Nella sezione Attualità di MC Blog, attraverso reportage, racconti, interviste, inchieste e quant’altro si trovano notizie su fatti di attualità o storici ma con ripercussioni importanti sull’attualità, sulla contemporaneità e sulla nostra società

Quattro bambini positivi alla cocaina: solo l’ultimo caso

L’ultimo caso è avvenuto a Roma: quattro bambini positivi alla cocaina che piangono e si agitano. E tutti e quattro ricoverati nello stesso reparto di terapia intensiva neonatale del policlinico Casilino di Roma. Tutti e quattro per lo stesso motivo. Neonati positivi alla cocaina.

Ecco le terribili conseguenze della diffusione e dell’abuso di droga in Italia. Un uso e un abuso che non si ferma nemmeno in gravidanza. Il risultato è vengono messi al mondo bambini che devono assumere il metadone e affrontare terapie già durante i primi giorni di vita. Il tutto senza sapere se altri problemi causati dalle droghe durante la gestazione (ritardo neurologico) si presenteranno negli anni a venire.

Tra il mese di settembre e quello di ottobre, a Milano sono risultati positivi sei neonati, mentre il 2 novembre 2019, sempre a Milano, è stato arrestato un quarantaquattrenne che picchiava la compagna e che ha riportato alla luce il caso di uno dei figli di lei, nato con un’astinenza alla cannabis.

Storia simile a Padova, il 20 settembre 2019, quando un bambino è stato tolto ai genitori perché era stato trovato sotto effetto di sostanze stupefacenti. Le cronache raccontano ogni giorno di storie simili, ma ricordiamo che questa è solo la punta di un iceberg enorme che si nasconde dietro il silenzio, dietro l’omertà, dietro una crescente asocialità mista ad egoismo.

Il Caffè Basaglia deve riaprire e Torino deve aiutare

Il Caffè Basaglia deve riaprire. Sono passati diversi mesi da quando il Caffé Basaglia di Torino è stato costretto a sospendere le sue attività: a luglio 2019 c’era stato il crollo di una soletta in un locale attiguo ed è stato dichiarato inagibile l’intero edificio. Da allora nessuna attività ha potuto tenersi nei locali del Caffè Basaglia: nessun incontro, nessun evento culturale, nessuno spettacolo, bar chiuso, ristorante chiuso, nessuna entrata economica, soltanto spese.

Ad oggi sei dipendenti hanno l’indennità di disoccupazione, altri due con borsa lavoro vedono sfumare la prospettiva di un’assunzione vicina: sono in gran parte malati psichiatrici, alcuni vi lavorano da anni, altri sono giunti da poco ma tutti hanno potuto riscoprire il gusto di una vita in cui i rapporti con le persone cosiddette “normali” si basano sul rispetto reciproco e in cui la convivenza è mediata da regole dettate dall’affettività e dall’empatia.

“Visto da vicino nessuno è normale”: la grande scritta che accoglie chi entra al Caffè Basaglia è un invito a non fermarsi alle apparenze, a superare barriere e pregiudizi per vincere la solitudine competitiva causata dalla frammentazione dei legami sociali.

Questo luogo magico di incontro di esperienze solidali è un progetto concreto di lotta contro l’emarginazione che ha saputo mantenere gli impegni offrendo opportunità di lavoro a pazienti psichiatrici e occasioni di incontro per tutti. Nei suoi undici anni di vita il Caffè Basaglia è stato tutto questo e molto altro ancora, nei suoi locali hanno sede tra l’altro il Comitato acqua pubblica Torino, il Controsservatorio Valsusa e Carovane Migranti è di casa.

Ma oggi il Basaglia è chiuso e non si sa quando potrà riaprire, quando potrà riprendere ad essere quel punto di riferimento per i tanti (torinesi e non) che vedono in questo circolo Arci così “diversamente normale” un grande patrimonio di grandi esperienze collettive nella lotta per la difesa dei diritti, un bene comune da difendere ad ogni costo.

Il Caffè Basaglia deve riaprire. Ce la farà? Dipende anche da tutti noi che, come il Caffè Basaglia, non abbiamo sponsor nei palazzi del potere né governi amici. In queste settimane si svolgono molte iniziative in sostegno del Caffè Basaglia, una delle tante e si terrà nella vicina Val di Susa: una cena solidale alla Locanda del Priore gestita dalla cooperativa Amico che aderisce alla campagna SOS Caffé Basaglia condividendone gli obiettivi. Un cibo di qualità per alimentare un progetto di qualità.

Il caffé Basaglia nasce da un’idea originaria, costituitasi intorno ad una servizio pubblico ed istituzionalizzato, ha generato la costituzione di un’associazione composta anche da non addetti ai lavori ed alla successiva contaminazione con altre associazioni che lavoravano nel territorio con i migranti e nel campo dell’informazione diffusa ed indipendente.

Partendo dal lavoro quotidiano nel Centro Diurno del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl di zona ci siamo trovati ad affrontare questo problema: la consuetudine di imparare a cucinare nei gruppi pranzo e i corsi alberghieri in “borsa lavoro” con il lodevole proposito di acquisire autonomia, si scontravano nella realtà con la difficoltà a trasferire queste competenze nella vita quotidiana.

I pazienti che vivono in famiglia difficilmente hanno spazio e voglia di cucinare, mentre chi vive da solo ha problemi troppo grandi per mettersi ai fornelli quando piomba nella solitudine della sua casa. Inoltre la difficoltà a reggere i ritmi lavorativi e la rarità quasi assoluta di lavori protetti produce un cortocircuito di frustrazioni.

Chi ha visto Marco Lucarelli? Giorni di paura per un ragazzo

Da mercoledì 25 settembre 2019 non si hanno più notizie di Marco Luccarelli, un ragazzino di appena quindici anni originario di Frosinone che viveva in una casa famiglia. La sorella di Marco ha lanciato un ultimo disperato appello sui social network, e già sono migliaia le condivisioni da tutta Italia.

Marco Lucarelli è alto 1 metro e 77 centimetri, ha i capelli castani e gli occhi verdi. La mattina di mercoledì 4 settembre, si è allontanato a piedi dalla struttura dove era ospitato, alcuni lo hanno visto in compagnia di una coetanea, forse un’amica, e non ha portato con sé il cellulare. Un gesto che ha fatto scattare il sospetto e poi l’allarme.

“Chiedo un aiuto per ritrovare mio fratello – scrive la sorella –. Si chiama Marco Lucarelli ha 15 anni, nato e cresciuto a Frosinone, da gennaio si trovava in una casa famiglia a Caivano, in provincia di Napoli. Da mercoledì 4 settembre è scomparso e non si hanno più sue notizie. Vi prego di condividere questa foto e il mio disperato appello, senza senza offese o insulti. Grazie a chi mi aiuta”.

Un allegato vuoto e il tuo computer è in mano ai cybercriminali

I ricercatori di Eset hanno individuato nuovi componenti di Zebrocy, la famiglia di malware utilizzata dal famigerato gruppo Sednit, noto anche come APT28, Fancy Bear, Sofacy o Strontium.

Operativo almeno dal 2004, negli ultimi anni questo gruppo è spesso salito alla ribalta con attacchi di alto profilo come ad esempio nel 2016, quando il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha accusato il gruppo di essere responsabile della violazione al Democratic National Committee (DNC) poco prima delle elezioni degli Stati Uniti. Si presume inoltre che il gruppo sia dietro l’hacking della rete televisiva globale TV5Monde, la perdita di e-mail dell’Agenzia mondiale antidoping (WADA) e a molti altri attacchi.

A fine agosto, il gruppo ha lanciato una nuova campagna destinata ai loro classici obiettivi – ovvero ambasciate e ministeri degli affari esteri nei paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale – attraverso nuovi componenti della famiglia di malware Zebrocy.

Quando un dispositivo viene preso di mira dai componenti di Zebrocy, il processo è di solito piuttosto evidente, poiché la vittima ha almeno sei componenti dannosi rilasciati sul computer prima dell’esecuzione del payload finale. Tali attività possono facilmente innescare diversi campanelli di allarme per un prodotto di sicurezza.

Il documento allegato all’email di phishing è vuoto ma fa riferimento a un modello remoto, wordData.dotm, ospitato su Dropbox. L’apertura di questo documento in Word comporta il download di wordData.dotm e la sua integrazione nell’ambiente di lavoro del documento associato, incluso qualsiasi contenuto attivo presente nel modello.

Gli operatori di Sednit hanno utilizzato in passato numerosi downloader scritti in diverse linguaggi. Questa campagna ne impiega la versione più recente, il Nim. SI tratta di un semplice binario predisposto per scaricare ed eseguire altri componenti, a cui però sono stati aggiunti due piccoli dettagli. Il primo è probabilmente usato come trucco anti-sandbox e verifica che la prima lettera del file eseguito (lettera l qui o 0x6C in esadecimale) non sia stata cambiata. Il secondo è un tipo di offuscamento in cui l’operatore sostituisce le lettere “placeholder” in una stringa con quelle corrette, a offset definiti.

La nuova backdoor di Zebrocy non è scritta come al solito in Delphi, ma in Golang. Si tratta della prima volta che viene rilevata questa backdoor, che risulta comunque molto simile a quella di Delphi. Questa nuova backdoor ha varie funzionalità, tra cui la manipolazione dei file come creazione, modifica ed eliminazione, funzionalità di cattura screenshot e esecuzione di comandi tramite cmd.exe.

Nuovi downloader, nuova backdoor: il gruppo Sednit è sempre attivo e continua a migliorare i suoi componenti. Si tratta di effettive novità? Non proprio. Osservandolo, sembra che il gruppo Sednit stia eseguendo il porting del codice originale o lo stia implementando in altri linguaggi nella speranza di eludere più efficacemente i sistemi di rilevamento. Il sistema di compromissione iniziale rimane invariato, ma l’utilizzo di un servizio come Dropbox per scaricare un modello remoto è insolito per il gruppo.

Nuova truffa su PayPal: occhio al cambio password

Le truffe “spilla-contante” online si fanno sempre più subdole e minacciose, arrivando a colpire anche PayPal che fino a poco tempo fa restava un baluardo per i pagamenti sicuri nel web. Da 24 ore circa si è diffusa la notizia di un nuovo attacco. Una nuova ondata di mail phishing, che hanno già fatto migliaia di vittime, ma questa volta la truffa non corre per mail bensì su PayPal, marchio di proprietà della PayPal Holdings Inc, una società americana che dal 1999 (all’epoca si chiamava Confinity) offre “servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro tramite Internet”.

Se è vero che ogni giorno, Google e Polizia Postale in primis, si dedicano sempre più a rendere il web un posto meno insicuro, è altrettanto vero che la professione del truffatore evolve anche sotto il profilo tecnologico, si complica, ma permette ai malintenzionati di mettere a segno colpi più fruttuosi, meno rischiosi di uno scippo o di una rapina a mano armata e anche decisamente più anonimi (per quanto la parola anonimo possa andar d’accordo con un web in cui è prassi fare operazioni in chiaro, ossia non criptate).

Nei mesi scorsi, la Polizia Postale ha diffuso allerte e ha raccolto denunce e testimonianze da vari clienti di operatori telefonici come Tim, Wind, Tre e Vodafone, vittime dell’indimenticato Sim Swap Scam (conti correnti svuotati tramite la scheda telefonica), poi è toccato ai correntisti di Unicredit, BNL e Intesa Sanpaolo attraverso un’ondata di phishing. I cyber criminali trovano sempre nuove prede. E così, visto che gli operatori telefonici e gli istituti di credito sono corsi ai ripari, alzando notevolmente i sistemi di sicurezza, adesso sono stati presi di mira i clienti di PayPal.

Scopriamo la nuova truffa su PayPal

PayPal consente di aprire un conto corrente con pochi click, si collega alla carta di credito o al conto corrente bancario e risulta subito attivo. Registrarsi è gratuito e immediato, le garanzie post-acquisto sono notevoli ed effettuare pagamenti, spostare denaro, o fare acquisti risulta decisamente semplice. Per questo, ogni giorno è usato da milioni di persone. La chiave del suo successo sono le vendite protette. Il problema sta nella facilità con cui si accede a PayPal: una mail e una password. Magari una di quelle maledette password che s’inventano per evitare di dimenticarsela: Nome1234.

La nostra mail è ovunque, anche sui social network, e chiunque può averla. Da lì ad indovinare una password il passo non è breve, ma neppure così lungo. E a ben vedere, il fattore di protezione è rimasto solo uno e non appare invalicabile. Tramite la mail scarichiamo ogni giorno sul computer e sugli smartphone (il vero tallone di Achille nel web) di tutto e di più. Basta un semplice spyware o un malware per far sì che al truffatore vengano comunicate tutte le nostre password. E il gioco è fatto. Anzi la truffa è servita, senza il bisogno di conoscere nome, cognome e orari della vittima. Come detto, a trasferire i soldi disponibili è un attimo.

Ma in questa nuova truffa c’è qualcosa di particolare e soprattutto non ci sono file da scaricare. Dal 15 settembre 2019 e non si sa per quanto tempo, “gli utenti riceveranno delle mail che con ogni probabilità supereranno i filtri anti-phishing. Non viene richiesto denaro. La mail sembra arrivare in tutto e per tutto da PayPal (ma non è così) e vi si trova un testo che avvisa l’utente di un pagamento anomalo sul proprio account PayPal e l’invito a modificare con urgenza e per ragioni di estrema sicurezza la propria password. Il consiglio è quello di effettuare la modifica attraverso un link fittizio grazie al quale i cyber criminali ruberanno i dati sensibili del malcapitato.

Come difendersi dai cyber criminali

È possibile difendersi dai cyber criminali? E come? Claudio Carusi, titolare della Link Point di San Marino, da oltre 20 anni si occupa di siti internet, forum e blog, e si occupa soprattutto di sicurezza informatica e di conseguenza della sicurezza dei suoi clienti e del loro portafoglio. L’imprenditore bolzanino spiega che è fondamentale tenere “la soglia di attenzione alta e la massima diffidenza restano due costanti, se è vero il principio che fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. E poi, backup questo sconosciuto: fare sempre una copia dei dati che non si possono perdere e conservarla in un posto sicuro, come un hard disk esterno”.

Un buon antivirus può essere utile? “Serve, ma non per salvarsi da questa truffa che è priva di allegati. Conviene sempre prediligere antivirus che danno ottimi risultati nei test, come ad esempio e non in ordine di importanza Kapersky, Avast, Avira, Norton, AVG, Malwarebytes, eccetera. E magari prediligere la versione a pagamento che è completa. Io consiglierei un antivirus a pagamento e un anti malware gratuito. Ma il consiglio più importante è quello di attivare un filtro anti-phishing che rilevi le email sospette”.

Non tutti sanno come attivare un filtro anti-phishing, per cui Carusi precisa: “Questi filtri sono spesso contenuti negli antivirus, ma conviene attivarli anche sul browser che si usa per collegarsi ad internet e per navigare mediante apposite estensioni. Le estensioni in questione, che altro non sono che dei programmi, sono contenute nell’antivirus e, solitamente, all’installazione viene chiesto se si vuole aggiungere. Incomprensibilmente, molte persone non attivano questo filtro. Le motivazioni sono le più svariate: la paura di “appesantire” o rallentare il programma di navigazione, la distrazione, l’ignoranza”.

Un altro consiglio è quello di “rimuovere tutti i plugin installati sul browser, perché rappresentano una porta sempre aperta per cyber criminali, hacker e cacciatori di identità – prosegue Carusi -. Se per caso, l’antivirus installato non avesse un filtro anti-phishing, può risultare utile installare Web Of Trust, un programma disponibile per Internet Explorer, Firefox, Opera, Safari e Google Chrome”.

E già che ci siamo, Carusi lancia un’altra allerta: “Dal 9 settembre stiamo ricevendo diverse mail uguali con richiesta d’offerta in italiano. L’invito è quello di aprire il file allegato che è un documento .doc compresso in R11 (rar). Non apritelo, la scansione ci dà come risultato “malware”. Il fenomeno è nuovo e abbiamo inviato il file per farli analizzare. Nel frattempo diffidate anche degli annunci di compravendita: lì si annidano i truffatori professionisti”.

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti: e così se da un lato, adesso, i carabinieri sperano che in questo strano ritrovamento ci sia almeno una risposta alle tante domande del caso, dall’altro si infittisce sempre più il mistero che aleggia intorno al Mostro o ai Mostri di Firenze.

Quella del 18 agosto 2019 è una data storica, ma forse anche un po’ imbarazzante: i carabinieri del Ros, che indagano sui delitti del Mostro di Firenze senza sosta da decenni e brancolando sempre nel buio più totale di uno dei grandi misteri italiani, sono emozionati. Sono contenti perché hanno scoperto che il loro ritrovamento era impresso nel filmato con cui, il 23 dicembre del 2015.

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

I reperti dei delitti del Mostro di Firenze si trovavano nel palazzo di giustizia di Firenze. I carabinieri hanno praticamente rimontato tutta la tenda, come da filmato in loro possesso per cercare altre eventuali tracce biologiche da analizzare. Su un cuscino c’era ancora il segno di un proiettile entrato, ma mai uscito.

Dopo aver palpato il cuscino e aver capito che dentro c’era ancora qualcosa, armati di bisturi e pinzetta da chirurgo, gli investigatori aprono il cuscino e ritrovano il proiettile del Mostro di Firenze, che è lì da 30 anni. Ora c’è la speranza che quel nuovo reperto possa dare preziose indicazioni balistiche o genetiche. C’è la quasi certezza che i segni sul nuovo proiettile siano compatibili con la Beretta del Mostro di Firenze, quella mai ritrovata fino ad oggi.

Cos’è Mare Mostrum e quali sono i suoi terribili segreti?

Se sei qui è perché vuoi conoscere i segreti di Mare Mostrum, che tutto è tranne che uno slogan. Ti sei mai fatto o fatta una domanda semplice, come ad esempio, cosa significa il termine “traffico illecito di rifiuti”? La risposta, altrettanto semplice, dovrebbe provocare un gigantesco moto d’indignazione: consiste in una qualsiasi spedizione di rifiuti che avviene senza il consenso delle autorità competenti interessate (nazioni di destinazione e di transito). Per essere chiari: in questi casi tutte le movimentazione di rifiuti, che valgono una montagna di soldi e possono essere altamente dannose per la salute altrui, non vengono mai accompagnate da corretta e veritiera documentazione.

Il traffico dei rifiuti è un problema che, ovviamente, interessa l’Italia e molti altri Paesi del mondo, soprattutto quelli in via di sviluppo, che affacciano sul Mediterraneo e che quasi sempre sono i destinatari finali dei rifiuti. Tra la fine degli anni Settanta e Novanta, il fenomeno del traffico e dello smaltimento dei rifiuti, specialmente quelli tossici, rappresentò un motivo di businnes per pochi potenti uomini senza scrupoli che, attraverso le mafie e la politica deviata, mise a rischio l’integrità dei nostri mari. In particolare quelli italiani, nello specifico quelli del sud, dove le mafie hanno radici profonde e ben salde.

La ‘ndrangheta, più di tutte tutte, ma anche la camorra e la sacra corona unita, parteciparono a molti affondamenti, così emerge dalle carte depositate in varie Procure della Repubblica sparse per l’Italia. Peccato che gli esiti delle indagini siano stati di scarsi risultati e che in un paio di casi i relitti cercati e trovati corrispondessero ad altre navi di altri costruttori di cui si conosceva “vita” e “morte”. In molti altri casi, visto che le ricerche in mare hanno dei costi elevatissimi e, sopratutto, perché a qualcuno può far comodo che la verità non emerga (o venga alla luce il più tardi possibile), non si è né cominciato né proseguito a cercare.

Eppure, visto che esistono segnali strani come montagne e sorgenti di fiumi radioattivi, pesci con la spina bifida, acque altamente inquinate, fanghi e schiume con valori tossici sopra la norma, metodologie usate e luoghi indicati da più collaboratori di giustizia, eccetera, eccetera, sarebbe stato doveroso uno sforzo maggiore alla ricerca della verità. Legambiente, sulla base dei dati raccolti attraverso la Direzione investigativa antimafia e altre istituzioni e associazioni territoriali, riuscì a fare una sorta di censimento degli affondamenti e delle sparizioni sospette dal 1979 al 2000. In totale parliamo di 88 navi. Tutte “navi a perdere”?

Navi italiane, turche, croate, russe e bielorusse, greche e persino siriane. Alcune con carico dichiaratamente tossico, altre con “carico sconosciuto”. Speronamenti, fughe di mezzi e uomini a volte mai più rintracciati. E soprattutto testimonianze. Non è detto che siano tutte navi dei veleni o navi a perdere, ma è certo (documentato) che molte trasportassero carichi tossici e in molti casi radioattivi per l’ambiente e l’uomo. Ed è certo è documentato che alcune sono affondate con questi terribili segreti (che resteranno tali finché qualcuno onesto non vorrà scoprirli) e altre hanno solo sversato in mare un contenuto che non potevano scaricare in nessun modo a terra. Il Canale di Sicilia, le Isole Eolie, il mar Tirreno, lo Jonio, l’alto Adriatico… Perché nessuno ha rimosso dai fondali dei “nostri” mari questi relitti?

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Ecco tutti gli affondamenti sospetti delle Navi dei veleni

1979

Aso: costruito nel 1961 ed affondato al largo di Locri (Rc) il 17 maggio 1979 (latitudine 38 gradi e 14 primi nord, longitudine 16 gradi e 15 primi est). La nave conteneva 900 tonnellate di solfato ammonico, sostanza altamente tossica e derivata da prodotti usati nelle industrie chimiche.

1980

Misurina: nave battente bandiera italiana affondata misteriosamente a picco il 17 febbraio 1980, a 20 miglia a sud-est di Capo Spartivento, su un fondale profondo 1.980 metri e con un carico sconosciuto.

1981

Athina R: nave greca fabbricata nel 1954 affondata per cause imprecisate il 5 luglio 1981 su un fondale di 1.500 metri a 16 miglia sud-est da Capo Spartivento. La nave era diretta a Malta con un carico di solventi chimici.

Capt Petros: nave cipriota costruita nel 1956 ed affondata il 26 agosto del 1981 a 70 miglia ad est della Sicilia (latitudine 36 gradi e 28 primi nord, longitudine 16 gradi e 38 primi ad est). Il cargo, secondo le indagine trasportava ufficialmente un carico di cemento.

1982

Old Father: nave caraibica rimasta incagliata a Capo Hiros per un’avaria al timone e poi affondata il 2 marzo 1992 nei pressi dell’isola greca di Paxos conteneva ufficialmente un carico di tubi.

Barbara: motonave italiana costruita nel 1949 ed affondata a 15 miglia dell’isola di Zante il 26 Giugno 1982 insieme a 1200 tonnellate di manganese in fusti (materiale altamente tossico). Partita da La Spezia e diretta ad Alessandria, la “motonave sarebbe colata a picco per infiltrazione d’acqua nel motore con conseguente abbandono della stessa nave da parte dell’equipaggio.

Silenzio: mercantile italiano diretto a Malta, affondata in acque internazionali ad est di Trapani il 2 novembre 1982 con un carico di marmo. L’imbarcazione sarebbe affondata su un fondale di 1.250 metri ad una latitudine di 36 gradi, 35 primi nord, longitudine 13 gradi, 36 primi est da Trapani.

Andalusia: nave greca fabbricata nel 1968 e affondata a 40 miglia sud-est di Pantelleria (latitudine 36 gradi e 5 primi, longitudine 12 gradi e 12 primi est) il 2 dicembre 1982. Si trova ad una profondità di 250 metri. La nave, almeno sulla carta, trasportava cemento ed era in viaggio da Alicante a Misurata.

1984

Elbe: nave panamense affondata a 17 miglia dalla spiaggia di Bova Marina, Reggio Calabria, il 25 maggio 1984 con un carico di rottami di ferro. Il cargo era partito da Malta con l’ostentato obiettivo di raggiungere Porto Nogaro, in Friuli.

Monte Pellegrino: nave italiana in viaggio da Porto Empedocle a Palermo affondata l’8 ottobre 1984 a 4 miglia da “punta di Solanto, capo San Vito” (latitudine 38 gradi, 13 primi nord, longitudine 12 gradi e 49 primi est, fondale di 420 metri). Ufficialmente sulla carta trasportava un carico di pomice.

Sofia: battente bandiera cipriota, fabbricata nel 1956 ed affondata su un fondale di 3.200 metri il 5 dicembre 1984 a 130 miglia sud ovest da Kalamata, località jonica della Grecia (latitudine 35 gradi, 33 primi nord, longitudine 19 gradi, 52 primi est). Era in viaggio verso Tripoli con a bordo “merce varia”.

1985

Nicos 1: Sparisce con tutto il suo carico tra Luglio e Novembre 1985. Parte dal porto di La Spezia dichiarando quale porto di destinazione quello di Lomè (Togo) dove non è mai arrivata, ed anzi risultato che avesse scalato in porti fuori rotta quali Cipro, Libano, Grecia. Mentre caricava nel porto di La Spezia venne arrestato il comandante e disposto il sequestro conservativo del carico e della stessa motonave.

1986

Maria Pia M.: battente bandiera italiana costruita nel 1966 affondò l’11 marzo 1986 mentre era in viaggio da Chioggia a Tripoli. La nave, in posizione capovolta, si troverebbe a 35 miglia da Capo Colonna (Crotone), su un fondale profondo 2000 metri (latitudine 38 gradi, 56 primi nord, longitudine 17 gradi, 50 primi est).

Panayiota: nave battente bandiera cipriota affondata a ridosso dell’isolotto di Pianosa, l’11 marzo 1986. Il mercantile custodiva nella stiva circa 695 tonnellate di residui chimici. Grazie ai registri dei Lloyd’s di Londra è stato possibile ricostruire i suoi movimenti: il 2 febbraio la Panayiota parte da La Spezia diretta verso la costa africana. Il 5 marzo, dopo che aveva già cambiato identità due volte (prima Nounak e poi Vosso), salpa da Alessandria d’Egitto diretta a Sitia, in Grecia. Sei giorni più tardi si materializza al largo del Gargano: “Intorno alle 23 e 15 la nave ha urtato con la prua sugli scogli dell’isola di Pianosa”. A scriverlo, nel rapporto che recuperato presso la Capitaneria di Porto di Manfredonia, è il sottotenente di vascello Corrado Gamberini. Il faro dell’isola è acceso. La visibilità quella notte è ottima, di oltre due miglia sul mare forza 3 col vento che spira da sud. Il mercantile procede a una velocità di 8 nodi e mezzo sulla rotta 303: radiogoniometro, scandaglio ultrasonoro, pilota automatico, bussole magnetiche e registratore di rotta funzionano. Il capitano Mikail Divaris non lancia l’Sos. Poco dopo l’incidente alla Panayiota-Vosso si affianca la motonave El Greco che raccoglie gli 8 uomini d’equipaggio: 4 egiziani, 2 greci, un cileno e un tunisino. “All’atto del sinistro, il Divaris non effettua i rilevamenti geofisici, non controlla la condizione del carico e l’entità dei danni subiti dalla nave. Non tenta neppure di disincagliarla”, rileva il rapporto della Capitaneria di Porto di Manfredonia. Il 12 marzo giunge a Pianosa la motovedetta Cp 2012. Un lezzo insopportabile investe i guardiacoste. L’armatore greco Emanuel Tamiolakis, titolare a Limassol della Navigation Limited, si rifiuta di recuperare la carretta. La situazione precipita, tant’è che Giuseppe Ciulli, comandante della Capitaneria, si rivolge all’Ispettorato centrale per la difesa del mare: “Organi sanitari nazionali hanno dichiarato sussistere imminente pericolo inquinamento”. Ma nonostante ciò lo Stato italiano non interviene. Il 12 agosto Fernando Mengoni, medico dell’Usl Foggia 4 approda a Pianosa e denuncia: “La stiva della nave risulta aperta: la parte del carico visibile all’ispezione risulta essere formata da una fanghiglia fortemente maleodorante di color nocciola, con vaste zone schiumose ed in evidente stato di fermentazione e putrefazione”. Il 14 ottobre il direttore generale del ministero della Marina Mercantile si accorge del disastro: “Permane nella zona una situazione che può rivelarsi compromissoria per l’ambiente e per il paesaggio”, ma non muove un dito. L’ordinanza di sgombero (la 21/86), emanata dal Comune delle Isole Tremiti cade nel vuoto. Epilogo: l’incidente con tutta probabilità è stato provocato per intascare il premio assicurativo stipulato con l’Ocean Marine Club di Londra.

Michigan: affondata nel Tirreno all’altezza delle Isole Eolie – tra Panarea e Stromboli – il 31 ottobre 1986. Partita dal porto di Marina di Carrara, battente bandiera italiana, conteneva granulato di marmo.

1987

Rigel: affondata a 20 miglia a sud di Reggio Calabria, a Capo Spartivento, il 21 settembre 1987, insieme al suo carico di 3.000 tonnellate. Partita dal porto di Marina di Carrara, battente bandiera maltese, conteneva probabilmente rifiuti (prima di partire venne caricata di blocchi di cemento). Grazie alla denuncia di Legambiente parte l’inchiesta della magistratura. Un procedimento giudiziario per truffa ai danni della compagnia assicurativa accerta che si trattò di uno strano affondamento: la merce dichiarata per ottenere il risarcimento del danno non era in realtà mai salita a bordo. L’ispezione del carico dal porto di partenza di Marina di Carrara non fu mai effettuato, grazie alla corruzione del funzionario doganale incaricato. Coincidenza significativa: Giorgio Comerio segnala questo evento sulla sua agenda personale: “la nave è affondata”. Dopo l’affondamento inoltre l’equipaggio è sparito e non fu più rintracciato neanche il comandante.

1988

Celiktrans II: nave turca da 3.000 tonnellate, in viaggio dal Pireo alla Sardegna. Affondata a 60 miglia sud-est da Capo Passero, estrema punta meridionale della Sicilia il 24 gennaio del 1988, in acque internazionali. Trasportava ufficialmente materiale ferroso. L’equipaggio fu salvato da un cargo rumeno e da uno bulgaro.

Four Star I: nave battente bandiera dello Sri Lanka affondata in un punto non noto dello Jonio meridionale il 9 dicembre 1988, in viaggio da Antalya, Turchia, a Barcellona, con un carico di granulato di marmo, sostanza capace di schermare la presenza di eventuali tracce radioattive durante i controlli.

Et Suyo Maru: affondata il 16 dicembre 1988, nave di fabbricazione giapponese, proveniente da Beirut, inabissarsi inspiegabilmente dinanzi al litorale garganico. Il relitto, 3.119 tonnellate di stazza per 95 metri di lunghezza, non è indicato su alcuna mappa, ma si è insabbiato sulla duna del lago costiero di Lesina. Attorno allo scafo, per un raggio di tre chilometri sul litorale, giacciono 23 barili arrugginiti e maleodoranti.

1989

Selin: 1.712 tonnellate di stazza lorda. Ufficialmente è stata autoaffondata il 10 aprile 1989.

Yvon: affondata nel Mediterraneo, dopo aver lasciato il porto libanese con un carico di rifiuti. Questo risulta da un documento dell’assemblea generale delle Nazioni Unite del 18 luglio 1989 riporta la denuncia venuta dalle autorità egiziane.

Anni: battente bandiera maltese. affondata nell’alto Adriatico in acque internazionali ad agosto 1989, durante il viaggio dal Pireo a Ravenna.

Despo: nave caraibica, fabbricata nel 1970, affondata con un “carico sconosciuto” il 22 novembre 1989 nei pressi dell’isola di Zante (latitudine 36 gradi, 38 primi nord, longitudine 19 gradi, 37 primi est).

1990

Comandante Rocio: bandiera caraibica, affondata il 10 dicembre 1990 a nord ovest della Sicilia (latitudine 39 gradi e 33 primi nord, longitudine 11 gradi e 44 primi est). Carico sconosciuto.

Jolly Rosso: si spiaggiò al largo di Amantea, Cosenza, in località Formiciche il 14 dicembre 1990. Motonave in disarmo nel porto di La Spezia dal 18 gennaio 1989 al 7 dicembre 1990. Il 4 dicembre era salpata dal porto di la Spezia con scalo a Napoli e poi a Malta. Era stata noleggiata dal governo italiano per andare a recuperare in Libano 9532 fusti di rifiuti tossici nocivi esportate in quel luogo illegalmente da aziende italiane. Il 14 dicembre del 1990 alle 7.55 della mattina la nave lancia il mayday nave a 15 chilometri al largo della costa di Amantea, in Calabria. Alle 10 e un quarto il capitano e gli altri 15 membri dell’equipaggio vengono recuperati. La nave non affonda al largo ma viene trascinata dalla corrente verso riva, sulla spiaggia Formiciche di Amantea. La demolizione è completata a giugno 1991.

1991

Alessandro I: nave cisterna italiana da 2.500 tonnellate. Affondata a venti miglia dalla costa pugliese di Molfetta, Bari, a 110 metri di profondità il 1 febbraio 1991. Intorno al misterioso affondamento avvenuto in meno di tre quarti d’ora dal Sos, si concentrò l’attenzione degli inquirenti calabresi e pugliesi, ma ad oggi il caso rimane avvolto nel mistero. La nave trasportava, ben 3.550 tonnellate di rifiuti tossici derivati dalla lavorazione del petrolio, di proprietà dell’Enichem, contenuti in cinque cisterne-container collocate al centro della stiva. Solo in parte recuperati.

Arcobaleno: peschereccio affondato nei pressi di Pianosa, il 12 settembre 1991 quando gli uomini d’equipaggio, testimoni involontari, assistono allo sversamento di bidoni metallici ad opera di un mercantile sconosciuto. L’imbarcazione da pesca viene successivamente speronata dalla nave di 2.582 tonnellate di stazza lorda. I pescatori Giuseppe e Saverio Olivieri e il collega Matteo Guerra risultano dispersi. Il motopesca è adagiato su un fondale a 110 metri.

Scaieni: cargo rumeno affondato il 7 dicembre del 1991 proveniente da Costanza: prima di affondare con il suo velenoso carico di ammonio nitrato, riversò in mare ben 3.057 tonnellate di petrolio. Il mercantile si troverebbe nello Jonio, in acque internazionali e su un fondale di 3.500 metri, fra le navi Despo e Capt Petros.

Cunsky: affondata a largo di Cetraro, Cosenza, era una nave da cargo registrata nel 1956, con bandiera britannica. Da allora ha cambiato nome quattro volte: è uscita dai cantieri come Lottinge, nel 1974 diventa Samantha M., nel 1975 Cunsky e poco prima di affondare – nel 1991 – viene rinominata Shahinaz. Sul registro navale la “Lottinge-Samantha-Cunsky-Shahinaz” risulterebbe che la nave sia stata rottamata sulla spiaggia di Alang, in India, nel distretto di Bhavnagar, il 23 gennaio del 1992, un gigantesco cimitero di navi cargo. I dati della Cunski – presenti sul registro navale – sarebbero incredibilmente corrispondenti con il profilo disegnato dal sonar. La lunghezza della nave è di 116,3 metri, misura compatibile con il dato raccolto di 110-120 metri. Ed anche la data della presunta rottamazione – gennaio del 1992 – combacerebbe con il racconto del collaboratore. Peccato che poi le autorità indiane abbiano smentito.

1992

Yvonne A: fabbricata nel 1962 a Danzica con il nome di “Wrozka”, ed ufficialmente dismessa il 12 dicembre 2004 nel porto filippino di Aliagà. Il collaboratore di giustizia Fonti ha però dichiarato di averla affondata nel 1992 al largo di Maratea con al suo interno 150 fusti di fanghi radioattivi.

1993

Marineta: battente bandiera caraibica, affondata a largo di Punta Stilo, Crotone, il 6 gennaio del 1993 con duemila tonnellate di caolino, una speciale argilla impiegata nella fabbricazione di porcellane. Nonostante le 800 tonnellate di stazza, il cargo venne risucchiato dalla tempesta. L’equipaggio, composto da un comandante greco, sei egiziani e un libanese, riuscì a mettersi in salvo.

Marco Polo: battente bandiera maltese era in viaggio da Barcellona ad Alessandria, affondata a 80 miglia nel canale di Sicilia (latitudine 37 gradi, 45 primi nord, longitudine 10 gradi, 50 primi est) il 14 marzo 1993, conteneva fusti radioattivi. Alcuni container “persi” dalla motonave vengono trovati in mare nell’aprile del 1994, al largo delle coste della Campania. Dalle misurazioni effettuate è stata riscontrata una radioattività da torio 234, con valori almeno cinque volte sopra la media.

1994

Gulten Islamoglu: battente bandiera turca, costruito nel 1977 e affondato il 24 luglio 1994 al largo di Monopoli, Bari. La nave ufficialmente trasportava ferrame.

Saray Star: nave maltese incendiata a 28 miglia da Cefalonia, Grecia, il 10 giugno 1994. I rimorchiatori sarebbero stati in grado di controllare il fuoco, ma la nave affondò ugualmente. Si troverebbe a 3.500 metri di profondità. Sconosciuto il suo carico.

1995

Rot: affondata il 25 marzo 1995, battente bandiera Croata, costruita il 1943 di proprietà della Produzece Rot.

Korabi Durres: ha perso il carico a ridosso della fossa di Badolato profonda oltre 1.000 metri. Il 1 Marzo 1994 inizia il viaggio dal porto di Durazzo: il carico ufficialmente è denunciato come rottami di rame. Il 2 marzo la nave giunge nell’antiporto di Crotone, e il 3 viene ispezionata, dalla locale Capitaneria di Porto che sospetta un trasporto clandestino di profughi albanesi. Invece nella stiva figurano 1200 tonnellate di rottami di rame. La nave viene comunque scortata per 15 miglia da una motovedetta: procedura singolare dal momento che tutto risultava in ordine. Successivamente da Crotone viene allertata la Capitaneria di Porto di Palermo dove la Korabi arriva il 4 marzo. Le autorità marittime, oltre a ripetere i controlli già effettuati a Crotone, effettuano anche dei rilievi per valutare eventuali tracce di radioattività: il controllo dà esito positivo, e il carico di radioattività risulta superiore ai limiti previsti dalla legge. Viene negato alla nave il permesso di scaricareil proprio carico e di entrare nel porto di Palermo. Il 9 marzo la nave riparte da Palermo con destinazione Durazzo, ma il 10 la nave compare nelle acque di Pentimele, nei pressi di Reggio Calabria, senza presentare tracce di radioattività ai nuovi controlli delle autorità marittime. Parte così l’inchiesta giudiziaria per accertare un eventuale scarico in mare da parte della suddetta nave. La nave scompare poi fino all’aprile 1995. Il circolo di Legambiente di Catanzaro raccolse in quel caso puntuali testimonianze da un gruppo di sub circa la sosta anomala di tre giorni di una motonave, a ridosso della cosiddetta fossa di Badolato.

Ricul: affondata il 29 aprile 1995, battente bandiera Croata, costruita il 1950 di proprietà della Juresko.

Messalina: affondata 18 miglia a nord-est di Vieste, a 135 metri di profondità. Dai riscontri ufficiali risulta speronata, il primo maggio 1995, dalla nave Esram (12.670 tonnellate di stazza lorda). Identico copione: la nave cisterna turca viene scoperta alle ore 20 mentre abbandona in mare il suo carico speciale. Le condizioni meteo-marine appaiono ottime. L’Esram urta e affonda deliberatamente il peschereccio di Manfredonia e poi fugge a Rijeka in Jugoslavia. Muoiono Michele Attanasio e Antonio Andretti. Il sostituto procuratore della Repubblica, Giuseppe De Benedectis, ritrova la nave, poco tempo dopo, in Sicilia. La mette sotto sequestro ma non riesce ad individuare i colpevoli.

Stravros: affondata il 30 maggio 1995, battente bandiera Greca, costruita il 1947 di proprietà della Tokouzis.

Sevastpol: affondata l’8 giugno 1995, battente bandiera Russa, costruita il 1958 di proprietà della Commonwealth of Independent States.

Anna II: affondata il 19 luglio 1995, battente bandiera Greca, costruita il 1966 di proprietà della Popoutsoglou Bros & I. Popoutsoglou.

Kyma Alpha: affondata il 10 agosto 1995, battente bandiera Greca, costruita il 1960 di proprietà della Concordia Navigation Co.

Coraline: battente bandiera dello Stato caraibico di Antigua e Barbuda, di proprietà della Thode, costruita nel 1979 e affondata a 50 miglia a nord di Ustica a largo dell’isola di Alicudi (latitudine 39 gradi, 12 primi nord, longitudine 13 gradi 58 primi est, 3.000 metri di profondità) il 7 novembre 1995, contenente acqua ossigenata non diluita e container con alte percentuali di radioattività (derivanti da torio 234, isotopo dell’uranio).

Bilsel 1: affondata il 2 dicembre 1995, battente bandiera Turca, costruita il 1984 di proprietà della Bilsel Deniz Ticaret Ltd Sirketi.

1996

Kaptan Manolis I: affondata il 10 gennaio 1996, battente bandiera Cipriota, costruita il 1977 di proprietà della Popoutsoglou Bros & I. Popoutsoglou.

Anis Rose: affondata il 30 gennaio 1996, battente bandiera Siriana, costruita il 1969 di proprietà della Riamar Shipping Co. Ltd.

Sealvanamar: affondata il 31 gennaio 1996, battente bandiera dell’Honduras, costruita il 1970 di proprietà della Marcomar Shipping Lines Cyprus Ltd.

Kira: affondata il 9 febbraio 1996, battente bandiera Panamense, costruita il 1974 di proprietà della Traschimar Sam.

Nivia: battente bandiera italiana, costruito il 1968 della Costruzioni Generali Boscolo e Tiozzo spa, affondata il 24 giugno 1996. Trasportava pietrame, causa dell’affondamento spostamento del carico.

Jet III: affondata il 23 settembre 1996, battente bandiera Greca, costruita il 1958 di proprietà della Jet Tank Maritime Co.

Nour S: affondata il 16 ottobre 1996, battente bandiera dell’Honduras, costruita il 1969 di proprietà della The Principals of the following are unknown.

Dystos: affondata il 28 dicembre 1996, battente bandiera Greca, costruita il 1972 di proprietà della Heracles Shipping Co. Sa.

1997

Onur K: affondata l’8 gennaio 1997, battente bandiera Turca, costruita il 1974 di proprietà della Kalkavan Denizcilik.

Liberta: affondata il 28 settembre 1997, battente bandiera dell’Honduras, costruita il 1954 di proprietà della Katranis.

Caribbean Serenade: affondata il 30 agosto 1997, battente bandiera Panamense, costruita il 1961 di proprietà della Coral Investiments.

Lira: affondata il 25 settembre 1997, battente bandiera del Belize, costruita il 1966 di proprietà della The Principals of the following are unknown.

Black Sea T: affondata il 20 ottobre 1997, battente bandiera del VCT, costruita il 1969 di proprietà della Methap Denizcilik Sanayi Ve Ticaret Ltd Sirketi.

Zakaria: affondata il 21 ottobre 1997, battente bandiera della Siria, costruita il 1959 di proprietà della Marwah Maritime Co.

Don Ricardo: affondata il 13 novembre 1997, battente bandiera della Antigua e Barbuda, costruita il 1967 di proprietà della Hartwig.

Nadine: affondata il 21 novembre 1997, battente bandiera della Siria, costruita il 1968 di proprietà della Ismael.

Kaptan: affondata il 24 novembre 1997, battente bandiera Turca, costruita il 1974 di proprietà della Altug Denizcilik Ticaret Ltd Sirketi.

S. Ugurlu: affondata il 10 dicembre 1997, battente bandiera Turca, costruita il 1983 di proprietà della Denizati Shipping & Trading Co. Inc.

1998

Agies Panteleimen: affondata il 17 gennaio 1998, battente bandiera dell’Honduras, costruita il 1972 di proprietà della Golden Dragon Shipping Agency Ltd.

Dogruyollar: affondata il 2 febbraio 1998, battente bandiera Turca, costruita il 1979 di proprietà della Altug Denizcilik Ticaret Ltd Sirketi.

Alimini: affondata il 15 settembre 1998, battente bandiera Italiana, costruita il 1985 di proprietà della Napoletani srl.

Capraia: barcone costruito il 1961, adibito generalmente a trasporto pietrame non più registrata in Italia, della D’Alesio, affondata il 21 ottobre 1998.

Orca Marina: peschereccio affondato l’8 marzo 1998, a 12 miglia est al largo del Gargano, con mare calma piatta. Muore il giovane Cosimo Troiano. “I container sono stati individuati”, scrive nel rapporto il capitano di fregata Vincenzo Morante. In una nota riservata – di cui nessun civile era a conoscenza – inviata dalla Capitaneria di Porto al comando navale dell’Adriatico, è scritto: “Il sinistro marittimo potrebbe essersi verificato a causa del probabile incattivimento dell’attrezzo da pesca a strascico in un ostacolo presente sul fondale marino. Inoltre, dall’esame delle deposizioni testimoniali rese dai naufraghi, è risultato che tale ostacolo potrebbe essere uno tra i tanti container presenti nella zona, sbarcati tempo addietro da nave sconosciuta. Pertanto si prega di disporre un’accurata perlustrazione all’interno dell’area dove giace il relitto”. Potrebbe trattarsi del mercantile bulgaro Osogovo, l’ultima nave avvistata ad abbandonare il suo carico di morte. Nell’estate del 1998 il cacciamine Vieste localizza la motobarca, mentre la nave Anteo trasporta i palombari del Comsubin che recuperano il corpo del pescatore e filmano i container. La notizia del ritrovamento del cimitero subacqueo di rifiuti rimane però “top secret”. “Attualmente sappiamo dove sono i container che i pescatori locali hanno provveduto a segnalare con l’ausilio del Gps”, dichiara nel carteggio il comandante De Carolis. A tutt’oggi, fatto grave, la Marina Militare non ha ancora fornito all’autorità giudiziaria i filmati che potrebbero far luce sulla vicenda dei rifiuti affondati in questo tratto del Mediterraneo poco sorvegliato”. Nel cuore della riserva marina delle Tremiti non si entra se non con un permesso speciale che la Capitaneria non concede quasi mai.

1999

Elena Maria: affondata l’11 maggio 1999, battente bandiera dell’Antigua e Barbuda, costruita il 1973 di proprietà della Bridgestone Shipping Ltd.

Basari: affondata il 9 giugno 1999, battente bandiera Turca, costruita il 1920 di proprietà della Genc.

Meacropearu: affondata il 15 luglio 1999, battente bandiera Greca, costruita il 1963 di proprietà della Ventausis.

Pelmariner: affondata il 26 luglio 1999, battente bandiera Greca, costruita il 1979 di proprietà della Sarlis Container Service Sa.

Rofayda: affondata il 28 luglio 1999, battente bandiera dell’Honduras, costruita il 1967 di proprietà della Neveen Shipmanagement Ltd.

Borak: affondata il 21 ottobre 1999, battente bandiera Croata, costruita il 1951 di proprietà della Ante Plov Shipping Co. Ltd.

Baris: affondata il 29 ottobre 1999, battente bandiera Turca, costruita il 1967 di proprietà della Kibriz Falk Denizcilik Ltd Sirketi.

Kostis: affondata il 10 novembre 1999, battente bandiera dell’Honduras, costruita il 1964 di proprietà della Panagiotopoulos.

Yalikoy II: affondata l’8 dicembre 1999, battente bandiera Turca, costruita il 1966 di proprietà della Okan.

Samaret Jama: affondata il 31 dicembre 1999, battente bandiera della Siria, costruita il 1963 di proprietà della Saleh.

2000

Mattheos: affondata il 10 gennaio 2000, battente bandiera dell’Honduras, costruita il 1974 di proprietà della Kourgialls.

Zafir: affondata il 14 febbraio 2000, battente bandiera di Pmd, costruita il 1983 di proprietà della Italship Naples.

Thor Em: affondata il 17 febbraio 2000, battente bandiera bielorussa, costruita il 1975 di proprietà della Tac A/S.

Lina Star: affondata il 21 febbraio 2000, battente bandiera della Siria, costruita il 1966 di proprietà della Abdulkader.

Orzay: affondata il 27 maggio 2000, battente bandiera della Turchia, costruita il 1975 di proprietà della Berk Denizcilik Ve Ticared Ltd Sirketi.

Karapiperis: affondata il 12 luglio 2000, battente bandiera Greca, costruita il 1961 di proprietà della Karapiperis.

Hasat: affondata il 1 agosto 2000, battente bandiera della Turchia, costruita il 1996 di proprietà della Mariner Shipping Sa.

Eurobulker IV: affondata l’8 settembre 2000, battente bandiera di Vct, costruita il 1979 di proprietà della Ilias Shipping Corporation.

Polanco: affondata il 23 settembre 2000, battente bandiera Pmd, costruita il 1966 di proprietà della Polships Compania Maviets.

Express Samina: affondata il 26 settembre 2000, battente bandiera Greca, costruita il 1966 di proprietà della Minoan Flying Dolphins Sa.

City Of Hydra: affondata il 26 settembre 2000, battente bandiera Greca, costruita il 1955 di proprietà della Canopus Shipping Sa.

Reportage scottante: ecco da cosa fuggono i senegalesi

Sono due mesi che lavoro a questo reportage e sono due mesi che leggo e sento considerazioni ormai all’ordine del giorno, anzi all’ordine del minuto, restando in silenzio. Mi sono imposto il silenzio su “tutti questi extra-comunitari che ci stanno invadendo”. “Che poi, questi sono più neri di quelli di prima, che a almeno a volte sembravano meridionali”. Perché spesso è questo che si sente nei bus, nei tram o in giro. Un continuo montare di razzismo. Un risorgere di vecchie ideologie ipocritamente nascoste dietro un comunque eccessivo e ingiustificato cinismo individuale. Dicevo, sono due mesi che evito di proferire opinione sulle questioni che riguardano l’Africa e le sue problematiche.

Conosco quei luoghi per aver vissuto direttamente un paio di edizioni della Dakar, conosco il Senegal e la sua capitale, il lac Rose, o lago Retba, che mi porterò sempre nel cuore, ma anche i villaggi di Niaga o Sangalkam, o i centri come Diorga o Cité Saba. Conosco la loro ricchezza culturale e umana, ma altrettanto ho visto con i miei occhi una povertà assurda già ai tempi in cui si diceva che tutto andava bene. Erano i tempi in cui il problema, dicevano, era la Sierra Leone. Non chi la sfruttava e la saccheggiava… Dopo due mesi e l’aiuto prezioso di Piero Mina, torinese che opera come volontario in quei posti attraverso la sua associazione, sono riuscito a rispondere a tutte le frasi che ho ascoltato senza proferire parola.

Non mi importa se qualcuno dissentirà, tantomeno se in tanti continueranno a pensarla a modo loro. Quello che mi importa, nel mio piccolo, è di essere riuscito a portare sul mio blog, in Italia e potenzialmente nel mondo, immagini che ritraggono l’attuale situazione in quei luoghi. Una testimonianza importante, visto che dai quei luoghi non arriva quasi più nessuna informazione neutra. Ritratti di rassegnata disperazione della gente, la paura della vita quotidiana, le fogne a cielo aperto, ciò che resta delle case di tantissime persone, le loro reali condizioni e aspettative di vita. Uscite voi per queste strade, fatevi venire voglia di fare una passeggiata, provate a camminarci di sera o di notte. Provate a pensare che, qui, in questa discarica del mondo dovete anche viverci.

Non è che i giovani senegalesi abbiano un’innata voglia di scappare dalla propria terra. Il problema più grande è che, quella terra, qualcuno l’ha trasformata in una pattumiera. Chi è stato? Gli abitanti dei mondi cosiddetti civilizzati, quella stessa tipologia “signori” che fino a qualche decennio fa inquinavano con sostanze tossiche le nostre montagne e i nostri mari con sversamenti, navi dei veleni e via discorrendo. Le loro spiagge sono ridotte a discariche, a cloache del mondo, e le città o quel che ne resta sono fatiscenti, puzzolenti, malate e misere. Crocevia di malattie. Se non ti ammazza la povertà, ci pensa qualche malattia.

Ma c’è anche di peggio. Il rapporto 2016-2017 di Amnesty International evidenzia come in Senegal ci siano forti limitazioni alle libertà personali, comprese quelle sessuali, e ai diritti civili, come la facoltà di espressione e associazione. La giustizia, secondo Amnesty, è applicata in modo sommario e contribuisce a un grave sovraffollamento delle carceri. Il tasso di natalità è di circa cinque figli per ogni donna e fa sì che la popolazione, negli ultimi quindici anni, sia aumentata di circa il cinquanta percento.

Da cosa fuggono i senegalesi
La situazione di degrado e miseria a Dakar e nelle vicinanze

I senegalesi fuggono dal terrorismo e dalle malattie

Se a questo si aggiunge che il Paese è uno snodo fondamentale per le partenze verso il deserto del Sahara, anticamera dei porti in Tunisia e in Libia, ben si comprende come, dopo anni trascorsi a vedere passare dal loro Paese gente che insegue il sogno della libertà e del benessere occidentale e non torna più, i più giovani si sono convinti in massa che val la pena rischiare la vita, affrontare il deserto e i suoi pericoli, pur di fuggire via. Via da lì.

Via da un posto che era meraviglioso, che per decine di anni ha ospitato l’arrivo di una delle competizioni motoristiche più famose del mondo, la Paris-Dakar, e che ha fatto sognare intere generazioni che sfogliavano le riviste a colori e ammiravano le foto dei cammelli e delle oasi “conquistate” da piloti e vetture da corsa. Si è detto che le auto inquinano. Certo, mai quanto quello che riesce a fare un uomo a piedi. O comunque senza auto. L’uomo è per definizione il peggior virus che c’è sulla faccia della terra (certo ci sono anche tanti bravi uomini, sempre troppo pochi) e le immagini esclusive che pubblico in questo reportage sono una prova inconfutabile di quanto l’Occidente abbia fatto male all’Africa. Quell’Occidente che oggi non vuole gli africani.

La reale situazione del Senegal è ben nota ai nostri politici, anche a Matteo Salvini, come era nota Matteo Renzi… Sanno tutto e come sempre fanno finta di non sapere. Solo a che a loro, ai politici, interessano solo le questioni politiche e terroristiche, oltre che economiche. Nei cassetti (per nulla segreti) del Senato della Repubblica Italiana esiste il “Dossier numero 19 della Diciassettesima Legislatura”. Non farti ingannare dal nome. Il titolo è: “La realtà dei paesi pilota del Sahel”. Il quinto capitolo si chiama “Senegal”. Cosa c’è scritto? “Gli attacchi terroristici nei paesi del Sahel hanno implicazioni anche per il paese dove ci sono comunque tensioni per i progressi molto lenti sul piano delle riforme, per la corruzione diffusa”.

Ma dopo trenta anni trenta anni di tensioni e violenze, spinte dai separatisti nella regione della Casamance cosa ti aspetti? Esattamente quello che ti mostro. Miseria e distruzione. Si legge nella relazione: “Proprio i recenti attacchi dell’organizzazione fondamentalista Aqim in Burkina Faso e Costa d’Avorio, che mostrano l’intenzione e la capacità del gruppo di agire al di fuori della base tradizionale nel nord del Mali, rappresentano una minaccia per tutti i governi della regione che appoggiano le operazioni francesi di lotta al terrorismo, Senegal compreso”. Avete letto bene? “Appoggiano le operazioni francesi”. Non è così. I francesi fanno i froci col culo degli altri, nello specifico con quello degli abitanti di una loro colonia. Il Senegal non appoggia nulla. Deve appoggiare. Ne va della sua già precaria sopravvivenza.

Il Senegal ospita una delle due principali basi militari francesi in Africa e, dopo gli attentati di marzo rivendicati da Aqim, ha preso la decisione di condividere con Burkina Faso, Mali e Costa d’Avorio azioni di intelligence per la lotta al terrorismo. Il Senegal ha anche preso parte alla forza militare di peace-keeping in Mali. Secondo l’Italia, “l’effetto collaterale e indesiderato di un’azione più incisiva di contrasto del terrorismo all’interno del Senegal, in termini di restringimento delle libertà individuali, politiche e di movimento delle persone, potrebbe essere quello di far crescere rabbia e tensioni sociali, mettendo a repentaglio dinamiche tradizionali di spostamento transfrontaliero di persone”. Difficilmente si può avere più rabbia e più tensione. Certo è che se lasciamo che il male generato da interessi politici, religiosi ed economici continui a devastare questi luoghi, non riusciremo ad evitare l’onda lunga della nostra inerzia.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo reportage? Sfoglia la categoria storie

Un forte degrado ambientale sta distruggendo il Paese

Un fattore chiave che determina l’emigrazione dal Senegal è il degrado ambientale e la mancanza di opportunità di lavoro e di futuro. Le migrazioni interne al Paese sono molto maggiori rispetto a quelle internazionali: in base a i dati del censimento del 2013, i migranti interni che si sono sposati dalle zone rurali a quelle urbane, in particolare, i grandi centri – Dakar su tutti, ma anche altre città che gravitano attorno a Dakar, come Thiès, Diourbel e Kaolack – erano quasi due milioni, mentre i senegalesi emigrati all’estero erano poco più di cento e cinquantacinque mila. Erano. Perché poi la situazione è degenerata e tutti hanno iniziato a scappare. Si salvi chi può. hai presente? Al di là dei numeri ti faccio una domanda: hai mai parlato un con ragazzo che viene dal Senegal? Hai mai avuto il coraggio di chiedergli cosa pensa e cosa sogna mentre guarda ciò che ha intorno a casa sua?

Io ci parlo e li ascolto. Anche spesso. A parte le storie che ho già avuto modo di raccontarti, l’ultimo con cui ho chiacchierato si chiama Abdelaye, di 26 anni. Queste le sue parole: “Ero l’assistente del capo villaggio, ma non guadagnavo nulla. Mi sono indebitato per sopravvivere e poi mi hanno denunciato. Capisci, ero ricercato dalla polizia. La mia unica salvezza era la traversata del Mediterraneo e sono partito a bordo di un autobus verso l’Europa. In Africa non abbiamo niente, lo Stato non mantiene le promesse. Ho parenti e amici in Francia. Stanno bene. Anche io ce la farò. Ho già rischiato di morire più volte, cosa mi fermerà? Non i crampi della fame”.

E intanto, sta in Italia, vive di elemosine e bidoni dell’immondizia e non perde la speranza, perché qui, in queste condizioni disumane, sta già meglio. Ha trovato la sua serenità. A proposito della speranza. I viaggi della speranza, in genere iniziano dalla stazione degli autobus di Tambacounda, città del Senegal a cento e ottanta chilometri dal confine con il Mali, in autobus gran turismo della Diallo Transport. Due giorni e mezzo di viaggio fino ad Agadez, tremila e settecentoventi chilometri attraversando il Sahel, una strada cosparsa di buche, terra rossa e immensi baobab a bordo pista. Un percorso fino a vent’anni fa reso celebre dai piloti della Paris-Dakar. Oggi, invece, trasformatosi nell’inizio della Western Route, come i migranti in viaggio verso l’Europa l’hanno ribattezzata. La più grande sconfitta per il Senegal.

Ecco il fotoreportage dal Senegal

  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi
  • Da cosa fuggono i senegalesi

Noi tossici di Stazione Termini: il racconto di chi ne è uscito

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammetto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”.

Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

Confessioni di una studentessa universitaria in crisi e in trappola

Uno di quei giorni di sole, che illuminano gli angoli più adombrati, quelli più protetti da una vegetazione fitta ma in asfissia. Anche i sassi hanno caldo. Ma un caldo che fa evaporare il Po di una Torino inspiegabilmente chiusa per fare dispetto ai turisti stranieri.

Un Parco del Valentino vuoto, anche gli spacciatori sono in ferie. I tossici no. Loro sono malati e, in questa vita, probabilmente non andranno in vacanza. In questo spaccato da cartolina stropicciata e stracciata, non ti aspetti di raccogliere la confessione di una studentessa universitaria in crisi d’identità.

In realtà, neppure ti aspetti di incontrare qualcuno con cui parlare. Poi, con quel caldo umido, forse non ci sarebbe neppure la voglia di scambiare due-quattro-sei chiacchiere impegnative con sconosciuti. Vero, ma se vedi una persona in lacrime, magari una donna, in quel contesto non puoi fare il “mi sai nen” e tirare dritto. Potrebbe essere stata vittima di uno scippo, di una violenza. Alla fine, non sarebbe la prima volta.

Scusa stai bene? Hai bisogno? Non voglio disturbarti, ma solo sapere se posso aiutarti. Forse, Giada aspettava questa domanda da un po’, o forse no. Forse se la stava facendo inconsciamente già da mesi. È un fiume in piena. Senza alzare lo sguardo da terra, con un filo di voce si sfoga.

Mastica amaro. “Arriva un momento in cui vorresti non ti importasse. E invece ti importa. Devo scegliere del mio futuro, ma in realtà stanno scegliendo gli altri per me. Ridicolo come io non riesca ad esprimere ciò che voglio, o come in realtà io riesca ad esprimerlo, ma alla fine non conti nulla per nessuno. Mi sento continuamente sotto pressione, obbligata ad essere all’altezza delle aspettative altrui”. 

“Sto aspettando solo di crollare, semplicemente di lasciare che tutto mi soffochi al punto tale da non voler più reagire, e provare il lusso di piangere senza nessuna barriera. Vorrei potermi arrendere, staccare la spina e non essere una delusione.  Perchè arrendersi non è concesso? Perchè mostrarsi debole non è accettato come mostrarsi infallibile?”. 

Ed ecco che viene fuori il cuore ferito di Giada, studentessa universitaria in crisi d’identità come tante nostre figlie o cugine, o serelle. “A volte vorrei semplicemente sentirmi dire: non fa niente, non è la fine del mondo se dovessi sbagliare scelta. Università, lavoro, stato d’animo. Vorrei semplicemente che smettesse di importarmi delle aspettative della mia famiglia, dello sguardo di mio padre, e per una volta riuscire a sognare. E invece mi importa eccome”.