Nascita dell'attivismo LGBTQ

Storia e civiltà in America: la nascita dell’attivismo LGBTQ

Questi primi manifestanti per la liberazione degli omosessuali non parlavano solo ai loro diretti oppressori, le azioni di disturbo si rivolgevano anche a un altro pubblico: le persone LGBTQ che non si erano ancora unite alla causa. Tra il 1969 e il 1973, gruppi come la GAA ispirarono la formazione di quasi 800 gruppi gay e lesbiche, fa notare l’esperto in scienze politiche Matthew D. Hindman; alla fine degli anni ’70, ce n’erano oltre 2.000.

Charles Silverstein era un laureando in psicologia quando partecipò a un workshop durante un congresso sulla terapia comportamentale nell’ottobre del 1972. L’argomento era la terapia dell’avversione, una forma di terapia di conversione pseudoscientifica in cui gli uomini gay venivano sottoposti a scariche elettriche e ad altri stimoli per “curare” la loro attrazione sessuale verso altri uomini.

Ma Silverstein non era lì per imparare. Era lì per far chiudere il workshop. Quando lo psicologo più importante salì sul palco, Silverstein corse davanti alla sala e si presentò come attivista gay. “Interromperemo la Sua presentazione”, disse all’oratore. “Le lasceremo 10 minuti per parlare e poi prenderemo la parola”. Mantenne la sua promessa scatenando il caos nella sala mentre manifestanti arrabbiati e partecipanti iniziavano a dibattere sulla questione.

L’oratore aveva appena subito quello che in inglese si chiama “zapping” o azione di disturbo. Questa forma di protesta, che combinava le incursioni con delle performance artistiche, fu utilizzata per la prima volta dagli attivisti per la liberazione dei gay all’inizio degli anni ‘70.

La tattica era apparentemente semplice: prevedeva un’azione improvvisa, rumorosa e rapida. Se interrompeva incontri d’affari o eventi, ancora meglio. Pensate per sollecitare la copertura da parte dei media e turbare lo status quo, le azioni di disturbo erano interventi plateali, esuberanti e impossibili da ignorare. Organizzate con un breve preavviso, queste azioni affrontavano il tema della discriminazione in modo diretto e ricordavano al pubblico l’esistenza del movimento LGBTQ e la possibilità di provare orgoglio per un’identità marginalizzata.

Nel caso di Silverstein fu efficace: un partecipante, in seguito, lo invitò a tenere una presentazione di fronte a psicologi influenti. L’attivismo di Silverstein contribuì alla successiva eliminazione dell’omosessualità dall’elenco dei disturbi medici.

“Era un periodo in cui lottavamo per la vita”, disse Silverstein, ricordando il suo intervento durante un’intervista di storia orale presso la Rutgers University nel 2019. Anche se l’epoca d’oro dei disturbatori ebbe vita breve, contribuì ad alimentare un’ondata in continua crescita a sostegno dell’uguaglianza delle persone LGBTQ. Quella maggiore visibilità aiutò gli attivisti anche a ingrossare le loro fila.

Azioni che hanno lasciato il segno

Per la maggior parte della loro storia, la discriminazione e le leggi antigay sono state la normalità negli Stati Uniti. L’omosessualità era classificata come malattia mentale e, prima del 1961, tutti gli Stati criminalizzavano la sodomia. Le leggi venivano usate per giustificare le retate nei presunti bar per gay e nei parchi pubblici e le persone LGBTQ rischiavano l’umiliazione pubblica, la perdita del lavoro e anche l’incriminazione a causa della loro omosessualità.

Alcuni gruppi di gay e lesbiche che nacquero attorno agli anni ’50 e ’60 misero in atto proteste pubbliche contro la discriminazione anti-LGBTQ. Ma anche se all’epoca vi furono alcuni scontri e confronti accesi, in genere le proteste erano perlopiù manifestazioni ordinate e pacifiche, come la “Annual Reminder”, un evento annuale in cui i manifestanti in giacca e cravatta formavano picchetti nell’Indipendence Hall di Philadelphia nel tentativo di mostrare gli uomini gay come normali membri attivi della società.

Poi arrivò quel 28 giugno del 1969, i cosiddetti moti di Stonewall. Gli scontri, che scoppiarono dopo un raid della polizia in un bar per gay di New York, galvanizzarono la comunità LGBTQ. La loro frustrazione per le retate e lo stigma sociale sfociarono nel Movimento di liberazione omosessuale. I gruppi si coalizzarono in tutto il Paese e uno di questi, la Gay Activists Alliance (GAA), inventò una forma di protesta semplice ed estremamente visibile, il cosiddetto zapping.

Le prime azioni di disturbo attribuite a Marty Robinson, membro della GAA che venne soprannominato “Mr. Zap”, erano dirette all’allora sindaco di New York, John Lindsay. Delusi dall’atteggiamento del sindaco, che aveva rifiutato di incontrarli ed evitato di commentare la liberazione dei gay, i partecipanti del gruppo decisero di agire. Dalla serata di apertura della Metropolitan Opera alla registrazione di un programma televisivo, il gruppo interrompeva inesorabilmente i suoi discorsi, lo derideva durante le interviste dal vivo e distribuiva volantini nei luoghi in cui doveva recarsi.

“Decidemmo che ogni volta che appariva in pubblico o potevamo raggiungerlo, gli avremmo reso la vita il più difficile possibile e gli avremmo ricordato il perché”, raccontava il membro della GAA Arthur Evans nel 2004. Lindsay alla fine incontrò il gruppo ma le azioni di disturbo continuarono fino a quando annunciò il suo sostegno a una legge che proibiva la discriminazione contro le persone LGBTQ a New York nel 1971.

A quel punto gli attivisti avevano capito quale potere potevano avere le loro azioni di disturbo. Nel 1971, ad esempio, la GAA e le Figlie di Bilitis, un’organizzazione lesbica, presero di mira Fidelifacts, un’azienda con sede a New York che effettuava controlli sui precedenti ed era accusata di indagare e prendere di mira i dipendenti LGBTQ.

Il presidente dell’azienda aveva affermato che la sua regola generale per identificare i gay era questa: “se assomiglia a un’anatra, cammina come un’anatra, fa gruppo solo con le anatre e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra”. Gli attivisti, uno dei quali vestito di tutto punto come un’anatra, marciarono davanti all’edificio, facendo suonare paperelle di gomma e distribuendo volantini. Altri bloccarono le linee telefoniche dell’azienda per l’intera giornata, chiamando per dire: “Ora basta con le vostre azioni offensive!”.

La nascita dell'attivismo LGBTQ

Un’eredità elettrizzante

Anche se le proteste venivano spesso dipinte come stupide dai media, raggiunsero il loro obiettivo attirando l’attenzione sulla causa. Le incursioni più efficaci erano quelle che mettevano in imbarazzo personaggi pubblici a proposito di specifiche ingiustizie.

Una delle più memorabili si svolse durante una puntata del notiziario serale CBS Evening News nel dicembre del 1973. Di fronte a un pubblico di 60 milioni di spettatori in diretta, Mark Allan Segal, membro di un piccolo gruppo chiamato Gay Raiders insieme a un disturbatore più esperto, piombarono di fronte alle telecamere tenendo un cartello su cui era scritto “I gay protestano contro i pregiudizi della CBS”. La loro protesta riguardava la rappresentazione della comunità LGBTQ da parte delle reti principali e il modo in cui la loro copertura ignorava eventi come le parate del “gay pride” e le leggi sull’uguaglianza.

Funzionò: non solo la rete iniziò a occuparsi dei temi legati al mondo LGBTQ ma Cronkite diventò amico di Segal e iniziò a raccontare le lotte e i successi del movimento.

Un’altra azione di disturbo degna di nota si svolse nel 1977 quando l’attivista Tom Higgins colpì in faccia la cantante e sostenitrice della campagna antigay Anita Bryant con una torta al rabarbaro e fragole durante una conferenza stampa a Des Moines, in Iowa. Bryant rispose inginocchiandosi in preghiera e chiedendo a Dio di guarire Higgins dalla sua “perversione”; Higgins raccontò con soddisfazione a un corrispondente di Gay Community News che “Non esiste niente di più umiliante che ricevere una torta in faccia”.

Questi primi manifestanti per la liberazione degli omosessuali non parlavano solo ai loro diretti oppressori, le azioni di disturbo si rivolgevano anche a un altro pubblico: le persone LGBTQ che non si erano ancora unite alla causa. Tra il 1969 e il 1973, gruppi come la GAA ispirarono la formazione di quasi 800 gruppi gay e lesbiche, fa notare l’esperto in scienze politiche Matthew D. Hindman; alla fine degli anni ’70, ce n’erano oltre 2.000.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

A quel punto, però, le incursioni erano sempre più rare mentre i leader del movimento, di fronte alle critiche dell’opinione pubblica e alle lotte interne sulle tattiche di protesta militante, iniziavano a fare pressione per i diritti LGBTQ su scala nazionale attraverso organizzazioni come la National Gay Task Force (che adesso è la National LGBTQ Task Force).

La loro eredità rimase viva, tuttavia, e la tattica riacquistò nuovo vigore alla fine degli anni ’80, quando i membri della AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) avviarono una serie di potenti manifestazioni di disturbo che prendevano spunto dalla tattica delle incursioni. Sit-in, die-in (manifestazioni in cui i partecipanti si fingevano morti, NdT) e una turbolenta protesta in cui oltre 4.500 persone fecero irruzione nella Cattedrale di San Patrizio durante una funzione religiosa cattolica erano tutte azioni che assomigliavano alle incursioni di disturbo che si erano svolte anni prima.

Il tempo e l’epidemia di HIV/AIDS assottigliarono le fila del primo movimento di liberazione omosessuale. Oggi l’orgoglio LGBTQ è diventato mainstream e l’omosessualità è stata depenalizzata negli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono ancora battaglie da combattere e l’attivismo LGBTQ persiste con un ampio arsenale di tecniche di protesta incluse le campagne sui social media. Questi successi possono essere attribuiti in parte alla tenacità e alle tattiche di quei primi attivisti. “Siamo sfacciati, arroganti, determinati, testardi, vinceremo!”, disse Robinson all’autore Kay Tobin nel 1972. “Non succede nulla, finché non lo fai accadere”.

Scopri di più sull’argomento LGBTQ e sulla sua storia