Stefano Cucchi

Stefano Cucchi: pestato, denutrito e disidratato

Quello di Stefano Cucchi, purtroppo, è uno di quei casi in cui partire dalla fine è necessario. Chiedo preventivamente scusa a tutti i carabinieri che sanno fare il loro lavoro, agli appuntati e ai generali, ma a cosa servirebbero mai le scuse (comunque obbligatorie) dell’Arma dei Carabinieri, dopo che per anni alcuni militari deviati sono stati coperti dalle menzogne di altri timorosi? Stefano tornerebbe a casa? I familiari troverebbero sollievo? La risposta è che Stefano resta in una tomba e la famiglia continuerà a soffrire: non troverà mai un motivo valido per accettare la sua morte. Non dopo che lo hanno dovuto vedere ridotto in quelle terribile condizioni. Tutto tumefatto, col corpo martoriato e offeso nella dignità. E perché si dovrebbe parlare solo di menzogne e il termine omicidio di Stato non vi piace?

Dopo anni di bugie su cui si sono articolate anni di testimonianze giurate in tribunale, uno degli imputati, il carabiniere Francesco Tedesco, confessa il pestaggio del trentenne, poi morto all’ospedale Pertini. Non solo: Tedesco chiama in causa i suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, coimputati per l’omicidio preterintenzionale del povero geometra arrestato per presunto spaccio di droga il 15 ottobre 2009 e morto in ospedale dopo una terribile settimana di agonia. Era il 2009. Siamo nel nel 2018 e si celebra un nuovo processo. Nove anni di balle! Nove anni di dolore per una famiglia che lotta per la verità, per pulire la memoria di un suo caro.

‘Fu un’azione combinata, Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore’, ha raccontato Francesco Tedesco, che ha aggiunto: ‘Spinsi Di Bernardo, ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra’. Sotto processo ci sono anche Roberto Mandolini, accusato di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi, accusato di calunnia. Tedesco ha confermato in tribunale di essere stato presente al pestaggio, ma di non aver sferrato materialmente colpi a Cucchi. Anzi, avrebbe detto ai suoi colleghi di smettere. ‘Il mio assistito si è lanciato contro i colleghi per allontanarli da Stefano Cucchi, lo ha soccorso e lo ha poi difeso’, ha detto Eugenio Pini, difensore di Tedesco.

La fredda cronaca racconta che il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri dopo essere stato visto cedere a Emanuele Mancini delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Portato immediatamente in caserma, viene perquisito e trovato in possesso di 12 confezioni di varia grandezza di hashish, per un totale di 21 grammi, tre confezioni impacchettate di cocaina (di una dose ciascuna), una pasticca di sostanza inerte, una pasticca di un medicinale (il ragazzo era epilettico). Viene decisa la custodia cautelare. In questa data Cucchi non ha alcun trauma fisico, ma pesa 43 chilogrammi per 1 metro 62 di altezza. Il giorno dopo si tiene l’udienza per la conferma del fermo in carcere.

Già durante il processo, Stefano ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra inoltre evidenti ematomi agli occhi. Il ragazzo parla con suo padre pochi attimi prima dell’udienza ma non gli dice di essere stato picchiato. Nonostante le precarie condizioni, il giudice fissa l’udienza per il processo che si dovrà tenere un mese dopo e stabilisce inoltre che deve rimanere in custodia cautelare al carcere di Regina Coeli. Dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorano ulteriormente, e viene visitato all’ospedale Fatebenefratelli presso il quale vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale).

Stefano Cucchi viene ricoverato: -6 chili

Viene quindi richiesto il ricovero che però non avviene per il mancato consenso del paziente. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente. Stefano muore all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009: al momento del decesso, Cucchi pesa solamente 37 chilogrammi. Dopo la prima udienza i familiari cercano a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Cucchi, senza successo. La famiglia ha notizie di Cucchi quando un ufficiale giudiziario si reca presso la loro abitazione per notificare l’autorizzazione all’autopsia.

Dopo la morte di Stefano Cucchi il personale carcerario nega di avere esercitato violenza sul giovane e vengono formulate diverse ipotesi sulla causa della morte: poteva essere morto o per le conseguenze di un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto del ricovero al Fatebenefratelli. Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiara che Stefano Cucchi era morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza, asserendo altresì che il ragazzo fosse sieropositivo. Successivamente, pentito per queste false dichiarazioni, si è scusato con i familiari. Nel frattempo, per contrastare le false affermazioni sulla morte del Cucchi, la famiglia pubblica alcune foto del giovane scattate in obitorio, nelle quali sono ben visibili vari traumi contusivi e lo stato di denutrizione.

Durante le indagini circa le cause della morte, un testimone dichiara che Stefano Cucchi gli aveva detto d’essere stato picchiato. Il detenuto Marco Fabrizi chiese di essere messo in cella con Stefano (che era solo) ma questa richiesta venne negata da un agente che fece con la mano il segno delle percosse; la detenuta Annamaria Costanzo afferma che il giovane le aveva detto di essere stato picchiato, mentre Silvana Cappuccio vide personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi con violenza.

Le indagini preliminari hanno sostenuto che a causare la morte sarebbero stati la mancata assistenza medica su una marcata ipoglicemia, in presenza di traumi diffusi pur non lesivi da averne causato il decesso. Sono stati riscontrate alterazioni della funzione epatica e una ostruzione del catetere vescicale che impediva la minzione del giovane (alla morte aveva una vescica che conteneva ben 1 400 centimetri cubi di urina, con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche). L’ipoglicemia marcata si sarebbe potuta scongiurare mediante la somministrazione di glucosio.

Sempre stando alle indagini, gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici avrebbero gettato il ragazzo per terra procurandogli le lesioni toraciche, infierendo poi con calci e pugni nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma, poco prima dell’udienza di convalida dell’arresto. Oltre agli agenti di polizia penitenziaria vennero indagati i tre medici del reparto di Medicina Protetta dell’ospedale Sandro Pertini: Aldo Fierro (primario), Stefania Corbi e Rosita Caponnetti, che non avrebbero curato il giovane lasciandolo morire di inedia. Questi si difesero sostenendo che era stato il giovane a rifiutare le cure.

925 grammi di hashish in casa della famiglia

Il 6 novembre 2009 vengono ritrovati 925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina in un appartamento saltuariamente occupato da Stefano Cucchi e di proprietà della sua famiglia: a comunicare l’esistenza della droga al magistrato sono gli stessi congiunti di Cucchi. Su questo fatto viene ascoltato come testimone il padre. Secondo i legali, questo comportamento è indice della volontà dei genitori di prestare la massima collaborazione agli investigatori per arrivare ad accertare le cause della morte di Stefano. Il 14 novembre 2009 la procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo a carico dei tre medici dell’ospedale Pertini e quello di omicidio preterintenzionale ai tre agenti di polizia penitenziaria.

Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d’inchiesta, indetta per far luce sugli errori sanitari nell’area detenuti dell’Ospedale Pertini di Roma, conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità. Tredici in tutto sono le persone rinviate a giudizio. Decadono dunque il reato di omicidio colposo a carico dei medici e quello di omicidio preterintenzionale a carico degli agenti della penitenziaria.

Il 13 dicembre 2012, durante il processo di primo grado, i periti incaricati dalla Corte hanno stabilito che il giovane è morto a causa delle mancate cure mediche, e per grave carenza di cibo e liquidi. Hanno affermato inoltre che le lesioni riscontrate post-mortem potrebbero essere causa di un pestaggio oppure di una caduta accidentale e che ‘né vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica lesiva’.

Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini di Roma a 1 anno e 4 mesi e il primario a 2 anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve sei tra infermieri e guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi. Per i medici, dunque, il reato di abbandono di incapace viene derubricato in omicidio colposo. Il pm aveva chiesto per questi ultimi (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno) pene tra i 5 anni e mezzo e i 6 anni e 8 mesi.

Aveva inoltre sollecitato una condanna a 4 anni di reclusione per gli infermieri e a 2 anni per gli agenti penitenziari. Le accuse nei confronti di questi ultimi erano di lesioni personali e abuso di autorità. La lettura della sentenza è stata accompagnata da grida di sdegno da parte del pubblico in aula. Il 31 ottobre 2014, con sentenza della Corte d’appello di Roma, vengono assolti tutti gli imputati, fra cui i medici: a seguito di ciò il legale della famiglia Cucchi preannuncia un ricorso alla Corte di Cassazione, mentre la sorella Ilaria dichiara che avrebbe chiesto ulteriori indagini al Procuratore della Repubblica Pignatone e che avrebbe continuato le sue campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul caso.

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Revisione del processo per Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

La morte di Stefano Cucchi fu causata anche dal pestaggio, oltre che dalle mancate cure, dalla denutrizione e dalla disidratazione.

L’incontro tra la Cucchi e Pignatone avviene il 3 novembre e, stando alle parole della donna, il procuratore si impegna a rivedere tutti gli atti dell’indagine sin dall’inizio. Lo stesso giorno, il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe deposita una querela contro Ilaria Cucchi perché ella ‘istiga all’odio e al sospetto nei confronti dell’intera categoria di soggetti operanti nell’ambito del comparto sicurezza’. La Cassazione nell’udienza pubblica del 15 dicembre 2015, dispone il parziale annullamento della sentenza di appello, ordinando un nuovo processo per cinque dei sei medici (in particolare il primario Aldo Fierro e gli aiuti Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo), dell’Ospedale Pertini, precedentemente assolti.

Secondo la sentenza, gli stati patologici di Cucchi, preesistenti e concomitanti con il politraumatismo per il quale fu ricoverato, avrebbero dovuto imporre maggiore attenzione e approfondimento da parte dei sanitari. Il 18 luglio 2016, al termine del secondo processo d’appello disposto dalla Cassazione, la Corte d’Appello di Roma assolve i cinque medici perché ‘il fatto non sussiste’. Su espressa richiesta dei familiari, nel settembre 2015 la Procura della Repubblica di Roma riapre un fascicolo d’indagine sul caso, affidandolo al sostituto procuratore Giovanni Musarò. Le indagini si rivolgono in particolare ai carabinieri presenti nelle due caserme ove è avvenuta dapprima l’identificazione, quindi la custodia in camera di sicurezza di Stefano Cucchi, tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009, data dell’udienza del processo per direttissima.

Il 17 gennaio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità nei confronti dei militari dell’arma Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, facendolo cadere e procurandogli lesioni divenute mortali per una successiva condotta omissiva da parte dei medici curanti, e per averlo comunque sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, deve altresì rispondere dell’accusa di falso e calunnia, per l’omissione nel verbale d’arresto dei nomi di Di Bernardo e D’Alessandro, e per l’accusa di aver testimoniato il falso al processo di primo grado, avendo fatto dichiarazioni che portarono all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità nei confronti di Cucchi, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009.

Il 24 febbraio 2017 vengono sospesi dal servizio i tre carabinieri. Il 10 luglio 2017 vengono rinviati a giudizio cinque carabinieri. Nell’udienza dell’11 ottobre 2018, è emerso che uno degli imputati, il carabiniere Francesco Tedesco, ha ammesso l’avvenuto pestaggio di Cucchi, chiamando in causa i suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Tedesco, come risulta dal verbale di interrogatorio datato 9 luglio 2018, ha dichiarato di essere stato presente al pestaggio, ma di non avervi materialmente partecipato, avendo anzi chiesto ai suoi colleghi di smettere.

Secondo la ricostruzione presentata dal PM Giovanni Musarò, Tedesco – dopo l’accaduto – aveva già segnalato il tutto in una notazione di servizio che però risulta sparita, ragion per cui il 20 giugno 2018 il carabiniere ha presentato una denuncia in cui riferiva di quella avvenuta notazione, determinando così l’iscrizione di un procedimento contro ignoti nell’ambito del quale ha reso le suddette dichiarazioni circa il reale svolgimento dei fatti. Grazie all’attivismo della sorella Ilaria Cucchi, il caso di Stefano ha avuto una grande visibilità mediatica, risultata in un notevole impatto sull’opinione pubblica italiana, facendo tra l’altro emergere altri casi analoghi di persone morte in carcere, senza che la causa del decesso sia stata ancora accertata (26 casi nel solo 2009).

Sulla vicenda è stato realizzato da Maurizio Cartolano il documentario ‘148 Stefano mostri dell’inerzia’, sponsorizzato da Amnesty International e articolo 21, e presentato al Festival del cinema di Roma. Anche il saggio-inchiesta Malapolizia di Adriano Chiarelli dedica un’ampia analisi sulla vicenda. Nel 2018 Alessio Cremonini realizza la pellicola ‘Sulla mia pelle‘, prodotto da Cinemaundici e distribuito da Lucky Red e Netflix, selezionata come film d’apertura della sezione Orizzonti alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ispirata ai fatti della morte di Stefano Cucchi, interpretato da Alessandro Borghi. Al di là dell’impato del ‘caso umano’ sull’opinione pubblica, resta che Stefano era un ragazzo che voleva vivere. Non glielo hanno concesso.

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