Nella sezione Malattie di MC Blog si parla di malattie comuni, più o meno gravi, croniche o acute, e di come la ricerca scientifica proceda ed evolva nelle più svariate forme di contrasto a queste patologie cliniche, oltre che di come poterle ridurre o sconfiggere con alcuni rimedi naturali

Conosciamo i dolori muscolari: strappo, crampo e lesione

Chi non ha mai sofferto di dolori muscolari? Chi più chi meno, chi in forma acuta e chi in forma cronica, tutti noi abbiamo affrontato questo tipo di problema. Cosa lo causa? È provocato dalla contrazione involontaria, detta crampo, o da un trauma che lede in parte la struttura muscolare, chiamato strappo muscolare. La contrattura, invece, è un dolore simile al crampo ma leggermente meno intenso. La tendinite è, invece, un’infiammazione del fascio di tessuti che collega i muscoli con le ossa causato da un’attività fisica protratta nel tempo.

Se si rompono le fibre muscolari per un’eccessiva sollecitazione si ha lo strappo. Quando i legamenti pur non rompendosi si lacerano si è in presenza di una distorsione, dovuta a un’esagerata escursione dell’articolazione o a un suo spostamento con direzione innaturale dell’arto. Crampi e sensazioni dolorose che non permettono di stendere gli arti sino in fondo sono i sintomi più comuni del dolore muscolare, mentre nel caso di contrattura il muscolo inizia a tirare. Lo strappo provoca dolore, impossibilità a muoversi e gonfiore. Nella distorsione, invece, i vasi sanguigni si rompono e la sede articolare si gonfia e si arrossa.

I dolori muscolari, di norma, sono dovuti ad una violenta e improvvisa contrazione involontaria di un muscolo. Possono però anche essere la conseguenza di una lesione parziale della struttura muscolare per un trauma. La persona colpita lamenta un dolore intenso ed improvviso, a volte anche violento, e sempre ben localizzato. Possono verificarsi in seguito a diverse circostanze: un’infiammazione acuta delle articolazioni, un’attività fisica protratta con impegno specifico di una determinata fascia muscolare, un deficit di sali minerali e di sostanze nutritive. Addentriamoci nell’argomento.

La mialgia è il dolore localizzato ad uno o più gruppi muscolari. I muscoli colpiti si presentano contratti, dolenti alla palpazione e i movimenti, anche lievi, provocano dolore. Può dipendere da moltissime cause: dagli esiti di una contusione così come da uno stato di stanchezza generale, ma anche da una scorretta alimentazione. Spesso i dolori possono essere provocati da involontarie contratture della muscolatura in persone particolarmente ansiose che si mantengono “in difesa” e contratte.

Poi, c’è lo strappo muscolare che è lo stiramento doloroso di uno o più muscoli dovuto ad uno sforzo o ad un movimento sbagliato. Strappi e stiramenti muscolari sono incidenti comuni soprattutto in chi pratica attività sportive. Sono causati da un eccessivo sforzo muscolare compiuto da una muscolatura non allenata o da un muscolo affaticato che ha già esaurito le riserve energetiche. In questi casi le fibre muscolari subiscono un allungamento eccessivo e nei casi peggiori si può arrivare alla rottura. Si manifesta con dolore acuto a cui segue rigidità del muscolo e l’impossibilità di compiere movimenti senza aumentare il dolore.

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Dolore muscolare da strappo, crampo o lesione?

Il muscolo strappato può presentare un rigonfiamento nella zona della lesione talvolta accompagnato da ematoma per rottura dei vasi sanguigni. Senza dimenticare i fastidiosi crampi, che sono una violenta contrazione muscolare involontaria, improvvisa e dolorosa. Il soggetto presenta un dolore improvviso, violento e localizzato al muscolo colpito, che aumenta anche di consistenza. Il dolore è destinato a estinguersi spontaneamente in brevissimo tempo. Il crampo può essere provocato da eccessivo sforzo compiuto da un muscolo non allenato, o non riscaldato in precedenza, o da mancanza di acqua e sali minerali persi con un’abbondante sudorazione.

In genere colpisce i muscoli delle gambe ma anche quelli delle braccia. Può comparire sia durante l’esecuzione di una qualsiasi attività fisica, anche leggera, che durante lo stato di riposo. Infine, la lombalgia aspecifica cronica o ricorrente è uno dei disturbi più comuni e diffusi. Indicata con il nome comune di mal di schiena, è da attribuire all’assunzione di posture scorrette prolungate (come negli ambienti di lavoro, ma anche durante il riposo e persino durante il sonno) o a sollecitazioni improvvise come il sollevare pesi senza essere sufficientemente allenati o senza assumere la corretta posizione.

Nel caso di dolori muscolari aiutano i farmaci antinfiammatori a base di acido acetilsalicilico. L’automedicazione per la contrattura prevede pomate antinfiammatorie, specialmente a base di arnica o aloe vera. Ma a volte non si può fare a meno dell’antinfiammatorio. Per distorsioni, traumi e contusioni sono indicate solitamente pomate e gel. L’impiego di cerotti antidolorifici ed antinfiammatori può costituire una valida scelta terapeutica. Alla febbre si accompagnano spesso dolori muscolari e articolari: per sopportare questi disturbi è meglio concedersi del riposo. In questo modo quella sensazione di stanchezza e indolenzimento generale potrà passare con meno fastidio.

Se il dolore muscolare e la contrattura nascono dopo uno sforzo, è bene interrompere l’attività fisica e massaggiare la parte. Per lo strappo, oltre a un impacco freddo, sono indispensabili alcuni giorni di riposo. Per la distorsione è necessaria una visita medica e una radiografia: la parte non va mai massaggiata o riscaldata. Il medico va sempre consultato se il dolore trae origine da un eccessivo riposo o da un trauma. In caso di stiramenti, per ridurre il dolore e il gonfiore, è utile praticare impacchi freddi, quindi applicare sulla parte pomate analgesiche ed antinfiammatorie.

In caso di crampo, può essere sufficiente provocare uno stiramento e il successivo rilassamento del muscolo colpito per risolverlo. Può risultare utile l’applicazione locale di pomate antinfiammatorie, o il raffreddamento della parte con ghiaccio. I farmaci comunemente utilizzati per la cura della lombalgia aspecifica (analgesici, antinfiammatori, miorilassanti) agiscono in particolare sul dolore senza però riuscire a curare le vere cause del disturbo, che vanno indagate dallo specialista.

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Orticaria e pomfi: cosa sono e cosa fare per curarli

Parliamo di una reazione tanto diffusa: orticaria e pomfi. L’orticaria è un’eruzione cutanea, localizzata o generalizzata, caratterizzata dalla comparsa di pomfi – rilievi della pelle che possono presentarsi con un’ampia variabilità di forme, rotondeggianti, ovali o irregolari, di dimensioni che vanno dal puntiforme ad alcuni centimetri di diametro, di colore bianco, rosa o rosso – e dalla presenza di prurito solitamente molto intenso. I pomfi, in genere, scompaiono rapidamente e senza lasciare traccia. Sono più o meno pruriginosi.

Hai capito bene. Le chiazze gonfie, che compaiono soprattutto in estate e sono piuttosto diffuse e frequenti tra i bambini, non hanno bisogno di un trattamento specifico, perché il più delle volte l’eruzione si risolve spontaneamente e in pochi giorni. Esiste una vasta letteratura scientifica che collega un’allergia a farmaci o ad alimenti all’orticaria, ma non è sempre così. Considera che l’orticaria è molto frequente e nella maggior parte dei casi si risolve rapidamente e senza alcun tipo di conseguenza. Sono numerosi i fattori che possono provocarla.

Come accennavo poco prima, nella stragrande maggiorana dei casi, è data da allergie o intolleranze ad alimenti come crostacei, alcuni pesci, fragole, noci, uova, latte, pomodori, cioccolato, nocciole, additivi e coloranti contenuti nei cibi e molto altro. In linea di massima i cibi cotti inducono meno l’insorgenza dell’orticaria rispetto a quelli crudi.

Oltre ai cibi, possono causare orticaria i farmaci come determinati antibiotici, alcuni antinfiammatori e antidolorifici, il contatto con alcuni tessuti, l’inalazione di polveri e pollini, ma anche fattori psicologici come tensione emotiva e stress, stimoli fisici come il caldo, il freddo, il sole, l’affaticamento fisico, l’associazione con infezioni batteriche, virali, micotiche e parassitarie o la correlazione con alcune patologie preesistenti di natura ad esempio endocrina e autoimmunitaria.

È una vera e propria patologia cutanea: infatti si manifesta con un evidente sfogo caratterizzato da pomfi rosati o rossi a livello epidermico molto pruriginosi. Vere e proprie lesioni della pelle che possono rimanere circoscritte in una determinata zona o diffondersi su tutto il corpo e che si sviluppano tipicamente a livello soltanto superficiale. Può capitare, però, che le macchie vadano associate a reazioni edematose degli strati più profondi della cute e del sottocute: angioedema.

Come comportarsi in caso di orticaria

Per individuare la causa scatenante dell’orticaria con certezza scientifica è necessario sottoporre la persona colpita dal sintomo (perché, sia chiaro, l’orticaria non è una malattia, bensì solo un sintomo) dalla manifestazione cutanea ad accurati esami di laboratorio e strumentali. Può accadere che non si riesca comunque a risalire alla vera eziologia del disturbo ed in questo caso l’orticaria viene definita “idiopatica”. Sì, in medicina c’è sempre un nome per tutto…

Bisogna sempre distinguere tra orticaria acuta e cronica. Nell’orticaria acuta gli episodi durano meno di sei settimane e la causa va ricercata in un’infezione di tipo virale o batterico, contratta anche un paio di settimane prima della comparsa degli sfoghi. L’eruzione cutanea, insomma, si verifica rapidamente, diventa più grave dopo otto-dodici ore e poi si risolve spontaneamente entro un giorno al massimo due.

Di orticaria cronica, invece, si parla quando l’eruzione persiste per un tempo superiore e dipende raramente da una causa allergica. Può capitare anche che i test allergologici evidenzino degli anticorpi prodotti dallo stesso organismo contro i suoi componenti: si tratta in questi casi di una patologia di tipo autoimmunitario, che potrebbe nascondere la presenza di altre malattie di origine autoimmune, come la celiachia.

Quante tipologie di orticaria sono state classificate? Almeno cinque. C’è l’orticaria dermografica che provoca molto prurito e il grattarsi provoca l’ulteriore comparsa di pomfi: inizia improvvisamente ed è una forma di orticaria cronica. C’è l’orticaria colinergica, dovuta a un’eccessiva sudorazione, all’applicazione di medicazioni occlusive, a bagni caldi, a febbre o anche a un momento di ansia o di concentrazione.

Esiste l’orticaria-angioedema da freddo, provocata dalla reazione della pelle a una ridotta temperatura ambientale. L’orticaria da contatto, la “risposta” al contatto di una determinata sostanza con la pelle e può essere di origine allergica o non allergica, come la reazione urticante ad alcune piante o animali o farmaci, e l’orticaria vasculitica, associata all’infiammazione dei vasi sanguigni.

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La cosa importante è eliminare l’agente scatenante

Ma quali sono i rimedi più consigliati per trattare l’orticaria? Naturalmente quando si riesce ad identificare la causa di questa reazione dermatologica, la terapia si basa essenzialmente sull’eliminazione dell’agente scatenante. Quando, invece, ci si trova di fronte ad un’orticaria idiopatica e non è possibile ricorrere ad un trattamento mirato (perché sostanzialmente si brancola nel buio) il paziente deve essere curato con una terapia che risulti efficace nell’alleviare il prurito intenso e fastidioso.

Nella maggioranza dei casi, l’orticaria regredisce spontaneamente, senza bisogno di cure con farmaci. Ci sono casi, tuttavia, in cui la dermatosi può essere più violenta e generare invalidanti attacchi di prurito. Si consiglia di non grattarsi mai, perché sfregando viene favorita la sintesi di istamina, responsabile dei pomfi. Può capitare, inoltre, che in alcuni casi il medico suggerisca una terapia antistaminica o addirittura con cortisonici.

Ci sono tuttavia rimedi naturali efficaci che consentono di alleggerire di molto i sintomi di un’orticaria, soprattutto quando questa è in forma lieve. Tra questi: annoveriamo i bagni di acqua calda o fredda, con bicarbonato di sodio e farina di avena (se non si dispone della farina, va bene anche solo il bicarbonato di sodio), l’aloe vera (il cui gel allevia l’infiammazione e attenua il senso di prurito), gli oli essenziali di lavanda, di camomilla, di sandalo o di melissa, e la vitamina C (un lavaggio con acido ascorbico e bicarbonato di sodio ha un effetto antistaminico, ma anche la normale assunzione ha quasi lo stesso effetto).

In questi casi, si rivelano ottime anche la calendula e il biancospino, grazie alla quercitina, oltre alle radici di liquirizia, zenzero e curcumina. Invece, quando è lo stress la causa dell’orticaria, potresti prendere in considerazione anche l’idea di regalarti momenti di relax con dello yoga o percorsi di respirazione e meditazione. L’alimentazione resta uno degli aspetti più importanti nel caso di orticaria, per cui è bene individuare quanto prima l’alimento al quale si è intolleranti se non allergici, così da poter varia opportunamente la propria dieta.

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Guida al bullismo: come evitarlo per vivere meglio

Di bulli, bullismo e bullizzati se ne parla sempre di più. Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa danno – soprattutto a partire dall’inizio del Terzo millennio – hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata questo antico fenomeno. Purtroppo, ancora oggi ci sono pensieri o opinioni in materia essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati. E non perché se ne parla poco, bensì perché non lo si contrasta adeguatamente. Quali sono le opinioni da modificare radicalmente?

Credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita, pensare che sia una semplice “ragazzata”, ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate, giudicare colpevole la vittima non in grado di difendersi, ritenere che il bullo sia un ragazzo insicuro e che ha problemi in famiglia e che quindi non vada punito ma aiutato. I maggiori studiosi del bullismo hanno dimostrato l’esatto opposto: i bulli sono ragazzi spavaldi e con eccesso di autostima e spesso viziati dai genitori.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Un po’ come per il femminicidio e altri tipi di devianze, la società deve prendere una posizione forte e smetterla di tollerare per poi stupirsi.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è il bullismo? Gli specialisti concordano nel definirlo “una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili o incapaci di difendersi”.

L’accezione si riferisce a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Un altro aspetto che mette d’accordo tutti è il fatto che “lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate”.

A partire dagli anni 2000 diventa fenomeno sociale

A partire dagli anni 2000, con l’avvento di internet è andato delineandosi un altro fenomeno, ora molto diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo. Il bullismo come fenomeno sociale deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse.

“Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più” persone, ma precisamente “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”, spiegano. La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali o socioculturali.

I comportamenti reiterati che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno universalmente vanno “dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà”. Lo piega chiaramente il libro “Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento”, edito da Franco Angeli, alle pagine 13 e 14.

I primi studi sul bullismo sono stati effettuati solo a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo e si svolsero nei Paesi scandinavi, a partire dagli anni Settanta, e nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus a seguito di una forte reazione dell’opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Da allora in poi il fenomeno è stato oggetto di una crescente attenzione, soprattutto da parte della cronaca giornalistica.

Secondo molti studiosi, la parola “bullo” significa “prepotente”, tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare, è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. Quindi, in realtà, il bullismo si configura una devianza dalle mille sfaccettature e la prepotenza ne rappresenta una.

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Esiste un legame tra bullismo e mobbing? Quale?

In Inghilterra, infatti, non esiste una definizione univoca. In Italia con il termine bullismo si indica generalmente “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. In Scandinavia, soprattutto, in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine “mobbing”, così come in Svezia e Finlandia, derivante dalla radice inglese “mob” che sta a significare “un gruppo di persone implicato in atti di molestie”.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti quali violenza, attacchi e offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre coercizioni. L’allontanamento dal gruppo in particolare è favorito da una serie di metodi quali la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di spaventare i suoi amici di modo che si allontanino a loro volta.

Oltre a tali metodi positivi, nel senso che sono finalizzati ad emarginare la vittima, ce ne sono altri di tipo negativo che, sotto le false spoglie di un probabile ingresso nel gruppo, nascondono il tentativo di procurare danni o discriminazioni, ad esempio sottoponendo la vittima a dei rituali o ad attività pericolose come una partita truccata di poker, una competizione in macchina ad alta velocità, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze proibite in gran quantità…

Lo scopo è di alzare sempre più la posta in gioco in modo da far cadere la vittima in acquiescenza e di colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza. Quando meno se lo aspetta. Le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo o quando i meccanismi di difesa del gruppo stesso possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime al di fuori.

Il bullismo diventa sempre più un fenomeno sociale
Il bullismo diventa sempre più un fenomeno sociale

Psicologi e psichiatri concordano nel sostenere che “il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli, docenti o strutture scolastiche: queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno.

PROMEMORIA > Gli studiosi americani non escludono che un bullo possa evolvere in un futuro spree killer o serial killer. Questo vale anche per le donne. In particolare sulle donne serial killer ho scritto un libro. Scopri di più: Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Bullismo: si può tentare di evitarlo? Come?

Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l’intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, si includono sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell’eventuale vittima, che però sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l’aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l’atto abusivo o la risposta della vittima. “Guardatemi e temetemi”, questo vorrebbe far pensare di sé il bullo.

Il bullismo si basa su tre principi. Il primo è quello dell’intenzionalità. Il secondo è quello della persistenza nel tempo. E il terzo è quello dell’asimmetria nella relazione.Vale a dire: “Un’azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come in diversi modi. C’è il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente. C’è il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie.

Ma c’è anche il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto. Senza dimenticare il cyber-bullismo o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

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Violenza diretta e violenza indiretta: le differenze

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: bullo o istigatore (colui che fa prepotenze ai compagni), vittima (colui che più spesso subisce le prepotenze) e complice (colui che alimenta l’azione del bullo).

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all’approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda l’età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18.

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un’attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero tredici studenti e ne ferirono altri ventiquattro per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della Cia ha messo in luce ben trentasette tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi. Questi soggetti che arrivano ad uccidere a ‘mo di commando sono definiti spree killer.

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull’incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente.

A tal proposito l’Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze. Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico. Si stima che dai quindici ai venticinque giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.

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Cos’è il ciclo di riattivazione: una risposta inadeguata

Mentre in superficie, il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l’aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti.

D’altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell’aggressore oppure di stare al gioco nell’ambito dei processi di comunicazione fra pari. La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l’insorgenza.

Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque ad effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D’altro canto, coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo. Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d’odio. A peggiorare la situazione, interviene la difficoltà da parte loro di esprimersi al meglio in modo da attivare i dovuti interventi e qualche volta i professori agevolano gli atti di bullismo facendo finta di niente.

Spiace doverlo dire, perché è una grave sconfitta per il sistema scolastico, ma a scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

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Prima l’isolamento e poi le violenze fisiche e morali

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti. Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umilando un alunno (per i suoi risultati o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo o a prenderla di mira, innescando la spirale di isolamento e di violenza fisica e morale tipica del bullismo. Il fenomeno si riscontra anche nelle università che negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, sia intesi come ricercatori che dottorandi.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su diecimila diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali, nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un’altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, forum asincronici, siti web, social network. Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l’istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere ed ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio. I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile che femminile. In quest’ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.