Servizio sanitario nazionale da salvare

Il servizio sanitario nazionale nasce per offrire assistenza sanitaria gratuita al punto di erogazione ad ogni persona che si trovi in Italia, indipendentemente dalle sue disponibilità economiche o altre caratteristiche, con accesso agevole e gratuito sia al medico generalista e sia ai servizi di urgenza ed emergenza, sia ai ricoveri ospedalieri ordinari, oltre che ai farmaci inseriti nel prontuario medico. Per realizzare questo obiettivo lo Stato funge da unico assicuratore per le malattie e ogni cittadino italiano paga con le tasse un premio proporzionato al suo reddito. Ma è giusto che riceva in cambio dei servizi. Servizi che devono essere uguali ed efficienti per tutti.

Invece, l’imposizione di esosi ticket sulle prestazioni, la diffusione di una libera professione intramoenia che offre servizi celeri a fronte di un pagamento, liste di attesa eccessivamente lunghe per alcune prestazioni, difformità tra le diverse aree del Paese per qualità, quantità e costo delle prestazioni sanitarie erogate, modelli di assistenza socio-sanitaria alla cronicità spesso inadeguati, disattenzione grave alla valorizzazione del merito dei medici e del restante personale che opera in sanità, stanno snaturando il ssn nazionale, mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza. E non dimentichiamo il personale medico marginalizzato e sotto ordinato a personale amministrativo che spesso segue logiche contabili con danni enormi per tutti.

Servizio sanitario nazionale, dunque, gioia e dolori degli italiani. Idea geniale, potenzialmente efficacissima, ma realtà piena di sprechi, di corruzione e di falle. Un dinosauro in agonia l’ha definito qualcuno. Qualcuno che, secondo me, non capisce nulla. Non un dinosauro, ma in agonia sì. Ce ne accorgiamo tutti i giorni. I continui tagli alla sanità stanno peggiorando i servizi, la loro qualità, la loro puntualità, e di conseguenza stanno inginocchiando i le famiglie meno abbienti e povere. Non è una novità sentire o leggere storie e statistiche di cittadini che non si curano più. Il dentista, di solito, è il primo a saltare.

Il servizio sanitario nazionale offre notevoli vantaggi, tra cui l’elevato livello di gradimento tra la popolazione – questo criterio dovrebbe essere sempre prioritario per i servizi pubblici – oltre che un accesso universale e un costo inferiore a quello di altri sistemi sanitari. E non pensiamo solo agli Usa dove, se non hai soldi, puoi solo scegliere dove e come morire. Il Ssn è in difficoltà per motivi di sostenibilità economica e per una tante scelte organizzative che si sono succedute dal 1978 a ieri e che continuano a succedersi. Scelte non sempre felici, tanto per usare un eufemismo.

Però, il problema maggiore resta il fatto che la spesa sanitaria tende a crescere vertiginosamente a causa dell’invecchiamento della popolazione e del tumultuoso progresso tecnologico, che richiede sempre costosissimi macchinari nuovi di cui non si può fare a meno. In tutto ciò, ci sono gli interessi mafiosi sugli appalti e sui subappalti, la corruzione di alcuni medici, la connivenza di molti altri, che in pratica raddoppiano la spesa. Insomma, il quadro è disastrosamente quello che molti italiani conoscono. Già questo basterebbe per parlare dell’argomento. Ma c’è di più. Molto di più. Il servizio sanitario nazionale ha bisogno di aiuto. Ha bisogno di essere salvato. Da chi?

Il “sistema” va salvato dal “sistema”. È Girolamo Sirchia, medico internista e politico, ex-ministro della Salute nel governo Berlusconi dal 2001 al 2005, ricordato da tutti per aver varato la norma a tutela della salute pubblica e dei diritti dei non fumatori, estendendo il divieto di fumo in tutti i locali pubblici nel 2003, a lanciare l’allarme. Dal suo blog, Sirchia sostiene che: “La valorizzazione del merito è quasi scomparsa in sanità dove l’appiattimento è molto marcato, il burn out del personale cresce, diminuiscono qualità ed efficienza e con esse l’attenzione e l’empatia per i malati. Non è facile risalire la china in un simile momento”.

E poi aggiunge: “Io credo che il bandolo della matassa potrebbe trovarsi nel rapporto imperfetto tra lo Stato centrale e le Regioni, che potrebbe utilmente essere riconsiderato. Non propongo, si badi bene, di mettere in discussione la Costituzione o i poteri regionali, ma solo di chiarire meglio e insieme i rispettivi ruoli, con vantaggi per entrambi. Lo Stato Centrale è responsabile del diritto alla salute dei cittadini, come previsto dall’articolo 32 della Carta Costituzionale, e deve quindi stabilire i principi che consentono ad ogni italiano di godere degli stessi diritti ovunque si trovi”.

Secondo l’ex-ministro, è necessario intervenire su più fronti: “La realizzazione di un sistema di cura per la cronicità che preveda la presa in carico del paziente e la sua gestione da parte dei medici generalisti organizzati in una rete di servizi che vanno dalle Case della Salute, ai Pot, Ospedali di riferimento, residenze private e collettive e che liberino il paziente dal carico burocratico insopportabile che lo affligge, anche grazie a case manager”. C’è bisogno di “forte impulso alla prevenzione proattiva, che sia di dimostrata efficacia e poco costosa. Tra le iniziative vantaggiose cito le vaccinazioni obbligatorie, indispensabili per garantire la salute pubblica”.

E ancora, Sirchia sostiene: “La promozione della salute, attraverso stili di vita salutari che prevedano di rifuggire dal fumo e dalle altre dipendenze, alimentarsi in modo corretto per evitare l’eccesso ponderale, il movimento fisico sistematico. La promozione della salute è una responsabilità condivisa tra il cittadino e la comunità, che ha il dovere di informarlo puntualmente e di creare le condizioni ambientali favorevoli a vivere in modo sano”. Ma non solo.

Sarebbe necessario individuare “fin dall’infanzia e poi in vari momenti della vita, tra i soggetti apparentemente sani, di coloro che sono a più alto rischio di sviluppare patologie croniche, quali diabete, ipertensione, depressione, patologie scheletriche, ecc. con semplici questionari sul modello “screen and treat”, Ciò può prevenire o ritardare la comparsa clinica delle malattie croniche più pesanti e quindi anche la spesa a loro legata. Anche la prevenzione secondaria, oltre a quella primaria, consente risparmi di sofferenza e di spesa assai significativi”.

“Ogni anno una quota di cittadini accede ai servizi sanitari e determina una spesa pubblica che deve essere bilanciata dagli introiti fiscali. In Italia questo bilancio presenta un disavanzo e per evitare che questo aumenti sono state fatte nel tempo scelte non sempre felici. La prima è stata quella di applicare una addizionale tassa al punto di erogazione di alcuni servizi sanitari, copayment, e la seconda di restringere l’offerta cosi da allungare i tempi di attesa, razionamento, o giungendo per alcune prestazioni a fornire quantità largamente insufficienti per gli assistiti, quali odontoiatria, presa in carico dei pazienti cronici con un apposito programma di cura della cronicità, promozione della salute e prevenzione, servizi di assistenza sociale, e per il personale sanitario, aggiornamento e motivazione, ricerca sanitaria”, denuncia Sirchia.

“Una terza scelta infelice è stata quella dello Stato centrale di rinunciare alla sua prerogativa esclusiva di stabilire e far rispettare i principi fondamentali del sistema sanitario, che includono anche i parametri di funzionamento, gli standard di quantità, qualità e costo dei principali servizi erogati e la verifica sistematica del loro rispetto in ogni area del Paese, così da evitare disparità e ineguaglianze tra i cittadini rispetto alla salute. Una quarta scelta è stata quella di offrire ai Medici ospedalieri di compensare con la libera professione intra-moenia i loro magri salari. Cosi oggi avviene che per superare le lunghe liste di attesa, il cittadino si vede offrire un’anticipazione vistosa della prestazione a fronte di un addizionale pagamento”.

Malgrado tutte queste distorsioni, il passivo del servizio sanitario nazionale persiste e si grida allora al “sottofinanziamento”. Su questo Sirchia ha le idee chiare e non risparmia stangate a chi la baracca l’ha gestita fino all’altro giorno e a chi la sta gestendo. Secondo Girolamo Sirchia, per salvare il ssn, è “necessario rifarsi concretamente ai suoi principi ispiratori e ai suoi valori, cui la maggioranza degli italiani non vuole rinunciare. Stato e Regioni debbono accordarsi per esercitare il loro ruolo in ambiti ben definiti e non conflittuali. Entrambi debbono assumersi la responsabilità di soddisfare i bisogni sanitari e sociali della popolazione studiando, progettando e attuando le soluzioni migliori, senza quelle improvvisazioni strumentali alla politica e quelle incoerenze che tanto nuocciono al sistema”.

In una parola le istituzioni devono credere nella salute e nel benessere della popolazione e promuoverli con azioni appropriate perché salvare la sanità pubblica significa in definitiva rispettare i diritti umani degli italiani. “Il decadimento della performance operativa, economica ed etica del nostro ssn – scrive Sirchia – è legata ad alcune cause principali e precisamente” a cinque fattori: le mutate situazioni demografiche, il tumultuoso progresso tecnologico, ma anche la maggior attenzione della popolazione alla propria salute, oltre che all’impreparazione della popolazione all’uso corretto dei servizi sanitari e l’inadeguata politica del personale sanitario e della sua motivazione, preparazione e aggiornamento professionale”.

Senza dimenticare “l’orientamento prevalentemente economicistico del sistema e della sua gestione a scapito dei suoi valori medici, sociali e morali; la distorsione dei principi ispiratori del ssn tesa a compensare scorrette pratiche gestionali. Più importanti di tutte, l’incapacità dello Stato e delle Regioni di capire il grande valore della salute nell’economia del Paese e nel benessere popolare e la loro scarsa propensione a studiare e realizzare con metodologia scientifica e per piccoli passi successivi aggiornamenti idonei a migliorare efficacia ed efficienza del ssn”.

Non c’è tempo da perdere. Bisogna adoperarsi per salvare il servizio sanitario nazionale italiano. Ancora valido nei suoi principi, va riportato ai suoi originali valori di universale, gratuito al punto di erogazione, accessibile e accogliente, gradito agli utenti e sostenibile economicamente. “Per far questo bisogna che cessino i contrasti tra Stato e Regioni, chiarendo insieme i rispettivi ruoli e limiti”. Ma bisogna anche che i governi del futuro capiscano che la salute è un motore economico di sviluppo, che deve essere considerata e rispettata e deve includere particolare attenzione alla prevenzione, alla cronicità e alla ricerca, sostenuta con finanziamenti adeguati.

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