Nella sezione Salute di MC Blog potrai imparare a vivere meglio imparando a capire i segnali che il nostro corpo ci invia continuamente, i sintomi delle malattie e quali cure naturali usare per alleviare o curare i tuoi disturbi. Buona salute a tutti              

Il fluoro è un veleno invisibile con azione lenta e quotidiana

Il fluoro è un veleno invisibile con azione lenta e quotidiana. Un nome gentile per un nemico silenzioso e spietato. Sono davvero tanti gli studi sugli effetti negativi di questa sostanza sulla salute umana. E nonostante ciò, molti pediatri e dentisti consigliano ancora in modo automatico e sistematico la fluoroprofilassi (compressine o gocce) per i bambini di pochi mesi. L’integrazione di fluoro non è solo inutile, ma può essere addirittura dannosa. Eppure se ne parla dalla prima metà del Novecento… Nel 1944, il Journal of American Dental Association scrisse che la fluorazione può causare osteoporosi, gozzo e malattie alla spina dorsale e nel 1990 un altro studio confermò la correlazione tra fratture ossee e fluoro.

Poco dopo, la Cornell University scoprì danni ai reni. Ma è cosa nota, le industrie del farmaco sono notoriamente molto abili nel manipolare, se non nell’influenzare, gli studi scientifici. Inoltre, non c’è migliore guadagno di quello che si ricava da farmaci prescritti in modo sistematico ad intere fasce della popolazione: vaccinazioni, terapie ormonali per la menopausa, eccetera, eccetera. E’ ovvio che non sono stati solo due studi a definire “pericoloso” il fluoro e il suo impiego sugli esseri umani. Uno studio del 1978 – effettuato dell’Universita’ di Yale – scopri che bastava 1ppm di fluoruro per diminuire la resistenza e l’elasticita’ delle ossa.

Nel 1987 l’americano NCI (istituto dei tumori) denunciava una relazione tra osteocarcinoma e fluoro nell’acqua potabile. Quantomeno inquietante. Gli effetti negativi del fluoro sulla salute dell’uomo sembrano essere decisamente troppi, eppure si continua ad usarlo in maniera smodata, visto che è quasi dappertutto… Contrariamente a quello che si credeva nell’antichità, il fluoro è efficace solo se applicato localmente e non quando assunto internamente. Un po’ come l’acqua ossigenata. Assorbito per bocca, il fluoro entra nel dente attraverso il sangue e altera la struttura del dente stesso.

Questo può causare fluorosi dentale. Invece, applicato localmente sul dente si lega allo smalto dei denti e li protegge dalle carie. Soprattutto nei bambini piccoli, i rischi dell’assunzione di fluoro superano di gran lunga i benefici. A voler pensare bene, sembra che le industrie del farmaco e quelle produttrici di dentifrici abbiano a lungo sottaciuto e sottovalutato gli effetti tossici dei prodotti a base di fluoro. Così come si tende a far passare in sordina che la fluorosi dentaria è in aumento soprattutto tra la popolazione che fa uso sistematico di integratori a base di fluoro.

Si presenta sotto forma di uno scolorimento intrinseco dello smalto dei denti: i denti appaiono screziati, macchiati, puntinati, decolorati e a volte anche bucherellati. Lo smalto saturato di fluoro è più vulnerabile all’attrito e all’erosione. I danni da fluoro non si manifestano solo a livello dei denti, ma anche delle ossa e di altri tessuti umani. Il fluoro ha effetti negativi anche sul sistema nervoso centrale e determina alterazioni comportamentali e deficit cognitivi.

Ecco perché non esiste un dosaggio sicuro di fluoro

In pratica, non esiste un dosaggio sicuro di fluoro e proprio per questo motivo la fluorizzazione delle forniture idriche, che è una prassi normale in America, si rivela invece non necessaria, iniqua, quasi criminale. Ma dietro ai suoi sostenitori si annidano potenti interessi del settore industriale e della professione medico-ondotoiatrica. Perché il fluoruro rappresenta un problema? Si accumula nelle ossa e le rende più fragili e soggette a fratture. Non è un caso se tutte le nazioni dell’Europa occidentale, dotate di un elevato senso della salute e del rispetto dei cittadini, ha respinto la fluorizzazione delle acqua potabili.

La fluorizzazione delle acque in tutto il mondo si realizza attraverso l’acquisto di sostanze contaminanti di natura chimica, molte provenienti dalla Cina ed etichettate come “fluoro”. E scaricate nelle acque delle popolazioni locali nelle città. Non dimentichiamo che la principale sostanza contenuta negli psicofarmaci è il fluoro, che per contro distrugge la flora batterica e gli enzimi. “Il dottor Barry Durrant-Peatfield sostiene che il fluoro è un veleno che distrugge gli enzimi. Il suo accumulo nella tiroide è causa di squilibri ormonali. E’ associato a malattie autoimmuni oltre all’osteoporosi, l’osteosarcoma e perfino un’aumento del cancro alla tiroide”, scriveva Charles Elliot Perkins in una lettera del 1954 alla Lee Foundation di Milwaukee-Wisconsin.

“I consumatori hanno il diritto di sapere cosa c’è nella loro acqua”, ha sempre sostenuto Mike Adams.“Hanno il diritto di sapere da dove viene davvero il fluoro chimico, perché se sapessero la verità su questa sostanza chimica industriale, non permetterebbero mai che venga consumato dai loro figli. Ti dicono solo che fa bene ai vostri denti, ma non dicono quanto danneggia il tuo cervello, le tue ossa, la tua salute e l’ambiente. Non vi dicono del cadmio, piombo e altri materiali mortali che contaminano il fluoro scaricato nella rete idrica”. In realtà, il fluoro è una combinazione di acido esafluorosilicico e sodio silicofluoride.

Due sostanze chimiche considerate altamente tossiche per l’epa. Sono effettivamente classificati come rifiuti pericolosi e quando imballato per il trasporto, devono essere etichettati come veleno e gestiti da lavoratori che indossano speciali indumenti di sicurezza. Allora, cosa sono realmente l’acido esafluorosilicico e il sodio silicofluoride? E da dove vengono? L’incredibile storia inizia nelle aziende minerarie di fosfati. Il fosfato è un minerale importante usato nei fertilizzanti. E’ estratto da naturali depositi rocciosi sparsi in tutto il mondo, e la roccia ricca di fosfato viene poi raffinata per la produzione di acido fosforico. Se questo nome suona familiare, è perché è uno degli ingredienti principali di bibite gassate.

L’acido fosforico è spesso paragonato all’acido delle batterie. Si tratta di un liquido altamente acido che si crede essere la ragione principale per cui bere bibite può causare calcoli renali e una perdita di densità minerale ossea. Il fosfato viene utilizzato anche per creare fertilizzanti. Il problema è che il fosfato è spesso contaminato con alti livelli di fluoruro (40 mila parti per milione, o fino a 4% del minerale grezzo). Per rimuovere il fluoro, all’acido solforico viene aggiunto un impasto umido di fosfato e di acqua. In questo modo il fluoruro vaporizza, creando composti gassosi altamente tossici come il fluoruro di idrogeno e tetrafluoruro di silicio.

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Con cloro, bromo e iodio è un metalloide che si combina

Nel 1977, gli studi epidemiologici condotti dal dottor Dean Burk, a capo della sezione citochimica del National Cancer Institute rivelava che l’esposizione al fluoro produce un aumento della crescita del tumore, anche quando presente a livelli minimi. Fluoro, cloro, bromo e iodio sono quattro metalloidi che si combinano facilmente con altri metalli e danno luogo a diversi sali, mentre combinandosi con l’idrogeno producono acidi forti, come l’acido fluoridrico, l’acido cloridrico e l’acido muriatico. Questi metalloidi vengono chiamati alogeni, per questa caratteristica di generare sali.

Ripetute dosi infinitesimali di fluoro, introdotte con acque fluorate, possono ridurre nel tempo ogni forza individuale, ogni velleità personale, ogni voglia di resistere alla dominazione. Sopravviene una specie di avvelenamento e di narcosi di una specifica area del cervello, rendendo così l’individuo obbediente e remissivo, rilassato e quasi-ipnotizzato, docile e sottomesso alla volontà di quelli che desiderano manovrarlo e governarlo.

Il modo migliore, dunque, per creare una maggioranza silenziosa filo-governativa. Non a caso, sia i tedeschi sia i russi, aggiungevano regolarmente 1 ppm (una parte per milione) di fluoruro di sodio all’acqua da bere dei prigionieri di guerra, per tenerli tranquilli e per renderli stupidi. Non si scopre nulla di nuovo, dicendo questo. Ma è importante sapere e ricordare. L’esercito americano e la Cia si stavano dando da fare da anni per lo sviluppo di sostanze stupefacenti ed incapacitanti, in grado di produrre un’apatia indotta sulla popolazione nemica e sottomessa, ma al limite anche in quella interna, spesso troppo vivace, troppo disobbediente e troppo contestatrice.

Nei composti testati per tali scopi, erano inclusi il noto allucinogeno Lsd e l’amnesiaco Bz, dieci volte più potente dell’Lsd, nonché un agente schizofrenico chiamato bulbocapina. Una droga che ricevette parecchia attenzione negli anni ’50-’60, sotto il criptonimo di mk-ultra, fu il suxamethionium chloride o anectine, un agente alogenato anti-colinergico, ossia anti-enzimatico. Nel libro Wall Street e l’ascesa di Hitler, Anthony Sutton sostiene con argomenti precisi e documentati che, senza l’aiuto dei banchieri americani e del gruppo Rockefeller, non ci sarebbe stato un dittatore di nome Adolf, e una guerra chiamata Seconda Guerra Mondiale.

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Gianfranco Valsè Pantellini: il caso, il cancro e la sua ricetta

Oltre al suo “generico” utilizzo contro fastidiose malattie autoimmuni come l’artrosi, l’artrite, le infiammazioni muscolari croniche e altro, l’ascorbato di potassio è impiegato dalla medicina naturale per contrastare infiammazioni degenerative. Secondo la Fondazione Pantellini, può essere usato per contrastare il cancro. Siccome su questo delicatissimo argomento le teorie sono estremamente discordanti fra loro, è il caso di ricordare subito che non c’è il riconoscimento della comunità scientifica e che ci sono malati che hanno usato questo metodo per curarsi.

Quel che è certo è che prima che scoppiasse il caso Di Bella, il metodo del dottor Gianfranco Valsè Pantellini era la terapia contro il cancro più usata e più conosciuta in Italia, nel campo della medicina alternativa. L’ascorbato di potassio è un sale derivato dalla vitamina C, che risulta atossico e privo di effetti collaterali. Il composto si ottiene estemporaneamente in soluzione acquosa acido ascorbico – 150 milligrammi – e bicarbonato di potassio 300 milligrammi, di cui 117 di solo potassio – ed ha un pH che, nel giro di poco più di un minuto, tende alla neutralità.

I componenti vanno sciolti in circa due dita d’acqua senza utilizzare il cucchiaino metallico, considerato il potenziale rischio di ossidazione dell’acido ascorbico. L’ascorbato di potassio è legato agli studi ed alle ricerche del biochimico fiorentico Gianfrancesco Valsé Pantellini, e la sua “storia” è iniziata nel 1947 quando un orafo, amico dello stesso dottor Pantellini, malato di cancro inoperabile allo stomaco ebbe dei risultati inaspettati ed assolutamente straordinari assumendo delle limonate in cui per errore inseriva del bicarbonato di potassio invece dell’usatissimo bicarbonato di sodio.

Per circa 40 anni Pantellini ha studiato ed analizzato il problema, arrivando a fare due pubblicazioni specifiche nel 1970 e nel 1974. I processi ossidativi, legati alla presenza dei radicali liberi, sono coinvolti nella promozione e nello sviluppo del cancro. La causa principale del meccanismo di stress ossidativo sono i radicali liberi. cioè sostanze con elevata reattività chimica. Gli organismi viventi tendono a mantenere costante la concentrazione di questi agenti ossidanti per poter garantire i normali processi biologici. Ma cominciamo dall’inizio – visto che i potentati della medicina non hanno interesse a diffondere qualcosa che non è brevettabile – questa storia merita di essere conosciuta e tramandata. Per non dimenticare…

Gianfrancesco Valsè Pantellini è nato il 2 aprile 1917 a Rufina, un piccolo paese della Toscana, dove ha vissuto fino al 1929 con il padre Italo e la madre Margherita. I suoi studi furono interrotti dalla guerra, ma lui fu sempre attivo prestando servizio come ufficiale chimico nel Genio Guastatori.

Gianfranco Valsè Pantellini in viaggio tra Italia, Russia e Francia

Ebbe varie destinazioni tra cui Udine, Russia, Francia. Nel 1943 conobbe a Roma il famoso matematico Luigi Fantappiè. Finita la guerra riprese gli studi universitari a Firenze laureandosi nel 1947 in Chimica pura ad indirizzo biologico. Poi per un anno frequentò l’Istituto di Fisica Teorica di Napoli.

A Parigi conobbe il fisico Louis Kervran ed approfondì le sue ricerche sulla fusione a freddo nel corpo umano. Rientrato a Firenze passò ad Ancona al Centro Autonomo Tumori, dove fece le sue prime esperienze, collaborando per più di un anno con i professori Protti, Gusso e Neubauer dove seguì indagini di Ricerca enzimatica dei lieviti e dell’azione Piroerte dei medesimi nei confronti della cellula neoplastica.

Nel 1948, ritornato a Firenze, pur occupandosi di piccole industrie farmaceutiche, in privato, si dedicò alla ricerca sui tumori. Ha partecipato con comunicazioni personali ai congressi di Cancerologia di Firenze, Cremona, Baden Baden, New York, ecc. Ha fatto parte di un gruppo internazionale di ricerca sul cancro con metodiche non convenzionali; per questo è stato eletto Membro dell’Accademia delle Scienze di New York (la prestigiosa NYAS) e della società Internazionale di Criochirurgia.

Per l’aiuto prestato con opportuni schemi a base di ascorbato di potassio alle popolazioni dell’ex Unione Sovietica colpite direttamente dalle radiazioni in seguito all’incidente alla centrale nucleare di Cernobyl nel 1986, è stato insignito della Stella Rossa, onoreficenza dell’Accademia delle Scienze di Mosca. Eravamo infatti nel 1987-88 ed era il periodo in cui il Presidente dell’URSS era Gorbaciov.

C’è chi usa regolarmente l’ascorbato di potassio per le sue molteplici qualità contro le malattie autoimmuni, infiammazioni croniche e degenerative a carico del nostro organismo, registrando benefici e regolando i dosaggi a seconda delle proprie condizioni fisiche. Ma come usare l’ascorbato di potassio, anche quello con Ribosio, secondo il “metodo Pantellini”, quindi la famosa formula anti-tumorale? La risposta la dà direttamente la Fondazione Pantellini: “L’ascorbato di potassio risulta totalmente atossico e privo di effetti collaterali, anche i bambini ne possono usufruire specialmente per il programma di prevenzione. Una bambina che ha 5 anni e mezzo, per fare un esempio, dovrebbe prenderne una dose alla settimana: 300 milligrammi di bicarbonato di potassio e 150 di acido ascorbico”.

Anche per la gravidanza, in generale, si consiglia sempre una dose per settimana di ascorbato di potassio “semplice”, senza ribosio. L’ascorbato di potassio non è mai tossico né pericoloso ai dosaggi consigliati. Il potassio presente in una dose è pari a 117 milligrammi (poco più del 30% del bicarbonato, in peso) e corrisponde ad un quantitativo fisiologico. Se assunto secondo queste modalità non ci sono i presupposti di sovraccarico renale né di problemi cardiaci.

La commissione scientifica europea ha stabilito che, per il potassio, la dose giornaliera raccomandata per integrare il quantitativo perso giornalmente sia pari a 3 grammi che, come si vede, è ben lontana a quella presente in ciascuna bustina, che supera di poco il 5% dell’Rda. Quando si assume l’ascorbato di potassio non ci sono alimenti da evitare. L’ascorbato di potassio, sia nella formulazione “classica” che con ribosio non deve essere assunto nei giorni di eventuale trattamento chemioterapico. Durante la radioterapia le modalità devono essere definite in accordo con il medico della fondazione o con uno dei medici accreditati.

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Ascorbato di potassio con ribosio: cos’è e come si usa

Ho nominato l’ascorbato di potassio con ribosio. Il professor Guido Paoli, responsabile scientifico della Fondazione Pantellini, spiega: “Dall’esperienza e dai dati del dottor Pantellini prima e della Fondazione Pantellini poi, l’ascorbato di potassio con ribosio sembra interferire in modo importante con questo processo, proteggendo la cellula contro lo stress ossidativo e limitando il meccanismo di proliferazione incontrollata”.

L’azione del composto è legata alle caratteristiche del potassio, catione guida e regolatore metabolico a livello intracellulare, ed all’azione di “carrier” della vitamina C: svolge nel caso specifico una funzione simile a quella della pompa sodio-potassio come conseguenza della sua struttura eterociclica. L’immissione di potassio all’interno di una cellula cancerosa può indurre – per affinità chimica – la corrispondente fuoriuscita di sodio e quindi del glucosio dall’ambiente intracellulare.

In questo modo possiamo ottenere: una nuova modificazione del pH locale intracellulare e una rapida diminuzione delle riserve nutritive, riducendo la glicolisi e reintroducendo un blocco potenziale sulla mitosi; così sembra possibile inibire il processo di proliferazione incontrollata. Il ribosio svolge un ruolo importantissimo nel metabolismo cellulare ed è lo zucchero che è implicato più direttamente nella sintesi dei nucleotidi.

È il precursore fondamentale nella biosintesi dell’Rna e dell’adenosina e, nella forma deossiribosio, nella sintesi del Dna. Quando viene assunto oralmente, viene metabolizzato e non interferisce, almeno ai dosaggi che la Fondazione Pantellini consiglia, con la glicolisi. L’impiego del ribosio a bassa concentrazione rispetto alla quantità di acido ascorbico è legato alla sua potenziale attività catalitica per velocizzare il processo di assorbimento di potassio nel citoplasma cellulare. L’ascorbato di potassio può operare efficacemente anche a livello di prevenzione avendo l’obiettivo di mantenere costanti i livelli intracellulari di potassio. L’assunzione preventiva di ascorbato di potassio ha quindi l’obiettivo di “proteggere” la cellula dal rischio di degenerazione”.

Ecco il metodo Pantellini per prevenire i tumori

Come si prepara il rimedio “Pantellini”? Sono in tanti a domandarselo e a pensare che la ricetta sia chiusa nelle casseforti della Fondazione Pantellini. Non è così. la ricchezza di quella scoperta fatta per l’umanità è che la ricetta è pubblica. Pantellini, in vita, la condivise con tutti. Con succo di limone, sale di vitamina C e bicarbonato di potassio. Sono necessari due limoni freschi, 150 milligrammi di vitamina C e una punta di cucchiaio (300 milligrammi) di bicarbonato potassio. Il cucchiaino non deve essere di ferro.

Il bicarbonato di potassio è un integratore fatto di bicarbonato e di potassio. Il Ministero della Salute lo inserisce tra gli integratori alimentari. Si trova in farmacia e erboristeria al costo medio di 5 euro ogni 100 grammi. Il chilo è disponibile alle volte solo in farmacia a 20 euro con richiesta medica su foglio bianco. Spremere il limone, aggiungere due dita di acqua fredda e una punta di cucchiaio di bicarbonato di potassio. Mescolare bene per un minuto con un cucchiaino di plastica e bere.

Tarassaco: come disintossicare e depurare fegato e reni

Lo uso per disintossicare fegato e reni. In genere una boccetta di tintura madre a mesi alterni. Come mi trovo? Ovviamente benissimo, la sento lavorare, sennò perché parlarvi di questa meravigliosa pianta comune? Il tarassaco, taraxacum officinale. Una pianta a fiore che appartiene alla famiglia delle asteracee. L’epiteto specifico ne indica le virtù medicamentose, note fin dall’antichità e sfruttate con l’utilizzo delle sue radici e foglie.

È comunemente conosciuto come “dente di leone”, “dente di cane”, soffione, cicoria selvatica, cicoria asinina, “grugno di porco”, “ingrassaporci”, “insalata di porci”, “pisciacane”, lappa, missinina, “piscialletto” o anche con lo storpiamento del nome in “tarassàco” al posto di “taràssaco”.

La pianta fresca di taraxacum contiene, oltre alla cellulosa, una serie di sostanze bioattive. Per questo è un gradito mangime industriale dei mammiferi. La foglia contiene: derivati di acido taraxinico (sesquiterpenlactone), triterpeni e steroidi, flavonoidi (glicosidi dell’apigenina e luteolina), vitamine (B1, B2, C, E).

La radice è ricca di: sesquiterpenlactoni, acido taraxinico e taraxacolide, triterpeni e steroidi, taraxacosidi e acido linolico e linoleico. Il tarassaco viene usato sia dalla cucina sia dalla farmacopea popolare. La terapia a base di foglie o radici di tarassaco è chiamata “tarassacoterapia”. È una pianta di rilevante interesse anche in apicoltura, perché fornisce alle api sia polline sia nettare in quantità.

Le attività principali del tarassaco sono quella diuretica, coleretica, lassativa e antireumatica. Lo si impiega in linea di massima nel recupero della funzionalità epatica e biliare, dispepsia, inappetenza. Come depurativo generale, nella ritenzione idrica, dispepsia disturbi della pelle ed articolari.

Insomma, è un grande amico del fegato e dei reni. E già che c’è aiuta l’intestino. Ma c’è anche chi lo usa come semplice integratore alimentare. Il tarassaco è la tipica pianta che mostra come sia labile il confine che separa l’alimento dalla pianta officinale. Le sue foglie sono tipicamente utilizzate in insalata specialmente in primavera.

Sono amare e mangiate come prima cosa a tavola stimolano e preparano una buona digestione. Il nome popolare “piscialetto” o in francese “pissenlit” allude chiaramente ad una delle proprietà più spiccate delle foglie, dovuta in buona parte all’elevato contenuto di potassio, ovvero quella diuretica. Tale proprietà è presente anche nella radice, sebbene in minor grado.

Quest’ultima ha un effetto più spiccato sulla funzionalità epatica ed in generale sulla digestione, come riportato nella scheda. Tra le piante tradizionalmente utilizzate come depurativa può essere quella da scegliere in caso di disturbi reumatici o articolari. In effetti viene ancora oggi suggerita anche per questi disturbi sebbene solo come complemento a piante più specifiche.

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A proposito del fegato e, quindi, della radice. Il tarassaco stimola la funzionalità biliare, epatica e renale, cioè attiva gli organi emuntori, fegato, reni e pelle, adibiti alla trasformazione delle tossine, nella forma più adatta alla loro eliminazione, feci, urina, sudore. I principali componenti del suo fitocomplesso sono alcoli triterpenici (tarasserolo). Steroli, vitamine (A,B,C,D), inulina, principi amari (tarassacina), sali minerali che conferiscono alla pianta proprietà amaro-toniche e digestive.

Queste sostanze anche proprietà purificanti, antinfiammatorie e disintossicanti nei confronti del fegato: favoriscono l’eliminazione delle scorie – come zuccheri, trigliceridi, colesterolo e acidi urici – rendendo il tarassaco una pianta epatoprotettiva, indicata in caso di insufficienza epatica, itterizia e calcoli biliari. Stimola, inoltre, le secrezioni di tutte le ghiandole dell’apparato gastroenterico (saliva, succhi gastrici, pancreatici, intestinali) e la muscolatura dell’apparato digerente producendo un’azione lassativa secondaria.

Infine il tarassaco è in grado di riattivare la funzione immunologica e potenziare la risposta immunitaria del sistema linfatico. L’ossido nitrico in esso contenuto, infatti, è implicato nei processi di regolazione e difesa del sistema immunitario: agisce infatti come un messaggero intracellulare stimolando l’attività fagocitaria delle cellule.

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Salute ed epidemie: ebola, peste, colera e pandemie storiche

Ebola, peste, colera, Hiv, Sars, Mers, influenza suina, aviaria e tifo. Morti, milioni di morti e panico globale. In una sola parola: pandemie. Epidemie la cui diffusione interessa contemporaneamente diverse aree geografiche del mondo, con una mortalità elevata e un alto numero di casi gravi. Nella storia del mondo si sono verificate numerose pandemie. Fra le più recenti si ricordano l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica nel 1957, l’influenza di Hong Kong nel 1968, l’Hiv. Il termine pandemia si applica solo a malattie o condizioni patologiche contagiose. Di conseguenza, molte delle patologie che colpiscono aree molto grandi o l’intero pianeta – come ad esempio il cancro – non sono da considerarsi pandemiche.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le condizioni affinché si possa verificare una vera e propria pandemia sono tre: la comparsa di un nuovo agente patogeno, la capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi patologie, la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio. In passato, la maggiore parte delle pandemie furono zoonosi, ovvero originate dalla convivenza degli esseri umani con animali da allevamento. Due esempi tipici sono l’influenza e la tubercolosi. Le pandemie più catastrofiche della storia sono molte. Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo. Più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

Cos’è e quali sono le conseguenze della febbre tifoide

Compare durante la guerra del Peloponneso, nel 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio. La febbre tifoide o tifo addominale (o ileotifo) è una malattia infettiva sistemica, febbrile, a trasmissione oro-fecale provocata da un batterio del genere Salmonella, detto anche bacillo di Eberth o di Gaffky.

Cos’è e quali sono le conseguenze della peste antonina

Fa la sua comparsa tra il 165 e il 180. Si tratta di un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del vicino Oriente, uccise 5 milioni di persone. Fra il 251 e il 266 si ebbe il picco di una seconda pandemia dello stesso virus. Pare che a Roma in quel periodo morissero cinquemila persone al giorno. Nota anche come peste di Galeno, da colui che la descrisse, è stata un’antica pandemia di vaiolo o morbillo, o meno probabilmente tifo, riportate in patria dalle truppe di ritorno dalle campagne militari contro i Parti. L’epidemia potrebbe avere anche causato la morte dell’imperatore romano Lucio Vero, morto nel 169 e co-reggente con Marco Aurelio il cui patronimico, Antoninus, diede il nome all’epidemia. Il focolaio scoppiò di nuovo nove anni dopo, secondo lo storico romano Cassio Dione, e causò fino a duemila morti al giorno a Roma, un quarto degli infettati. Il totale dei morti è stato stimato in 5 milioni di persone. La malattia uccise circa un terzo della popolazione in alcune zone, e decimò l’esercito romano.

Cos’è e quali sono le conseguenze del morbo di Giustiniano

Fu la prima pandemia nota di peste bubbonica, scoppiata intorno al 541 dopo Cristo. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli. Secondo lo storico bizantino Procopio, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10 mila vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale. L’epidemia di peste bubbonica fu causata dallo stesso batterio, Yersinia pestis che colpì l’Europa nel XIV secolo (la peste nera), con simili effetti sociali e culturali. Uno studio del 2014 ha dimostrato che si trattava, in effetti, dello stesso agente patogeno ma appartenente a un ceppo diverso e ora estinto. Potrebbe aver avuto origine dall’Etiopia o dall’Egitto e essersi diffusa verso nord fino alla capitale, considerati anche i notevoli flussi di generi alimentari, soprattutto grano, che provenivano dal nord Africa. Se effettivamente si fosse trattato di peste bubbonica, il contagio sarebbe dovuto ai parassiti che, veicolati dai ratti, si attaccavano anche agli uomini.

Cos’è e quali sono le conseguenze della peste nera

A partire dal 1300, ottocento anni dopo la strage di Costantinopoli, la peste bubbonica fece il suo ritorno dall’Asia in Europa. Raggiunse l’Europa occidentale nel 1348 e fu causata dall’assedio tartaro alla colonia genovese di Caffa (l’odierna Feodosia) nel 1346 e successivamente portata in Sicilia dai mercanti italiani provenienti dalla Crimea e si diffuse in tutta Europa uccidendo 20 milioni di persone in sei anni (un terzo della popolazione totale del continente). La peste nera provocò un mutamento profondo nella società dell’Europa medievale. Come ha dimostrato David Herlihy, dopo il 1348 non fu più possibile mantenere i modelli culturali del XIII secolo. Le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società che, a lungo termine, avrebbe avuto effetti positivi. Herlihy definisce la peste “l’ora degli uomini nuovi”: il crollo demografico rese possibile ad una percentuale significativa della popolazione la disponibilità di terreni agricoli e di posti di lavoro remunerativi. I terreni meno redditizi vennero abbandonati, il che, in alcune zone, comportò l’abbandono di interi villaggi. Le corporazioni ammisero nuovi membri, cui prima si negava l’iscrizione. I fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo un gran numero di persone godette, dopo la peste, di un benessere che in precedenza era irraggiungibile.

Cos’è e quali sono le conseguenze del colera

Tra il 1816 e il 1826, precedentemente confinata all’India, la malattia si diffuse dal Bengala fino alla Cina e al Mar Caspio. Tra il 1829-1851 Toccò l’Europa (Londra nel 1832), Canada, e Stati Uniti (costa del Pacifico). Tra il 1852 e il 1860 principalmente diffusa in Russia, fece più di un milione di morti. Tra il 1863 e il 1875 diffusa principalmente in Europa e Africa. Tra il 1899 e il 1923 ebbe poco effetto sull’Europa grazie anche ai progressi nella salute pubblica. La Russia ne fu di nuovo colpita duramente. Tra il 1960 e il 1966 l’epidemia chiamata El Tor colpì l’Indonesia, raggiunse il Bangladesh nel 1963, l’India nel 1964, e l’Unione Sovietica nel 1966. Il colera è una malattia infettiva del tratto intestinale, caratterizzata dalla presenza di diarrea profusa, spesso complicata con acidosi, ipokaliemia e vomito. È causata da un batterio Gram-negativo a forma di virgola, il Vibrio cholerae, identificato per la prima volta nel 1854 dall’anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Koch. Il nome deriva dal greco choléra (cholé= bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d’animo conseguente: la collera.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza spagnola

Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia, Boston, nel Massachusetts, e Freetown, in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 25 milioni di persone (secondo alcuni di più) in 6 mesi (circa 17 milioni in India, cinquecentomila negli Stati Uniti e duecentomila nel Regno Unito). Sparì dopo diciotto mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione. All’influenza venne dato il nome di “spagnola” poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata soltanto dai giornali spagnoli. La Spagna non era coinvolta nella Prima Guerra Mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra. Negli altri Paesi, il violento diffondersi dell’influenza venne tenuto nascosto dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna. In realtà, il virus fu portato in Europa dalle truppe statunitensi che, a partire dall’aprile 1917, confluirono in Francia per la Grande Guerra. Dalle biopsie di alcuni militari americani deceduti per l’influenza, i ricercatori hanno potuto ricavare dei frammenti del virus e studiarlo alla luce delle attuali conoscenze.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza asiatica

Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti d’America nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70 mila morti. L’influenza asiatica fu una pandemia influenzale di origine aviaria, che negli anni 1957-60 fece circa 2 milioni di morti. Fu causata dal virus H2N2 (influenza di tipo A), isolato per la prima volta in Cina nel 1954. Nello stesso anno fu preparato un vaccino che riuscì a contenere l’epidemia. Più tardi mutò nel virus H3N2, che causò una pandemia più leggera tra il 1968 e il 1969.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza di Hong Kong

Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34 mila vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione. Anche questa era un’influenza aviaria (o di tipo A), in particolare il primo caso conosciuto di epidemia dovuta al ceppo H3N2. Questa sigla che si riferisce alla configurazione delle glicoproteine virali di superficie, la emoagglutinina (H) e la neuraminidasi (N): in questo caso significa che delle 16 emoagglutinine conosciute, possiede la numero 3, mentre delle 9 neuraminidasi conosciute questo virus possiede la numero 2. Per la sua somiglianza con l’influenza asiatica del 1957 (causata dal ceppo H2N2, che differiva dall’influenza di Hong Kong solo per una diversa combinazione della emoagglutinina dovuta a mutazione genetica) e probabilmente dal conseguente accumulo di anticorpi affini nella popolazione infetta, l’influenza di Hong Kong causò molte meno vittime di molte pandemie. Le stime sulle perdite umane variano: tra i 750 mila e i 2 milioni di persone morirono in tutto il mondo (34.000 persone negli Stati Uniti) in quei due anni (1968-1969) di attività. Fu perciò la meno letale delle pandemie del XX secolo.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’Hiv-Aids

Dal 1981 si propagò in maniera esponenziale in tutti i Paesi del mondo, uccidendo circa 3 milioni di persone (stime UnAids). Dal 1996 un terapia farmacologica blocca il decorso della sindrome immunodepressiva (per lo meno in quei paesi in cui i malati possono accedere ai farmaci), ma non elimina il virus dai corpi degli individui. Sebbene la malattia sia oggi cronicizzabile e raramente letale – nel mondo sviluppato – ne continua il contagio, legato a fattori comportamentali. La di questa epidemia viene solitamente fatta iniziare nel 1981 quando fu riconosciuta l’esistenza di una nuova malattia in alcuni pazienti negli Stati Uniti. In realtà l’infezione esisteva già da molti anni, ma era stata sempre scambiata per altro. Diffusasi in maniera esponenziale in tutto il mondo, a differenza di tutte le altre epidemie fino ad allora conosciute fu a lungo mortale in percentuali vicine al 100% dei casi diagnosticati (pur nella variabilità dei tempi di sviluppo dei sintomi). Inoltre, il legame presto dimostrato con la sfera sessuale e con l’uso di sostanze stupefacenti (eroina), legò indissolubilmente il contagio, nell’opinione generale, a comportamenti stigmatizzabili, in quanto “trasgressivi”: la sieropositività è ancora oggi vissuta come una condizione potenzialmente discriminatoria, che talvolta ha anche richiesto specifici interventi legislativi.

Cos’è e quali sono le conseguenze della Sars

Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni. Sars è l’acronimo di Severe Acute Respiratory Syndrome, Sindrome Acuta Respiratoria Grave, una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong (Canton) in Cina. La malattia, identificata per la prima volta dal medico italiano Carlo Urbani, è mortale in circa il 15% dei casi in cui ha completato il suo corso, con il tasso di mortalità attuale di circa il 7% degli individui che hanno contratto l’infezione.

Questa malattia è causata da un coronavirus, così chiamato per la sua forma a corona. I dati sulla mortalità variano da paese a paese: si va dal 7% riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 15% di altre fonti. I canadesi diedero per primi l’allarme riguardo alla Sars mossi dalla notizia di vendite di farmaci antivirali e di casi di febbre in Cina. La notizia è stata rilevata dal web da Global Public Health Intelligence Network, un software simile ai motori di ricerca programmato per percorrere la rete alla ricerca di possibili malattie infettive e casistiche patogene. Il crawler analizza migliaia di siti in sette lingue e i risultati filtrati vengono trasmessi a esperti dell’Oms, delle agenzie alimentari e dei centri di monitoraggio sanitario, per le analisi definitive.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza AH1N1

La pandemia del virus H1N1 era denominata originariamente influenza suina perché trasmessa da questo animale all’uomo. Il suo focolaio iniziale ha avuto origine in Messico, estendendosi poi in soli 2 mesi a quasi 80 Paesi. In Europa, al 31 agosto 2009 i casi accertati sono 46 mila e 16 e le morti accertate sono 104. Nel resto del mondo i casi di morte accertati sono 2 mila 910 finora. Nel mese di agosto 2010 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato chiusa la fase pandemica. Attualmente il virus H1N1 si comporta similmente ad altri virus stagionali. Appartiene alla famiglia Orthomyxoviridae.

Ne esistono numerose varianti che causano forme influenzali pandemiche negli animali, come la influenza aviaria e la febbre suina. Come per l’influenza stagionale, la trasmissione da persona a persona si può verificare per via aerea attraverso le gocce di saliva trasportate starnuti o colpi di tosse di persone infette, per mezzo del contatto con materiali o superfici infette. I sintomi dell’influenza sono febbre improvvisa, di norma superiore a 38 °C, e manifestazioni respiratorie (tosse, mal di gola, raffreddore) associati ad almeno uno dei seguenti sintomi: mialgia ed artralgia, letargia e mancanza di appetito. Alcune persone colpite dal virus hanno anche riferito di mal di gola, nausea, vomito, diarrea (in particolare nei bambini) e mal di pancia.

Cos’è e quali sono le conseguenze del tifo

Chiamato anche febbre da accampamento o febbre navale perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni, il tifo è un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3 mila uomini in battaglia e 20 mila per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18 mila uomini in Italia. Altre 30 mila persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani.

La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Il tifo esantematico è conosciuto anche con i nomi di tifo epidemico, tifo petecchiale, dermotifo, tifo dei pidocchi e tifo europeo; non è da confondere con la febbre tifoide (o tifo addominale), provocata dalla Salmonella enterica. Si tratta di una malattia infettiva presente in luoghi con gravi deficienze sanitarie ed è responsabile di epidemie laddove alle scarse condizioni igieniche si assommano guerre, disastri naturali o carestie.

Il germe responsabile è la Rickettsia prowazekii, trasmesso dal pidocchio Pediculus humanus corporis. Non esiste trasmissibilità animale per cui la malattia è contagiosa solo da uomo a uomo. Una volta che il pidocchio ha succhiato il sangue di un individuo infetto, il microrganismo passa dallo stomaco alle feci dell’insetto, se questi le deposita su di un individuo sano la Rickettsia prowazekii è in grado di contagiare attraverso lesioni o micro-lesioni della cute che inoculano nella pelle le feci dell’insetto e il germe dell’infezione. I sintomi sono mal di testa, febbre alta, brividi ed eruzioni cutanee (le petecchie).

Cos’è e quali sono le conseguenze del vaiolo

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150 mila persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán. Lo stesso morbo colpì violentemente il Perù nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo.

Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza. Questa malattia infettiva è causata da due varianti del virus Variola, la Variola maior e la Variola minor. La malattia è anche conosciuta con i termini latini variola o variola vera, mentre il termine inglese smallpox venne coniato nel Regno Unito nel XV secolo per distinguerla dalla sifilide, denominata great pox. Il virus del vaiolo si localizza a livello della piccola circolazione della cute, del cavo orale e della faringe. A livello cutaneo si manifesta con un’eruzione maculo-papulare e, successivamente, con vescicole sollevate piene di liquido.

La Variola maior è causa di manifestazioni cliniche più rilevanti ed è caratterizzata da una mortalità del 30-35%. Le complicanze a lungo termine includono cicatrici caratteristiche, soprattutto al volto, nel 65–85% di coloro che riescono a sopravvivere. Possono inoltre manifestarsi, seppure con una minore prevalenza stimabile nel 2-5% dei casi, cecità, come conseguenza di ulcere corneali e successivi esiti cicatriziali, e deformità degli arti, a causa di episodi di artrite e osteomielite. La variola minor causa una forma di malattia più lieve, nota anche come alastrim, che può condurre al decesso nell’1% dei casi.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’ebola

Si conoscono cinque specie appartenenti al genere dell’ebola virus e quattro di queste sono responsabili della malattia da virus Ebola (in inglese ebola virus disease) che colpisce gli umani con una febbre emorragica con un tasso di letalità molto alto. Le cinque specie di virus riconosciute dall’International Committee on Taxonomy of Viruses prendono il nome dalle regioni dove sono stati individuate per la prima volta.

Le specie sono: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Taï Forest ebolavirus (originariamente Côte d’Ivoire ebolavirus) e Zaire ebolavirus. Lo Zaire ebolavirus è la specie di riferimento per il genere Ebolavirus ed è costituita da un solo ceppo noto, semplicemente chiamato ebola virus, il quale è caratterizzato dal più alto tasso di letalità degli Ebolavirus ed è anche responsabile per il maggior numero di epidemie di Ebola attribuibili al genere, comprese l’epidemia di febbre emorragica di Ebola in Zaire del 1976 e l’epidemia di febbre emorragica di Ebola in Africa Occidentale del 2014, che è quella che ha causato finora il maggior numero di vittime. Gli Ebolavirus sono stati descritti per la prima volta dopo l’epidemia di febbre emorragica scoppiata nel sud del Sudan nel giugno 1976 e nello Zaire nell’agosto 1976.

Cos’è e quali sono le conseguenze della tubercolosi

Chiamata anche tisi o poriformalicosi, in sigla Tbc, la tubercolosi è una malattia infettiva causata da vari ceppi di micobatteri, in particolare dal Mycobacterium tuberculosis, chiamato anche Bacillo di Koch. La tubercolosi attacca solitamente i polmoni, ma può colpire anche altre parti del corpo. Si trasmette per via aerea attraverso goccioline di saliva emesse con la tosse. La maggior parte delle infezioni che colpiscono gli esseri umani risultano essere asintomatiche, cioè si ha un’infezione latente. Circa una su dieci infezioni latenti alla fine progredisce in malattia attiva, che, se non trattata, uccide più del 50% delle persone infette.

I sintomi classici sono una tosse cronica con espettorato striato di sangue, febbre di rado elevata, sudorazione notturna e perdita di peso. L’infezione di altri organi provoca una vasta gamma di sintomi. La diagnosi si basa sull’esame radiologico (comunemente una radiografia del torace), un test cutaneo alla tubercolina, esami del sangue e l’esame microscopico e coltura microbiologica dei fluidi corporei. Il trattamento è difficile e richiede l’assunzione di antibiotici multipli per lungo tempo. La resistenza agli antibiotici è un problema crescente nell’affrontare la malattia. Si ritiene che un terzo della popolazione mondiale sia stata infettata con M.tuberculosis, e nuove infezioni avvengono ad un ritmo di circa una al secondo. Nel 2007 vi erano circa 13,7 milioni di casi cronici attivi e nel 2010 8,8 milioni di nuovi casi e 1,45 milioni di decessi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

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Quali e quante saranno le pandemie del futuro

Esistono diverse malattie delle quali si è temuto che potessero dare origine a nuove, catastrofiche pandemie. Alcuni esempi sono la febbre lassa, la febbre della Rift Valley, il virus di Marburg, il virus Ebola, i coronavirus mutanti e vari tipi di febbre emorragica. La maggior parte di questi morbi sembrano essere però troppo virulenti e rapidi a uccidere per potersi diffondere su vasta scala. Il virus dell’Hiv può essere considerato pandemico, sebbene la sua diffusione – per ora inarrestabile nel sudest africano – sia teoricamente controllabile con misure preventive di applicazione piuttosto semplice, e la sua importanza in Europa e nel resto del mondo occidentale sia al momento piuttosto ridotta.

Nel 2003 si è temuta una pandemia di Sars. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, le istituzioni e i media hanno più volte fatto riferimento alla minaccia di azioni terroristiche con uso di armi biologiche, e dunque alla possibilità che una pandemia possa essere iniziata scientemente da un gruppo etnico o politico ai danni di un altro, liberando nell’ambiente agenti patogeni selezionati o modificati per ottenere gli effetti più devastanti.

Sembra che si possa anche osservare una certa regolarità nelle pandemie di influenza, con intervalli compresi tra i  20 e i 40 anni. A partire dal febbraio 2004 si sono cominciate a rilevare casi di influenza aviaria in Vietnam. Si teme che l’influenza aviaria possa combinarsi con ceppi di influenza umana, dando vita a una pandemia potenzialmente molto pericolosa. Nel 2009 c’è stata una pandemia influenzale del virus H1N1, ovvero l’influenza suina, che si è rivelata meno pericolosa del previsto. Nel 2010 non si sviluppò nessun tipo di pandemia. La più recente epidemia in ordine di tempo è l’ebola.

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Grande amico del fegato: il rosmarino depura a fondo

Sgonfiare uno dei tuoi organi vitali e ripulirlo in pochi giorni e senza scarifici. Ti presento l’amico del fegato: il rosmarino. La vita contemporanea e i suoi ritmi ci impongono periodicamente di fare pulizia di scorie. Come si fa? C’è qualcuno che non conosce il rosmarino? Originario dell’Europa, Asia e Africa, è ora spontaneo nell’area mediterranea nelle zone litoranee, garighe, macchia mediterranea, dirupi sassosi e assolati dell’entroterra, dal livello del mare fino alla zona collinare, ma si è acclimatato anche nella zona dei laghi prealpini e nella Pianura Padana nei luoghi sassosi e collinari. È noto in Italia anche col nome volgare di Ramerino o Ramerrino.

Già solo come aroma utilizzato in cucina, è una pianta che da secoli accompagna i nostri piatti. Ma non è del suo impiego in cucina che vi volevo parlare. Questo arbusto appartenente alla famiglia delle Lamiaceae ha delle ottime proprietà medicinali, che erano già conosciute dai romani i quali, curiosamente, non usavano il rosmarino in cucina. La pianta nell’antica Roma serviva soprattutto per combattere mal di gola, mal di denti, distorsioni e slogature.

Si tratta di una pianta arbustiva che raggiunge altezze comprese tra i cinquanta centimetri e i tre metri, con radici profonde, fibrose e resistenti, ancoranti. Ha fusti legnosi di colore marrone chiaro, prostrati ascendenti o eretti, molto ramificati, i giovani rami pelosi di colore grigio-verde sono a sezione quadrangolare. Le foglie, persistenti e coriacee, in genere sono lunghe due–tre centimetri e larghe da uno a tre millimetri, sessili, opposte, lineari-lanceolate addensate numerosissime sui rametti.

Di colore verde cupo lucente sulla pagina superiore e biancastre su quella inferiore per la presenza di peluria bianca. Hanno i margini leggermente revoluti e sono ricche di ghiandole oleifere. Sono molto profumate. I fiori ermafroditi sono sessili e piccoli, riuniti in brevi grappoli all’ascella di foglie fiorifere sovrapposte, formanti lunghi spicastri allungati, bratteati e fogliosi, con fioritura da marzo ad ottobre, nelle posizioni più riparate ad intermittenza tutto l’anno.

Sono numerosi gli usi che si possono fare di questa pianta. In cucina o nell’industria degli insaccati è usata come aromatica. Ma è anche un’ottima pianta ornamentale. Il rosmarino, nell’industria cosmetica, è impiegato come shampoo per ravvivare il colore dei capelli o come astringente nelle lozioni, nelle pomate e linimenti per le proprietà toniche. In profumeria, l’olio essenziale delle foglie, viene utilizzato per la preparazione di colonie.

Si rivela un buon insettifugo o deodorante nelle abitazioni: basta bruciare i rametti secchi. Ma non solo. Le foglie, fresche o essiccate, e l’olio essenziale, la rendono una pianta medicinale, ottima per drenare il fegato e i reni e per contrastare infiammazioni dell’apparato digerente. Può essere assunto come decotto, tisana ed infuso a seconda del problema. Quando è interessato l’apparato digestivo è preferibile l’infuso. Aiuta la digestione e combatte i dolori di stomaco, in caso di gastrite lenisce il dolore e in caso di colite attenua la sensazione di vomito. La tisana è utile per combattere la stanchezza ed i dolori causati dai reumatismi. Il decotto aiuta in caso di mal di gola.

Il momento migliore per raccogliere le foglie è la primavera anche se il rosmarino è una pianta sempreverde. Si deve avere l’accortezza di raccogliere solo le foglie nuove, quelle più tenere. Per un decotto ne servono una cinquantina di grammi che vanno messi in un pentolino assieme a mezzo litro d’acqua. Dopo aver fatto bollire il liquido coprendolo per circa dieci minuti, lasciamo raffreddare il tutto, lo filtriamo ed otteniamo un decotto che assumeremo in quantità variabile fino ad un massimo di 1 litro al giorno, o una tazza quattro volte al giorno.

Il decotto, nella fitoterapia, è utile nel caso avessimo bisogno di depurare e disinfettare il fegato. In questo caso le quantità variano: si mettono 70-80 grammi di rosmarino in un litro d’acqua e se ne bevono due tazze ogni mattina a stomaco vuoto e due tazze al pomeriggio. E’ un valido aiuto per il nostro organismo dopo pasti abbondanti o pesanti, aiuta a disintossicare il fegato in maniera corretta e rapida. Grazie alla presenza di antiossidanti come i flavonoidi, il rosmarino riequilibra il fegato.

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Il rosmarino viene anche in aiuto di coloro che soffrono di alopecia, ovvero della caduta dei capelli. Il decotto contribuisce a superare lo stress che è una delle causa che porta a questa malattia e, nello stesso tempo, favorisce la ricrescita dei capelli stessi. Ovviamente il rosmarino è indicato per combattere a posteriori tutta questa serie di problemi e malattie ma è ancora più efficace nella prevenzione delle malattie stesse. Come in tutte le cose, però, gli eccessi non sono sempre positivi.

Assumere in quantità molto elevata il decotto di rosmarino può portare irritazioni ad intestino e stomaco ed anche può provocare la gastrite. Tra gli altri utilizzi, i rametti e le foglie raccolti da maggio a luglio e fatti seccare all’ombra hanno proprietà aromatiche, stimolanti l’appetito. Da alcuni viene consigliato per infezioni generiche come tosse o asma. Per uso esterno il macerato di vino applicato localmente è antireumatico. Mentre il macerato di alcool revulsivo, viene usato per frizioni anche del cuoio capelluto. Quelle che seguono sono delle offerte che potresti pensare di sfruttare se non hai la possibilità di usare un prodotto fresco e di ottima qualità per l’infuso o per il decotto. E poi ci sono altri prodotti derivati molto utili.

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