Storia di Rosamaria Aquino, accusata di terrorismo

Storia di Rosamaria Aquino, accusata di terrorismo

Si chiama Rosamaria Aquino e la sua età (intorno alla trentina all’epoca della vicenda, 2012) ha poca importanza, perché niente può cancellare questa storia. Una spiacevole parentesi che ha condizionato la vita di una valida e coraggiosa giornalista. La vicenda ruota attorno ad un madornale errore della giustizia che, rubandole le parole, sarebbe più corretto definire “orrore” della giustizia cosentina. Rosamaria è giornalista professionista dal 18 giugno del 2010 e questa professione l’ha sempre intesa e vissuta come una vocazione. Nella redazione del quotidiano Calabria Ora è molto componente del comitato di redazione ed si rivela attiva e agguerrita nelle battaglie condotte a difesa dei diritti dei colleghi. Poco importa se si tratta dell’azienda di famiglia.

Nel 2010 si consuma il divorzio con il giornale e trova il coraggio di rimettersi in gioco, lasciando un giornale che non sente più “suo”. Una parentesi di un anno al Quotidiano della Basilicata, quattro mesi di collaborazione al Quotidiano della Calabria e tre mesi di sostituzione nello stesso giornale con la qualifica di redattore. Poi, da precaria si ritrova disoccupata e, nel mese di gennaio 2013, matura la decisione di lasciare la Calabria. Perché? dal 7 luglio 2012 è costretta a vivere un incubo. Lei e un collega, la sera di quel 7 luglio vengono immortalati dalle telecamere di un negozio della zona, davanti ad una cabina telefonica, nella quale la polizia ritrova due bottiglie molotov, poche ore dopo la sentenza contro i poliziotti del G8 di Genova.

La Procura di Cosenza l’accusa di essere una terrorista bombarola, con tanto di avviso di garanzia inviato a lei, che abita poco distante dalla cabina telefonica in questione, e Michele Santagata. L’accusa è pesante come un macigno: porto illegale di esplosivi in luogo pubblico. Dopo un lunghissimo anno, l’esame del dna conferma che i due giovani non c’entrano nulla con quelle due bottiglie incendiarie, tanto che il giudice per le indagine preliminari del Tribunale di Cosenza dispone l’archiviazione del caso. Il danno causato da questa vicenda paradossale è incalcolabile e irrisarcibile, come ci spiega più avanti la Aquino, costretta a cambiare città perché impossibilitata da un’accusa falsa a fare la giornalista.

La vicenda, nei suoi dettagli è più torbida di come sembra. Un mese prima del ritrovamento della molotov, Rosamaria viene sottoposta a interrogatorio della Digos per un altro allarme bomba, stavolta ai danni del Comune di Cosenza. Quella indagine la riguarda come attivista di un movimento contro il precariato non tanto tenero con l’Amministrazione, su cui ricadono i sospetti della Polizia. In una lettera inviata al direttore del Quotidiano della Calabria, dopo che viene confermato il test del dna, la Aquino ripercorre questa amara vicenda e scrive una frase a dir poco inquietante, che getta ombre ancor più cupe su tutta la vicenda.

“(…) Lei lo sa bene, dicevo, non perché glielo abbia raccontato io (ne avessi avuto il tempo, magari!), ma perché il sindaco Mario #Occhiuto, nonostante il segreto istruttorio, sapeva già tutto di questa indagine ed è arrivato in redazione prima di me. Rimasi attonita quando lei mi comunicò che il sindaco aveva telefonato in redazione dichiarando che la polizia “aveva le prove” del mio coinvolgimento, non prima, però, di essersi lungamente lamentato dei miei pezzi che riguardavano la sua azione amministrativa. Anche quell’inchiesta, poi, è finita archiviata. Un mese dopo, quando è arrivata la seconda inchiesta, quella sulla molotov abbandonata, lavoravo ancora nella redazione del Quotidiano. Il sindaco continuava a lamentarsi dei miei pezzi e a informare passo passo la redazione e gli editori sulle mie vicissitudini giudiziarie. Era una situazione imbarazzante per tutti”.

Rosamaria Aquino e i colleghi di Calabria Ora al lavoro per organizzare il giornale.

A questo punto, Rosamaria incalza. “Allora Lei, Direttore, mi disse che per tutelare me stessa insieme al giornale, sarebbe stato meglio per me non scrivere più notizie riguardanti il Comune di Cosenza, almeno fino all’esito degli esami del dna. Feci come mi suggerì. Scrissi di Rende, Zumpano, Castrovillari, di feste mondane e cronaca nera, di incendi soprattutto. Neanche più una riga sul Comune guidato da Occhiuto, senza gridare alla censura. Mi sembrava già una gran cosa che dopo quell’accusa il giornale mi facesse lavorare ancora lì. Oggi che le cose sono più distanti, se non meno dolorose, mi chiedo: perché questo collegamento immediato tra le lamentele del sindaco per la mia attività giornalistica ed un’indagine che, semmai, mi vedeva controparte della Questura? Insomma, che ci azzecca il dna prelevato per una indagine su un attentato alla Polizia con il Comune di Cosenza?”.

Il direttore risponde: “Sono domande che ci ponemmo allora e che ci poniamo anche ora, e che sono aggravate dai tempi davvero insopportabili dell’indagine. Lo scopo nostro, anche in accordo con il suo saggio avvocato, è stato quello di tutelarla. E ci è dispiaciuto che, nonostante convinte sollecitazioni, lei non abbia voluto continuare, per motivi estranei alla direzione del giornale e della redazione di Reggio Calabria, la sua prestazione professionale in quella redazione dove il suo contributo era stato unanimemente apprezzato”. Da questa vicenda, ultimo in ordine di tempo, nel 2016 nasce il libro dal titolo “Molotov. Storia di terrorismo immaginario”, edito da Round Robin Editrice. Ma la vita di Rosamaria, nel frattempo, è cambiata. E non per scelta sua.

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Come e quando ti sei scoperta giornalista?

“Quando ho iniziato a “rubare” il mestiere ai colleghi della neonata Calabria Ora. La sera finivo il lavoro di segreteria e centralino e mi sedevo con loro ad appuntare i segreti del desk, o ascoltavo le loro telefonate. Si può dire che mi hanno insegnato tutto loro”.

Il primo pezzo che hai scritto. Ricordi di cosa parlava?

“Ho iniziato a scrivere al Quotidiano della Calabria, come collaboratrice. Raccontai di una cena tra Prodi allora presidente del Consiglio e alcuni imprenditori calabresi. Tutti i dettagli, dal menu alle conversazioni riservate. Il giorno dopo il pezzo uscì, ma firmato da un altro. Dissero che era troppo importante per essere firmato da una collaboratrice”.

La vista della tua prima firma su un giornale quanto ti ha stimolato?

“Abbastanza, il direttore il giorno dopo il pezzo (stavolta firmato) sulla frana di Cavallerizzo dove ero stata a bordo dei mezzi della Protezione civile mi fece i complimenti, ma poi mi fece subito capire che c’erano delle gerarchie e che quando avevo una notizia “grossa” dovevo sempre parlarne prima con lui. Io facevo un po’ come capitava e scrivevo anche cose troppo lunghe per un quotidiano”.

Cosa sognavi agli inizi? Come immaginavi questa professione?

“Non sognavo molto, ma macinavo marciapiedi e pezzi. Credevo che con le giuste tutele per chi scrive, per coloro di cui si scrive e per chi legge, si potessero raccontare i fatti e magari anche stabilire delle connessioni tra fatti, per spiegare la realtà. Questo aspetto più intellettuale mi appassionava molto, sicuramente più del giornalismo-fotografia. Aveva un aspetto politico, rivoluzionario. ‘Succede A, ma anche B’, proviamo a legarli per capire come mai”.

Ora cosa pensi? Si può essere davvero giornalisti liberi in una redazione di una casa editrice senza pagarne conseguenze amare?

“Sì, si può, credo. O meglio, tu puoi continuare ad esserlo, ma non puoi prescindere dal contesto che libero non è. Per esempio devi cercarti molte tutele, coinvolgendo colleghi e direzione, non agire mai da solo e cercare di saper navigare la corrente delle linee editoriali. Si può raccontare la verità anche sotto pressione, alla fine in qualche modo la fai uscire”.

Si può fare giornalismo libero da condizionamenti in Calabria?

“Sì, certo che si può. Il problema è che non ci campi. Nei giornali tradizionali la sicurezza del posto è spesso barattata con lacci e lacciuoli imposti dall’editore. Sul web o nelle nuove iniziative editoriali è tutto diverso. Il problema è che col primo (un sito libero da editori, magari auto prodotto dai giornalisti) non si capisce bene come ci si possa mantenere e con le seconde non si sa mai quanto durano. All’inizio i giornali sono tutti liberi, il problema è dopo”.

Come ti combattono i poteri forti locali calabresi, sempre più una pericolosa miscela tra massoni deviati, criminali e politici, quando li disturbi?

“Io non direi che sono forti. In realtà sono deboli e questa loro debolezza li spaventa. Pensano solo all’auto-legittimazione, ma la gente è stanca e inizia ad agitarsi. Così quando uno li stuzzica, saltano i nervi. Basta uno che pubblica una mezza notizia non allineata al coro dei moltissimi “signorsì” presenti nelle redazioni ed eccoli che reagiscono con la delegittimazione. Un potere davvero forte non si comporta così”.

Come sei approdata a Calabria Ora?

“Lavoravo come addetta stampa in Comune e ho chiesto a mio zio Fausto Aquino, che era uno dei due editori del giornale, se potessi essere della partita. Mi disse subito di no, che non ero adatta alle logiche dell’impresa privata, per le mie idee. Avrei dovuto ascoltarlo. Poi si convinse e parlai con Leporace, il direttore, che mi assunse come segretaria di redazione”.

All’inizio eravate un giornale di denuncia, quasi un vero cane da guardia dell’opinione pubblica, poi cos’è successo?

“All’inizio sono tutti così, ci vorrebbero tanti giornali in fase di start up per raccontare la verità. Poi man mano subiscono varie mutazioni, diventano strumenti di pressione, i politici se ne sentono i padroni perché dall’altra parte non trovano una risposta ferma della categoria. Quando scrivi per “piacere”, esattamente come in tutte le cose, la qualità passa in secondo piano e così anche l’obiettività”.

Il vostro editore Piero Citrigno aveva il vizio di fare pressioni indebite sui giornalisti?

“Per usare un eufemismo, sì”.

Perché si è consumato il divorzio con Calabria Ora?

Avevo intrapreso una battaglia sindacale dura con l’editore che stava prendendo pieghe non più sopportabili. E poi volevo saggiarmi in altri contesti per vedere se ero realmente valida anche in ambienti lavorativi meno familiari.

Immagino che non sono pochi i colleghi seri con cui hai condiviso questo percorso professionale. Ti va di citarli e di abbinare ad ognuno di loro un paio di aggettivi?

“Preferirei di no, perché me ne dimenticherei qualcuno e non è giusto. Ricordo però Alessandro Bozzo che mi ha insegnato cosa vuol dire “notizia”, “ritorno”, “correttezza”, “fonti” e altre decine di basi del mestiere per le quali purtroppo non l’ho mai ringraziato”.

Dopo aver lasciato il giornale che ti ha svezzato a livello professionale cosa hai fatto?

“Sono andata a bussare al Quotidiano di Cosenza (i giornali erano in tutto tre nella provincia di Cosenza), ma l’unico posto era in Basilicata, a Potenza, dove ho lavorato molto bene per un anno”.

Poi sei entrata in quella de Il Quotidiano della Calabria, ma è precipitato tutto. Che cos’è successo il 7 luglio 2012? Ti va di raccontarmelo nei dettagli?

“È successo che stavo conducendo delle inchieste sulla città. Che sono stata indagata per avere messo una molotov in una cabina davanti alla Questura di Cosenza. Che il giornale mi tiene comunque a lavorare, ma nel frattempo dal Comune di Cosenza chiamano in redazione per suggerire che io non sarei stata troppo serena, con questa indagine addosso, per scrivere di appalti e consulenze. E così, dopo aver parato i colpi di queste insistenze, a un certo punto “a mia tutela” mi spostano alla nera. Ma quelli che dovrebbero darmi le notizie sono gli stessi che mi indagano, perciò non è che sia stata una scelta molto strategica”.

Tu non c’entravi nulla con questa vicenda e per fortuna l’esame del Dna ti ha scagionato definitivamente. Lo si può urlare: Rosamaria Aquino non è una terrorista. E Michele Santagata, indagato insieme a te, che cosa c’entrava?

“Niente secondo le carte della Procura, comunque bisognerebbe chiedere a lui”.

Si è trattato di un madornale errore giudiziario. L’ennesimo. Purtroppo, non sarà l’ultimo. Ma come può essere scaturito, da dove o da chi è partito questo mostro? Ci sarà uno o più responsabili? Come si chiama o come si chiamano?

“Intanto non lo chiamerei errore. Orrore, magari, quello sì. Purtroppo non abbiamo prove concrete di complotti e macchinazioni ai nostri danni, ma solo fatti slegati, che, messi insieme, lasciano intravedere qualche ombra che si muove dietro le quinte. Personalmente guardo agli effetti odierni di quell’inchiesta sulle persone indagate e risalgo senza troppa fatica a chi aveva interesse che le cose prendessero questa piega”.

Ma ora qualcuno ti risarcirà del danno che hai subito?

“No perché come ha tenuto a precisare la Digos in tutto il percorso di indagine, questa inchiesta è stata fatta “ a vostra garanzia, per escludere che siete stati voi”. Sono stati davvero carini”.

Tu sei una donna che non si è mai fatta sconti e che ha fatto bene la gavetta. Non hai mai gradito raccomandazioni, nonostante la tua sia una famiglia influente a Cosenza, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista imprenditoriale. Inoltre, hai avuto un ex fidanzato che oggi è un dirigente di un quotidiano locale. Ma non è che tutta questa notorietà che ti circondava di riflesso ti ha danneggiato un po’?

“Guarda, per anni ho cercato di dimostrare a me stessa e agli altri che si può lavorare anche e solo per le proprie qualità. Non so se ci sono riuscita. Se non lavoro dicono che tanto mi mantiene papà, se lavoro dicono che cedo al ricatto del precariato. Praticamente non dovrei vivere. Per dire che se questa ipocrisia mista ad invidia sociale la legittimi, allora ti danneggia, sennò li lasci parlare e tanti auguri”.

Quando ti hanno accusato di essere una terrorista piazza bombe, la società editrice, la dirigenza e i colleghi de Il Quotidiano come si sono comportati? Si dice che eri stata trasferita alla redazione di Reggio Calabria, ma che poi non hai voluto proseguire lì il tuo lavoro nonostante fosse apprezzato…

“Sono stati molto solidali e moderatamente attivi. Nel senso: mi hanno offerto un posto a Reggio, però i contratti erano sempre a scadenza di 3 mesi e Reggio non è Cosenza. Io avevo già collezionato qualche strano avvertimento da “personalità locali”. Non me la sono sentita di continuare senza grosse tutele, dopo quello che mi era successo”.

Come è maturata la scelta di lasciare la tua regione?

“Un misto tra opportunità negate e vita personale. Ho sposato un ragazzo di Roma che lavora come pilota dell’aviazione civile e la sua compagnia non fa scalo a Lamezia. Ma non è che abbia lasciato grandi prospettive giù, a vedere come se la passano i miei compagni di strada. Anche i “giornali istituzionali” oggi sono pieni di precariato, più di ieri: non pagano, pagano in ritardo, i livelli di autonomia sono bassi”.

È stata una decisione dolorosa?

“Sì, molto”.

Ti sei dovuta reinventare, tra l’altro in un periodo in cui la crisi sta facendo strage di giornalisti, e questo non può averti agevolato in nessun modo. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

“Mi ha fatta diventare un’altra donna. Ora mi interesso anche di cinema, teatro, di nuovi modi di comunicare che prima ignoravo perché li consideravo lontani dalla cronaca. Scrivo, certo, mi informo. Ma non solo per il giornale e mi piace dire le cose o meglio ancora farle dire ad altri tramite l’arte. Il teatro per esempio ti consente di raccontare tanto e poi, oltre che al cervello, arriva pure alla pancia e al cuore”.

Consigli che daresti a chi si approccia oggi alla nostra professione, sulla base della tua esperienza, che poi è simile a quella di tanti altri tuoi colleghi, compreso me…

“Di non perdersi d’animo per l’andazzo generale e di investire su se stessi. Quando è un periodo di magra, formatevi. E sperimentate strade nuove. Comunicare, raccontare, fare informazione, possono avere mille forme non solo una”.

Parliamo di teatro, che è sempre stato una tua grande passione, forse nata dal clima culturale che il Teatro Rendano permetteva di respirare a chi frequentava il Liceo Classico Bernanrdino Telesio, lì a due passi. Mi parli della tua opera, “La Bomba”?

“La bomba racconta tre storie vere che però sono paradigmatiche di tante situazioni di sfruttamento sul lavoro, nelle redazioni, tra i giornalisti. Parla dei rapporti di forza tra potere e informazione, dove sappiamo bene chi è a soccombere. Narra di come il qualcosa o qualcuno ti possa distruggere e di come però si possa risorgere partendo da se stessi”.

E’ andata in scena al Teatro Millelire di Roma. Com’è andata?

“Grande successo di pubblico, piene tutte e quattro le serate di Roma e le due di Cosenza. Soprattutto a Roma mi ha stupito come la gente si sia appassionata e immedesimata nella storia che, pur partendo dal locale, è stata percepita nella sua universalità. E a Cosenza non mi aspettavo una risposta così calorosa. La gente ha ancora bisogno di sapere, di conoscere, questa è una bella cosa”.

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