Nella sezione Salute di MC Blog potrai imparare a vivere meglio imparando a capire i segnali che il nostro corpo ci invia continuamente, i sintomi delle malattie e quali cure naturali usare per alleviare o curare i tuoi disturbi. Buona salute a tutti              

Cancro: i clisteri al caffè del dottor Gerson

Il Dottor Gerson ha riscontrato un successo straordinario nell’ideazione del metodo dei clisteri al caffè. Nei pazienti con tumori soprattutto in uno stato avanzato come quelli che normalmente si rivolgono ad una terapia non convenzionale, l’intero apparato digerente, secondo Gerson, è avvelenato. “Disintossicare”, disse, “è una parola facile, ma è estremamente difficile farlo”.

“Quando i pazienti sono terminali riescono a malapena a mangiare. Non producono succhi gastrici, il fegato non funziona, il pancreas non funziona, niente è attivo. Da dove iniziare? (e continuo citando da una conferenza del dottor Max Gerson a Escondido, California nel 1956). …Il primo passo importante è la disintossicazione. Prima davamo diversi tipi di clisteri. Nella mia esperienza il più efficace è quello al caffè”.

Benché Gerson abbia utilizzato i clisteri al caffè principalmente per l’eliminazione di scorie tossiche provenienti soprattutto dal tumore in necrosi (si possono trovare diverse informazioni anche su Scienzaeconoscenza.it), sappiamo ora che questi clisteri aiutavano nell’assorbimento della vitamina A, che richiede l’azione dei sali biliari (Simone 1983).

Così i clisteri al caffè ridicolizzati dai nemici di Gerson infatti permisero ai suoi pazienti di utilizzare le enormi quantità di vitamina A fornite dal grande numero di succhi di carote e verdure presenti nella sua terapia (che Seifter stimò in circa 100.000 unità internazionali). La vitamina A, si sa, gioca un ruolo vitale nella funzione immunitaria.

Nel 1984 il chirurgo oncologo austriaco Dr. Peter Lechner insieme ai suoi colleghi, che stavano indagando sul metodo Gerson, trovò che il clistere al caffè ha uno scopo specifico: abbassare il livello delle tossine nel siero. La sua relazione afferma: “I clisteri al caffè hanno un effetto sul colon osservabile attraverso l’endoscopio” .

Nel 1981 Wattenberg e i suoi sperimentatori dimostrarono che l’acido palmitico nel caffè aumenta l’attività dell’enzima glutatione S-trasferase (GST) e altri coibenti molto al di sopra del normale. E’ questo gruppo di enzimi che è principalmente responsabile per la coniugazione di radicali liberi, che la cistifellea poi rilascia.

Nel 1990 lo stesso Peter Lechner pubblicò i risultati positivi di una sperimentazione clinica con la terapia Gerson. In questo documento parlò anche dei benefici dell’aumento di GST nell’intestino:

  • La GST lega la bilirubina e i suoi glucurònidi di modo che possano essere eliminati dalle cellule del fegato. (L’acido glucuronico è un derivato dal glucosio, presente nell’urina umana e capace di esplicare un’azione disintossicante.)
  • La GST blocca e disintossica i carcinogeni la cui attivazione richiede ossidazione o riduzione. La sua funzione catalitica produce un effetto protettivo contro molti carcinogeni chimici.
  • La GST forma un legame co-valente con praticamente tutti i radicali liberi. Questa è una pre-condizione della loro eliminazione dal corpo.

I benefici fisiologici dei clisteri

Usato insieme alla dieta e ai succhi il clistere al caffè è un agente terapeutico unico. L’assunzione per bocca del caffè in nessun modo produce lo stesso effetto della somministrazione per via rettale. Al contrario, il bere caffè, praticamente, assicura il riassorbimento della bile tossica. Altri agenti classificati stimolanti del flusso biliare, agenti che aumentano anch’essi la produzione di bile del fegato, in nessun modo disintossicano attraverso i sistemi enzimatici di quell’organo. E non aiutano il passaggio della bile dall’intestino.

Gerson trovò che i clisteri alla caffeina riducevano notevolmente il dolore, un fattore particolarmente favorevole nel suo regime, che evita l’uso di anestetici o oppiacei, che peserebbero sul fegato quando la sua limitata capacità deve essere usata per le funzioni immunitarie e l’eliminazione delle tossine.

Cito il dottor Max Gerson: “I pazienti affermavano che ne provavano beneficio… Mi resi conto che, per disintossicare il corpo, non potevo somministrare come sedativi farmaci e tossine. Dovevamo mettere da parte i farmaci e questo fu un problema molto difficile. Un paziente mi disse che doveva prendere un granulo di codeina ogni due ore e in più prendeva iniezioni di morfina… Come toglierle, queste cose? Gli dissi che il miglior sedativo è un clistere al caffè ogni quattro ore”.

“Dopo pochissimo tempo dovette darmi ragione. Alcuni pazienti che avevano dolori fortissimi non prendevano un clistere ogni quattro ore, ma ogni due! Ma niente farmaci. Pazienti che stanno assorbendo grossi tumori puntano la sveglia durante la notte per un clistere altrimenti vengono avvelenati dall’assorbimento di queste masse. Se gli do solo due o tre clisteri entrano in coma hepaticum e muoiono avvelenati. E anche clisteri più numerosi non bastano. Do a loro olio di ricino per bocca e per clistere a giorni alterni. Dopo due settimane non riconoscereste più questi pazienti. Alcuni sono arrivati sulle barelle e ora camminano. Torna l’appetito, aumentano di peso e i tumori regrediscono”.

Gerson ipotizzò le azioni e osservò gli effetti clinici dei clisteri al caffè.
Negli anni che seguirono la sua morte, altri ricercatori hanno aggiunto ulteriori osservazioni.
Introdurre un litro di caffè bollito nel colon realizza i seguenti benefici fisiologici:

  • Diluisce il sangue portale e, di conseguenza, la bile.
  • Teofillina e teobromina, costituenti importanti del caffè, dilatano i vasi sanguigni e contrastano l’infiammazione dell’intestino.
  • I palmitati nel caffè aumentano glutatione S-trasferase, responsabile per l’eliminazione di molti radicali liberi dal siero.
  • Il liquido stesso del clistere stimola il sistema nervoso viscerale, aumenta la peristalsi e il transito di bile – tossica ma diluita – dal duodeno fino all’uscita del retto.
  • Siccome il clistere stimolante deve essere trattenuto fino a quindici minuti, e siccome tutto il sangue passa attraverso il fegato quasi ogni 3 minuti, il clistere al caffè rappresenta una forma di dialisi del sangue attraverso la parete dell’intestino.

A parte rarissime eccezioni, i pazienti si rivolgevano a Gerson in condizioni disperate dopo che tutti i metodi ortodossi erano falliti ed essi erano stati giudicati inguaribili. In quasi tutti i casi i dolori sono stati alleviati rapidamente o sono scomparsi, senza somministrazione di analgesici. Un medico ha osservato che anche se questo fosse stato l’unico beneficio, la terapia Gerson sarebbe dovuta diventare obbligatoria in tutti gli ospedali.

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Testimonianze sui clisteri al caffè

Lettera del Dottor Béla Horváth, oncologo dermatologo, Budapest
A proposito dell’importante articolo di Giuliano Dego sui commenti negativi di Umberto Veronesi fino al discorso del Principe Carlo (“Il professore, il principe e i ‘fondi di caffè’” pubblicato sul sito internet di Scienza e conoscenza 23 marzo 2005), i commenti dell’oncologo italiano fanno parte dell’interminabile guerra di posizione tra la medicina convenzionale e quella alternativa.

I soli a soffrirne sono i pazienti. Per risolvere questa situazione l’unica via è la medicina complementare o, nelle parole del Principe, della “sanità integrata”. Solo così, in effetti, i pazienti ricevono la giusta e complessa serie di trattamenti di cui hanno bisogno. Oggigiorno negli ospedali convenzionali, con la loro produzione in serie, un tale approccio è impossibile: per questa ragione e a causa del vero bisogno dei pazienti di trattamenti complessi – curare la persona nella sua integralità – la medicina naturale continua ad attrarre adepti.

La gamma di cure naturali è vasta e una caratteristica di tutte è l’impossibilità di sperimentarle con controlli a placebo, o con gli studi randomizzati della medicina convenzionale. Questo vuol dire che sono inutili o soltanto che il nostro approccio è troppo semplificato e inadeguato?

La Terapia Gerson è uno di questi metodi. L’essenza di questa terapia metabolica è il consumo di grandi quantità di cibi biologici preparati secondo istruzioni, e ridotti in succhi freschi; clisteri e integratori che agiscono sul metabolismo.

Questa terapia lunga e intensiva, richiede la partecipazione attiva del paziente fino alla guarigione e contrasta notevolmente l’immagine di pazienti che fumano, con la flebo appesa ad un supporto, mentre girano nei corridoi degli ospedali. La Terapia Gerson promuove la rigenerazione e la riattivazione di meccanismi naturali di guarigione.

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Il Cioccolato contro il colesterolo: vero o falso?

Se cercate una scusa per poter mangiare cioccolato senza troppi sensi di colpa, ebbene, sappiate che questo alimento gustoso è in grado di tenere sotto controllo il colesterolo cattivo e aumentare quello buono. Nello specifico, alcuni studi hanno dimostrato che il cioccolato fondente contiene alcuni composti, come i polifenoli e la teobromina, che possono abbassare i livelli di colesterolo LDL (quello cattivo) nel corpo e aumentare i livelli di colesterolo HDL (quello considerato buono).

Nello specifico, uno studio pubblicato sul Journal of Nutrition suggerisce che il consumo di cioccolato potrebbe aiutare a ridurre i livelli di colesterolo a bassa densità di lipoproteine ​​(LDL), ovvero quello cattivo. I ricercatori hanno cercato di capire se le barrette di cioccolato contenenti steroli vegetali (PS) e cacao flavanoli (CF) avessero qualche effetto sui livelli di colesterolo. Gli autori hanno concluso: “Il consumo regolare di barrette di cioccolato contenenti PS e CF, come parte di una dieta a basso contenuto di grassi, può supportare la salute cardiovascolare abbassando il colesterolo e migliorando la pressione sanguigna”.

Non solo colesterolo, il cioccolato fondente è un toccasana anche contro la pressione alta, altro fattore di rischio per molte malattie cardiovascolari. Merito del contenuto di magnesio, minerale di cui il cioccolato fondente ne è particolarmente ricco e presente anche in altri alimenti come avocado e banane. I ricercatori dell’Università dell’Hertfordshire, nel Regno Unito, hanno monitorato 25 persone con ipertensione e 21 persone con la pressione nella norma. I partecipanti allo studio hanno tenuto dei diari alimentari in cui segnare la quantità di magnesio assunta quotidianamente. Dai risultati dello studio è emerso che coloro che soffrivano di pressione alta assumevano livelli molto più bassi di magnesio rispetto alla popolazione sana.

E pensare che, negli anni Settanta, nonostante i suoi numerosi fan, il cioccolato subì un crollo di popolarità perché ritenuto responsabile di diverse patologie: l’aumento di peso e quello del colesterolo; l’insorgere della carie; i danni alla pelle. Ne scaturì l’erronea convinzione che “il cibo degli dei” fosse un alimento peccaminoso e pericoloso! Oggi, per fortuna, tutti questi luoghi comuni sono stati smentiti scientificamente dai nutrizionisti, i quali, al contrario, consigliano di inserire questo alimento nella dieta quotidiana, con l’unica raccomandazione: non abusarne.

Questo piacevole alimento non possiede alcuna controindicazione per chi gode di buona salute. E’ ideale per chi soffre di pressione bassa grazie alla presenza di potassio. Utile per i soggetti anemici grazie alla buona percentuale di ferro. E’ addirittura consigliato a coloro che svolgono un’intensa attività fisica. Il cioccolato può essere mangiato normalmente dai bambini, in quanto è un alimento che non provoca problemi di digestione o appesantimento e può tranquillamente essere inserito nella dieta dei bambini. Non prima dei 2-3 anni e sempre senza esagerare.

In ogni caso è sempre preferibile scegliere cioccolato di buona qualità. Devono purtroppo rinunciare i soggetti obesi che devono, in ogni caso, rinunciare a tutti i cibi troppo energetici; deve essere consumato con qualche precauzione dai soggetti diabetici. Chi ha problemi di fegato, di digestione, di calcoli ai reni, di ulcera o colite dovrebbe eliminarlo dalla dieta. Da escludere in presenza di allergie ed intolleranze alimentari.

Il suo elevato contenuto calorico è dovuto alla presenza di grassi e zuccheri, presenti però in tanti altri alimenti. Una tavoletta da 100 grammi di fondente extra apporta 542 calorie (565 per quello al latte), mentre una porzione da 80 grammi di spaghetti al pomodoro e basilico fornisce circa 422 calorie e una fetta media di crostata con marmellata circa 550. Quindi anche quando si segue una dieta dimagrante ci si può permettere un quadratino di cioccolato fondente, perché equivale solo a 22 calorie.

L’azione congiunta di burro di cacao, zucchero e latte abbia, oltre che il potere di scatenare sensazioni uniche e magari qualche effetto afrodisiaco, molte sostanze potenzialmente protettive. Tra queste, antiossidanti che contribuiscono a evitare l’ossidazione del colesterolo, processo che può portare al blocco delle arterie e alla riduzione del flusso sanguigno, e polifenoli noti come catechine, componenti principali del tè rilevati sia nel cioccolato fondente sia nel cioccolato al latte (quasi il 20% del totale assumibile tramite alimentazione), utili per prevenire malattie cardiovascolari, potenziare il sistema immunitario, nonché ridurre il rischio di alcuni tipi di tumore.

Inoltre, la polvere di cacao ha mostrato una notevole efficacia inibitoria contro la carie. Lo ribadiscono i ricercatori di un famoso istituto di Boston, il Massachusetts Institute of Tecnologhy, i quali hanno dimostrato come i tannini presenti nel cacao aiutino a prevenire la carie, probabilmente riducendo la crescita della placca.

Il massimo consumo di cioccolato avviene fra Natale e Pasqua. Nessuno si è mai chiesto perché? All’inizio dell’inverno il corpo richiede una dose maggiore di magnesio rispetto il resto dell’anno, e il cioccolato ne fornisce, piacevolmente, una buona scorta.

Inoltre, un quadratino di cioccolato aiuta a curare la tosse. Il merito di questo potere sembra essere della teobromina, sostanza contenuta nel cacao. Solitamente la tosse persistente, spesso conseguenza delle infezioni virali, viene calmata con la codeina, un medicinale derivato dall’oppio, i cui effetti collaterali (sonnolenza e stitichezza) ne impediscono la somministrazione in dosi massicce. Invece gli studiosi hanno rilevato che facendo assumere ai volontari la teobromina, la concentrazione di sostanza tossica necessaria a provocare in loro la tosse era circa il 30% più alta che con la codeina. Inoltre a differenza dei calmanti per la tosse tradizionali la teobromina non ha effetti collaterali dannosi sul sistema cardiovascolare e nervoso.

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Fa bene dentro, ma anche fuori. Sono sempre di più i centri estetici che utilizzano il cioccolato come cura di bellezza per la pelle. Infatti, i lipidi contenuti nel burro di cacao nutrono l’epidermide, donando morbidezza e luminosità. Infine, Il cacao contiene caffeina, ma in quantità dieci volte inferiore a quella del caffè, e teobromina un altro eccitante. Le due sostanze, presenti in piccole dosi, hanno effetto di blandi stimolatori che possono comunque aiutare in momenti di maggiore concentrazione. Una piccola dose di cioccolato può rappresentare la carica per riprendere un ritmo di studio o di lavoro.

Le sostanze contenute nel cioccolato (teobromina, serotonina, feniletilamina) lo rendono un agente tonico e antidepressivo, anti- stress, che permette di incrementare piacevoli attività, compreso fare l’amore. Il cioccolato agisce da catalizzatore facilitando la produzione di endorfine. Le endorfine sono sostanze peptidiche prodotte dall’ipofisi e che hanno la funzione di neurotrasmettitore: grazie ad un’azione narcotica simile a quella della morfina, diminuiscono la sensibilità al dolore e stimolano le sensazioni di euforia. Cento grammi di cioccolato contiene circa 1 mg. di feniletilamina, una sostanza dagli effetti simili all’LSD, che il cervello produce naturalmente in circostanze di desiderio e con molta probabilità anche durante l’eccitamento sessuale.

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Amara verità sul cloruro di magnesio: un minerale essenziale

Vuoi sapere di questa amara verità sul cloruro di magnesio? A livello di quantità, il magnesio è il quarto tra i minerali presenti nel nostro organismo. Il cloruro di magnesio risulta assolutamente essenziale per la nostra salute. La carenza causa problemi e malattie.

Per comprendere a fondo la sua importanza, dobbiamo tenere conto che quasi la metà del magnesio contenuto nel nostro corpo si trova nelle ossa, l’altra metà si trova nelle cellule che compongono i tessuti e gli organi e appena l’1% si trova nel sangue. Per questo motivo, il magnesio è necessario per trecentoventi reazioni biochimiche che avvengono nel nostro organismo.

Per fare alcuni esempi: rafforza il tessuto osseo, regola il battito cardiaco, mantiene sano il sistema immunitario, stimola la normale funzionalità muscolare e nervosa, contribuisce alla regolazione dei livelli di glucosio nel sangue, è coinvolto nel metabolismo dell’energia e nella sintesi delle proteine, normalizza la pressione sanguigna. Normalmente, il magnesio introdotto mediante alimentazione viene assorbito nell’intestino tenue ed eliminato attraverso i reni.

Assumere questo minerale, quindi, ci fa bene? Eccome se ci fa bene. Non a caso, in medicina generale, in naturopatia e in fitoterapia se ne fa largo uso. Ma ovviamente con buonsenso e dopo averne parlato preventivamente col proprio medico curante. Sia chiaro: c’è magnesio e magnesio… I più usati sono due: il cloruro di magnesio e il magnesio citrato. Il cloruro di magnesio è formato da una molecola di magnesio e due di cloro, insieme a sei molecole d’acqua. E’ altamente biodisponibile, quindi il corpo riesce ad assorbirne una grande quantità.

Il magnesio citrato in Italia si trova con il marchio registrato Magnesio Supremo ed è una tipologia con una buona biodisponibilità. Racchiude il 16% del magnesio elementare ed è assorbito meglio del magnesio ossido, quindi potrebbe essere adatto per alcalinizzare le urine e il corpo. In natura, esistono diversi tipi di magnesio. Il pidolato di magnesio è un sale organico in cui il magnesio è legato all’acido pidolico. Questa formulazione favorisce l’ingresso del minerale all’interno della cellula, garantendo un assorbimento veloce così da reintegrare rapidamente la concentrazione fisiologica di magnesio.

Il magnesio glicerofosfato, rispetto ad altre forme di magnesio, viene veicolato più facilmente a livello delle terminazioni nervose e nelle cellule del sistema nervoso, attraversando senza difficoltà le membrane cellulari ed entrando velocemente in quei processi che portano alla produzione di energia (ciclo di Krebs). Il bisglicinato di magnesio è una forma di magnesio chelato in cui il l’elemento è legato a due molecole di glicina.

Magnesio lattato o organico è adatto per nutrire la pelle in quanto contiene calcio e magnesio, possiede un’ottima assorbibilità, è adatto per i bruciori di stomaco e per i crampi muscolari. Il magnesio ossido ha una forte azione lassativa in quanto produce ossigeno a livello intestinale. Non consiglio di utilizzarlo come lassativo per lungo tempo, ma sicuramente è adatto a fare la pulizia intestinale.

Il magnesio carbonato ha una bassissima biodisponibilità per l’organismo umano, viene utilizzato prevalentemente come antiacido. C’è poi il magnesio solfato che viene chiamato anche “sale inglese” e viene utilizzato come purgante. Invece,  Il magnesio taurato è la migliore forma di magnesio per le persone con problemi cardiovascolari, poiché è noto per prevenire aritmie e proteggere il cuore dai danni causati dagli attacchi di cuore.

Il maltato di magnesio è la scelta perfetta per chi soffre di stanchezza, dal momento che l’acido malico è una componente essenziale di enzimi che svolgono un ruolo chiave nella produzione di energia. Infine, il magnesio citrato è l’integratore di magnesio più popolare, probabilmente perché ha un ottimo sapore, non ha un costo eccessivo ed è di facile assorbimento. Poiché l’acido citrico è un lassativo, il magnesio citrato è efficace soprattutto nei casi di stitichezza e depurazione intestinale.

Ma come possiamo fare ad accorgerci della eventuale carenza di questo importantissimo minerale? I primi sintomi della carenza di magnesio sono la nausea, la perdita di appetito, l’affaticamento e la debolezza cronica e il vomito. E la carenza di magnesio peggiora si può incorrere in sensazione di intorpidimento e pizzicore, crampi e contrazioni muscolari, convulsioni, modifiche della personalità (i cambiamenti improvvisi del comportamento possono essere causati dall’eccessiva attività elettrica del cervello), anomalie del battito cardiaco e spasmi coronarici.

Cloruro di magnesio: amaro ma indispensabile ed efficace

Gli integratori di questo minerale sono indicati per tutti coloro che fanno abuso di alcool (i livelli di magnesio rimangono bassi per una percentuale di persone alcoolizzate), ma anche per chi soffre di problemi cronici di malassorbimento (morbo di Crohn, celiachia, enterite regionale…). Premesso che sarebbe preferibile assumere questa sostanza attraverso una corretta dieta, va detto che il magnesio cloruro è il più biodigeribile dei diversi tipi di magnesio rintracciabili in natura, oppure sugli scaffali di farmacie (vere e proprie sedi per manager delle multinazionali del farmaco) ed erboristerie.

Aiuta a guarire dal becco di pappagallo, da problemi al nervo sciatico, da dolori e infiammazioni alla colonna vertebrale. Col tempo può alleviare anche dolori da calcificazioni. Funziona, ovviamente, per tutti i dolori causati da carenza di magnesio trascurata, fino all’artrosi. Il tutto in modo naturale, indolore, semplice ed estremamente economico. Una domanda frequente è: ci sono persone più esposte? La risposta è: certo che sì. Le persone che vivono in città e che hanno un’alimentazione disordinata con bassa qualità, cibi sofisticati e confezionati, sono le più esposte a questo tipo di silenziosa ma dannosa carenza.

Chi vive in campagna ne soffre di meno. Il cloruro di magnesio, come il magnesio in generale, non crea dipendenza, anche se alla sospensione se ne perdono in breve tempo i benefici. Non si potrà mai completamente sfuggire a tutte le malattie, ai dolori e al naturale decadimento dell’organismo, ma l’avanzare inesorabile del tempo sarà attenuato. Non si tratta di una medicina, bensì di un alimento senza alcuna contro indicazione. E’ compatibile con qualsiasi cura farmacologia in corso.

Le verdure a foglia verde, come gli spinaci, sono una buona fonte di magnesio. Il centro della molecola della clorofilla contiene questo minerale. Anche fagioli e piselli, alcuni tipi di frutta a guscio, i semi e i cereali integrali ne contengono quantità importanti: i cereali non integrali, invece, hanno un contenuto scarso, perché quando la farina bianca viene raffinata e trattata, la crusca e il germe (le parti ricche di magnesio) vengono rimosse. Il pane di farina integrale contiene più magnesio di quello prodotto con farina bianca raffinata. L’acqua del rubinetto può essere una buona fonte di magnesio, ma la quantità di minerale contenuta varia a seconda della sorgente.

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Per completezza di informazione va detto che il cloruro di magnesio ha numerosissime applicazioni. La più importante è come materiale di partenza per la produzione di magnesio metallico per via elettrolitica ad alta temperatura. E’ usato anche nella manifattura di tessuti, carta, materiali ignifughi e cementi. Mescolato con ossido di magnesio, forma il cemento magnesicico. Viene inoltre usato come agente flocculante nel trattamento delle acque.

Nell’industria alimentare è usato come regolatore di acidità, agente rassodante, esaltatore di sapidità e anti-agglomerante. Nell’Unione europea è l’additivo alimentare E511, senza limiti di utilizzo sia negli alimenti che nell’agricoltura biologica. Viene utilizzato anche nell’industria farmaceutica e cosmetica. Può essere utilizzato come coagulante nella preparazione del tofu. Sotto forma di integratore alimentare si trova in tutte le farmacie e costa intorno ad 1,30 euro per bustina da 33 grammi.

Come assumere il cloruro di magnesio? Si consiglia di sciogliere in una bottiglia di vetro (non di plastica) da 1 litro i 33 grammi di magnesio cloruro. Agitare il tutto e conservare in frigo (così da stemperare il sapore leggermente amarognolo). In genere, salvo differenti consigli, si assume l’equivalente di una tazza da caffè al mattino, a stomaco vuoto e badando bene di non consumare nulla nei 15 minuti successivi all’assunzione. Per periodi limitati si può arrivare ad assumere una dose al mattino e una alla sera, prima di andare a dormire, o tre dosi al giorno. Ecco l’amara verità sul cloruro di magnesio.

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La radice di valeriana come calmante e contro l’ansia

La valeriana officinalis è una pianta a fiore appartenente alla famiglia delle valerianacee. La sua radice viene utilizzata soprattutto in fitoterapia e in farmacologia, come calmante naturale. Il nome botanico si deduce dal latino valere, ovvero crescere in modo rigoroso, sano, oppure anche star bene, in merito alle sue proprietà calmanti. Pianta erbacea e perenne, con breve rizoma stolonifero, fusto eretto e solcato in superficie da scanalature, radici fibrose emananti uno sgradevole e penetrante odore, in condizioni ottimali può raggiungere altezze di circa un metro e mezzo.

I fiori della pianta sono leggermente profumati, si trovano riuniti a formare un particolare tipo di infiorescenza detta corimbo. Sono ermafroditi, con calice ridotto e corolla a cinque petali, tubolare e dal colore rosa chiaro. La valeriana predilige gli ambienti freschi e umidi (mesofita) e cresce ai margini dei boschi e nei prati ombrosi fino a una altitudine di mille e quattrocento metri. Tutte le specie di valeriana contengono: olii essenziali (esteri dell’acido valerianico, acido valerenico, cariofillene, terpinolene, valerenolo, valerenale e composti diterpenici noti col nome di iridoidi), alcuni alcaloidi (valerina, actinidina, catinina e alfa-pirrilchetone) e dei flavonoidi (linarina, 6-metilapigenina ed esperidina). Si usa la radice della pianta che, però, ha un odore sgradevole.

Possiede proprietà sedative e calmanti e favorisce il sonno. Il meccanismo d’azione dei suoi costituenti è abbastanza ben conosciuto. Si deve agli esteri degli acidi valerianici e agli iridoidi l’inibire l’enzima animale acido gamma-aminobutirrico transaminasi, preposto alla degradazione metabolica del neurotrasmettitore gamma-aminobutirrato, denominati anche Gaba. Questo mediatore chimico è notoriamente associato a fenomeni neuronali di tipo inibitorio ed è responsabile anche dell’induzione del sonno nell’uomo. Studi più recenti hanno evidenziato che anche alcuni degli alcaloidi possono avere una influenza più o meno diretta sul metabolismo del Gaba, ma il loro meccanismo è ancora poco chiaro.

Pare che alcuni dei terpeni e dei flavonoidi possano fare da agonisti con i recettori dell’adenosina (quelli inibiti dalla caffeina) ed essere in parte responsabili dell’azione ipno-inducente, spasmolitica a livello intestinale e riducente sulla pressione arteriosa. “I medicinali a base di radice di valeriana contengono la radice della pianta della valeriana. La valeriana è una pianta perenne che si trova in tutta Europa e nell’Asia settentrionale. La pianta è coltivata e raccolta per ottenere la radice essiccata destinata a uso medico. Questi medicinali sono disponibili in varie forme da assumere oralmente, quali tisane, capsule e gocce”, sostiene il Comitato per i Medicinali a Base di Piante dell’Agenzia Europea delle Medicine.

Questi rimedi universalmente riconosciuti “sono ottenuti da vari preparati vegetali quali gli estratti preparati con etanolo che si ricavano mettendo la radice della pianta a contatto con l’etanolo (alcol) quale solvente di estrazione. I preparati ottenuti dalla radice di valeriana sono disponibili anche in combinazione con altre sostanze vegetali che presentano effetti analoghi. Gli estratti preparati con etanolo sono usati per alleviare lievi tensioni nervose e disturbi del sonno. Altri preparati a base di radice di valeriana sono usati tradizionalmente per alleviare lievi sintomi di stress mentale e favorire il sonno. Le presenti indicazioni d’uso si basano esclusivamente sull’uso tradizionale”.

Ci sono medicinali a base di radice valeriana?

L’Hmpc spiega di essere giunto a queste conclusioni dopo aver valutato i dati bibliografici “disponibili su preparati a base di radice di valeriana. Studi, clinici e non, sono stati realizzati principalmente partendo da estratti preparati con etanolo, mentre l’utilizzo degli altri preparati è giustificato dal loro uso tradizionale come medicinali di origine vegetale. Molti prodotti tradizionali di origine vegetale non sono stati sottoposti a un esame completo con gli attuali metodi scientifici. La normativa farmaceutica comunitaria fornisce l’opportunità di registrare ufficialmente i medicinali tradizionali di origine vegetale, in base al loro uso tradizionale, se possono essere utilizzati in tutta sicurezza senza l’intervento di un medico per quanto concerne diagnosi, trattamento e follow-up”.

Ma come si usano i medicinali a base di valeriana? Il Comitato per i Medicinali a Base di Piante rende noto che: Innanzitutto possono essere usati a partire dall’età di 12 anni. Non si consiglia l’impiego di medicinali a base di radice di valeriana nei bambini al di sotto dei 12 anni di età, in quanto non ci sono informazioni sufficienti sulla sicurezza del prodotto per questa fascia d’età. Il dosaggio e la frequenza di somministrazione dei medicinali a base di radice di valeriana dipendono dallo scopo per cui vengono usati e dalla formulazione del medicinale in questione. Per istruzioni dettagliate si rimanda al foglio illustrativo che accompagna ogni singolo prodotto. Se i preparati a base di valeriana sono assunti per alleviare lievi tensioni nervose o stress, generalmente sono assunti fino a tre volte al giorno”.

Nei preparati contenenti radice di valeriana sono stati individuati molti componenti e non è possibile definire con precisione l’azione di ciascun componente. Si ritiene che i componenti dei medicinali contenenti preparati a base di radice di valeriana funzionino agendo su diversi recettori presenti nel cervello. Tuttavia gli studi sui componenti isolati di tali medicinali non hanno potuto spiegare in modo esaustivo l’attività dei medicinali. Pertanto si ritiene che diversi componenti dei preparati agiscano insieme per produrre i loro effetti. Gli studi sopra descritti sono stati condotti su modelli sperimentali, pertanto non si dispone di informazioni su come i medicinali contenenti radice di valeriana interagiscono con l’organismo umano”.

Sono disponibili un corpus considerevole di prove sull’uso di medicinali contenenti estratti essiccati di radice di valeriana preparati con etanolo per alleviare lievi tensioni nervose e disturbi del sonno, nonché numerosi studi, di cui alcuni hanno misurato l’attività cerebrale mediante elettroencefalogrammi. In realtà, esistono pochi studi sulla sicurezza dei preparati a base radice di valeriana, ma dall’esperienza pluriennale del loro uso nell’uomo risultano sicuri. L’impiego di lunga data per più di trent’anni e i limitati studi sperimentali rendono plausibile l’uso tradizionale per alleviare lievi sintomi di stress mentale e favorire il sonno. Non è stato condotto alcuno studio sugli effetti della radice di valeriana sulla riproduzione, sui geni o sullo sviluppo del cancro”.

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Generalmente, questi rimedi sono ben tollerati. Gli effetti indesiderati più frequenti causati dalla valeriana colpiscono lo stomaco e l’intestino e sono, ad esempio, nausea e crampi addominali”. Questi medicinali “non devono essere utilizzati in soggetti che potrebbero essere ipersensibili (allergici) alla radice di valeriana”. Il loro uso non è raccomandato in associazione con altri sedativi in quanto non si possono escludere interazioni con altri medicinali”. Anche un estratto della monografia della Commissione E del Ministero della Sanità tedesco ricaviamo che le indicazioni terapeutiche sono relative a stati di agitazione, difficoltà di origine nervosa nell’addormentarsi”.

Come si usa la valeriana? Se la si assume come infuso sono sufficienti due-tre grammi per tazza da una a più volte al giorno. Se si usa la tintura, allora meglio usare da mezzo a un cucchiaino più volte al giorno. Nel caso in cui si predilige l’estratto, si può arrivare ad usare tra i due e i tre grammi da una a più volte al giorno. In pillole, sono sufficienti tre capsule al giorno (in genere ogni capsula contiene 2 grammi circa). Può essere usata anche come preparato da bagno. In fitoterapia viene utilizzata la tintura, talvolta abbinata a quella di altre erbe sedative, quali melissa o luppolo. In dosi modeste, sotto le quantità indicate nella posologia, il rimedio può avere un effetto paradossale perché diventa un eccitante.

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Handicap e disabilità, differenze poco conosciute ma importanti

Handicap e disabilità, questi sconosciuti. Un buona parte della società in cui viviamo, soprattutto per un’educazione ipocrita e finta perbenista che ha ricevuto in famiglia e da frequentazioni abituali di estrazioni pseudo cattoliche, si vergogna di chiamare col loro nome malattie e ammalati. Faccio un esempio per essere più chiaro: di un amico o amica che ha il cancro, non si dice che è malata di cancro, si preferisce dire che “lotta contro il male”. Perché?

In una società in cui davvero molte persone passano il tempo a ricamare le problematiche, piuttosto che scendere in campo e prestare un aiuto concreto, magari con un po’ di volontariato (per questo solo pochi trovano il tempo…), un handicappato non è libero di sentirsi tale e di provare comunque a vivere felicemente la sua vita. Agli occhi di certa gente un handicappato non è un handicappato. Cioè, lo è ma non deve essere chiamato così. Non è un diverso. Cioè, lo è ma non gli va detto. Ma diverso da chi? E soprattutto, diverso su cosa? Su quale piano?

Un diversamente abile non è una persona inabile, è un uomo o una donna perfettamente in grado di svolgere alcune mansioni e alcuni lavori, in base appunto al livello di sostegno che riceve per migliorare il proprio deficit. Per alcuni studiosi, è utile definire distintamente i termini deficit ed handicap in quanto l’uso di portatore di handicap genererebbe delle confusioni tra causa ed effetto, in quanto i due termini esprimono concetti diversi, quindi suggeriscono di usare il termine “deficit” per definire la condizione soggettiva e personale di chi, a causa di un evento traumatico o morboso, abbia subito una menomazione della propria sfera biologica o psichica con conseguente minorazione organica che comporta difficoltà di apprendimento e di relazioni interpersonali.

Mentre il termine handicap esprime la situazione oggettiva di difficoltà in cui viene a trovarsi il portatore di deficit nel processo di integrazione nella comunità, che è organizzata secondo standard di potenzialità o di prestazioni considerate normali, ed è evidentemente dipendente da un rapporto spazio temporale. In altre parole un deficit è difficilmente annullabile, in quanto situazione soggettiva, non è una malattia dalla quale si può guarire, ma è uno scompenso o una imperfezione stabile, mentre l’handicap, in quanto oggettivo e dipendente dalla situazione, può essere aumentato, ridotto o anche annullato.

Forse è il caso di comprendere meglio il concetto di handicap e disabilità. Capita che in seguito a una menomazione, si sviluppi una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale che ci circonda rispetto a ciò che la stragrande maggioranza delle persone considera la “norma”. Quindi, si è meno autonomi nello svolgere determinate attività quotidiane e spesso ci si trova in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale.

L’handicap e la capacità di intendere e di volere

Ma non si è incapaci di intendere e di volere. Per fortuna e grazie alla ricerca tecnologica e a quella scientifica, oltre che all’impegno di chi partecipa attivamente alla costruzione di una società civile, il mondo della disabilità ha vissuto trasformazioni radicali e profonde a partire dagli anni Settanta del Ventesimo secolo, momento in cui è cominciata una lenta azione di rinnovamento dei servizi e degli interventi a favore dei portatori di disabilità. Una di queste è l’abolizione delle barriere architettoniche. Questo ed altri processi d’inserimento dei portatori di handicap, oggetto delle cosiddette politiche sociali, è andato via via affinandosi, fino a diventare un processo d’integrazione.

Ci sono due termini che è importante tenere bene in mente: inclusione sociale e integrazione sociale. C’è una marcata distinzione e, considerato che affrontiamo l’argomento, è bene comprenderla. L’inclusione sociale è quella situazione in cui, in riferimento a una serie di aspetti che permettono agli individui di vivere secondo i propri valori e secondo le proprie scelte, è possibile migliorare le proprie condizioni e rendere accettabili le differenze tra persone e gruppi sociali.

L’integrazione sociale è, invece, qualcosa di più profondo. È l’inserimento delle diverse identità in un unico contesto all’interno del quale non è presente alcuna discriminazione, all’interno del quale c’è cooperazione sociale e coordinamento tra i ruoli e le istituzioni. A voler essere pignoli, parafrasando la “International classification of impairments disabilities and handicaps” del 1980 stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità mentre la disabilità viene intesa come lo svantaggio che la persona presenta a livello personale, l’handicap rappresenta lo svantaggio sociale della persona con disabilità. Ma c’è un ma…

Negli anni Novanta, l’Oms ha commissionato a un gruppo di esperti di riformulare la classificazione precedente, tenendo conto di nuovi concetti. La nuova classificazione, detta “International classification of functioning”, definisce lo stato di salute delle persone piuttosto che le limitazioni, dichiarando che l’individuo “sano” si identifica come “individuo in stato di benessere psicofisico” e ribalta, di fatto la concezione di stato di salute.

Inoltre, introduce una classificazione dei fattori ambientali. Il concetto di disabilità cambia e secondo la nuova classificazione, questa condivisa e approvata da quasi tutte le nazioni afferenti all’Onu, diventa un termine che identifica le difficoltà di funzionamento della persona a livello personale e nella partecipazione sociale. I fattori biomedici e patologici non sono più gli unici presi in considerazione, ma si considera anche l’interazione sociale. Il nuovo approccio è multiprospettico: biologico, personale, sociale. I termini di menomazione, disabilità ed handicap, che attestavano un approccio essenzialmente clinico, si sostituiscono i termini di strutture corporee, attività e partecipazione, in quanto non si considerano più solo i fattori organici, ma anche quelli sociali.

Cos’è la pedagogia speciale di Andrea Canevaro?

Andrea Canevaro è un pedagogista ed editore di Genova. Classe 1939, professore emerito dell’Università di Bologna e studioso di prestigio internazionale, dagli anni Settanta del Novencento è impegnato sul fronte dell’inclusione sociale, con particolare nell’ambito della disabilità e dell’handicap. Il padre della scuola italiana di pedagogia speciale sostiene che: “Nel 1999 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato la nuova “Classificazione internazionale delle menomazioni, delle attività personali, ex disabilità, e della partecipazione sociale, ex handicap o svantaggio esistenziale.

Con attività personali si considerano le limitazioni di natura, durata e qualità che una persona subisce nelle proprie attività, a qualsiasi livello di complessità, a causa di una menomazione strutturale o funzionale. Sulla base di questa definizione ogni persona è diversamente abile. Una persona è relativamente handicappata, cioè l’handicap è un fatto relativo e non assoluto, al contrario di ciò che si può dire per il deficit”.

“In altri termini – è la tesi di Canevaro – un’amputazione non può essere negata ed è quindi assoluta. Lo svantaggio, o handicap, è invece relativo alle condizioni di vita e di lavoro, quindi alla realtà in cui l’individuo amputato è collocato. L’handicap è dunque un incontro fra individuo e situazione (…). Il 22 maggio 2001, l’Oms perviene alla stesura di uno strumento di classificazione innovativo, multidisciplinare e dall’approccio universale: la “Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute”, l’acronimo è Icf. All’elaborazione di tale classificazione hanno partecipato centonovantadue governi che compongono l’Assemblea Mondiale della Sanità. (…)”.

Ma non solo. “Il primo aspetto innovativo della classificazione emerge chiaramente nel titolo della stessa. (…) L’applicazione universale dell’Icf emerge nella misura in cui la disabilità non viene considerata un problema di un gruppo minoritario all’interno di una comunità, ma un’esperienza che tutti, nell’arco della vita, possono sperimentare. L’Oms, attraverso l’Icf, propone un modello di disabilità universale, applicabile a qualsiasi persona, normodotata o diversamente abile”. Fin qui, gli aspetti positivi di un percorso tortuoso e faticoso.

Esistono anche degli aspetti negativi. I cosiddetti “contro”, alcuni dei quali, guarda caso, legati a quella sfera di ipocrisia tangibile di cui parlavo all’inizio di questo articolo. Lasciamo che ne parli chi ne sa più di noi. E Canevaro è la persona giusta per analizzare tanto i pro quanto i contro. “Qualche anno fa, alcune persone disabili hanno avuto l’acuta e orgogliosa intuizione di sottolineare come, anche in presenza di una menomazione importante, riescano a produrre, realizzare, essere competitivi con il resto del mondo”.

“Il che talvolta è vero. Per definire questa condizione hanno coniato il neologismo “diversamente abili”. Nella loro bocca, in quel contesto, in quel momento poteva forse avere un senso. Forse. Ciò perché alla fin fine si enfatizza il concetto di abilità a tutti i costi, la concorrenza, la rincorsa ad una omologata normalità con tutti i paradossi che questa porta con sé. Ma ci sono persone, più di quante si creda, la cui principale e vitale esigenza non è quella dì trovare un lavoro e un collocamento mirato, ma quella di assicurarsi un servizio di assistenza che renda meno gravosa l’insostenibile pesantezza del quotidiano per i loro familiari a cui è delegata in toto – da distretti, comuni e servizi sociali – la loro stessa sopravvivenza”.

“Sono le persone con handicap gravissimo e se il termine urtasse le sensibilità più raffinate potremmo definirle “diversamente ospedalizzate”. Persone che al turismo accessibile non possono interessarsi, come pure alla possibilità di guidare un veicolo o alle opportunità dei servizi telematici o alla partecipazione a battaglie civili di avanguardia. La loro preoccupazione è – banalmente – sopravvivere, qualche volta malgrado i servizi socio-assistenziali pubblici. E se quei servizi verranno ulteriormente tagliati non diranno nulla perché non hanno voce. Altro che “diversamente qualcosa”.

Niente di male, lo ripeto, se una persona disabile si autodefinisce “diversamente abile”. Qualcuno potrà sorridere a qualcun altro si inumidirà il ciglio di fronte a cotanta fierezza, in qualcuno scatterà l’emulazione e la volontà di superare la provocazione definendosi financo “diversamente dotato”, evocando pruriginose rimembranze. Ma quando il termine deborda dalla boutade per assurgere a termine di uso comune, si comincia a percepire un sentore di ipocrisia.

E mai come negli ultime mesi ci è capitato di annotare quel termine – “diversamente abili” – magistralmente inchiavardato nei pubblici sermoni di politici opinionisti, operatori, funzionari, responsabili di associazioni. Sembra si voglia far intendere che l’epoca dell’invalido povero ed emarginato sia stata sepolta da una nuova cultura fatta di promozione e di integrazione, di sperimentazione e di innovazione.

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Disabilità: è necessaria una rivoluzione culturale

“Di questa “rivoluzione culturale” i “diversamente abili” sarebbero addirittura apportatori di ricchezza proprio grazie alla loro diversità. Siamo certi che le persone disabili farebbero volentieri a meno di quella ricchezza. Sono portatori semmai di esigenze particolari che tanto sono più gravi quanto meno trovano risposta. L’affermazione poi ce ne ricorda una di un po’ più datata e svagata che interpretava la malattia mentale come una condizione comunque felice perché fuori dai rigidi e stereotipati paradigmi di una società bruta e poco creativa. Pregiudizio mascherato. Voglia di negare il profondo disagio che è proprio della malattia”.

La stessa superficiale ipocrisia di chi – e non sono in pochi – sostiene che le persone con sindrome di down sono comunque felici “perché sorridono e sono socievoli”. Quindi “diversamente abili”! È quindi una definizione non stigmatizzante e che raschia di meno la crosta nelle paure di ognuno di noi, che siamo o meno disabili. “Ma è una terminologia oltre che falsa, inefficace. Falsa perché distorce la realtà spalmandola su un quadro rassicurante, una rappresentazione buona per tutti i salotti e per tutte le stagioni. Inefficace perché non evidenzia il disagio e non rimarca l’obbligo civile della presa in carico da parte di tutti”.

“L’espressione “diversamente abile” pone l’enfasi sulla differenza qualitativa nell’uso delle abilità. Esso viene utilizzato per specificare che attraverso modalità diverse si raggiungono gli stessi obiettivi. Vi sono delle situazioni di disabilità in cui questo uso può essere adeguato. Ad esempio allievi non vedenti o ipovedenti possono raggiungere lo stesso adeguati risultati scolastici e sociali utilizzando le risorse visive residue, potenziate con adeguati strumenti, o abilità compensative, ad esempio quelle verbali. Vi sono altre situazioni, come quelle riguardanti due terzi di tutti gli allievi certificati e cioè quelli con ritardo mentale, in cui l’uso della terminologia diversamente abile può risultare fuorviante”.

“Consideriamo il caso di un tipico allievo con sindrome di down. Dal punto di vista della qualità della vita forse si può anche dire che utilizzando le proprie capacità, o abilità, egli può comunque raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone. In altre parole può raggiungere un benessere che non può essere considerato inferiore. Se questo è il riferimento, l’espressione “diversamente abile” potrebbe anche essere utilizzata. Se il riferimento diventa invece quello delle prestazioni scolastiche, sociali e di autonomia, l’espressione “diversamente abile” può risultare ingannevole, in quanto “nasconde” il fatto che tali prestazioni sono inferiori rispetto a quelle tipiche della normalità”.

Vi siete davvero mai chiesti quanti tipi di handicap esistono e quali sono? E soprattutto, sapete di cosa stiamo parlando? Ci provo io a rispondere alla domanda: autismo, malattie croniche (quindi tantissime), sordità, disabilità intellettive, difficoltà di apprendimento, perdita della memoria, malattie psichiche, disabilità fisiche, disturbi del linguaggio, cecità. Cominciamo dalla prima. L’autismo è una disabilità con caratteristiche che hanno una vasta gamma di varianti.

Sebbene le persone affette da autismo non possano essere individuate attraverso l’aspetto fisico, esse presentano di solito difficoltà nel linguaggio o nella comunicazione, nelle relazioni sociali e nel comportamento, spesso a causa di difficoltà sensoriali. I diversi livelli di autismo variano da lieve a grave.

Le malattie croniche possono iniziare in qualsiasi momento della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Alcune di queste malattie creano disabilità visibili, ma altre creano disabilità “invisibili” che possono non manifestarsi subito. Anche i familiari e gli altri che assistono coloro che sono affetti da una malattia cronica affrontano prove difficili.

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Handicap invisibili come la perdita dell’udito

C’è poi la perdita dell’udito, che varia da una leggera perdita alla sordità assoluta. Ad alcune persone audiolese basta indossare apparecchi acustici. Altre usano la lingua dei segni per comunicare, altre leggono le labbra e riescono a parlare e altre ancora utilizzano una combinazione di entrambi i metodi. Questa tipologia di disabili incontra difficoltà nella comunicazione, in particolare in luoghi affollati. Una difficoltà che può provocare sentimenti di solitudine, frustazione, rabbia, diminuzione dell’autostima, mancanza di speranza e depressione.

La disabilità intellettiva si riferisce a limitazioni gravi nell’apprendimento, nella capacità di pensare, nella risoluzione dei problemi, nella percezione del mondo e nello sviluppo di capacità quotidiane. Tutte le persone con disabilità intellettive sono capaci di apprendere e possono vivere una vita soddisfacente e felice. Invece, le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento.

Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento. Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. Le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento. Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento.

Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. A volte, oltre al normale processo di invecchiamento, si può perdere la memoria a causa di una malattia o di una lesione cerebrale. Le malattie cerebrali come l’alzheimer possono aumentare la perdita della memoria. Gli ictus sono un’altra causa ricorrente.

Ci sono molti generi di malattie psichiche che colpiscono le funzioni cerebrali. Possono avere effetto sui pensieri, sul comportamento, sulle emozioni e sulla capacità di capire le informazioni. Le malattie psichiche differiscono dalle esperienze normali dovute alla tristezza, ai sentimenti di rabbia o ai problemi quotidiani. Diverse cause e condizioni possono danneggiare la mobilità e il movimento. L’incapacità di usare bene gambe, braccia o busto a causa di paralisi, irrigidimento, dolore o altre disabilità è frequente.

Può essere il risultato di difetti di nascita, malattie, età o incidenti. Queste disabilità possono cambiare di giorno in giorno. Possono contribuire ad altre disabilità quali i disturbi alla parola, la perdita della memoria, la bassa statura e la perdita dell’udito. I disturbi della parola e del linguaggio sono vari e possono arrivare a qualsiasi età. E a proposito di disturbi della parola e del linguaggio, a prescindere dalla loro gravità, influiscono sulla capacità di una persona di interagire e di comunicare con gli altri.

Possono interferire con la capacità di capire, di esprimere i propri pensieri o di essere compresi. Le cause possono essere presenti già alla nascita, verificarsi durante l’infanzia o più avanti nella vita. Infine, ma non ultime per importanza, ci sono le difficoltà a visive: da vista confusa o sfocata alla cecità totale.