Nella sezione Malattie di MC Blog si parla di malattie comuni, più o meno gravi, croniche o acute, e di come la ricerca scientifica proceda ed evolva nelle più svariate forme di contrasto a queste patologie cliniche, oltre che di come poterle ridurre o sconfiggere con alcuni rimedi naturali

Dolore osseo e dolore articolare: di cosa si tratta

Oltre ai dolori muscolari e reumatici, c’è il dolore osseo e il dolore articolare, ossia l’osteoporosi (dolore osseo), le fratture e l’artrosi (dolori articolari). L’osteoporosi, che colpisce soprattutto le donne in menopausa, si accompagna inevitabilmente al procedere dell’età e, in pratica, tutti gli individui oltre i 50 anni, hanno un certo grado di osteoporosi.

Anche se è una malattia che si evidenzia nella terza età, affonda le sue radici nell’età dello sviluppo: una mancata “saturazione” del tessuto osseo nei primi venti anni di vita condizionerà l’evoluzione della malattia negli anni della vecchiaia. Può essere accelerata anche da un’insufficiente introduzione di calcio e di minerali con la dieta.

La frattura, ossia l’interruzione nella continuità di un osso, può essere causata da sollecitazioni che provocano la frattura a causa di malattie che rendono l’osso più fragile. Sebbene la frattura produca in genere tumefazione e dolore osseo acuto, alcune fratture lievi o parziali dell’osso (per esempio le fratture da stress) possono causare dolore progressivamente nei giorni successivi. Pertanto, qualora compaiano certi sintomi nei giorni successivi a un trauma è necessario eseguire degli accertamenti specifici per verificare lo stato delle ossa.

L’artrosi è sempre in agguato ed è una malattia che lentamente distrugge la cartilagine, un tessuto liscio e flessibile che avvolge le ossa delle articolazioni, permettendo loro di scivolare senza attriti l’una sull’altra. Ma non si tratta solo di uno degli inevitabili acciacchi della vecchiaia: ne soffrono infatti anche persone giovani, al di sotto dei 40 anni.

Dolore osseo, cos’è l’osteoporosi: sintomo e cura

Il processo è lento ma irreversibile: pian piano la cartilagine si assottiglia, poi si fessura. Con l’andare del tempo, anche l’osso inizia ad alterarsi. A volte subentra l’osteoporosi? Cos’è? L’osteoporosi è una malattia sistemica caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da un’alterazione della microarchitettura del tessuto scheletrico, che diventa più fragile e più esposto ad un rischio di fratture spontanee o per traumi di lieve entità.

La frattura si realizza quando il carico che grava sull’osso supera la sua capacità di resistenza. Le sedi più frequenti di fratture da fragilità sono il corpo vertebrale (soprattutto a livello della colonna dorso-lombare), il femore (a livello del collo o del trocantere) e l’estremo distale del radio (fratture di Colles); più raramente le fratture interessano l’omero prossimale, la pelvi, la tibia prossimale e i metatarsi. In Italia la malattia colpisce circa 5 milioni di persone, di cui oltre l’80% sono donne in post-menopausa; nel nostro Paese si registrano inoltre circa 100 mila ricoveri all’anno per fratture del collo del femore secondarie ad osteoporosi.

L’osteoporosi può essere definita come primaria, se associata al depauperamento fisiologico di massa ossea, oppure secondaria ad altre condizioni (malattie endocrine, malattie gastrointestinali, malattie del sangue, farmaci). La forma primaria è a sua volta classificata in post-menopausale, quando direttamente innescata e sostenuta da una carenza di estrogeni, e senile, se associata ai processi di invecchiamento.

Oltre alle malattie sopracitate e alla menopausa, rappresentano importanti fattori di rischio per l’osteoporosi il fumo, l’alcol, il caffè, la magrezza (che comporta una ridotta stimolazione meccanica sul tessuto osseo), un’alimentazione carente di calcio (contenuto soprattutto nei vegetali, nel latte e derivati), la sedentarietà, il menarca tardivo, la menopausa precoce. Il dolore osseo è uno dei primi sintomi.

Dolore articolare cosa succede in caso di frattura?

La frattura è un’interruzione nella continuità di un osso. Può essere causata da un trauma che supera la forza di resistenza di un osso sano, ovvero da sollecitazioni che provocano la frattura a causa di malattie che rendono l’osso più fragile, per esempio nel caso dell’osteoporosi.

Sebbene la frattura produca in genere tumefazione e dolore acuto, alcune fratture lievi o parziali dell’osso (per esempio le fratture da stress) possono causare dolore progressivamente nei giorni successivi. Pertanto, qualora compaiano certi sintomi nei giorni successivi a un trauma è necessario eseguire degli accertamenti specifici per verificare lo stato delle ossa. A volte non è semplice distinguere una frattura da altri traumi, per esempio una lussazione.

Conoscere i fattori di rischio che possono portare alla frattura significa ridurre la loro incidenza. Le fratture vertebrali sono spesso spontanee o dovute allo sforzo sostenuto nel sollevare un peso; le fratture del femore, dell’omero o del polso, invece, sono conseguenti a una caduta. I fattori di rischio si distinguono, generalmente, in fattori ambientali e fattori clinici.

Quelli ambientali sono rappresentati dai pavimenti a cera scivolosi o bagnati, tappeti con bordi sollevati o che non aderiscono stabilmente al pavimento, mobili troppo alti che comportano il dover salire su scale o sedie, scale non fornite di corrimano o con gradini di diverse dimensioni, bagni con piatto doccia o vasca da bagno scivolose, banali cadute, incidenti stradali. È consigliato l’uso di calzature morbide con suola antiscivolo e, in particolari condizioni, il ricorso al bastone

Infine ci sono i fattori clinici (dovuti alla presenza di malattie concomitanti che compromettono la stabilità e l’equilibrio, favorendo le cadute), per esempio: malattie croniche a carico dell’apparato locomotore (artrosi, artrite reumatoide, ecc.) invalidanti, disturbi del ritmo cardiaco, improvviso calo della pressione arteriosa, deficit della vista, scarsa coordinazione dei movimenti, alterazione dell’equilibrio, uso di farmaci in grado di alterare lo stato di vigilanza (sedativi, ipnotici, antidepressivi, ecc.) o di alcool.

Dolore, attenzione all’artrosi: sempre più frequente

L’artrosi o osteoartrosi o, secondo la corrente terminologia anglofona, osteoartrite (osteoarthritis), è una malattia degenerativa che interessa le articolazioni e che causa dolore osseo. In medicina veterinaria è conosciuta anche come Degenerative Joint Disease (DJD).

È una delle cause più comuni di disturbi dolorosi, colpisce circa il 10% della popolazione adulta generale, e il 50% delle persone che hanno superato i 60 anni di età. Durante il manifestarsi di tale patologia nascono nuovo tessuto connettivo e nuovo osso attorno alla zona interessata. Generalmente sono più colpite le articolazioni più sottoposte a usura, soprattutto al carico del peso corporeo, come le vertebre lombari o le ginocchia.

L’articolazione interessata presenta caratteristiche alterazioni della cartilagine, con assottigliamento, fissurazione, formazione di osteofiti marginali e zone di osteosclerosi subcondrale nelle aree di carico. La membrana sinoviale si presenta iperemica e ipertrofica, la capsula è edematosa e fibrosclerotica. Costituiscono fattori predisponenti l’obesità, il sesso femminile, parenti affetti da tale malattia, traumi articolari, stress continuo, umidità.

Uno studio del 2005 mostra che i condrociti di cartilagine artrosica presentano due recettori per l’istamina che viene rilasciata copiosamente dai mastociti nel liquido sinoviale: la presenza dei recettori è segno che l’istamina stimola i condrociti direttamente a produrre altri mediatori implicati nella lisi di tessuto della cartilagine (come gli enzimi metalloproteasi che smantellano le proteine fibrose collagene), e nella contemporanea infiammazione sinoviale (come la Interleuchina-1).

I livelli di istamina sono spesso elevati nel liquido sinoviale dei pazienti che soffrono di artrite reumatoide. Un certo numero di fattori nutrizionali sono conosciuti per ridurre l’eccesso di istamina e per controllare il dolore. Ciò è stato specialmente notato con il rame che è stato segnalato per ridurre i dolori articolari dei pazienti che soffrono di artrite reumatoide. L’enzima ammina ossidasi (contenente rame) ha il compito di ossidare l’istamina nei tessuti, inattivandola.

I sintomi e i segni clinici che si presentano sono tutti localizzati nell’articolazione interessata (ma può colpire diverse articolazioni) e sono dolore, limitazione del movimento, rigidità, deformità articolare. Il grado di alterazione dimostrabile radiologicamente non è sempre correlato all’entità della sintomatologia. La principale diagnosi differenziale è con l’artrite (la quale è una malattia autoimmune e presenza infiammazione e alterazioni di esami come il fattore reumatoide, la velocità di eritrosedimentazione e i globuli bianchi neutrofili, con l’eccezione delle spondiloartriti sieronegative).

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I cambiamenti nello stile di vita, specialmente la perdita di peso e l’attività fisica, uniti alla terapia analgesica, rappresentano il perno del trattamento dell’osteoartrosi. Il paracetamolo rappresenta il farmaco di prima linea, mentre i Fans sono indicati solo nel caso il sollievo dal dolore non sia sufficiente, in relazione alla minore incidenza di effetti collaterali del primo nella terapia cronica. Nella maggior parte dei pazienti affetti da osteoartrosi, l’attività fisica moderata permette un aumento della funzionalità articolare e una riduzione del dolore, soprattutto nella gonartrosi.

Nelle persone in sovrappeso, il calo ponderale può rappresentare un fattore importante, in quanto garantisce da una parte una riduzione del dolore, dall’altra un aumento della funzionalità e una riduzione della rigidità e dell’affaticamento, riducendo la necessità di una terapia farmacologica. Una metanalisi condotta nel 2009 ha dimostrato che l’educazione del paziente alla gestione della malattia permette una riduzione media della percezione del dolore del 20% rispetto all’uso dei soli antinfiammatori nei pazienti affetti da coxartrosi.

Esiste una evidenza sufficiente ad affermare che la fisioterapia può ridurre il dolore e aumentare la funzionalità. Esistono evidenze che la manipolazione risulti essere più efficace dell’esercizio fisico nell’artrosi dell’anca, tuttavia queste evidenze non sono considerate conclusive. Seppur molti specialisti ritengano opportuno integrare manovre chinesiterapiche al piano di trattamento. L’allenamento funzionale, con la gestione dell’andatura e dell’equilibrio, è raccomandato per permettere un miglioramento della propriocezione, utile a ridurre il rischio di traumi da caduta nei pazienti più anziani. L’utilizzo di tutori morbidi può permettere il miglioramento dei sintomi in un anno.

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Dolori articolari e muscolari da sport: quali sono i rimedi?

Quante volte ti capitano indolenzimenti da allenamento errato? Affaticamento che si accumula dopo qualche mese di ginnastica, dolori muscolari che bloccano i movimenti, comprese le possibili microfratture, tendiniti e infiammazioni varie, torcicollo compreso: ne nasce una vera propria “crisi da palestra” e il desiderio di mantenersi in forma per tutto l’anno può passare. Dopo le prime lezioni, l’indolenzimento dei muscoli può essere così fastidioso da fare rinunciare alla pratica sportiva regolare. Si chiamano dolori articolari e muscolari da sport.

Cominciamo col dire che lo sport fa bene. Mantiene elastici, tonici e in forma, ma se non lo si pratica con criterio, può anche provocare danni, specie alle articolazioni. Infatti, l’attività sportiva riduce il rischio cardiovascolare, il peso in eccesso, lo stress e non solo, ma a condizione di sceglierlo e praticarlo tenendo conto delle proprie possibilità, del livello di preparazione atletica e dell’età.

Altrimenti, anche per i più allenati può aumentare il rischio di infiammazioni e tendiniti. I frequenti saltelli sullo step o le pedalate durante lo spinning, alla lunga possono provocare disturbi. L’attività sportiva fatta da chi è generalmente sedentario, da chi non svolge attività da molti mesi o da chi non è più giovanissimo, va fatta iniziando con alcuni piccoli accorgimenti.

Quello dei dolori articolari legati allo sport, è un problema comune negli sportivi. Il rapporto tra articolazioni e sport è infatti molto più stretto di quanto si possa immaginare. Una pratica sportiva fatta con costanza e senza “carichi” eccessivi aiuta le nostre articolazioni.

Al contrario, sforzi troppo intensi e ripetuti possono creare traumi articolari e provocare fastidi anche cronici. È il caso ad esempio degli sport più dinamici e da performance come calcio, il tennis o il basket, che andrebbero scelti e praticati con attenzione. Infatti, se per certi aspetti può essere vero che la vita inizia a quarant’anni, nel caso dell’attività fisica, non è esattamente così e non tenerne conto significa esporsi a danni quasi certi a livello articolare e muscolare.

Neppure i più giovani, d’altro canto, possono ritenersi completamente al riparo da strappi, contusioni o distorsioni accidentali né da più subdole ma altrettanto dolorose infiammazioni da sovraccarico. Basta un movimento brusco, un piede in fallo, uno scontro con un compagno o l’insana voglia di strafare per accelerare i tempi dell’allenamento e raggiungere obiettivi inarrivabili.

Per trarre dall’attività fisica tutti i possibili benefici senza correre inutili rischi bastano un po’ di cautela e buon senso. Quando, invece, ormai il danno è fatto, esistono accorgimenti pratici e preparati antinfiammatori topici che aiutano a evitare eccessive sofferenze. Ma andiamo per gradi…

I dolori muscolari successivi alla corsa hanno in genere cause e modalità di comparsa diverse. Però, è importante capirne le cause per dimensionare correttamente l’allenamento. C’è il dolore da sforzo, che si verifica durante la prova e riguarda uno o più muscoli. Le cause possono essere un accumulo di acido lattico o l’esaurimento delle scorte energetiche, se è generalizzato alle gambe. C’è il dolore successivo all’allenamento, che compare dopo circa ventiquattro ore dallo sforzo e in genere può protrarsi fino a tre-quattro giorni.

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Fare tanto stretching aiuta contro ogni dolore

C’è poi la tendinite, che è un processo infiammatorio di uno o più tendini, le robuste strutture anatomiche che connettono i muscoli alle ossa. È solitamente causata da traumi o da un uso intensivo, più raramente da infezioni o malattie autoimmuni, per esempio l’artrite reumatoide.

La tendinite si verifica più frequentemente alle spalle, ai gomiti, alle ginocchia, ai polsi e alle caviglie. Può verificarsi all’inserzione del tendine sull’osso, oppure in un punto qualsiasi del decorso del tendine. E può interessare anche la guaina che lo riveste e in questo caso si parla di tenosinovite.

Spesso la tendinite necessita soltanto di un adeguato periodo di riposo per guarire. Il sintomo principale è il dolore nella zona colpita, che può essere accompagnato da gonfiore, più o meno evidente, e aumenta con il movimento. La tendinite può essere legata all’uso eccessivo del tendine, per esempio negli sport che richiedono movimenti ampi e ripetitivi degli arti o in determinate professioni, per esempio suonatori di alcuni strumenti musicali. L’età è un altro fattore di rischio, in quanto con il passare degli anni muscoli e tendini perdono in parte la loro elasticità.

Per non affaticare eccessivamente i nostri muscoli è opportuno effettuare alcuni esercizi specifici per rinforzare alcuni importanti gruppi muscolari, che tuteleranno lo scheletro ed i tendini dagli incidenti più diffusi nelle palestre. È necessario quindi rinforzare la colonna lombo-sacrale, con esercizi di stretching, rotazioni del busto, addominali e lombari. Poi rinforzare le ginocchia, con esercizi stabilizzatori, allenando i muscoli estensori e flessori del ginocchio. Così come i glutei e le spalle stesse.

Ovviamente, esistono molti rimedi naturali per prevenire e curare le patologie di cui abbiamo appena parlato. Quali sono? Le ciliegie, oltre ad essere buone e succose, contengono gli antociani che combattono i radicali liberi prodotti dal corpo dopo l’attività funzionando come agenti antinfiammatori: questo frutto così dolce aumenta l’afflusso del sangue ai muscoli, contrastando quindi i dolori muscolari da sport.

Se non dormi bene, i livelli di cortisolo, l’ormone che può ritardare la ripresa dopo un allenamento, salgono. Per migliorare la qualità del sonno scollegati da qualsiasi dispositivo tecnologico e allontanati dalla cosiddetta luce azzurra che soffoca la melatonina. Non farti mancare le proteine attraverso altri alimenti. Quindi, non solo barrette solubili. Il corpo ha bisogno di magnesio per contrarre i muscoli. Includi nella tua dieta alimenti ricchi di questo minerale.

Lo stretching deve essere mirato: dopo un allenamento, non dedicarti solo allo stretching passivo. La nostra mobilità non è più quella che avevamo da bambini, ecco perché occorre concentrarsi su ogni articolazione del corpo, facendola lavorare, e dedicando a ciascuna il tempo necessario per il defaticamento.

La crioterapia, aiuta a riparare eventuali lacerazioni muscolari in caso di allenamenti frequenti. Forse non ci possiamo permettere di riempire ogni giorno la vasca da bagno con del ghiaccio, ma l’acqua fredda costringe i vasi sanguigni, stimolando l’eliminazione di sostanze di scarto, come ad esempio l’acido lattico, presenti nel corpo, e allevia l’intorpidimento muscolare.

Assumi quotidianamente, o almeno nei giorni in cui ti alleni, un cucchiaio di curcuma, in modo da ridurre l’intorpidimento muscolare e il senso di fatica. Basta aggiungerla ai tuoi piatti preferiti o scioglierla in un bicchiere di acqua. Assumi fluidi in modo corretto evita gli infortuni e ti aiuta ad allenarti al meglio.

La disidratazione può causare crampi, giramenti di testa, rallenta l’eliminazione dell’acido lattico e rischi di sentirti dolorante. Non dimenticare la vitamina C, o il ginseng, oppure il gingko biloba, ma anche la glucosamina, la condrotina e l’msm. Le creme o i gel a base di radici, fiori e spezie officinali antiossidanti – i più utilizzati sono l’aloe vera, l’arnica montana, l’artiglio del diavolo, la boswellia e l’imperatoria – sono ottimi per alleviare i dolori muscolari da sport.

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Mal di testa: ecco i segreti naturali per sconfiggerlo

Quello del cosiddetto mal di testa è un argomento tanto delicato quanto invalidante risulta essere la malattia, ma qui scopriremo i segreti naturali per sconfiggerlo. Clinicamente parliamo di cefalee, che si distinguono in primarie e secondarie. Entrambe le tipologie si caratterizzano per il dolore localizzato in una o più aree del capo e rappresentano una condizione di urgenza sia se la si considera come sintomo di un’altra patologia, come può essere la cefalea secondaria, sia se la si considera come malattia stessa, cioè la cefalea.

Le cefalee primarie si suddividono a loro volta in emicrania, cefalea tensiva e cefalea a grappolo. Invece quelle secondarie spesso sono di tipo post-traumatico. Il dolore avvertito alla testa durante un attacco di cefalea può essere causato da diversi meccanismi. I principali sono la distensione, la trazione o la dilatazione dei vasi sanguigni, quindi sia delle arterie sia delle vene, intra o extra-cranici.

Ma anche la compressione, trazione o infiammazione dei nervi cranici, oppure l’infiammazione, la contrattura o la compressione dei muscoli extracranici e cervicali, oltre all’infiammazione delle meningi. Dunque, come ben vedi, anche se sintetizzato in poche righe, il mal di testa ha tanti “parenti” che possono far visita per altrettanti motivi. Ecco perché chi soffre di mal di testa, come chi soffre di artrite e artrosi viene spesso definito un curato a metà.

Il mal di testa cronico tende a manifestarsi dopo i quaranta o i cinquanta anni, colpisce in prevalenza le donne e presenta numeri impressionanti. In Italia soffrono di emicrania quasi otto milioni di persone, oltre un milione e mezzo delle quali hanno una cefalea cronica quotidiana, spesso accompagnata da abuso di farmaci.

Purtroppo il mal di testa continua a essere una patologia troppo spesso sottovalutata, mal diagnosticata e mal curata. Si preferisce l’automedicazione alla visita specialistica che potrebbe risolvere in modo appropriato il problema. Oltre ad associare i farmaci adeguati alla rispettiva patologia, il neurologo può suggerire al paziente una correzione nelle abitudini alimentari e nello stile di vita che spesso sono alla base di un disagio tanto importante.

Il mal di testa è un nemico terribile, severo ed estremamente disabilitante. Non è un caso se l’Organizzazione mondiale della sanità lo piazza al dodicesimo posto assoluto tra le malattie più disabilitanti al mondo: giorni interi persi per dolore e relativa inattività, costi sociali legati a esami e terapie. Lo si ritene a torto un semplice sintomo, ma in realtà è presente dalla nascita ed è quasi sempre ereditario.

Come vedi, spesso c’è anche il fattore genetico ad alterare i meccanismi e i processi fisiologici che attivano e coinvolgono strutture sensibili allo stimolo del dolore, localizzate in alcune zone della testa e del collo: periostio del cranio, muscoli, nervi, arterie e vene, tessuti sottocutanei, occhi, orecchie, seni paranasali e mucose.

Adesso cercheremo di capire meglio, con l’auspicio che questo possa essere di aiuto o di sollievo. Inizio con la cefalea tensiva, che è la più diffusa e colpisce più le donne che gli uomini. È dovuta alla contrazione dei muscoli del collo e delle spalle e si manifesta come una morsa che stringe la testa a casco, il famoso “cerchio”. I muscoli in tensione producono una maggiore quantità di acido lattico che provoca uno stato di intossicazione delle cellule. In questo modo il mal di testa cresce e si autoalimenta. Nel novanta per cento dei casi è dovuta a stress di natura psicosociale, psicosomatica o a disturbi come l’ansia e la depressione.

Dolore episodico alla testa o cronico

Può essere episodica, per meno di quindici giorni al mese, e di durata variabile tra la mezz’ora e la settimana o cronica, con dolore presente per un totale di almeno sei mesi l’anno. I mal di testa derivanti da tensione nervosa, cominciano di solito alla nuca o alla base del cranio, per poi diffondersi e localizzarsi in un punto qualsiasi del capo, spesso nella regione occipitale, ossia nella parte media ed inferiore del capo, se è bilaterale.

Possono soffrirne coloro che rimangono a lungo chini sui libri o davanti al computer tenendo i muscoli cervicali contratti. Questa contrazione provoca una costrizione dei vasi sanguigni e della loro rete nervosa. La circolazione impoverita aumenta il dolore dello spasmo muscolare.

C’è poi la cefalea a grappolo. Le crisi si susseguono l’una all’altra ad intervalli di tempo piuttosto brevi e si raggruppano in determinati periodi del giorno e dell’anno. Gli attacchi durano da mezzora ad un’ora. Può essere episodica, da sette giorni ad alcuni mesi con intervalli superiori a due settimane, o cronica, ogni giorno per più di un anno consecutivamente. Il dolore è intenso e violento e di solito è monolaterale, localizzato attorno all’occhio e allo zigomo. Colpisce prevalentemente gli uomini, soprattutto tra i venti e i trenta anni. L’aspetto più negativo è che la ricerca scientifica, in questo caso, non è capace di individuare delle cause scatenanti con precisione.

Infine, c’è l’emicrania. Come indica il nome stesso, l’emicrania è quella forma di mal di testa caratterizzata da un dolore intenso e ricorrente che coinvolge, generalmente, un solo lato della testa. L’emicrania classica rientra nel gruppo delle cefalee primarie. In particolare, si distinguono due tipi di emicrania: con aura e senza aura. In entrambi i casi il mal di testa può durare da poche ore a tre giorni.

Nell’emicrania con aura i sintomi si presentano di solito nella fase precedente l’insorgenza del dolore tipico dell’attacco emicranico e sono rappresentati nella quasi totalità dei casi da sintomi visivi, come zigzag luminosi, annebbiamento del campo visivo dal lato colpito dal dolore, talora associati a difficoltà nel parlare e più raramente a disturbi di motilità.

L’aura interessa alternativamente solo una metà del corpo e presenta una durata variabile tra cinque e sessanta minuti. Gli attacchi di emicrania senza aura hanno una durata variabile tra le quattro e le settantadue ore, sono quasi sempre monolaterali, con dolore di tipo pulsante, di severa o moderata intensità, talora aggravato dallo sforzo fisico. Il dolore spesso è associato a nausea, fastidio per la luce e per i rumori.

Caratteristica degli attacchi emicranici è quella di essere ricorrenti e di presentarsi con una frequenza molto variabile: da pochi episodi in un anno a due o tre attacchi alla settimana. Il dolore pulsante è accompagnato da nausea, vomito, foto o fonofobia. Si ha necessità di riposare lontani da luci e rumori. L’emicrania cronica parossistica è l’unica forma di cefalea primaria a localizzazione sempre e costantemente unilaterale.

Colpisce il sesso femminile con una frequenza di attacchi che possono arrivare sino a quindici al giorno e dolori violenti simili a quelli della cefalea a grappolo. Le cause dell’emicrania non sono ancora del tutto chiare. Durante un attacco emicranico si verifica una costrizione dei vasi arteriosi con conseguente riduzione nell’apporto di sangue in particolari aree cerebrali. Questa fase corrisponde all’aura emicranica ed è seguita da una fase di dilatazione dei vasi sanguigni, che può causare la sensazione di male alla testa.

Cosa provoca quel maledetto attacco di mal di testa

Cambiamenti nell’attività del cervello provocherebbero un’infiammazione intorno ai vasi sanguigni con irritazione di alcuni terminali nervosi. A provocare il dolore durante un attacco, sembra essere una momentanea variazione nella circolazione sanguigna extra-cerebrale.

In particolare questo avviene al di sotto della leptomeninge, ossia della meninge più interna, quella che riveste il cervello) dove i vasi sanguigni prima si restringono e poi si dilatano. La conoscenza dei fattori scatenanti è di fondamentale importanza perché sia la cura sia la prevenzione dell’emicrania risultino efficaci. Mettere in relazione un determinato evento con il verificarsi di una crisi emicranica permette di evitare o correggere eventuali comportamenti sconvenienti.

Ma non solo. La ricerca scientifica, ormai sempre più proiettata verso i farmaci biologici, quindi sotto forma di proteine o di batteri, ha ha fatto una scoperta importante. Fidati, molto importante. Basta una sola seduta con una serie di iniezioni nei muscoli pericranici del collo e delle spalle, perennemente contratti, per far scomparire dolore e tensione per almeno sei mesi. Mal di testa, arrivederci.

Forse. Perché magari nel frattempo si scopre l’origine e si risolve il problema. Il merito di questo “congelamento” del fastidio deve essere attribuito al botulino, in grado di allontanare per almeno sei mesi emicrania e cefalea cronica, quella capace di farsi sentire oltre quindici volte al mese e di rendere infernale la vita di chi ne soffre.

Infatti, la terapia botulinica risolve in una sola seduta la persistente contrattura a spalle, collo e muscoli pericranici, in particolare quelli compresi tra zigomo e mandibola e quelli frontali, che accompagna il paziente affetto da cefalea. Una serie di piccole iniezioni a dosaggio opportuno distendono e rilassano i muscoli liberandolo dal persistente dolore e fastidio.

“La tossina botulinica di tipo A inibisce lo stimolo nervoso che causa la contrattura e genera il mal di testa cronico. Dopo il trattamento, il paziente sarà libero dalla tensione muscolare per sei-otto mesi, dopodiché potrà ripeterlo ottenendo un beneficio ancora più prolungato nel tempo”, sostiene il professor Lorenzo Pinessi. Chi non può permettersi questa tecnica, per qualunque motivo, può affidarsi ad altri prodotti palliativi.

Specialista in neurologia e psichiatria della Clinica Fornaca, primario emerito di neurologia della Città della salute e della scienza di Torino, oltre che Presidente onorario della Società italiana per lo studio delle cefalee, Pinessi spiega che “la terapia botulinica può risultare utile anche in fase di prevenzione: se le crisi di emicrania si intensificano e diventano così severe da essere accompagnate da tensione e dolore a spalle, collo e muscoli pericranici, il botulino può essere usato come profilassi per allontanare la minaccia”. Il trattamento con la tossina botulinica può peraltro aiutare anche nella disintossicazione da abuso di farmaci per il mal di testa, una situazione clinica sempre più frequente. Non ci credi ma lo speri?

“Si chiama medication overuse headache – aggiunge il professor Pinessi –. Il paziente abusa di farmaci che possono essere antinfiammatori, antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici o analgesici, talvolta mescolati tra loro e spesso in dosi eccessive. Il risultato è che a lungo andare questi farmaci non servono più a nulla e, addirittura, inducono attraverso particolari vie biochimiche il mal di testa cronico”.

La disintossicazione dall’abuso di farmaci avviene attraverso una serie di terapie che prevedono anche la somministrazione di farmaci disintossicanti e un periodo di ricovero che può essere di una o due settimane. Ma ricorda, se hai questo problema, prima di tutto devi sottrarti dalla tua routine quotidiana.

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Maledetto mal di schiena: vero incubo per milioni di persone

Maledetto mal di schiena, vero incubo per milioni. Quando nasce il dolore? Come prevenirlo? Come individuare i campanelli di allarme? Quali sono i migliori esercizi per rinforzare la schiena? In questo post vedrò di rispondere a queste e ad altre domande che l’ottanta per cento degli italiani, cioè tutti colore che ne ha sofferto almeno una volta nella vita, si sono posti. Ti stai chiedendo se è possibile che l’ottanta di circa sessantaquattro milioni di persone soffrono di mal di schiena almeno una volta nella vita.

Sì, proprio così. Il mal di schiena è uno dei disturbi più diffusi. Pensa che è la seconda causa di assenza per il lavoro. Malattia spesso trascurata, ma in continuo aumento, perché il fumo, lo stress, la vita sedentaria e le posizioni scorrette in ufficio si ripercuotono immancabilmente sulla salute della colonna vertebrale incidendo profondamente sulla qualità della vita di chi ne è colpito. La maggior parte delle persone impara a conviverci, non ritenendolo il sintomo di una malattia, ma la conseguenza di uno stile di vita o dell’inevitabile processo di invecchiamento.

Spesso il mal di schiena è un campanello d’allarme che può segnalare una malattia anche seria: soprattutto quando il dolore sopraggiunge senza motivo e si accompagna a perdita di peso e malessere generale. Fortunatamente la maggior parte delle persone che ne sono colpite guarisce entro due-quattro settimane. Soltanto in una piccola percentuale di casi i sintomi diventano cronici. In alcuni casi, poi, si presenta all’improvviso e con intensità tanto forte da costringere all’immobilità: è il colpo della strega, una violenta contrazione muscolare che blocca la zona lombare della schiena causando fitte dolorosissime.

Si scatena dopo uno sforzo o un movimento improvviso. All’origine c’è uno stato cronico di affaticamento dei legamenti o di un nervo, dovuto a diversi fattori, per esempio un’ernia del disco o un trauma precedente. Pesanti sforzi fisici e una postura scorretta. Ma anche alimentazione ricca di eccessi e povera di fibre, intolleranze e problemi intestinali Ne esistono varie forme e a seconda dei casi sono disponibili terapie diverse. Esistono tante terapie naturali davvero molto efficaci e certamente meno intossicanti di quelle sintetiche che sopprimono il dolore ma non rislvono il problema.

La colonna vertebrale non è “in forma”, ecco perché abbiamo il mal di schiena. Quasi sempre dipende da una difficoltà di funzionamento di un muscolo, di un legamento, o del disco. Anche una piccola lesione può causare forte dolore alla schiena. La colonna vertebrale, però, è una delle strutture più forti del corpo umano, che deve assolvere a numerosi ed importanti compiti: dalla stabilità (sostiene il tronco, gli arti superiori e il capo), alla mobilità (consente tutti gli spostamenti del tronco e della testa) al contenimento (protegge il midollo spinale).

Il mal di schiena acuto e la correlazione con il cervello

Una struttura molto complessa controllata dal cervello, che gestisce il corretto equilibrio delle forze che si scaricano sulla schiena. La perdita di questo equilibrio causa la comparsa del dolore, che segnala che la schiena è “fuori forma”. Da quando l’uomo ha perso la posizione a quattro zampe, la parte bassa della colonna ha dovuto subire una serie di adattamenti: questo probabilmente ha comportato la comparsa del mal di schiena. Il fatto di avere poi oggi obbligato la parte bassa della schiena ad adattarsi alla posizione seduta ha ulteriormente aumentato i problemi. Per questo tutti soffrono, prima o poi, di mal di schiena: è “colpa” del nostro stile di vita (in quanto uomini), nonché dello stile di vita di ciascuno di noi singolarmente.

Le cause del mal di schiena sono numerose. Quelle “gravi”, viva Dio, sono rarissime e rappresentano meno di uno caso su trecento, ed è sufficiente una visita medica per individuarle. È importante sapere che tutti, prima o poi, soffrono di mal di schiena. Nove pazienti su dieci, però, recuperano entro un mese dall’insorgenza del dolore, indipendentemente dall’avere o meno effettuato un trattamento: quindi non sempre è necessario correre dallo specialista alle prime avvisaglie del mal di schiena.

Anche se il dolore alla schiena è legato a cause quasi sempre banali, però, la ricaduta è frequente. È proprio questo che rende fondamentale la prevenzione. La ricaduta in ogni caso non è segno di qualcosa di grave, ma solo del ripresentarsi di un problema cui siamo predisposti. Il trattamento con farmaci, le terapie fisiche o manuali non sempre sono risolutivi, pur rappresentando spesso un valido aiuto, soprattutto in caso di dolore acuto.

Ma quanti tipi di di mal di schiena ci sono? Per mal di schiena si intende un dolore più o meno intenso e continuo, localizzato nella regione lombare, lombalgia, o anche in corrispondenza dell’osso sacro, lombosacralgia. Se è coinvolto il nervo sciatico, un nervo molto lungo che origina in corrispondenza delle prime vertebrali lombari e termina nel piede, il dolore interesserà anche i glutei e gli arti inferiori, lombosciatalgia. In questa sede si parlerà della lombalgia, della cervicalgia, del colpo della strega e dell’ernia del disco.

La lombalgia è il mal di schiena più frequente insieme alla cervicalgia e può presentarsi sia nella forma acuta che in quella cronica. Nella forma acuta il dolore si presenta durante un movimento di estensione del tronco, per esempio mentre si solleva un peso da terra (vedi più avanti il colpo della strega). Nella forma cronica, invece, il dolore si presenta a livello della zona lombare della colonna e si prolunga senza interruzione da almeno sei mesi: colpisce il cinque per cento di chi è affetto da lombalgia, ossia il quattro per cento dell’intera popolazione, due milioni di persone circa in Italia.

In quali casi si parla di dolori cronici

A differenza della forma acuta, nella forma cronica il dolore è di vecchia data. Di solito la persona che ne soffre è in grado di indicare le posizioni del corpo che intensificano o diminuiscono il dolore. Una caratteristica tipica di chi è affetto da lombalgia cronica è quella di “essere storti”, ossia guardandosi allo specchio il paziente può riferire di “pendere” da un lato: il motivo è dato da una reazione naturale di difesa della muscolatura della schiena che tende a proteggere la parte dolente contraendosi intorno, nel tentativo di tenere fermo il tratto della colonna colpito impedendogli così ulteriori sollecitazioni.

Ma andiamo avanti. In possono affermare di non avere mai sofferto di cervicalgia, o “cervicale”? Questo dolore può presentarsi in modo acuto oppure lento e acuirsi con il tempo, forma cronica. Nel primo caso la persona lamenta un dolore improvviso e violento in una ristretta zona della nuca, torcicollo, che impedisce in genere la rotazione del corpo o verso destra o verso sinistra accompagnato a volte da forte nausea oppure, più raro, da vertigine, ronzio auricolare, agitazione e lieve confusione mentale.

Quando è ad insorgenza lenta, invece, il dolore riferito è sordo e localizzato in un tratto cervicale della colonna e provoca dolore, per esempio, guardare in alto o indietro, come nelle manovre di retromarcia in auto. Talvolta ogni movimento del collo fa male ed il dolore può scomparire e ricomparire a brevi intervalli senza un riferimento preciso, oppure essere silente per molto tempo per poi riacutizzarsi improvvisamente. Una variazione del dolore cervicale è la nevralgia cervico-brachiale, che presenta un interessamento delle radici nervose e provoca dolore alla nuca e al braccio, fino ad arrivare anche alla mano.

Il dolore può essere: a destra, a sinistra o bilaterale, intenso o lieve, persistente o presente solo durante alcuni movimenti, aggravato nella posizione supina e attenuato in altre. Per esempio, mettendo le mani dietro la nuca. Anche se le cause della cervicalgia possono essere diverse, le principali possono essere individuate nella sedentarietà e nella postura che si tiene nelle ore di lavoro, in particolare chi lavora con il computer. Per prevenire la comparsa di cervicalgie, quindi, è indispensabile controllare i fattori di rischio, cioè correggere la postura scorretta.

Poi, c’è il colpo della strega. Non è raro che dopo uno sforzo particolarmente intenso si resti completamente bloccati con la schiena. Il colpo della strega è un dolore lancinante che arriva all’improvviso alla parte bassa della schiena, una lombalgia, che solitamente colpisce le persone tra i trenta ed i quaranta anni. Sebbene la causa principale sia lo sforzo intenso, talvolta può anche arrivare dopo un colpo di freddo. In realtà, nella parte inferiore della spina dorsale fuoriescono i nervi spinali, che controllano muscoli ed organi addominali e gli atri inferiori. Quando, per un movimento brusco o uno sforzo improvviso e mal controllato, i nervi spinali si comprimono, danno quella particolare sensazione di dolore.

Quella contrazione muscolare che causa dolore forte

A questa sensazione i muscoli rispondono con una contrazione che vanifica qualsiasi altro tentativo di movimento e si resta bloccati. Solitamente, il colpo della strega dura all’incirca tre giorni. Se dura di più di tre mesi, o se si ripete con grande frequenza, è meglio ricorrere allo specialista perché potrebbe esserci qualche altro problema che provoca una sensibilità maggiore dei nervi spinali ed una maggiore facilità alla contrazione dei muscoli. Purtroppo, non ci sono cure che facciano guarire “subito” dal colpo della strega.

Piuttosto, il trattamento si basa su cure lenitive del dolore ed antinfiammatori per sbloccare i muscoli. È importante, in questi casi, evitare di stare a letto, perché la stasi potrebbe peggiorare la situazione. È bene muoversi senza fare sforzi che coinvolgano i muscoli della schiena. Può anche essere utile fare dei massaggi per cercare di riprendere lentamente l’elasticità muscolare di prima. La prevenzione è l’arma migliore quindi meglio evitare alcuni movimenti “rischiosi”, per esempio meglio non caricare le buste della spesa soltanto su un braccio, ma bilanciare il peso su tutti e due i lati del corpo. E ancora, non sollevare pesi da terra incurvandosi: i pesi vanno alzati flettendo le ginocchia e non piegando la schiena.

E ora parliamo delle cause. Numerose sono le cause del mal di schiena e possono derivare dalla struttura ossea o da quella muscolare, anche se spesso disequilibri con dolori muscolari possono a lungo andare creare complicazioni ossee e a problemi ossei possono conseguire problemi muscolari. Tra le cause ossee è da ricordare l’artrosi, ossia una degenerazione delle articolazioni caratterizzata da usura, contratture muscolari intorno ai tratti interessati conseguenti al dolore, blocco dei movimenti. I tratti della colonna più colpiti sono quelli cervicale e lombare e tipico è il dolore acuto alla mattina quando ci si mette in movimento (che poi recede con l’attività per ripresentarsi alla sera).

Altra causa è l’ernia al disco. Per cause non ancora chiarite, infatti, può accadere che i legamenti subiscano dei cedimenti tali per cui non riescono a svolgere al meglio la loro funzione di contenimento permettendo così ai dischi di scivolare fuori dal loro posto (ernia) talvolta anche sotto l’impulso di sollecitazioni di solito considerate lievi (per esempio, alzarsi da una poltrona o sollevare una valigia). In genere l’ernia discale è più frequente a livello lombare (ultime vertebre), mentre è rara a livello dorsale e cervicale. Inoltre rappresenta la causa più comune di lombosciatalgia e di nevralgia cervico-brachiale (vedi tipi di mal di schiena).

Quando si presenta il mal di schiena, oltre alle cause ossee principali, come artrosi ed ernia al disco, occorre considerare la struttura muscolare per individuare le cause del dolore. Il mal di schiena, infatti, nella maggioranza dei casi, è provocato dall’abitudine ad assumere le posture, cioè le posizioni del corpo, scorrette che sono colpevoli di queste disarmonie. Ecco allora il dolore, vero e proprio segnale di allarme che la schiena svolge con fatica il proprio lavoro. Stiratrici, operatori al computer, centralinisti, dentisti, commesse, camionisti, commessi viaggiatori, sono tutti lavoratori “a rischio” di mal di schiena di tipo muscolare.

Il mal di schiena diventa un problema sul posto di lavoro

Senza necessariamente cambiar lavoro, si può prevenire e curare questo disturbo a volte invalidante. Ci sono tuttavia altre situazioni che predispongono al mal di schiena. Come la scoliosi, un problema di tipo osseo soprattutto quando i gradi della scoliosi sono al di sopra dei venti. Sotto tale valore, scoliosi lievi, la colonna può, nonostante la sua deviazione, restare elastica a scapito però della parte muscolare della schiena che, per assicurare la robustezza del dorso, “compensa” le lievi curve scoliotiche e, dunque, subisce un carico di lavoro che a lungo andare si può trasformare in mal di schiena. I tipi di traumi a cui faccio riferimento sono: cadute a terra mentre si fa sport o si lavora, oppure i colpi di frusta causati da incidenti automobilistici.

Dopo simili traumi accade che la muscolatura vertebrale si irrigidisca per “proteggere” il tratto di colonna interessato. Se questo è stato particolarmente violento e non è stato curato adeguatamente, le contratture muscolari permangono per lungo tempo e la conseguenza può essere il mal di schiena. Però, se diamo ascolto al nostro corpo, scopriamo che ci sono alcune situazioni che mettono in guardia su alcuni movimenti “errati” che si stanno compiendo rappresentando quindi dei veri e propri campanelli d’allarme.

Facciamo alcuni esempi: alzandosi dalla sedia o dal divano, entrando o uscendo dall’auto si prova dolore alla parte lombare della schiena. Facendo retromarcia in automobile si avverte una fitta dolorosa al collo, e il dolore si irradia (anche come “scossa”) lungo un braccio. Mentre si guarda in alto (alzando la testa per prendere qualcosa), si prova dolore alla nuca complicato da vertigini e sensazioni di nausea. Si ha spesso mal di testa con la sensazione di peso sul collo e sulle spalle. Durante starnuti e colpi di tosse si avverte una fitta dolorosa tra le scapole o alla parte lombare della colonna vertebrale.

E ancora: è presente un dolore dorsale, anche lieve, che impedisce la respirazione profonda. Portando alcuni pesi o raccogliendo qualcosa da terra si avverte “fatica” nella zona lombare oppure si sente dolore che regredisce in breve tempo. Al mattino lavandosi i denti o il viso si avverte rigidità della schiena nel tornare nella posizione eretta. E così via dicendo.

La migliore arma per il mal di schiena è la prevenzione, quindi è bene prestare attenzione agli atteggiamenti quotidiani, imparando cosa fare e cosa non fare: è lì che si combatte il dolore alla schiena che deriva dalle cattive abitudini di vita. Specifici esercizi fisici per rinforzare la muscolatura addominale e paravertebrale e una postura corretta sono fondamentali per prevenire dolori e danni della colonna vertebrale. Un’opera di informazione e educazione va quindi iniziata precocemente, fin dalla scuola.

Ecco alcuni consigli e rimedi per contrastare il dolore

Ho chiacchierato dell’argomento con alcuni amici medici. E mi hanno dato degli ottimi consigli per una buona prevenzione. E io li condivido con te. Ad esempio, quando si sta seduti: portare bene indietro il bacino appoggiandosi allo schienale, per scaricare su di esso parte delle forze che arrivano sulla colonna. Mantenere la lordosi lombare, ossia quella curva della parte bassa della schiena che si ha quando si è in piedi e che si perde quasi automaticamente quando ci si mette seduti. Per leggere o scrivere inclinare il busto avanti a livello delle anche, poggiando i gomiti sul piano di lavoro.

Quando si sta in piedi, non rimanere fermi nella stessa posizione per lungo tempo. Se possibile, appoggiare il bacino o la schiena ad un ripiano o ad un muro. Allargare la base di appoggio distanziando i piedi, posare un piede su un appoggio, cambiando spesso il piede di sostegno. E se si deve svolgere qualche compito particolare (per esempio stirare o disegnare), mantenere alla giusta altezza il piano di lavoro

Quando si sollevano pesi, i piegare le gambe, portare bene indietro il bacino, mantenere la schiena diritta ed il peso il più vicino possibile. Per pesi leggeri si può sollevare un arto teso indietro con un movimento a bilanciere tra la gamba ed il tronco, appoggiando un arto superiore ad un piano. Invece, quando si dorme, in tutte le posizioni si può trovare quella meno dolorosa intervenendo con uno o più cuscini posizionati sotto le gambe, sotto la pancia, sotto la schiena o sotto la testa. La cosa importante è usare un materasso adatto ed evitare di restare a letto troppo a lungo.

Infine, quando si guida, ricorda di mantenere una distanza dai pedali che consenta di appoggiare il bacino allo schienale con anche e ginocchia leggermente flesse; il sedile deve essere sufficientemente eretto da consentire di tenere le braccia piegate e le mani appoggiate comodamente sulla parte superiore del volante, alle “ore 10 e 10”. Sistemare accuratamente il sedile. Prova un eventuale sostegno lombare, che molte auto possiedono di serie. Evita di guidare a lungo senza pause.

Quando arriva il mal di schiena l’obiettivo principale è alleviare il dolore per consentire alla colonna vertebrale di riprendere a muoversi armoniosamente. Gioveranno in tal senso alcuni accorgimenti. Primo tra tutti il riposo a letto, che non deve essere però protratto per troppo tempo, massimo uno-due giorni, per evitare che i muscoli della colonna perdano il loro tono; è consigliabile sdraiarsi con la schiena a contatto con un materasso piuttosto duro, tenendo le cosce piegate verso l’addome e le gambe sollevate con dei cuscini.

Il ghiaccio è un sicuro alleato contro tutti i dolori

È bene poi applicare subito la borsa del ghiaccio all’insorgere dell’attacco, sulla zona dove il dolore è più forte, venti minuti per almeno tre-quattro volte al giorno: trascorse le prime ore, sono invece preferibili un cauto massaggio e l’applicazione di una fonte di calore, rimedi antichi ma che possono essere efficaci per ridurre la contrattura dei muscoli paravetrebrali e favorire un benefico afflusso di sangue nel punto della lesione.

Qualora il medico lo ritenesse necessario, per alleviare il dolore si può seguire il trattamento farmacologico, a base di antidolorifici o antinfiammatori. Tutti questi farmaci devono essere prescritti con cautela in quanto gli antidolorifici non agiscono tutti nello stesso modo e viceversa non tutte le persone reagiscono a loro adeguatamente. Alcuni farmaci, poi, possono provocare disturbi gastrici anche seri, soprattutto in chi già soffre di ulcera e negli anziani, il cui stomaco è particolarmente sensibile. La stessa regola vale per i rimedi naturali, che decisamente non cauano i danni provocati dai farmaci di sintesi.

In questi casi, quindi, si rende necessaria l’immediata consultazione del proprio medico che consiglierà la terapia più opportuna per proteggere lo stomaco. Un altro rimedio contro il mal di schiena prevede l’assunzione di farmaci miorilassanti, in grado di “sciogliere” la contrattura dei muscoli paravertebrali e di ridurre in tal modo il dolore e la difficoltà nei movimenti. Nella stragrande maggioranza dei casi, pomate di arnica, o di aloe, la stessa assunzione di aloe vera o di derivati della canapa, ma non solo, sono rapidamente efficaci. La scomparsa del dolore non significa aver risolto per sempre il problema, soprattutto quando il mal di schiena è di origine cronica.

Oltre alla prevenzione del mal di schiena basata su una corretta informazione del cosa fare e non fare per evitare atteggiamenti “a rischio”, è bene ricordare che praticare una corretta attività fisica è fondamentale soprattutto per chi soffre spesso di mal di schiena. L’attività motoria, infatti, migliora la prestazione dei muscoli impegnati nei movimenti della colonna vertebrale rendendoli più elastici, più forti e più resistenti e quindi in grado di difendersi meglio da eventuali situazioni potenzialmente stressanti per le vertebre, nonché per i legamenti, i tendini, i dischi e i nervi.

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Dolore alla schiena e colonna vertebrale irritata

Comunque, una colonna vertebrale dolente è una colonna irritata e sicuramente non va sforzata con movimenti bruschi e intensi (per esempio sollevare pesi) o esercizi inadatti. Quando il dolore non è acuto e consente una discreta capacità di movimento è bene continuare a muoversi e a svolgere, per quanto è possibile, le proprie attività quotidiane. Il movimento, infatti, non soltanto non peggiora la situazione, ma stimola più velocemente i processi di recupero e soprattutto aiuta sia psicologicamente sia fisicamente a sopportare meglio il dolore.

Chi soffre di mal di schiena, spesso è restio a muoversi e ad assumere alcune posizioni specifiche, soprattutto per la paura di accentuare il dolore. Ciò è causa, a volte, di uno stato di dolore recidivante, che rende più difficoltoso il recupero fisico-motorio e la ripresa delle normali attività quotidiane e lavorative. Dunque, se il disagio non è eccessivo, tanto da limitare i movimenti, si può continuare a svolgere l’attività fisica magari prevedendo riposi più frequenti, ma soprattutto occorre evitare tutte quelle posizioni e tutti quegli esercizi che provocano fastidio o dolore.

È necessario aumentare, almeno durante il periodo critico, la realizzazione di esercizi finalizzati alla decontrazione e al rilassamento della muscolatura interessata e alla decompressione delle strutture articolari coinvolte, attraverso posizioni ed esercizi specifici. È importante ricordare che la pratica di un’attività fisica è un valido aiuto nel conservare e migliorare lo stato di salute della colonna vertebrale e dell’organismo in generale, ma soltanto quando è ben calibrata nell’intensità e nei tempi di recupero ed è praticata con regolarità e continuità nel tempo.

Indicare una o più attività fisiche che possano andar bene per tutti indistintamente è impresa assai difficile, non soltanto per una questione di gusti, predisposizione e capacità personali, ma anche e soprattutto perché bisogna valutare lo stato di salute e di efficienza fisica di ciascuno. Nello scegliere un’attività fisica che presenti diversi aspetti positivi e utili per una terapia di mantenimento e/o miglioramento della salute della colonna vertebrale, lo specialista dovrà distinguere, prima di tutto, tra soggetti sani e soggetti affetti da dolori e disturbi della colonna. Per i primi, infatti, la pratica di un’attività fisica avrà un valore preventivo, mentre per i secondi avrà un valore rieducativo e di mantenimento.

Se si è in buona salute non si avranno particolari problemi nell’intraprendere un’attività fisica piuttosto che un’altra, l’importante è praticarla regolarmente e organizzarla correttamente dosando l’esercizio fisico nell’intensità, nella durata e nella frequenza. Se invece il dolore alla schiena è cronico, la scelta dell’attività fisica è subordinata al tipo di problema, alla sua gravità e alla possibilità e capacità di recupero personale. L’orientamento generale è quello di far praticare sempre e comunque con continuità un’attività fisica che piaccia, che possa essere svolta senza particolari difficoltà e che non provochi fastidi e/o dolori. Tali fattori, infatti, sono fondamentali nel garantire una pratica motoria costante e regolare nel tempo.

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Mal di denti: tutte le cause e i migliori rimedi naturali per curarsi

Soffri di mal di denti? Voglio provare a darti una mano per risolvere questo problema. Come si dice, un nemico devi conoscerlo se vuoi poterlo combattere. Un dolore intenso giunge all’improvviso e può aumentare con la masticazione, con cibi troppo caldi o troppo freddi oppure quando nella nostra alimentazione ci sono troppi zuccheri.

La causa è la pulpite, ossia l’infiammazione localizzata alla polpa dentale, che è responsabile di un dolore intenso a carattere nevralgico, che arriva quando la carie ha già raggiunto la camera pulpale. Può dipendere anche da traumi, agenti chimici o termici.

L’ascesso dentale, invece, è la complicazione dell’infezione e dell’infiammazione della polpa del dente provocata dalla carie. Si presenta inizialmente come un dolore, provocato da una pressione anche minima sul dente, e un’aumentata reattività al calore. È acuito dalla masticazione.

Gengiviti e parodontiti sono infiammazioni rispettivamente delle gengive e di tutto il “parodonto”, ossia l’apparato di sostegno dei denti. Si manifestano progressivamente con rossore e gonfiore gengivale, localizzato o esteso, quindi ipersensibilità dei colletti dentari e dolore. Prevenire il mal di denti è possibile già da bambini.

Poche regole di igiene e di controllo medico possono evitarci momenti estremamente dolorosi. Carie, gengiviti e parodontiti non possono essere trattate da soli senza ricorrere a uno specialista, che interviene sulla causa del problema. In ogni caso è possibile ricorrere ai farmaci di automedicazione per curare i sintomi di queste malattie. In caso di mal di denti è indicato l’uso di anestetici locali e/o analgesici sistemici (compresse, cachet, supposte).

Gli anestetici locali vanno applicati direttamente nella cavità del dente cariato o sulla gengiva, anche più volte al giorno. Si tratta di preparazioni in pomata o soluzione. In genere i medici che prediligono la medicina di sintesi usano benzocaina, di amilocaina, lidocaina, procaina.

Gengiviti e parodontiti, invece, vengono frequentemente trattate con antibiotici per via orale – amoxicillina, eritromicina o metronidazolo – a causa dell’infiammazione che potrebbe peggiorare le cose, abbinati a antisettici e antinfiammatori del cavo orale in forma di collutori, spray e gel dentali e pastiglie da sciogliere in bocca.

In realtà, senza eccessi alimentari non si avrebbero tanti problemi. Ma, invece, quest’ultimo, per quanto scontato, sembra essere un concetto troppo difficile da far capire. Andare dal dentista non deve essere associato solo al mal di denti. La visita odontoiatrica deve essere un’abitudine di prevenzione per mantenere i vostri denti belli e in salute a tutte le età.

Il dentista non interviene soltanto quando si ha mal di denti, o per controllare la formazione di eventuali nuove carie ma applica alcune tecniche per evitare la comparsa delle malattie dei denti, a cominciare dalla detartrasi – rimozione del tartaro – che andrebbe effettuata ogni sei mesi.

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Dolore a bocca e gengiva: trattamento per il dolore

Quando occorre un trattamento, per evitare il dolore, il dentista potrà utilizzare un anestetico locale, anche se saggiamente consiglia sempre l’uso del ghiaccio, l’unico vero antinfiammatorio efficace, oltre che naturale. Il prodotto medicinale fa quello che farebbe il ghiaccio, ma dando fastidio a fegato, intestino, stomaco e reni: “addormenta” la sensibilità dei denti e aumenta il comfort. 

Molto utili contro il mal di denti si rivelano l’olio essenziale di chiodi di garofano è uno dei rimedi naturali più efficaci contro il mal di denti. L’essenza va versata su un batuffolino di cotone, eventualmente associata ad alcune gocce di olio essenziale di menta od anice stellato. Dopodiché, appoggiare il batuffolo direttamente sul dente dolente. Questo rimedio naturale attenua il mal di denti.

Utile anche la tintura di propoli: applicare due gocce di questa tintura direttamente sul dente dolente. Non sciacquare. Oppure piante ad azione antinfiammatoria, cicatrizzante e lenitiva: calendula, aloe vera gel da applicare direttamente sulle gengive per sfruttarne l’azione lenitiva ed antinfiammatoria, malva, oli essenziali ad azione disinfettante come salvia, menta e citronella.

Dopo un intervento chirurgico, il dentista può ritenere opportuno prescrivere un trattamento antalgico per alleviare il dolore. Se i dolori sono causati da un’infezione o da un’infiammazione, il dentista prescriverà una terapia, a volte naturale altre volte decisamente più forte.

I farmaci antinfiammatori non steroidei, come ad esempio il paracetamolo, sono quelli più indicati e riducono dolore e infiammazione. Quando l’infiammazione è dovuta a un’infezione batterica, assumere un antidolorifico non basta, e il medico dovrà prescrivere degli antibiotici.

Tra i problemi più comuni che causano il mal di denti, ci sono: la sensibilità dentale, la carie e la fuoriuscita dei denti del giudizio. La sensibilità dentale è solitamente dovuta al freddo. Si sente un dolore improvviso, acuto, di breve durata, quando i denti vengono a contatto con il freddo o con il caldo o con cibi dolci o acidi.

Il dente diventa sensibile quando la dentina è esposta, ossia non è più ricoperta da smalto, cemento e gengiva, come succede nel dente sano. A determinare la sensibilità può essere uno spazzolamento sbagliato dei denti insieme all’uso di dentifrici troppo abrasivi, l’assunzione frequente di bevande acide, per esempio spremute, succhi di frutta, bibite tipo cola o yogurt. Possono, infatti, provocare lesioni dello smalto, disturbi che provocano un reflusso acido dallo stomaco, l’abitudine di digrignare i denti in situazioni di stress.

La carie, invece, è un processo distruttivo a carico dei tessuti del dente, dovuta principalmente: alla placca batterica, ossia ai microrganismi che infettano e corrodono i tessuti dei denti, o a un’alimentazione ricca di zuccheri, oppure alla predisposizione dell’individuo.

I primi sintomi sono rappresentati da ipersensibilità del dente al freddo, al caldo, alle sostanze acide o zuccherine. Successivamente compare il dolore, che può essere anche molto intenso nella fase della pulpite. Infine, la fuoriuscita dei denti del giudizio, che rappresentano l’ultimo atto dello sviluppo della dentatura umana. Se il dente può causare problemi nello sviluppo futuro il dentista potrà consigliarne la rimozione prima che il dente arrivi alla maturazione finale.

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