Nella sezione Malattie di MC Blog si parla di malattie comuni, più o meno gravi, croniche o acute, e di come la ricerca scientifica proceda ed evolva nelle più svariate forme di contrasto a queste patologie cliniche, oltre che di come poterle ridurre o sconfiggere con alcuni rimedi naturali

Hikikomori: il malessere interiore che arriva dal Giappone

引きこもり o 引き籠もり per voi può non significare nulla e ben lo comprendo. Lo ammetto anche a me hanno dovuto tradurlo. Ma perché sono arrivato a farmi tradurre questa parola? Avevo mangiato pesante a cena? No. Si pronuncia hikikomori ed è il nome di una rovinosa tendenza sociale che porta a “murarsi vivi” in casa e miete adepti e vittime. Nasce in Giappone e si estende a tutto il mondo. Hikikomori significa “isolarsi”, “restare in disparte”.

Così, in giapponese viene indicato chi ha scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Scelte causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, oltre che dalla grande pressione che la società giapponese e più in generale capitalistica esercita sin dall’adolescenza verso autorealizzazione e successo personale.

Hikikomori si riferisce al fenomeno sociale e a coloro che appartengono a questo gruppo sociale, che di sociale non ha nulla. L’hikikomori non è un eremita dagli occhi a mandorla, ma è un malato di mente. Si tratta di una volontaria esclusione sociale, una forma di ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all’intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l’esterno, né con i familiari né con gli amici.

Ecco perché non sono eremiti. Non vanno via, lontano. Si murano vivi in casa. Il termine hikikomori trova ufficialità anche nelle linee guida del governo che cerca di arginare e contrastare il crescente fenomeno di chi si rifiuta di lasciare la propria abitazione e si isolano per lunghi periodi, andando in contro a depressione e comportamenti ossessivo-compulsivi, automisofobia (paura di essere sporchi) e manie persecutorie.

Lo stile di vita di questi ragazzi è caratterizzato da un ritmo sonno-veglia invertito, con le ore notturne spesso dedicate a componenti tipiche della cultura popolare giapponese, come la passione per il mondo manga (la figura dello hikikomori è spesso utilizzata negli anime e nei manga, e per certi versi può essere vista come uno stereotipo dei cartoni animati giapponesi) e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via internet.

Come ci si ammala e come si diventa un hikikomori

La persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della chat e dei videogiochi online può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo. Però, va precisato che solo il dieci per cento degli hikikomori va in internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all’interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola.

La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi, come la perdita delle competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno. Gli hikikomori lasciano di rado la loro stanza. Lì dentro si lavano anche, chiedono che il cibo venga lasciato dinanzi alla porta e consumano i pasti all’interno della propria camera. Alcuni reclusi meno soggetti all’agorafobia sono in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in appositi luoghi in cui trovare colazioni da asporto e pasti precotti e preconfezionati.

Il ritiro dalla società è gradualmente. I ragazzi non riescono a immaginarsi adulti o hanno l’impressione di crescere. Sono infelici, perdono le amicizie, la sicurezza e la fiducia in loro stessi, con un aumento dell’aggressività e della violenza verso i genitori, che supera il cinquanta per cento dei casi. Sovente, non è possibile attribuire l’insorgenza di hikikomori a un trauma specifico: semplicemente, alcuni giovani perdono l’energia che ci si aspetta abbiano i ragazzi appartenenti alla loro fascia d’età.

Spesso gli hikikomori incominciano rifiutandosi di andare a scuola. La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso e si ritiene che sono coinvolti circa un milione di giapponesi, corrispondente a circa l’uno per cento della popolazione. In genere, gli hikikomori sono maschi primogeniti di ceto sociale medio-alto e di età compresa tra diciannove e trent’anni.

Il fenomeno non è circoscritto al Giappone. Hikikomori è diffuso, in percentuale minore, anche nel mondo occidentale e nel resto dell’Asia. Ad esempio, a Parigi, tra il 2011 e il 2012, sono stati individuati trenta casi di persone di età compresa tra i sedici i trent’anni, tra i quali risultano particolarmente colpiti i soggetti che hanno scarsa vita sociale o coloro che non hanno completato o hanno avuto difficoltà a completare gli studi.

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Una malattia psicologica che dal Giappone arriva in Europa

Per questo motivo, a partire 2010, ricercatori francesi collaborano insieme a esperti giapponesi per individuare le cause del fenomeno e chiarire se esso sia prerogativa solamente del Giappone o se sia presente anche in società culturalmente differenti. In Italia si stima che un individuo ogni duecentocinquanta sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale, con una cinquantina di casi dichiarati e presi in carico.

Altre stime parlano invece di un individuo su duecento. Nel 2013, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa tre milioni di italiani tra i quindici e i quarant’anni soffriva di questa patologia. Bisogna fare attenzione a non confondere questo fenomeno con la cultura nerd e geek, o con una semplice dipendenza da internet.

“Si tratta di un brutto male che affligge tutte le economie sviluppate – chiarisce Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, associazione nazionale di informazione e supporto –. Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila. C’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di escludersi”. Un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un esercito che è destinato ad aumentare con l’aumentare della povertà e il diminuire delle opportunità lavorative e, di conseguenza, sociali. Anche il bullismo può indurre all’hikikomori.

In America Latina si tratta di un fenomeno nuovo, con più di cinquanta casi accertati in Argentina, dove è stato individuato il caso di un uomo che per vent’anni si era rifiutato di abbandonare la propria abitazione, nella città di Viedma. In Asia il fenomeno è diffuso soprattutto in Bangladesh, India, Iran, Taiwan, Thailandia, Cina e Corea del Sud. Secondo uno studio del 2012 nella sola Hong Kong il numero di reclusi sociali ammontava a oltre diciottomila, il triplo rispetto a una precedente stima del 2005. Durante la stessa indagine sono stati presi in carico e studiati più di centonovanta soggetti, dei quali alcuni in isolamento totale da almeno sei anni. In Corea si parla di oltre trecentomila persone.

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Lo hikikomori potrebbe essere una resistenza alla pressione all’autorealizzazione e al successo personale presente nei ragazzi giapponesi già nella scuola media, dove è essenziale che siano eccellenti negli studi e nella professione. A causa della natura fortemente omologante della cultura giapponese, se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’élite o un’azienda di prestigio, molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento. Il sistema educativo giapponese, influenzato dai valori tradizionali confuciani, riveste perciò un ruolo importante nella produttività del Paese e nelle possibilità di affermazione nel mondo del lavoro dei giovani.

Il percorso di vita degli adolescenti giapponesi deve essere preciso e lineare e non esistono altri modi per soddisfare le aspettative pre-imposte dalla società e, soprattutto, non soddisfarle significa fallire totalmente. L’eccessiva pressione competitiva nel sistema scolastico per ambire ai migliori posti di lavoro, rimasta immutata all’interno di una società che, però, dopo la crisi degli anni novanta, ha perso la maggior parte della sua forza economica, viene ritenuto uno sforzo inutile da molti adolescenti giapponesi. Però, in una società che continua ad avere da decenni sempre la stessa massima: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”. Questa mentalità, porta i genitori a chiedere aiuto in ritardo. A volte, un po’ troppo tardi.

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Cos’è davvero la malattia reumatica e come curarla

In particolare chi ne soffre sa di cosa si tratta, ma spesso ci sono degli aspetti ignorati o poco conosciuti di una delle malattie più invalidanti del terzo millennio. La malattia reumatica è una malattia infiammatoria acuta che può cronicizzare, che può interessare più organi e apparati, in particolare le articolazioni, il cuore, il sistema nervoso centrale e la pelle. Di solito si manifesta in soggetti fortemente predisposti come conseguenza di infezioni da streptococco beta-emolitico di gruppo A. Può insorgere a qualsiasi età, sebbene si riscontri con maggiore frequenza fra i cinque e i quindici anni. Sono rarissimi i casi al di sotto dei tre anni. Scopriamo cosa è davvero la malattia reumautica.

Il sintomo più comune della malattia reumatica è la febbre, spesso molto alta, che si abbina a malessere generale, pallore e stanchezza. Si possono avere artralgie, artriti migranti da un’articolazione all’altra. In circa la metà dei pazienti è presente un interessamento del cuore che si può manifestare solo con un’alterazione dell’elettrocardiogramma o con un danno delle valvole cardiache, come la valvola mitrale. A distanza di mesi dall’infezione streptococcica possono comparire movimenti incontrollati degli arti e della testa, difficoltà nell’esprimersi, mangiare e scrivere, eritema marginato e noduli sottocutanei.

La causa della malattia reumatica è una anormale risposta del sistema immunitario di soggetti geneticamente predisposti ad un’infezione del faringe o delle tonsille provocata dallo streptococco Sbega. La stragrande maggioranza dei bambini va incontro a infezioni di questo tipo, ma non sviluppa mai la malattia reumatica. Il primo vero traguardo nel campo dello studio alla malattia reumatica è stata l’individuazione, grazie ad una diagnostica avanzata. La diagnosi si basa sulla presenza di alcuni sintomi e segni associati ad alterazioni degli esami del sangue e sulla dimostrazione di una infezione streptococcica.

Secondo il dottor Giuseppe Paolazzi, responsabile della Reumatologia Ospedale Santa Chiara Trento, “le malattie reumatiche o reumatismi sono delle condizioni morbose che causano disturbi a carico dell’apparato locomotore ed in generale dei tessuti di sostegno dell’organismo. Sono malattie tra loro molto varie, con gravità differente alcune delle quali possono colpire non solo le articolazioni, le ossa, i tendini, ma anche altri tessuti ed organi avendo così un’espressione sistemica. Possono cioè interessare organi come cuore, polmone, rene, muscolo, intestino, occhio, pelle”.

“L’idea popolare di “reumatismo” come di forma cronica, legata all’età, della quale tutti devono soffrire ma in realtà benigna, non trova riscontro se non per alcuni reumatismi “minori”, localizzati, più spesso di natura meccanico-degenerativa – avverte Paolazzi –. Deve essere subito chiarito che molti reumatismi sono malattie importanti, che portano, oltre che dolore, disabilità, perdita di autonomia funzionale, perdita della capacità di guadagno, perdità piu’ o meno importante della qualità di vita, anche rischio accorciamento della vita stessa stessa sia per la gravità di malattia in sé, sia per gli effetti collaterali dei farmaci, sia per il coinvolgimento di strutture vitali dell’organismo”.

Scopriamo cos’è la malattia reumatica e i sintomi

“A grandi linee i reumatismi vengono divisi in infiammatori, degenerativi, metabolici ed extraarticolari. I reumatismi infiammatori sono sicuramente i più gravi. Sono legati a meccanismi autoimmunitari, cioè sono causati dalla infiammazione che le cellule del nostro sistema di difesa, in particolare alcune cellule del sangue chiamate linfociti, portano a livello delle articolazioni e di altri tessuti. Queste cellule invadono i tessuti interessati, in particolare, la membrana sinoviale che riveste le articolazioni, causando la produzione di molecole infiammatorie, chiamate citochine, che a loro volta causano l’infiammazione nota come artrite, che a sua volta può portare a danni anche irreversibili della articolazione e dell’osso”, sostiene il reumatologo.

“Se queste cellule invadono altri tessuti dell’organismo il danno sarà sempre legato all’infiammazione: potremo avere quindi miositi se infiammato il muscolo, pleuriti se infiammata la pleura, pericarditi se infiammato il pericardio, nefrite se infiammato il rene e così via. I principali reumatismi infiammatori sono l’artrite reumatoide, l’artiite psoriasica, la spondilite anchilosante, le connettiviti e le vasculiti. La causa di questi reumatismi non è nota. In un soggetto predisposto geneticamente, dei fattori scatenanti con infezioni, stress, vaccini o altro, possono scatenare dei processi autoimmuni infiammatori che possono causare singole malattie autoimmuni. Anche gli ormoni sessuali, in particolare gli estrogeni, possono avere un ruolo favorente, giustificando così il perché della netta predominanza di questi reumatismi nel sesso femminile”.

Per fortuna, la malattia reumatica si è rarefatta nel corso degli ultimi decenni, divenendo una malattia che in Italia colpisce ogni anno quattro persone su centomila. Per coloro che hanno una malattia reumatica, insieme al trattamento farmacologico, hanno una molta importanza le terapie occupazionali e riabilitative, il supporto psicologico e l’utilizzo di ausili per la vita di tutti i giorni che hanno il fine di “salvaguardare” la maggiore autonomia possibile del malato reumatico. Questi interventi si sono rivelati molto efficaci nel modificare l’approccio del paziente alla propria malattia, favorendo un decorso della malattia decisamente migliore.

Tanto è stato fatto dai primi anni del 1900 ad oggi, ma molto resta da fare. C’è gente che soffre, c’è gente che si sente curata a metà. A queste persone bisogna offrire la possibilità di essere autonome. Infatti, e aggiungerei purtroppo, man mano che gli anni passano, la funzionalità delle articolazioni peggiora. Con differenze a seconda del caso, le malattie reumatiche sono causa di inabilità temporanea o pensionabile – considera che quasi il quaranta per cento dei malati ha la pensione di invalidità – e permanente. Fino al settanta per cento delle persone affette da artrite reumatoide è inabile al lavoro dopo dieci anni dall’esordio della malattia reumatica.

Trattandosi spesso di persone in età lavorativa e con potenzialità produttiva in espansione, le malattie reumatiche finiscono per avere un notevole impatto sociale. I malati reumatici possono lavorare regolarmente, purché le condizioni siano stabilite e concordate con il datore di lavoro e i colleghi. È possibile che una persona affetta da artrite possa aver bisogno di attrezzi speciali per svolgere delle attività manuali, di maniglioni di appoggio o sedie speciali, ambienti facilmente raggiungibili senza scale ripide e altro.

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L’aspetto genetico è importante nell’artrite reumatoide

Le mansioni e l’orario di lavoro, poi, devono permettere al paziente di convivere con la rigidità mattutina causata dalla malattia. L’ideale sarebbe un contratto part-time, in modo da potersi muovere frequentemente per limitare la rigidità e potersi sedere qualche minuto ogni ora, qualora si svolga attività in piedi. Una soluzione ideale, insieme al part-time, potrebbe essere quella del telelavoro che permetterebbe una notevole flessibilità degli orari e un risparmio notevole sul trasporto. Anche i semplici gesti della vita quotidiana, come farsi la doccia o versarsi da bere, diventano difficili. E così si complicano anche le relazioni sociali.

Sull’aspetto genetico della malattia, Paolazzi è molto chiaro: “La genetica influenza sia la nascita che l’espressione più o meno grave di queste malattie. Può essere colpita ogni età. Peraltro ciascuna malattia ha un periodo di massima incidenza che spesso coincide con il periodo fertile e comunque giovane-adulto delle persona. Non sono quindi forme legate alla vecchiaia o al freddo o a fattori ambientali particolari come spesso si pensa. Non sono forme ereditarie. C’è peraltro una famigliarità che significa una maggiore predisposizione famigliare ad essere ammalati, non necessariamente della stessa malattia. Ciò significa che possiamo avere componenti di una famiglia che hanno l’ artrite reumatoide, altri il les o il diabete o altre malattie autoimmuni”.

Il principale reumatismo degenerativo è l’artrosi. Tra i reumatismi dismetabolici il più frequente è la gotta, causata dal deposito di cristalli di acido urico nelle articolazioni con conseguente infiammazione. A volte il dolore è insopportabile e impedisce le normali attività. Cosa fare dunque per migliorare la qualità di vita di una persona affetta da artrite reumatoide? Prima di tutto, una società civile dovrebbe garantire quei mezzi che permettono di superare gli ostacoli che si presentano quotidianamente, quindi una gestualità corretta che consenta di imparare ad usare bene le proprie articolazioni, l’utilizzo di ausili cosiddetti “splint”, o di tutori che aiutano a mantenere una posizione corretta del polso. Ma anche l’adattamento dell’ambiente circostante e l’insegnamento di semplici esercizi di mobilizzazione della cinesiterapia, al fine di aiutare muscoli e tendini a lavorare al meglio.

La terapia, ad oggi, ha tre obiettivi. Purtroppo, tra questi non c’è ancora la regressione del fenomeno. Si cerca di curare i sintomi acuti con una terapia antinfiammatoria. Si può arrivare all’utilizzo del cortisone se fosse coinvolto il cuore o il sistema nervoso centrale. Si cura l’infezione streptococcica con terapia antibiotica. Infine, si prevengono eventuali nuove infezioni da streptococco. La profilassi può durare fino a cinque anni, ma in caso di danni cardiaci, si raccomanda di proseguire la profilassi per dieci anni o fino all’età di quaranta anni. Chi ha subito la sostituzione della valvola mitrale, deve proseguire la profilassi più a lungo.

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Le principali diete e stili di vita salutistici nella storia

Un’alimentazione varia ed equilibrata è alla base di una vita in salute. Diete inadeguate, infatti, oltre a incidere sul benessere psico-fisico, rappresentano uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di numerose malattie croniche. Innegabile il fatto che l’alimentazione faccia parte delle tendenze sociali, sia di quella parte di società definita “salutista” sia di chi alla dieta non pensa proprio.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa un terzo delle malattie cardiovascolari e dei tumori potrebbero essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione. L’organismo umano ha bisogno di tutti i tipi di nutrienti per funzionare correttamente. Alcuni sono essenziali a sopperire il bisogno di energia, altri ad alimentare il continuo ricambio di cellule e altri elementi del corpo, altri a rendere possibili i processi fisiologici, altri ancora hanno funzioni protettive.

Diete, cibi e salute

Quello che è certo è che la salute di ciascuno di noi può dipendere in gran parte da un’alimentazione corretta e bilanciata. L’obiettivo da raggiungere è quello di individuare il collegamento fra cibi e patologie, scoprendo in che modo gli alimenti possano prevenirle o favorirle. Intanto, come regola generale, bisogna dire no al cibo spazzatura: gli alimenti ricchi di grassi saturi e di zuccheri raffinati ad alto indice glicemico accrescono il rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche, nonché la comparsa di alcuni tipi di tumori.

E poi, ma non ultima raccomandazione per importanza, si consigliano cotture semplici, per mantenere le proprietà degli alimenti. Altrimenti, cosa mangiamo? Le cotture a temperature molto elevate, come quelle alla griglia e le fritture, possono rilasciare sostanze cancerogene. Le verdure sono da preferire crude o cotte al vapore.

Storia delle diete

La prima formula di uno specifico regime di vita, seguito per cura o per igiene, avendo attenzione a certe regole e alla qualità dei cibi assunti, la suggerì nel 668 avanti Cristo il duecentometrista Charmis di Sparta. Dopo una vittoria alla ventottesima edizione delle Olimpiadi, l’atleta dichiarò di essersi nutrito durante gli allenamenti unicamente di formaggio, noci e fichi secchi.

Oltre un secolo dopo, nel 532 avanti Cristo, Pitagora propose il vitto pitagorico raccomandato per avere il fisico efficiente. Platone nemico di ogni eccesso diceva che le diete non servivano a prolungare la vita all’infinito, ma a essere felici e in possesso del giusto equilibrio psicofisico, che non dipendeva da una dieta ossessiva, bensì dal risultato di un circolo virtuoso.

Ippocrate e le cure

Un concetto di dieta più preciso lo introdusse Ippocrate nel Quinto secolo avanti Cristo, con l’opera “Sul regime di vita”. Secondo lui si doveva considerare la medicina parte della dietetica perché dare a ciascuno il cibo che serviva. Dopo la caduta dell’Impero Romano si ritrovano tracce della dieta nell’undicesimo secolo, quando dal mondo arabo arrivò in Europa la prima tabella dietologica di pronta consultazione.

Il trattato Taqwim al-sihha, tradotto in latino “Tacuinum Sanitatis”: era un regime medico in forma tabellare che identificava i cibi, le bevande, gli ambienti e le attività, tra cui respirazione, esercizio e di riposo, necessari per una vita sana. a tenere in equilibrio corpo e anima era il primo e indispensabile presupposto di ogni cura.

Cos’è l’immunonutrizione

Quello dell’immunonutrizione è un campo di studi recente, che negli ultimi anni si sta diffondendo anche in Italia. Si tratta di una scienza che ha l’obiettivo di fornire indicazioni alimentari per curarsi con il cibo in modo attivo e preventivo, sostenendo e potenziando il sistema immunitario. Si sa che il cibo ha un impatto decisivo sulle difese dell’organismo.

Tutti gli alimenti che assumiamo causano una reazione immunitaria e ormai sono molte le ricerche in questo senso. Dal punto di vista tecnico, questa scienza indica i principi nutritivi per favorire la diminuzione dello stato infiammatorio, favorendo l’azione del sistema immunitario. L’immunonutrizione può essere applicata in diverse condizioni cliniche, in forme acute o croniche, per via orale, per mezzo di un sondino naso-gastrico o per via endovenosa.

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Gli immunonutrienti

L’immunonutrizione utilizza, in particolare, determinate molecole per curarsi con il cibo: l-arginina, amminoacido essenziale contenuto nelle carne, nella frutta secca e nei legumi; l-glutammina, amminoacido condizionatamente essenziale, presente nel siero del latte e nelle proteine dei cereali; taurina, amminoacido condizionatamente essenziale, contenuto nelle uova, nella carne, nel pesce e nel latte; acidi grassi omega 3, che in natura si trovano nei semi di lino e in alcuni pesci, come il salmone; nucleotidi, potenti stimolanti del sistema immunitario presenti nei lieviti; tocoferoli-vitamina E, potenti antiossidanti presenti nei semi e negli oli; inulina e frutto-oligosaccaridi, fibra alimentare idrosolubile, contenuti nelle verdure, nei tuberi e nelle radici.

La macrobiotica

Se quello dell’immuno nutrizione è un campo di studio nuovo, quello della macrobiotica ha radici decisamente più profonde. Infatti, la macrobiotica è una pratica alimentare che si vuole basata sull’equilibrio tra le forze antagoniste e complementari che, secondo le antiche teorie filosofiche cinesi, governerebbero l’universo.

Da tale interpretazione deriva uno specifico stile di vita, volto, secondo i suoi sostenitori, ad una maggiore “armonia con il cosmo”. Particolare rilievo assumono in tal senso le diete alimentari conseguenti, che hanno acquisito una certa popolarità anche per i loro presunti effetti benefici.

Diete e questioni di filosofia

George Ohsawa, che è lo pseudonimo di Nyoiti Sakurazawa, descrive la macrobiotica come “la pratica di una concezione dialettica dell’universo, antica di cinquemila anni e che mostra la via della felicità attraverso la salute”, rifacendosi agli antichi Maestri cinesi Lao-Tsu, Song-Tsu e Confucio, ma anche a quelli indiani Buddha, Mahavira e Nagarjuna ed altri, fra i quali Gesù Cristo.

La chiave per il raggiungimento della salute fisica, mentale e spirituale è la ricerca, nel proprio stile di vita, dell’equilibrio, secondo i princìpi dello Yin e dello Yang (definiti, dallo stesso Ohsawa, “gli occhiali magici”). Queste forze antagoniste e complementari costituiscono il Principio Unico. La salute e quindi la malattia sono conseguenze della condotta dell’individuo, che rispetta, o vìola, l’ordine dell’universo.

Diete e salute

Uno studio del 2006, “Adjuvant diet to improve hormonal and metabolic factors affecting breast cancer prognosis” evidenzia che la dieta macrobiotica, per la composizione ricca di fibra dietetica e povera di grassi saturi potrebbe incidere sullo squilibrio metabolico e endocrinologo indotto dalla alimentazione occidentale, riducendo questo fattore di rischio per lo sviluppo di tumori.

Ipotizza che la dieta macrobiotica, sulla base di prove indirette e per la sua similarità con le raccomandazioni dietetiche normalmente già consigliate per la prevenzione di patologie croniche, potrebbe implicare un ridotto rischio di prevalenza di cancro. La ricerca conclude che il ruolo della dieta macrobiotica nella prevenzione del cancro e la sopravvivenza a tale patologia non è stato studiato in modo adeguato per giustificare scientificamente la raccomandazione che la macrobiotica possa essere utilizzata nella cura del cancro.

Cosa si mangia

In generale, sono alimenti macrobiotici i cereali completi non raffinati (come riso integrale, grano saraceno, miglio, orzo, mais, segale, avena, segale), alcune verdure, come carote, rape, cavoli, cipolle, radici e le alghe. Le verdure dovrebbero costituire un quarto dell’alimentazione, ma si devono evitare asparagi, finocchi, spinaci, melanzane, pomodori, patate e zucchine. Tra le bevande, sono consigliati tè cinese o giapponese, infusi di cicoria e di radici.

Particolare attenzione è dedicata al metodo di cottura: è preferita quella a vapore, soprattutto per le verdure. a dieta macrobiotica non permette di mangiare carne (ad eccezione di selvaggina, volatili, pesci e molluschi), salumi, uova, latticini, burro e margarina. E ancora, sono vietati: cibi in scatola o congelati, farina e riso raffinati, cibi con additivi; dolcificanti come miele, zucchero e saccarina. Niente cioccolata, caffè, aceto, frutta e succhi tropicali, bibite con soda e bevande alcoliche. Non vanno mai usate spezie e sale comune, ma solo sale marino allo stato naturale.

Dieta mediterranea

Altra dieta di lunga tradizione, in cui non ci si nega quasi nulla, è quella mediterranea. Questa dieta riduce in maniera sostanziale il rischio di infarto e di ictus e i suoi benefici sono confermati da molti studi, tra cui quelli condotti dall’Irccs Neuromed di Pozzilli, in provincia di Isernia, su un campione di 25 mila persone residenti in Molise e reclutate grazie al Progetto Moli-sani.

Il problema è che in Italia, la povertà esclude le fasce di popolazione a basso reddito dalla possibilità di usufruire di un’alimentazione corretta e bilanciata, con tutte le conseguenze a lungo termine che si possono immaginare. La dieta mediterranea fa bene, quindi, solo a chi può permettersela. È ispirata ai modelli alimentari diffusi in alcuni paesi del bacino mediterraneo, come l’Italia, la Spagna, la Grecia e il Marocco, negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo.

Caratteristiche principali

Ma quali sono le principali caratteristiche della dieta mediterranea? Sono: abbondanti alimenti di origine vegetale, come frutta, verdura, ortaggi, pane e cereali soprattutto integrali, patate, fagioli e altri legumi, noci, semi, freschi, al naturale, di stagione, di origine locale. E poi, frutta fresca come dessert giornaliero, dolci contenenti zuccheri raffinati o miele poche volte la settimana, olio di oliva come principale fonte di grassi, latticini dando la precedenza a formaggi e yogurt consumati giornalmente in modesta quantità.

Ma anche pesce e pollame consumato in quantità moderata, da zero a quattro uova la settimana, carni rosse in modesta quantità, vino consumato in quantità modesta e generalmente durante il pasto. Questa dieta ha un contenuto basso in grassi saturi (inferiore al 7-8%), ed un contenuto totale di grassi da meno del 25% a meno del 35% a seconda delle zone. Inoltre originariamente era associata a regolare attività fisica lavorativa, ad esempio nei campi o in casa.

Essere vegetariani

Le diete vegetariane sono dei modelli dietetici basati totalmente o in larga prevalenza su alimenti provenienti dal regno vegetale. Gli alimenti provenienti dal regno animale sono assenti o marginali e, in questo secondo caso, non comprendono mai la carne, che viene esclusa in ogni caso. Sebbene ispirate da principi diversi le diete vegetariane hanno tutte in comune il non violare l’integrità fisica e il non causare la morte degli animali.

Tra le diete vegetariane sono compresi diversi modelli alimentari, quelli principalmente studiati si differenziano per il grado di esclusione dei cibi animali e sono la dieta latto-ovo-vegetariana, la dieta latto-vegetariana e la dieta vegana o vegetaliana. Coloro che seguono questo tipo di diete sono classificati comunemente come vegetariani, anche se all’interno di tale gruppo gli individui sono distinti in base al tipo specifico di dieta seguita, latto-ovo-vegetariani, latto-vegetariani e vegetaliani o vegani.

Frutta, verdura e…

Le diete vegetariane sono basate su cereali, legumi, verdura e frutta (sia fresca che secca) e, in misura ridotta, comprendono latte, latticini e uova per coloro che ne fanno uso. Molti prodotti comunemente usati in una dieta vegetariana sono normalmente diffusi in tutto il mondo, mentre altri prodotti, non indispensabili ai fini dell’equilibrio della dieta ma comunque solitamente usati nella preparazione dei pasti vegetariani, sono normalmente assenti in una classica dieta occidentale e appartengono ad altre tradizioni quali quelle dei paesi asiatici, mediorientali, centro e sud americani o dell’area mediterranea. Prodotti a base vegetale quali ad esempio hamburger, yogurt o latti vegetali possono essere usati in sostituzione dei corrispettivi prodotti con carne, latte e uova.

Il veganesimo

Le diete vegane sono dei modelli dietetici basati su alimenti provenienti esclusivamente dal regno vegetale. Questa tipologia di diete escludono dall’alimentazione la carne di qualsiasi animale e tutti i prodotti di origine animale e quindi rientrano, come casi particolari, nelle diete vegetariane.

Oltre alla dieta vegana classica, basata su cereali, legumi, verdura e frutta e tipicamente adottata come pratica alimentare nel veganismo etico, si possono considerare diete vegane anche altre diete che, sebbene differiscano sostanzialmente da una dieta vegana classica sia nei principi alimentari sia nel tipo di alimenti consumati, non comprendono il consumo di alcun ingrediente di origine animale, quali quelle praticate, ad esempio, nel crudismo vegano, nel fruttarismo o nell’ehretismo.

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Diete dei centenari

Le diete di cui abbiamo parlato sono solo alcune tra principali, certamente le più note oggi in Italia. In tante parti del mondo mangiano bene e si curano con il cibo, ma non danno un nome alla loro dieta. Ad esempio, gli abitanti di Okinawa sono i più longevi del mondo: i centenari sono in media cinquantaquattro ogni centomila persone, il triplo rispetto a Stati Uniti e Italia.

La loro dieta giornaliera è fatta di zuppa di miso, tofu e alghe marine, verdure raccolte nell’orto di casa, patata dolce. Le principali fonti di proteine sono legumi, soia, tofu e miso. Il consumo di pesce è limitato a una o due volte a settimana e la carne viene mangiata raramente durante l’anno. Gli abitanti di Okinawa passano molto tempo all’aria aperta, camminando e lavorando nei campi.

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Salute: siamo circondati da troppi veleni e tossine

Siamo circondati da troppi veleni. Però, spesso per paura, preferiamo non pensare a tutti i veleni che ci circondano e che, sicuramente, hanno fatto sì che il cancro diventasse il male del secolo. Più serial killer dell’aids. Non abbiate timore di scoprire cosa vi circonda. Aprite gli occhi.

Guardatevi intorno. Come conseguenza di una scelta di onestà intellettuale fatta molti anni fa, mi sono tagliato fuori da un sistema di informazione che le notizie le produce con lo stampino. Fateci caso. In base ai periodi dell’anno si parla quasi sempre delle stesse cose: terra dei fuochi, navi dei veleni, rifiuti tossici, tumori a Taranto e veleni sull’Ilva, amianto nostrano e indiano, città inquinate (a turno se la passano Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Bari…), falde acquifere contaminate e molto altro.

Sempre più spesso ci vengo sbattuti in faccia casi all’apparenza irrisolvibili, più grandi di noi. Perché? Probabilmente per farci vivere nella rassegnazione e nell’ignoranza. Per spingerci a domandarci “devo preoccuparmi di ciò che mangio, se anche l’aria che respiro è avvelenata?”.

Il resto, poi, lo fanno le pubblicità, soprattutto televisive. Sì, che devi preoccuparti di quello che mangi. E non solo perché aveva ragione Aristotele nel sostenere che ognuno è il risultato di ciò che mangia. Ma soprattutto, perché la fonte di inquinamento più tossico per noi arriva proprio dal #cibo, poi dall’aria e poi ancora da “compagni” quali smartphone, computer, wifi e molto altro ancora. Adesso, non è che bisogna fuggire in una grotta ad alta quota. Ma sicuramente conoscere uno o più nemici, ci può essere d’aiuto per limitare i danni.

Circondati da veleni in tavola

Pesce. Può contenere metalli pesanti (mercurio) e metalli radioattivi (cesio). Inoltre, è soggetto a trattamenti di conservazione a volte molto tossici.

Carne. Può contenere antibiotici, antiparassitari, anabolizzanti (vietati in EU) che sono tossine di tipo esogeno. Il suo metabolismo produce ammoniaca, putrescina, cadaverina e altre sostanze azotate all’interno del corpo. Anche nella carne ci possono essere micotossine derivanti dalla alimentazione degli animali. Lo Zearalenone è una muffa da fungo che influenza negativamente l’attività ormonale.

Frutta e verdura. Possono contenere residui di sostanze chimiche usate in agricoltura. Il residuo più comune e noto è dato dai nitrati che generano nitriti, che non possono essere eliminati ma si trovano nelle fibre dei prodotti. Questi generano nitrosammine che causano mutazione genetica. Altri residui chimici – antiparassitari, anticrittogamici, erbicidi e diserbanti che derivano dalla coltivazione, conservanti e ormoni derivanti dal ciclo di raccolta e conservazione – possono diventare sinergici tra di loro e con altri inquinanti aumentando stress ossidativo e tossine. Molti prodotti per il trattamento dei vegetali sono sistemici, cioè entrano nelle radici, fusto e foglie e quindi difficili da eliminare completamente.

Latte e formaggi. Tasto dolente. La pastorizzazione altera la struttura delle proteine del latte e può renderle immunogene. Molte persone hanno un deficit di lattasi – l’enzima che serve per metabolizzare il lattosio – e quindi lo zucchero del latte. Per queste persone diventa una tossina. Possono contenere micotossine.

Pasta. Se essiccata troppo in fretta altera la struttura delle proteine del grano rendendole immunogene. Per il resto vedi cereali.

Pane. Se cotto a temperatura troppo elevata può produrre acrilamide, tossina esogena cancerogena. Per il resto vedi cereali.

Pizza. Gli impasti di farine se cotti in forni refrattari ad elevate temperature possono produrre Acrilamide, tossina esogena cancerogena. Per il resto vedi cereali.

Cereali. Possono contenere micotossine prodotti da muffe – aflatossine, cioè tossine dell’Aspergillus Flavus – e altre tossine determinate da processi di cottura o dalla modificazione genetica dei semi (il grano Creso usato in Italia è una modificazione genetica del grano Cappelli e contiene più glutine).

Legumi. Possono contenere micotossine. Contengono (soprattutto fagioli rossi) più di altri alimenti delle lectine che possono comportarsi come inibitori di enzimi e causare danni al metabolismo (agglutinazione dei globuli rossi), specialmente se non cotti adeguatamente. Se secchi si consiglia di lasciarli in ammollo non meno di 48 ore.

Frutta secca. I semi oleosi – arachidi in testa – possono contenere micotossine, funghi e muffe.

Dolci. La quantità di zuccheri semplici (da intendersi non solo lo zucchero bianco o falsamente imbrunito, ma anche pasta, pane, pizza, dolci preparati con farine bianche e patate) aumenta il carico glicemico e di conseguenza il rischio di malattie metaboliche e cronico-degenerative. Da dipendenza.

Acqua. Può contenere metalli pesanti, pesticidi da agricoltura (da falde inquinate), nitrati e ormoni.

Alcolici. In elevate quantità aumenta pericolosamente il carico glicemico. Hanno una forte tossicità epatica e pancreatica e contribuiscono a generare molto ione ammonio che è tossico soprattutto a livello cerebrale. Danno dipendenza. Aumentano la probabilità di patologie cardiovascolari, tumorali e gastroenteriche. Possono portare gravi problemi testicolari e nelle donne in gravidanza gravi danni al feto.

Caffè, the nero… Possono contenere cadmio e nichel insieme ad altri residui chimici derivanti dalla coltivazione. La caffeina può dare dipendenza ed in eccesso essere tossica per il sistema nervoso.

Caffè decaffeinato. Può contenere acetato di metile, diclorometano e cadmio.

Farmaci. Hanno una tossicità (necessaria per il loro buon funzionamento) documentata anche dagli effetti collaterali. Possono causare molte patologie (nuocere gravemente alla salute).
Pentole e posate. Possono rilasciare metalli come nichel e alluminio, ma più spesso rilasciare residui di detersivi.

Imballaggi. In metallo possono essere fonti di alluminio e altri metalli pesanti. Quando sono in carta e cartoni rilasciano collanti e coloranti. Le materie plastiche rilasciano monomeri. La ceramica può rilasciare residui di verniciatura.

Tossica anche l’aria che si respira

In strada. Sulla strada possiamo respirare le polveri sottili Pm10 sino alle Pm2,5 (da 10 a 2,5 micron) generalmente frutto di combustioni chimiche, quali metalli, solfati, nitrati, ceneri, fibre di amianto, polveri di cemento e carbone. A queste si aggiungono le nano polveri in grado di penetrare direttamente la cellula. Vale la legge che più sono sottili più fanno male. In campagna non si sfugge a questi inquinanti molto sensibili ai venti, ma a questi si aggiungono i prodotti chimici volatili dell’agricoltura che possono avere sinergie tossiche. Sono in aumento gli studi scientifici che mettono in relazione i valori di inquinamento dell’aria e l’insorgere e l’aggravarsi di alcune patologie.

Al lavoro. Sono senza fine gli esempi di intossicazioni professionali sui luoghi di lavoro commesse con le specifiche dei prodotti e delle strutture o impianti. Negli uffici si è soggetti a respirare le sostanze volatili disperse dai materiali di arredo, computer e stampanti.

A casa. La casa può essere luogo di una sommatoria delle caratteristiche esterne dell’aria a quelle interne che individua anche nella presenza di acari (feci di acaro) e di residui volatili dei prodotti da pulizia, e dei prodotti di costruzione (edilizia e mobilio) fonti di vero e proprio inquinamento. A questo si aggiunge talvolta il Radon, un gas radioattivo che può risultare cancerogeno se inalato, in quanto emettitore di particelle alfa. La principale fonte di questo gas risulta essere il terreno (altre fonti possono essere in misura minore i materiali di costruzione, specialmente se di origine vulcanica come il tufo o i graniti e l’acqua), dal quale fuoriesce e si disperde nell’ambiente, accumulandosi in locali chiusi ove diventa pericoloso. Si stima che sia la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di sigaretta, ed alcuni studi evidenziano sinergie fra le due cause.

Troppi oggetti pericolosi intorno

Indumenti. I trattamenti dei prodotti tessili non garantiscono sempre il fissaggio dei coloranti che possono contenere metalli e composti amminici. Fate attenzione ai prodotti non made in Italy che arrivano da paesi che non seguono le nostre normative.

In ufficio. Sono senza fine gli esempi di intossicazioni professionali sui luoghi di lavoro commesse con le specifiche dei prodotti e delle strutture o impianti. Negli uffici si è soggetti a respirare le sostanze volatili disperse dai materiali di arredo, computer e stampanti. In particolare il toner delle stampanti laser, una polvere finissima che normalmente contiene particelle di carbone, ferro e resina. Inoltre il forno fusore delle stampanti laser emette COV (benzene), formaldeide e ozono durante la sua attività, sostante riconosciute come cancerogene e/o tossiche.

Gioielli. In alcuni casi fonte di nichel e altri metalli.

Tempo libero. La piscina è fonte di cloro. Alcuni hobbies ci portano a contatto con molte sostanze tossiche come colle, vernici… come nel caso del modellismo.

Cura del corpo. Attraverso molti prodotti per la cura del corpo entriamo in contatto con: fenossietanolo (phenoxyethanol) e il glicole dietilenico monoetiletere (ethoxydiglycol). I parabeni, sono una classe di composti organici utilizzati da oltre 50 anni come conservanti nell’industria cosmetica, farmaceutica, e alimentare per le loro proprietà battericide e funghicide. Sono presenti, anche sotto forma dei relativi sali in diverse formulazioni di cosmetici e farmaci sia per uso topico che parenterale. Alcuni parabeni trovano impiego come additivi alimentari. Alcuni ingredienti, contaminati da determinate sostanze, quali ad esempio il cancerogeno 1,4 dioxane, possono concorrere alla formazione di complessi nocivi. In discussione sono soprattutto gli ingredienti che appartengono alle categorie con suffisso Peg, Eth, Oxynol.

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Circondati da strumenti elettronici

Smartphone, computer… Il cellulare, il computer, i grandi impianti elettrici che creano forti campi magnetici possono creare interferenze con il funzionamento degli organi sino ad antagonizzare alcuni elementi (ad esempio il calcio e il magnesio). L’effetto più preoccupante di questo inquinamento potrebbe essere l’indebolimento dell’effetto barriera dei tessuti cellulari, dall’intestino alla barriera ematoencefalica. Senza dimenticare gli effetti nefasti prodotti dalla dipendenza tecnologica.

Troppo inquinamento visivo

Illuminazione. Forti bagliori continuati, luci ad intermittenza molto forti come in discoteca, l’utilizzo di schermi per giochi e computer possono nuocere alla salute e determinate patologie specifiche.

Immagini. L’eccessiva frequenza di immagini di ogni tipo, soprattutto se continuamente cariche di significati non elaborati, può portare a profondi disagi. I bambini sono i soggetti più esposti a questo bombardamento di immagini-stimolo. Le immagini inquinanti non provengono soltanto dalla televisione. Anche cinema, computer, cartellonistica stradale e certe riviste offrono troppi stimoli visivi che vanno ben oltre la normale capacità di sopportazione della mente umana, senza dare il tempo di adattarsi.

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Il fluoro è un veleno invisibile con azione lenta e quotidiana

Il fluoro è un veleno invisibile con azione lenta e quotidiana. Un nome gentile per un nemico silenzioso e spietato. Sono davvero tanti gli studi sugli effetti negativi di questa sostanza sulla salute umana. E nonostante ciò, molti pediatri e dentisti consigliano ancora in modo automatico e sistematico la fluoroprofilassi (compressine o gocce) per i bambini di pochi mesi. L’integrazione di fluoro non è solo inutile, ma può essere addirittura dannosa. Eppure se ne parla dalla prima metà del Novecento… Nel 1944, il Journal of American Dental Association scrisse che la fluorazione può causare osteoporosi, gozzo e malattie alla spina dorsale e nel 1990 un altro studio confermò la correlazione tra fratture ossee e fluoro.

Poco dopo, la Cornell University scoprì danni ai reni. Ma è cosa nota, le industrie del farmaco sono notoriamente molto abili nel manipolare, se non nell’influenzare, gli studi scientifici. Inoltre, non c’è migliore guadagno di quello che si ricava da farmaci prescritti in modo sistematico ad intere fasce della popolazione: vaccinazioni, terapie ormonali per la menopausa, eccetera, eccetera. E’ ovvio che non sono stati solo due studi a definire “pericoloso” il fluoro e il suo impiego sugli esseri umani. Uno studio del 1978 – effettuato dell’Universita’ di Yale – scopri che bastava 1ppm di fluoruro per diminuire la resistenza e l’elasticita’ delle ossa.

Nel 1987 l’americano NCI (istituto dei tumori) denunciava una relazione tra osteocarcinoma e fluoro nell’acqua potabile. Quantomeno inquietante. Gli effetti negativi del fluoro sulla salute dell’uomo sembrano essere decisamente troppi, eppure si continua ad usarlo in maniera smodata, visto che è quasi dappertutto… Contrariamente a quello che si credeva nell’antichità, il fluoro è efficace solo se applicato localmente e non quando assunto internamente. Un po’ come l’acqua ossigenata. Assorbito per bocca, il fluoro entra nel dente attraverso il sangue e altera la struttura del dente stesso.

Questo può causare fluorosi dentale. Invece, applicato localmente sul dente si lega allo smalto dei denti e li protegge dalle carie. Soprattutto nei bambini piccoli, i rischi dell’assunzione di fluoro superano di gran lunga i benefici. A voler pensare bene, sembra che le industrie del farmaco e quelle produttrici di dentifrici abbiano a lungo sottaciuto e sottovalutato gli effetti tossici dei prodotti a base di fluoro. Così come si tende a far passare in sordina che la fluorosi dentaria è in aumento soprattutto tra la popolazione che fa uso sistematico di integratori a base di fluoro.

Si presenta sotto forma di uno scolorimento intrinseco dello smalto dei denti: i denti appaiono screziati, macchiati, puntinati, decolorati e a volte anche bucherellati. Lo smalto saturato di fluoro è più vulnerabile all’attrito e all’erosione. I danni da fluoro non si manifestano solo a livello dei denti, ma anche delle ossa e di altri tessuti umani. Il fluoro ha effetti negativi anche sul sistema nervoso centrale e determina alterazioni comportamentali e deficit cognitivi.

Ecco perché non esiste un dosaggio sicuro di fluoro

In pratica, non esiste un dosaggio sicuro di fluoro e proprio per questo motivo la fluorizzazione delle forniture idriche, che è una prassi normale in America, si rivela invece non necessaria, iniqua, quasi criminale. Ma dietro ai suoi sostenitori si annidano potenti interessi del settore industriale e della professione medico-ondotoiatrica. Perché il fluoruro rappresenta un problema? Si accumula nelle ossa e le rende più fragili e soggette a fratture. Non è un caso se tutte le nazioni dell’Europa occidentale, dotate di un elevato senso della salute e del rispetto dei cittadini, ha respinto la fluorizzazione delle acqua potabili.

La fluorizzazione delle acque in tutto il mondo si realizza attraverso l’acquisto di sostanze contaminanti di natura chimica, molte provenienti dalla Cina ed etichettate come “fluoro”. E scaricate nelle acque delle popolazioni locali nelle città. Non dimentichiamo che la principale sostanza contenuta negli psicofarmaci è il fluoro, che per contro distrugge la flora batterica e gli enzimi. “Il dottor Barry Durrant-Peatfield sostiene che il fluoro è un veleno che distrugge gli enzimi. Il suo accumulo nella tiroide è causa di squilibri ormonali. E’ associato a malattie autoimmuni oltre all’osteoporosi, l’osteosarcoma e perfino un’aumento del cancro alla tiroide”, scriveva Charles Elliot Perkins in una lettera del 1954 alla Lee Foundation di Milwaukee-Wisconsin.

“I consumatori hanno il diritto di sapere cosa c’è nella loro acqua”, ha sempre sostenuto Mike Adams.“Hanno il diritto di sapere da dove viene davvero il fluoro chimico, perché se sapessero la verità su questa sostanza chimica industriale, non permetterebbero mai che venga consumato dai loro figli. Ti dicono solo che fa bene ai vostri denti, ma non dicono quanto danneggia il tuo cervello, le tue ossa, la tua salute e l’ambiente. Non vi dicono del cadmio, piombo e altri materiali mortali che contaminano il fluoro scaricato nella rete idrica”. In realtà, il fluoro è una combinazione di acido esafluorosilicico e sodio silicofluoride.

Due sostanze chimiche considerate altamente tossiche per l’epa. Sono effettivamente classificati come rifiuti pericolosi e quando imballato per il trasporto, devono essere etichettati come veleno e gestiti da lavoratori che indossano speciali indumenti di sicurezza. Allora, cosa sono realmente l’acido esafluorosilicico e il sodio silicofluoride? E da dove vengono? L’incredibile storia inizia nelle aziende minerarie di fosfati. Il fosfato è un minerale importante usato nei fertilizzanti. E’ estratto da naturali depositi rocciosi sparsi in tutto il mondo, e la roccia ricca di fosfato viene poi raffinata per la produzione di acido fosforico. Se questo nome suona familiare, è perché è uno degli ingredienti principali di bibite gassate.

L’acido fosforico è spesso paragonato all’acido delle batterie. Si tratta di un liquido altamente acido che si crede essere la ragione principale per cui bere bibite può causare calcoli renali e una perdita di densità minerale ossea. Il fosfato viene utilizzato anche per creare fertilizzanti. Il problema è che il fosfato è spesso contaminato con alti livelli di fluoruro (40 mila parti per milione, o fino a 4% del minerale grezzo). Per rimuovere il fluoro, all’acido solforico viene aggiunto un impasto umido di fosfato e di acqua. In questo modo il fluoruro vaporizza, creando composti gassosi altamente tossici come il fluoruro di idrogeno e tetrafluoruro di silicio.

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Con cloro, bromo e iodio è un metalloide che si combina

Nel 1977, gli studi epidemiologici condotti dal dottor Dean Burk, a capo della sezione citochimica del National Cancer Institute rivelava che l’esposizione al fluoro produce un aumento della crescita del tumore, anche quando presente a livelli minimi. Fluoro, cloro, bromo e iodio sono quattro metalloidi che si combinano facilmente con altri metalli e danno luogo a diversi sali, mentre combinandosi con l’idrogeno producono acidi forti, come l’acido fluoridrico, l’acido cloridrico e l’acido muriatico. Questi metalloidi vengono chiamati alogeni, per questa caratteristica di generare sali.

Ripetute dosi infinitesimali di fluoro, introdotte con acque fluorate, possono ridurre nel tempo ogni forza individuale, ogni velleità personale, ogni voglia di resistere alla dominazione. Sopravviene una specie di avvelenamento e di narcosi di una specifica area del cervello, rendendo così l’individuo obbediente e remissivo, rilassato e quasi-ipnotizzato, docile e sottomesso alla volontà di quelli che desiderano manovrarlo e governarlo.

Il modo migliore, dunque, per creare una maggioranza silenziosa filo-governativa. Non a caso, sia i tedeschi sia i russi, aggiungevano regolarmente 1 ppm (una parte per milione) di fluoruro di sodio all’acqua da bere dei prigionieri di guerra, per tenerli tranquilli e per renderli stupidi. Non si scopre nulla di nuovo, dicendo questo. Ma è importante sapere e ricordare. L’esercito americano e la Cia si stavano dando da fare da anni per lo sviluppo di sostanze stupefacenti ed incapacitanti, in grado di produrre un’apatia indotta sulla popolazione nemica e sottomessa, ma al limite anche in quella interna, spesso troppo vivace, troppo disobbediente e troppo contestatrice.

Nei composti testati per tali scopi, erano inclusi il noto allucinogeno Lsd e l’amnesiaco Bz, dieci volte più potente dell’Lsd, nonché un agente schizofrenico chiamato bulbocapina. Una droga che ricevette parecchia attenzione negli anni ’50-’60, sotto il criptonimo di mk-ultra, fu il suxamethionium chloride o anectine, un agente alogenato anti-colinergico, ossia anti-enzimatico. Nel libro Wall Street e l’ascesa di Hitler, Anthony Sutton sostiene con argomenti precisi e documentati che, senza l’aiuto dei banchieri americani e del gruppo Rockefeller, non ci sarebbe stato un dittatore di nome Adolf, e una guerra chiamata Seconda Guerra Mondiale.

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