Storie di ordinario sfruttamento

Storie di ordinario sfruttamento

Storie di ordinario sfruttamento. Quando ho visto questa foto, mi è subito venuto in mente che mi capitava e mi capita sovente di leggere sui mezzi d’informazione o di sentir parlare titolari e amministratori di aziende, quelli che i napoletani non a caso definiscono “i managgér”, che lamentano di non trovare quasi mai le risorse giuste da inserire nella propria squadra e di essere costretti a continui cambi di personale.

Questo non è adatto a quel tipo di lavoro, a quello manca la grinta, l’altro non si impegna a sufficienza, quell’altro ancora non ha bisogno di lavorare, un altro non è determinato. Poi, per curiosità, domando le reali possibilità di guadagno offerte ad un profilo da poco inserito oppure da inserire e… Indovinate un po’? Si materializzano tutte le storie al limite del disumano raccontate da amici e conoscenti. Appunto, storie di ordinario sfruttamento.

Quando va bene, vengono proposti compensi al limite della sopravvivenza, minacce, ricatti, e turni da dodici o tredici ore al giorno con un’ora di pausa pranzo (che se poi la salti è meglio), preferibilmente con contratto part-time, senza reali e oggettive prospettive di crescita economica. Con la scusa della crisi, la tendenza è il risparmio che rasenta l’accattonaggio. Si cerca di comprare professionalità a basso costo, con la presunzione di dire successivamente che le persone non hanno voglia di lavorare o che non mettono passione in ciò che fanno.

“Dovrebbero ringraziarmi e invece…”, “io li ho creati…”, mordono la mano che li nutre e mille altri deliri di onnipotenza e onniscienza. Da qui, prima con la scusa dei co.co.co, poi dei “cocode”, poi con quella degli stagisti e ora con il JobsAct (alias una “scopa nel culo”), gli interminabili turnover, continui annunci per la ricerca di personale e quant’altro. Potrei capire l’inserimento di un profilo junior, tenendo conto che quando il dipendente maturerà professionalmente, cercherà la crescita economica, com’è giusto che sia. Certo, ci sono anche persone che puntano alla carriera e che sono disposte ad essere sottopagate.

Levatemi tutto (anche lo stipendio) ma non il mio titolo, magari in inglese, sul biglietto da visita in carta patinata lucida e stampato in quadricromia… Però, c’è un esercito di professionisti, seri, preparati, capaci, orientati al risultato, che sono in grado di contribuire e non poco alla crescita di un business, a riorganizzarlo, alla formazione di un gruppo e molto altro. Bisognerebbe essere consapevoli dell’importante contributo che possono offrire ed evitare di guardarli come un costo.

Storie di sottopagati e ‘scalatori’

Perché il punto è proprio questo: risparmiare sulle risorse umane è un errore. Oggi, il dipendente perfetto deve avere 18 anni d’età, 36 anni di esperienza lavorativa alle spalle e costare non più di 15 euro al giorno. E chissenefrega se la storia ci insegna che è una strategia sbagliata: i fallimenti si contano ogni giorno. Un vero professionista non “svenderà” mai la propria professionalità e se ciò dovesse accadere, certo che non farà il vostro interesse, ma il proprio.

L’annuncio della nascita dello Statuto dei Lavoratori.

E quelli che sono disposti a lavorare sottopagati? Stanno male, si fanno venire il fegato marcio, ma non si lamentano, per evitare di sentirsi dire dai colleghi (magari sottoposti ad ammortizzatore sociale) che sono dei vermi. Sono quelli che vengono inseriti nelle redazioni dei giornali a poco più di 10 euro a pagina, una al giorno “sette-giorni-su-sette” e le foto e i video li fai tu. Già i video.

C’è anche il sito internet, che però diventa volontariato. “…Visto che ci sei, fai anche un video per il sito internet…”. Gli “scalatori sociali” sono quelli che vivono con mamma e papà, ai quali raccontano di essere diventati manager product o menate varie, e vanno a fare i porta a porta truffando la povere gente e sognando di fottere anche i loro capi.

Anche loro poveri, se si considera che le provvigioni, quando vengono riconosciute, sono bassissime e il compenso fisso promesso dopo le prime sei ore di assunzione è diventato una chimera. A proposito dei porta a porta. Ricordate le recenti truffe dei finti dipendenti dell’Enel? Quei ragazzotti carini e ben vestiti che pur di entrare in possesso del codice clienti scritto sulla bolletta avrebbero venduto l’anima? Il codice clienti è quel banale numero che consente di poter sottoscrivere nuovi contratti per la fornitura dell’energia elettrica all’insaputa dell’utente. Una truffa bella e buona.

Fino a qualche tempo fa il sistema era semplice: si spacciavano per incaricati Enel e proponevano un nuovo contratto. Per farlo chiedevano una vecchia bolletta per dimostrare, conti alla mano, la convenienza della propria proposta. Fin qui niente di strano. Fra l’altro nella maggior parte dei casi questi venditori non si mostravano particolarmente insistenti. Il perché è presto detto: a loro bastava vedere la bolletta. Da lì, utilizzando il codice cliente (in teoria noto al solo utente), potevano sottoscrivere un nuovo contratto (all’insaputa del consumatore) sul quale il venditore riscuoteva la provvigione. Il sistema per un po’ ha funzionato, e c’è chi prova ancora a utilizzarlo.

Ma il passaparola tra utenti fregati con quel sistema aveva cominciato a diffondersi, e il contatto diretto tra venditore e consumatore presentava rischi crescenti: non sono mancate denunce. La fantasia dei truffatori non conosce limiti, ed ecco che per un trucco scoperto se ne inventa un altro. Non più visite porta a porta per chiedere la bolletta. Del resto la stessa Enel avvisa sulle sue lettere di non inviare incaricati o di fare transazioni al domicilio dell’utente. Allora basta una telefonata. Chiamano a casa della famiglia presa di mira e, spacciando la possibilità di fantasmagorici sconti, chiedono la lettura di una bolletta qualsiasi, facendosi dare anche qui il “numerino magico”, ossia il codice utente. Se si trattasse davvero di una chiamata di Enel, dovrebbe essere già in possesso di chi telefona. O no?

Sfruttamento porta a porta, no grazie

Sempre più specchio di una realtà che dovrebbe incutere paura, Facebook, attraverso una delle sue pagine, ti fa imbattere nella testimonianza di una ragazza: “Vorrei esporre in maniera anonima la mia esperienza. Chiedo l’anonimato perché ho intenzione di provare a procedere legalmente per più di un torto che ritengo di aver subito, ma non ho ancora parlato con nessun avvocato, né denunciato l’accaduto. Era da tempo che cercavo lavoro finché mio padre un giorno mi diede un numero di telefono. Un’azienda che cercava personale”.

“Decido di telefonare, ma durante l’arco della telefonata non mi dissero esattamente di cosa si trattava. Fissato il colloquio vado nell’ufficio e parlo con il titolare, dicendo che cercava sia una segretaria sia gente esterna, non spiegando bene l’utilizzo che ne avrebbe fatto all’esterno. Parla di un fisso di 800 euro per il primo mese, e di oltre 1000 euro successivamente. Mica male di questi tempi. Gli lascio il curriculum e dopo qualche giorno mi chiama e mi dice di andare il lunedì per la giornata di prova”.

“Arriva il giorno fatidico, mi presento puntuale e dopo pochi minuti io ed altre due selezioni andiamo in macchina con il trainer, quando in realtà il titolare aveva detto che sarei rimasta in ufficio. Dopo che il trainer offre la colazione, parcheggia la macchina e ci fa vedere il lavoro. Un porta a porta. Giuro, dire che ero delusa era poco. Alla fine della giornata torno in ufficio, faccio il test e lo passo e vengo presa”.

“Dopo quasi una settimana firmo la lettera d’assunzione, o meglio la lettera d’incarico per il porta a porta. Mi hanno licenziata dopo 29 giorni: sono stati furbi a licenziarmi il giorno prima che facessi il mese, così non mi hanno dato il fisso. Tutti i giorni sveglia alle 6 del mattino, per essere in ufficio alle 8. Addirittura una volta sono arrivata con 10 minuti di ritardo e non mi hanno aperto la porta dell’ufficio”.

“Io sono uscita e me ne sono andata in giro, in zona. Dopo un po’ mi ha chiama il trainer e io gli ho chiesto: “Ma cos’è, volete licenziarmi?”. E lui mi dice di no. Con l’agenzia per fortuna non ho più niente a che fare, ovviamente ho preso una miseria, 100 euro a marzo e 37 euro ad aprile. Mai e poi mai più un lavoro così. Anzi, non è nemmeno un lavoro, è puro e proprio sfruttamento”.

Il problema è che questo tipo di sfruttamento è autorizzato da leggi che tutelano solo l’imprenditore e permettono questo far west. Dicono che l’imprenditore si espone al richio d’impresa. Non è vero. Ormai con la semplicità con cui si accede alla cassa integrazione e ai contratti di solidarietà o al fallimento (spesso pure concordato), il rischio d’impresa è una barzelletta. Tanto è tutto a carico della comunità. Sì, quella fatta da gente strozzata dalle tasse, sfrattata dalle case quando rimane sul lastrico… Quello della ragazza che ha raccontato del porta a porta per 137 euro in un mese e 29 giorni non è un caso fortuito, se in men che non si dica ci si può imbattere in un’altra significativa testimonianza.

Sfruttamento in un gruppo famoso

“Vi racconto la mia esperienza con un gruppo famoso, “Gruppo P***e” nel quale mi sono imbattuto per caso in un centro commerciale. Erroneamente indotto a credere che lavorassero direttamente per un noto brand di telefonia e desideroso di lavorare, ho lasciato i miei dati e dopo qualche giorno sono stato contattato. Mi presento al colloquio dove vengo accolto dal direttore della filiale locale che fa un monologo su quanto questo lavoro sia flessibile, dinamico, motivante, improntato alla crescita personale e, soprattutto, meritocratico. E poi si guadagna bene. Addirittura puoi scegliere quanto guadagnare, a seconda dei contratti che farai. Comunque, non preoccuparti, c’è pur sempre un fisso di 400 euro. E me lo scrive su un foglio che ancora conservo, hai visto mai…”.

“Il giorno successivo firmo un mandato di collaborazione in bianco e comincio a lavorare. Dovevo stare nella galleria commerciale, fermare la gente e cercare di portarla alla postazione Flexi dove, il mio store manager, li avrebbe sapientemente convinti a sottoscrivere un contratto. I primi giorni, infatti, non conoscevo il prodotto e non potevo presentarlo da solo, poiché non mi era stata fatta nessuna formazione. Dopo avermi mandato in prova all’interno di un punto vendita Mediaworld, sono tornato sul flexi dove ogni tanto cambiavano lo store manager”.

“Nel frattempo, continuavano a fare colloqui ogni giorno e vedevo passare tanti ragazzi e ragazze che resistevano al massimo una settimana e poi, magicamente, sparivano per le più svariate motivazioni. Verso la fine del mese, lo store manager di turno mi dice che sono indietro e devo recuperare, altrimenti niente stipendio. Come? Esatto, niente fisso. Solo provvigioni sui contratti attivati, non sottoscritti, entro una data del mese successivo e il pagamento a 60 giorni. Sempre che si raggiunga la quota da loro stabilita…”.

“Poiché per andare a lavorare impiegavo oltre mezz’ora con la mia auto, rimettendoci benzina e tempo, il gioco sembrava non valesse la candela. Decido comunque di darmi un altro mese di tempo, durante il quale subisco persino una serie di aggressioni verbali da parte di uno store manager, che mi insulta toccando anche la mia sfera personale. Ingoio il rospo per quieto vivere. Nel mentre, trovo un lavoro vicino casa”.

“A fine mese vado via ma non lo dico a nessuno e continuo a lavorare come nulla fosse. Due giorni prima di andarmene – il preavviso, come da contratto – lo comunico al mio responsabile che, per tutta risposta, mi dice di restituire il cartellino e andarmene immediatamente, dandomi dell’ingrato irrispettoso nei confronti dell’azienda e delle persone che mi avevano accolto e aiutato come fossero benefattori”.

Qualche giorno da infiltrato per capire

Incuriosito da queste e altre mille storie simili, ho deciso di infiltrarmi “indirettamente” in una di queste aziende a struttura piramidale, parola che odiano visto che questa pratica è vietata dalla legge. L’ho fatto a Torino. Oltre a confermare le situazioni raccontate, due delle quali avete appena letto, reputo importante lasciarvi alcuni punti di riflessione. È fondamentale capire i retroscena di determinate situazioni lavorative, altrimenti si corre il rischio di avere un quadro parziale e non sufficientemente stupefacente.

Ci sono le “feste-premiazioni” che sono obbligatorie per tutti. Si tengono una volta al mese e si fanno balletti aziendali, si ascoltano discorsi motivazionali e il solito ritornello dei soldi a palate, quando il direttore ha detto che un ragazzo avrebbe guadagnato uno stipendio che un laureato neppure potrebbe sognare… Il tutto condito da una buona dose di alcool, generosamente offerto dalla cara azienda. Chi non si presenta alla festa è un ingrato e viene cacciato via in malo modo, senza se e senza ma.

Poi c’è il concetto di “meritocrazia”, ovvero un parolone di cui si riempiono la bocca questi cosiddetti leader senza conoscerne il significato. Un po’ come quando parlano di rispetto. I colleghi, all’inizio, ti aiutano ma, in fondo, è pur sempre una guerra a chi si accaparra un contratto. Una guerra tra poveri, comunque. Nella loro catena alimentare tutti i nuovi entrati e i non raccomandati sono un’insalata. Poi c’erano i colleghi “anziani” e poi ancora gli store manager che guadagnano percentuali sulle provvigioni dei sottoposti.

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Senza dimenticare i gruppi WhatsApp, sui quali ogni giorno si postano le foto dell’arrivo allo stand e si forniscono prove fotografiche dei contratti fatti con metodi quasi mai trasparenti. I toni usati dai direttori sono, per usare un eufemismo, minacciosi anche se solo dimentichi di rispondere a una qualsiasi domanda. Per lo più, quelle che forniscono una scelta sono: “Venite alla festa stasera, sì o sì? Se non venite stasera, state a casa anche domani”.

Appena uno viene cacciato, viene subito rimosso dal gruppo dove i soliti “motivatori” scrivono che chi non ha voglia di lavorare fa la stessa fine. Gli adepti delle sette sataniche hanno più personalità di questo branco di replicanti. L’accesso ai profilo personali, dai quali potreste controllare lo stato di lavorazione dei vostri contratti, spesso resta magicamente avvolto nel mistero per mesi. Se riuscite ad accedervi, significa che stanno per mandarvi via…

In ogni caso, quando riuscirete a controllare, scoprirete anomalie su molti contratti attivati e mai inseriti sotto il vostro codice. Volatilizzati. I compensi per un mese di lavoro variano dai 130 ai 160 euro. Quando riuscite a farvi pagare… Non sono violento per natura, ma voi dite che questa gente non andrebbe presa a sprangate nelle rotule? Sappiate che la legge, addirittura, li difende…

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