gerson abbia utilizzato i clisteri al caffè principalmente per l’eliminazione di scorie tossiche provenienti soprattutto dal tumore in necrosi (si possono trovare diverse informazioni anche su Scienzaeconoscenza.it), sappiamo ora che questi clisteri aiutavano nell’assorbimento della vitamina A, che richiede l’azione dei sali biliari (Simone 1983).

Così i clisteri al caffè ridicolizzati dai nemici di Gerson infatti permisero ai suoi pazienti di utilizzare le enormi quantità di vitamina A fornite dal grande numero di succhi di carote e verdure presenti nella sua terapia (che Seifter stimò in circa 100.000 unità internazionali). La vitamina A, si sa, gioca un ruolo vitale nella funzione immunitaria.

Nel 1984 il chirurgo oncologo austriaco Dr. Peter Lechner insieme ai suoi colleghi, che stavano indagando sul metodo Gerson, trovò che il clistere al caffè ha uno scopo specifico: abbassare il livello delle tossine nel siero. La sua relazione afferma: “I clisteri al caffè hanno un effetto sul colon osservabile attraverso l’endoscopio” .

Nel 1981 Wattenberg e i suoi sperimentatori dimostrarono che l’acido palmitico nel caffè aumenta l’attività dell’enzima glutatione S-trasferase (GST) e altri coibenti molto al di sopra del normale. E’ questo gruppo di enzimi che è principalmente responsabile per la coniugazione di radicali liberi, che la cistifellea poi rilascia.

Nel 1990 lo stesso Peter Lechner pubblicò i risultati positivi di una sperimentazione clinica con la terapia Gerson. In questo documento parlò anche dei benefici dell’aumento di GST nell’intestino:

  • La GST lega la bilirubina e i suoi glucurònidi di modo che possano essere eliminati dalle cellule del fegato. (L’acido glucuronico è un derivato dal glucosio, presente nell’urina umana e capace di esplicare un’azione disintossicante.)
  • La GST blocca e disintossica i carcinogeni la cui attivazione richiede ossidazione o riduzione. La sua funzione catalitica produce un effetto protettivo contro molti carcinogeni chimici.
  • La GST forma un legame co-valente con praticamente tutti i radicali liberi. Questa è una pre-condizione della loro eliminazione dal corpo.

I benefici fisiologici dei clisteri

Usato insieme alla dieta e ai succhi il clistere al caffè è un agente terapeutico unico. L’assunzione per bocca del caffè in nessun modo produce lo stesso effetto della somministrazione per via rettale. Al contrario, il bere caffè, praticamente, assicura il riassorbimento della bile tossica. Altri agenti classificati stimolanti del flusso biliare, agenti che aumentano anch’essi la produzione di bile del fegato, in nessun modo disintossicano attraverso i sistemi enzimatici di quell’organo. E non aiutano il passaggio della bile dall’intestino.

Gerson trovò che i clisteri alla caffeina riducevano notevolmente il dolore, un fattore particolarmente favorevole nel suo regime, che evita l’uso di anestetici o oppiacei, che peserebbero sul fegato quando la sua limitata capacità deve essere usata per le funzioni immunitarie e l’eliminazione delle tossine.

Cito il dottor Max Gerson: “I pazienti affermavano che ne provavano beneficio… Mi resi conto che, per disintossicare il corpo, non potevo somministrare come sedativi farmaci e tossine. Dovevamo mettere da parte i farmaci e questo fu un problema molto difficile. Un paziente mi disse che doveva prendere un granulo di codeina ogni due ore e in più prendeva iniezioni di morfina… Come toglierle, queste cose? Gli dissi che il miglior sedativo è un clistere al caffè ogni quattro ore”.

“Dopo pochissimo tempo dovette darmi ragione. Alcuni pazienti che avevano dolori fortissimi non prendevano un clistere ogni quattro ore, ma ogni due! Ma niente farmaci. Pazienti che stanno assorbendo grossi tumori puntano la sveglia durante la notte per un clistere altrimenti vengono avvelenati dall’assorbimento di queste masse. Se gli do solo due o tre clisteri entrano in coma hepaticum e muoiono avvelenati. E anche clisteri più numerosi non bastano. Do a loro olio di ricino per bocca e per clistere a giorni alterni. Dopo due settimane non riconoscereste più questi pazienti. Alcuni sono arrivati sulle barelle e ora camminano. Torna l’appetito, aumentano di peso e i tumori regrediscono”.

Gerson ipotizzò le azioni e osservò gli effetti clinici dei clisteri al caffè.
Negli anni che seguirono la sua morte, altri ricercatori hanno aggiunto ulteriori osservazioni.
Introdurre un litro di caffè bollito nel colon realizza i seguenti benefici fisiologici:

  • Diluisce il sangue portale e, di conseguenza, la bile.
  • Teofillina e teobromina, costituenti importanti del caffè, dilatano i vasi sanguigni e contrastano l’infiammazione dell’intestino.
  • I palmitati nel caffè aumentano glutatione S-trasferase, responsabile per l’eliminazione di molti radicali liberi dal siero.
  • Il liquido stesso del clistere stimola il sistema nervoso viscerale, aumenta la peristalsi e il transito di bile – tossica ma diluita – dal duodeno fino all’uscita del retto.
  • Siccome il clistere stimolante deve essere trattenuto fino a quindici minuti, e siccome tutto il sangue passa attraverso il fegato quasi ogni 3 minuti, il clistere al caffè rappresenta una forma di dialisi del sangue attraverso la parete dell’intestino.

A parte rarissime eccezioni, i pazienti si rivolgevano a Gerson in condizioni disperate dopo che tutti i metodi ortodossi erano falliti ed essi erano stati giudicati inguaribili. In quasi tutti i casi i dolori sono stati alleviati rapidamente o sono scomparsi, senza somministrazione di analgesici. Un medico ha osservato che anche se questo fosse stato l’unico beneficio, la terapia Gerson sarebbe dovuta diventare obbligatoria in tutti gli ospedali.

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Testimonianze sui clisteri al caffè

Lettera del Dottor Béla Horváth, oncologo dermatologo, Budapest
A proposito dell’importante articolo di Giuliano Dego sui commenti negativi di Umberto Veronesi fino al discorso del Principe Carlo (“Il professore, il principe e i ‘fondi di caffè’” pubblicato sul sito internet di Scienza e conoscenza 23 marzo 2005), i commenti dell’oncologo italiano fanno parte dell’interminabile guerra di posizione tra la medicina convenzionale e quella alternativa.

I soli a soffrirne sono i pazienti. Per risolvere questa situazione l’unica via è la medicina complementare o, nelle parole del Principe, della “sanità integrata”. Solo così, in effetti, i pazienti ricevono la giusta e complessa serie di trattamenti di cui hanno bisogno. Oggigiorno negli ospedali convenzionali, con la loro produzione in serie, un tale approccio è impossibile: per questa ragione e a causa del vero bisogno dei pazienti di trattamenti complessi – curare la persona nella sua integralità – la medicina naturale continua ad attrarre adepti.

La gamma di cure naturali è vasta e una caratteristica di tutte è l’impossibilità di sperimentarle con controlli a placebo, o con gli studi randomizzati della medicina convenzionale. Questo vuol dire che sono inutili o soltanto che il nostro approccio è troppo semplificato e inadeguato?

La Terapia Gerson è uno di questi metodi. L’essenza di questa terapia metabolica è il consumo di grandi quantità di cibi biologici preparati secondo istruzioni, e ridotti in succhi freschi; clisteri e integratori che agiscono sul metabolismo.

Questa terapia lunga e intensiva, richiede la partecipazione attiva del paziente fino alla guarigione e contrasta notevolmente l’immagine di pazienti che fumano, con la flebo appesa ad un supporto, mentre girano nei corridoi degli ospedali. La Terapia Gerson promuove la rigenerazione e la riattivazione di meccanismi naturali di guarigione.

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