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Intervista al gigolò: la mia vita da escort tra chiese e lusso

In molti li chiamano “marchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dice” della città sabauda.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

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Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.

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La coraggiosa storia di Don Marco Bisceglia e dell’Arcigay

Merita più di una semplice riflessione la storia di Don Marco Bisceglia e dell’Arcigay, che sono legate da un filo indissolubile. In vita mia, preti davvero coerenti con se stessi ne ho conosciuti pochi. Sicuramente, sarà dovuto al fatto che sin dai tempi dell’università mi sono tenuto a debita distanza da quell’esercito di uomini che dice di rappresentare Dio in terra. La maggior parte di quelli davvero coerenti con le proprie idee non ho fatto in tempo a conoscerli.

Qualcuno è vissuto prima di me, vedi San Francesco d’Assisi, vedi Padre Pio e tanti altri, qualcun altro è andato via mentre ero un bambino, vedi Papa Giovanni Paolo II, e qualcun altro che mi piacerebbe conoscerlo, vedi Papa Francesco. Difficilmente parlo di religione. Essendo che rispetto le idee di tutti, soprattutto quelle che non condivido, voglio evitare di influenzare qualcuno con le mie idee. In fondo, la fede è una cosa molto personale. Un po’ come la sessualità.

Parlo poco di religione anche per via di tutti gli scandali pedofili, eterosessuali e anche omosessuali, in cui è rimasta coinvolta la chiesa negli ultimi vent’anni. E non parliamo di quelli precedenti solo perché ormai se n’è persa traccia. C’è poi un altro uomo di chiesa che non ho conosciuto e che è morto il 22 luglio del 2001. Marco Bisceglia era un sacerdote lucano, un uomo vero, un uomo che ha seguito la propria fede e quando la chiesa politica decise di emarginarlo, continuò a seguire la propria fede e da credente ritenne di battersi per dare voce agli omosessuali in Italia. Grazie a lui nacque l’associazione che da anni si batte per il riconoscimento dei diritti della comunità lgbt, Arcigay.

Il fondatore di Arcigay, Marco Bisceglia, fu il parroco omosessuale della Chiesa del Sacro Cuore di Lavello, centro del potentino in cui era nato il 5 luglio 1925, in cui aveva svolto per decenni la sua missione (l’ordinazione presbiterale di Bisceglia è avvenuta l’11 luglio 1963, quando aveva 38 anni, per la Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa), con amore, dedizione e rigore, e in cui si trova sepolto oggi. Figura discussa e controversa quella di Bisceglia, saltato agli onori delle cronache perché aveva il “vizio” di unire in matrimonio i fratelli “omo” e le sorelle lesbiche.

Fu il primo e l’unico attivista cattolico lucano a perorare in modo concreto la causa degli omosessuali presso una sorda Santa Sede. Marco Bisceglia era un uomo che credeva nelle sue idee e pur di non rinnegarle sarebbe stato disposto a tutto. Anche a morire per loro. Non ha mai fatto mistero di aver aderito sin da giovane alla teologia della liberazione. Scelta che gli era costata diversi scontri con le rigide gerarchie ecclesiastiche. Si era addirittura schierato a favore della legge sul divorzio, nonostante le “romane indicazioni” fossero palesemente contrarie.

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Per questo suo carattere innatamente anticonformista non solo non era ben visto dalla Chiesa, ma neppure dalla Democrazia Cristiana. Non a caso le simpatie di Bisceglia erano rivolte al Partito Comunista Italiano. Quello vero. Il prelato potentino sapeva di essere nel mirino di un fucile pronto a sparare rancori religiosi e politici. Per questo era molto prudente in pubblico. Al di là della sua ideologia, diversa da quella cattolica, voleva comunque evitare la rottura con l’istituzione a cui aveva fatto voto di fede.

Ciò nonostante non rinunciava a unire in matrimonio coppie dello stesso sesso con rito privato. I problemi nacquero quando due giornalisti, Bartolomeo Baldi e Franco Jappelli, redattori del settimanale di destra “Il Borghese”, finsero di dichiararsi omosessuali e gli chiesero di sposarli. Bisceglia ingenuamente acconsentì. E il matrimonio divenne un dettagliato reportage. Due redattori del Borghese si fingono omosessuali e vengono benedetti dal “don Mazzi del Sud”.

“Il vostro rapporto è già un sacramento davanti a Dio”. Così il giornale presentò il servizio, che cominciava testualmente: “Ci siamo sposati a Lavello, provincia di Potenza. Sia pure in maniera informale. A “benedire” la nostra (ovviamente finta) relazione omosessuale, è stato don Marco Bisceglia, parroco di Lavello, le cui vicende di prete ultra progressista e filo marxista hanno raggiunto le pagine dei più noti settimanali di sinistra”. Anni dopo i due cronisti ammisero a Pier Giorgio Paterlini, nel suo libro “Matrimoni”: “L’importante era trovare un pretesto per coinvolgerlo in uno scandalo e far sospendere a divinis il prete comunista”. E così fu.

La Chiesa lo scomunicò a divinis. Padre Bisceglia querelò Baldi e Jappelli che, però, furono assolti. Diritto di cronaca. A questo punto, l’ormai ex parroco iniziò a collaborare con l’Arci. Poi, nel 1980, con l’aiuto di un obiettore di coscienza omosessuale che sognava la carriera politica, Nichi Vendola, e di altri pochi e fidati amici, tra cui Lillo Di Mauro, diede vita al primo circolo omosessuale. Lo fondò all’interno della sezione Arci di Palermo. La prima associazione gay di sinistra.

Una sinistra già allora disattenta al grido di liberazione omosessuale. Il nome del circolo? ArciGay. Finalmente era nato il primo nucleo di quella che oggi è la più importante organizzazione per i diritti gay in Italia. Trascinatore di folle, don Marco nella capitale frequentò i radicali di Marco Pannella (che lo volle candidato alle legislative nel 1979, ma i 6 mila consensi non furono sufficienti per farlo eleggere) e tanto anche quei movimenti vicini alla sinistra radicale dediti a portare avanti le sue stesse battaglie per i diritti.

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Siamo ormai a metà degli anni Ottanta, di lui si perdono le tracce, la voce più illuminata del movimento gay del tempo decide di abbandonare il terreno dell’impegno politico a causa di malattie e difficoltà varie. Gli ultimi anni della vita di Bisceglia furono difficili. Molto difficili. Era malato di Aids. Si indeboliva sempre di più. E questo lo allontanò dal cosiddetto “mondo gay”. Si riavvicinò alla Chiesa. Dal 1996 alla morte, 22 luglio 2001, fu il vicario coadiutore della Parrocchia di San Cleto, nella Capitale. Fu sepolto nella sua città. Quella Lavello che aveva tanto amato, ma che solo in parte lo aveva ricambiato. Nato a luglio, ordinato sacerdote a luglio, morto a luglio. Anche questa sembra essere coerenza, ma è pura coincidenza.

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Salute ed epidemie: ebola, peste, colera e pandemie storiche

Ebola, peste, colera, Hiv, Sars, Mers, influenza suina, aviaria e tifo. Morti, milioni di morti e panico globale. In una sola parola: pandemie. Epidemie la cui diffusione interessa contemporaneamente diverse aree geografiche del mondo, con una mortalità elevata e un alto numero di casi gravi. Nella storia del mondo si sono verificate numerose pandemie. Fra le più recenti si ricordano l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica nel 1957, l’influenza di Hong Kong nel 1968, l’Hiv. Il termine pandemia si applica solo a malattie o condizioni patologiche contagiose. Di conseguenza, molte delle patologie che colpiscono aree molto grandi o l’intero pianeta – come ad esempio il cancro – non sono da considerarsi pandemiche.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le condizioni affinché si possa verificare una vera e propria pandemia sono tre: la comparsa di un nuovo agente patogeno, la capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi patologie, la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio. In passato, la maggiore parte delle pandemie furono zoonosi, ovvero originate dalla convivenza degli esseri umani con animali da allevamento. Due esempi tipici sono l’influenza e la tubercolosi. Le pandemie più catastrofiche della storia sono molte. Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo. Più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

Cos’è e quali sono le conseguenze della febbre tifoide

Compare durante la guerra del Peloponneso, nel 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio. La febbre tifoide o tifo addominale (o ileotifo) è una malattia infettiva sistemica, febbrile, a trasmissione oro-fecale provocata da un batterio del genere Salmonella, detto anche bacillo di Eberth o di Gaffky.

Cos’è e quali sono le conseguenze della peste antonina

Fa la sua comparsa tra il 165 e il 180. Si tratta di un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del vicino Oriente, uccise 5 milioni di persone. Fra il 251 e il 266 si ebbe il picco di una seconda pandemia dello stesso virus. Pare che a Roma in quel periodo morissero cinquemila persone al giorno. Nota anche come peste di Galeno, da colui che la descrisse, è stata un’antica pandemia di vaiolo o morbillo, o meno probabilmente tifo, riportate in patria dalle truppe di ritorno dalle campagne militari contro i Parti. L’epidemia potrebbe avere anche causato la morte dell’imperatore romano Lucio Vero, morto nel 169 e co-reggente con Marco Aurelio il cui patronimico, Antoninus, diede il nome all’epidemia. Il focolaio scoppiò di nuovo nove anni dopo, secondo lo storico romano Cassio Dione, e causò fino a duemila morti al giorno a Roma, un quarto degli infettati. Il totale dei morti è stato stimato in 5 milioni di persone. La malattia uccise circa un terzo della popolazione in alcune zone, e decimò l’esercito romano.

Cos’è e quali sono le conseguenze del morbo di Giustiniano

Fu la prima pandemia nota di peste bubbonica, scoppiata intorno al 541 dopo Cristo. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli. Secondo lo storico bizantino Procopio, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10 mila vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale. L’epidemia di peste bubbonica fu causata dallo stesso batterio, Yersinia pestis che colpì l’Europa nel XIV secolo (la peste nera), con simili effetti sociali e culturali. Uno studio del 2014 ha dimostrato che si trattava, in effetti, dello stesso agente patogeno ma appartenente a un ceppo diverso e ora estinto. Potrebbe aver avuto origine dall’Etiopia o dall’Egitto e essersi diffusa verso nord fino alla capitale, considerati anche i notevoli flussi di generi alimentari, soprattutto grano, che provenivano dal nord Africa. Se effettivamente si fosse trattato di peste bubbonica, il contagio sarebbe dovuto ai parassiti che, veicolati dai ratti, si attaccavano anche agli uomini.

Cos’è e quali sono le conseguenze della peste nera

A partire dal 1300, ottocento anni dopo la strage di Costantinopoli, la peste bubbonica fece il suo ritorno dall’Asia in Europa. Raggiunse l’Europa occidentale nel 1348 e fu causata dall’assedio tartaro alla colonia genovese di Caffa (l’odierna Feodosia) nel 1346 e successivamente portata in Sicilia dai mercanti italiani provenienti dalla Crimea e si diffuse in tutta Europa uccidendo 20 milioni di persone in sei anni (un terzo della popolazione totale del continente). La peste nera provocò un mutamento profondo nella società dell’Europa medievale. Come ha dimostrato David Herlihy, dopo il 1348 non fu più possibile mantenere i modelli culturali del XIII secolo. Le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società che, a lungo termine, avrebbe avuto effetti positivi. Herlihy definisce la peste “l’ora degli uomini nuovi”: il crollo demografico rese possibile ad una percentuale significativa della popolazione la disponibilità di terreni agricoli e di posti di lavoro remunerativi. I terreni meno redditizi vennero abbandonati, il che, in alcune zone, comportò l’abbandono di interi villaggi. Le corporazioni ammisero nuovi membri, cui prima si negava l’iscrizione. I fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo un gran numero di persone godette, dopo la peste, di un benessere che in precedenza era irraggiungibile.

Cos’è e quali sono le conseguenze del colera

Tra il 1816 e il 1826, precedentemente confinata all’India, la malattia si diffuse dal Bengala fino alla Cina e al Mar Caspio. Tra il 1829-1851 Toccò l’Europa (Londra nel 1832), Canada, e Stati Uniti (costa del Pacifico). Tra il 1852 e il 1860 principalmente diffusa in Russia, fece più di un milione di morti. Tra il 1863 e il 1875 diffusa principalmente in Europa e Africa. Tra il 1899 e il 1923 ebbe poco effetto sull’Europa grazie anche ai progressi nella salute pubblica. La Russia ne fu di nuovo colpita duramente. Tra il 1960 e il 1966 l’epidemia chiamata El Tor colpì l’Indonesia, raggiunse il Bangladesh nel 1963, l’India nel 1964, e l’Unione Sovietica nel 1966. Il colera è una malattia infettiva del tratto intestinale, caratterizzata dalla presenza di diarrea profusa, spesso complicata con acidosi, ipokaliemia e vomito. È causata da un batterio Gram-negativo a forma di virgola, il Vibrio cholerae, identificato per la prima volta nel 1854 dall’anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Koch. Il nome deriva dal greco choléra (cholé= bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d’animo conseguente: la collera.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza spagnola

Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia, Boston, nel Massachusetts, e Freetown, in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 25 milioni di persone (secondo alcuni di più) in 6 mesi (circa 17 milioni in India, cinquecentomila negli Stati Uniti e duecentomila nel Regno Unito). Sparì dopo diciotto mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione. All’influenza venne dato il nome di “spagnola” poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata soltanto dai giornali spagnoli. La Spagna non era coinvolta nella Prima Guerra Mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra. Negli altri Paesi, il violento diffondersi dell’influenza venne tenuto nascosto dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna. In realtà, il virus fu portato in Europa dalle truppe statunitensi che, a partire dall’aprile 1917, confluirono in Francia per la Grande Guerra. Dalle biopsie di alcuni militari americani deceduti per l’influenza, i ricercatori hanno potuto ricavare dei frammenti del virus e studiarlo alla luce delle attuali conoscenze.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza asiatica

Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti d’America nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70 mila morti. L’influenza asiatica fu una pandemia influenzale di origine aviaria, che negli anni 1957-60 fece circa 2 milioni di morti. Fu causata dal virus H2N2 (influenza di tipo A), isolato per la prima volta in Cina nel 1954. Nello stesso anno fu preparato un vaccino che riuscì a contenere l’epidemia. Più tardi mutò nel virus H3N2, che causò una pandemia più leggera tra il 1968 e il 1969.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza di Hong Kong

Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34 mila vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione. Anche questa era un’influenza aviaria (o di tipo A), in particolare il primo caso conosciuto di epidemia dovuta al ceppo H3N2. Questa sigla che si riferisce alla configurazione delle glicoproteine virali di superficie, la emoagglutinina (H) e la neuraminidasi (N): in questo caso significa che delle 16 emoagglutinine conosciute, possiede la numero 3, mentre delle 9 neuraminidasi conosciute questo virus possiede la numero 2. Per la sua somiglianza con l’influenza asiatica del 1957 (causata dal ceppo H2N2, che differiva dall’influenza di Hong Kong solo per una diversa combinazione della emoagglutinina dovuta a mutazione genetica) e probabilmente dal conseguente accumulo di anticorpi affini nella popolazione infetta, l’influenza di Hong Kong causò molte meno vittime di molte pandemie. Le stime sulle perdite umane variano: tra i 750 mila e i 2 milioni di persone morirono in tutto il mondo (34.000 persone negli Stati Uniti) in quei due anni (1968-1969) di attività. Fu perciò la meno letale delle pandemie del XX secolo.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’Hiv-Aids

Dal 1981 si propagò in maniera esponenziale in tutti i Paesi del mondo, uccidendo circa 3 milioni di persone (stime UnAids). Dal 1996 un terapia farmacologica blocca il decorso della sindrome immunodepressiva (per lo meno in quei paesi in cui i malati possono accedere ai farmaci), ma non elimina il virus dai corpi degli individui. Sebbene la malattia sia oggi cronicizzabile e raramente letale – nel mondo sviluppato – ne continua il contagio, legato a fattori comportamentali. La di questa epidemia viene solitamente fatta iniziare nel 1981 quando fu riconosciuta l’esistenza di una nuova malattia in alcuni pazienti negli Stati Uniti. In realtà l’infezione esisteva già da molti anni, ma era stata sempre scambiata per altro. Diffusasi in maniera esponenziale in tutto il mondo, a differenza di tutte le altre epidemie fino ad allora conosciute fu a lungo mortale in percentuali vicine al 100% dei casi diagnosticati (pur nella variabilità dei tempi di sviluppo dei sintomi). Inoltre, il legame presto dimostrato con la sfera sessuale e con l’uso di sostanze stupefacenti (eroina), legò indissolubilmente il contagio, nell’opinione generale, a comportamenti stigmatizzabili, in quanto “trasgressivi”: la sieropositività è ancora oggi vissuta come una condizione potenzialmente discriminatoria, che talvolta ha anche richiesto specifici interventi legislativi.

Cos’è e quali sono le conseguenze della Sars

Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni. Sars è l’acronimo di Severe Acute Respiratory Syndrome, Sindrome Acuta Respiratoria Grave, una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong (Canton) in Cina. La malattia, identificata per la prima volta dal medico italiano Carlo Urbani, è mortale in circa il 15% dei casi in cui ha completato il suo corso, con il tasso di mortalità attuale di circa il 7% degli individui che hanno contratto l’infezione.

Questa malattia è causata da un coronavirus, così chiamato per la sua forma a corona. I dati sulla mortalità variano da paese a paese: si va dal 7% riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 15% di altre fonti. I canadesi diedero per primi l’allarme riguardo alla Sars mossi dalla notizia di vendite di farmaci antivirali e di casi di febbre in Cina. La notizia è stata rilevata dal web da Global Public Health Intelligence Network, un software simile ai motori di ricerca programmato per percorrere la rete alla ricerca di possibili malattie infettive e casistiche patogene. Il crawler analizza migliaia di siti in sette lingue e i risultati filtrati vengono trasmessi a esperti dell’Oms, delle agenzie alimentari e dei centri di monitoraggio sanitario, per le analisi definitive.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’influenza AH1N1

La pandemia del virus H1N1 era denominata originariamente influenza suina perché trasmessa da questo animale all’uomo. Il suo focolaio iniziale ha avuto origine in Messico, estendendosi poi in soli 2 mesi a quasi 80 Paesi. In Europa, al 31 agosto 2009 i casi accertati sono 46 mila e 16 e le morti accertate sono 104. Nel resto del mondo i casi di morte accertati sono 2 mila 910 finora. Nel mese di agosto 2010 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato chiusa la fase pandemica. Attualmente il virus H1N1 si comporta similmente ad altri virus stagionali. Appartiene alla famiglia Orthomyxoviridae.

Ne esistono numerose varianti che causano forme influenzali pandemiche negli animali, come la influenza aviaria e la febbre suina. Come per l’influenza stagionale, la trasmissione da persona a persona si può verificare per via aerea attraverso le gocce di saliva trasportate starnuti o colpi di tosse di persone infette, per mezzo del contatto con materiali o superfici infette. I sintomi dell’influenza sono febbre improvvisa, di norma superiore a 38 °C, e manifestazioni respiratorie (tosse, mal di gola, raffreddore) associati ad almeno uno dei seguenti sintomi: mialgia ed artralgia, letargia e mancanza di appetito. Alcune persone colpite dal virus hanno anche riferito di mal di gola, nausea, vomito, diarrea (in particolare nei bambini) e mal di pancia.

Cos’è e quali sono le conseguenze del tifo

Chiamato anche febbre da accampamento o febbre navale perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni, il tifo è un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3 mila uomini in battaglia e 20 mila per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18 mila uomini in Italia. Altre 30 mila persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani.

La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Il tifo esantematico è conosciuto anche con i nomi di tifo epidemico, tifo petecchiale, dermotifo, tifo dei pidocchi e tifo europeo; non è da confondere con la febbre tifoide (o tifo addominale), provocata dalla Salmonella enterica. Si tratta di una malattia infettiva presente in luoghi con gravi deficienze sanitarie ed è responsabile di epidemie laddove alle scarse condizioni igieniche si assommano guerre, disastri naturali o carestie.

Il germe responsabile è la Rickettsia prowazekii, trasmesso dal pidocchio Pediculus humanus corporis. Non esiste trasmissibilità animale per cui la malattia è contagiosa solo da uomo a uomo. Una volta che il pidocchio ha succhiato il sangue di un individuo infetto, il microrganismo passa dallo stomaco alle feci dell’insetto, se questi le deposita su di un individuo sano la Rickettsia prowazekii è in grado di contagiare attraverso lesioni o micro-lesioni della cute che inoculano nella pelle le feci dell’insetto e il germe dell’infezione. I sintomi sono mal di testa, febbre alta, brividi ed eruzioni cutanee (le petecchie).

Cos’è e quali sono le conseguenze del vaiolo

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150 mila persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán. Lo stesso morbo colpì violentemente il Perù nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo.

Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza. Questa malattia infettiva è causata da due varianti del virus Variola, la Variola maior e la Variola minor. La malattia è anche conosciuta con i termini latini variola o variola vera, mentre il termine inglese smallpox venne coniato nel Regno Unito nel XV secolo per distinguerla dalla sifilide, denominata great pox. Il virus del vaiolo si localizza a livello della piccola circolazione della cute, del cavo orale e della faringe. A livello cutaneo si manifesta con un’eruzione maculo-papulare e, successivamente, con vescicole sollevate piene di liquido.

La Variola maior è causa di manifestazioni cliniche più rilevanti ed è caratterizzata da una mortalità del 30-35%. Le complicanze a lungo termine includono cicatrici caratteristiche, soprattutto al volto, nel 65–85% di coloro che riescono a sopravvivere. Possono inoltre manifestarsi, seppure con una minore prevalenza stimabile nel 2-5% dei casi, cecità, come conseguenza di ulcere corneali e successivi esiti cicatriziali, e deformità degli arti, a causa di episodi di artrite e osteomielite. La variola minor causa una forma di malattia più lieve, nota anche come alastrim, che può condurre al decesso nell’1% dei casi.

Cos’è e quali sono le conseguenze dell’ebola

Si conoscono cinque specie appartenenti al genere dell’ebola virus e quattro di queste sono responsabili della malattia da virus Ebola (in inglese ebola virus disease) che colpisce gli umani con una febbre emorragica con un tasso di letalità molto alto. Le cinque specie di virus riconosciute dall’International Committee on Taxonomy of Viruses prendono il nome dalle regioni dove sono stati individuate per la prima volta.

Le specie sono: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Taï Forest ebolavirus (originariamente Côte d’Ivoire ebolavirus) e Zaire ebolavirus. Lo Zaire ebolavirus è la specie di riferimento per il genere Ebolavirus ed è costituita da un solo ceppo noto, semplicemente chiamato ebola virus, il quale è caratterizzato dal più alto tasso di letalità degli Ebolavirus ed è anche responsabile per il maggior numero di epidemie di Ebola attribuibili al genere, comprese l’epidemia di febbre emorragica di Ebola in Zaire del 1976 e l’epidemia di febbre emorragica di Ebola in Africa Occidentale del 2014, che è quella che ha causato finora il maggior numero di vittime. Gli Ebolavirus sono stati descritti per la prima volta dopo l’epidemia di febbre emorragica scoppiata nel sud del Sudan nel giugno 1976 e nello Zaire nell’agosto 1976.

Cos’è e quali sono le conseguenze della tubercolosi

Chiamata anche tisi o poriformalicosi, in sigla Tbc, la tubercolosi è una malattia infettiva causata da vari ceppi di micobatteri, in particolare dal Mycobacterium tuberculosis, chiamato anche Bacillo di Koch. La tubercolosi attacca solitamente i polmoni, ma può colpire anche altre parti del corpo. Si trasmette per via aerea attraverso goccioline di saliva emesse con la tosse. La maggior parte delle infezioni che colpiscono gli esseri umani risultano essere asintomatiche, cioè si ha un’infezione latente. Circa una su dieci infezioni latenti alla fine progredisce in malattia attiva, che, se non trattata, uccide più del 50% delle persone infette.

I sintomi classici sono una tosse cronica con espettorato striato di sangue, febbre di rado elevata, sudorazione notturna e perdita di peso. L’infezione di altri organi provoca una vasta gamma di sintomi. La diagnosi si basa sull’esame radiologico (comunemente una radiografia del torace), un test cutaneo alla tubercolina, esami del sangue e l’esame microscopico e coltura microbiologica dei fluidi corporei. Il trattamento è difficile e richiede l’assunzione di antibiotici multipli per lungo tempo. La resistenza agli antibiotici è un problema crescente nell’affrontare la malattia. Si ritiene che un terzo della popolazione mondiale sia stata infettata con M.tuberculosis, e nuove infezioni avvengono ad un ritmo di circa una al secondo. Nel 2007 vi erano circa 13,7 milioni di casi cronici attivi e nel 2010 8,8 milioni di nuovi casi e 1,45 milioni di decessi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

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Quali e quante saranno le pandemie del futuro

Esistono diverse malattie delle quali si è temuto che potessero dare origine a nuove, catastrofiche pandemie. Alcuni esempi sono la febbre lassa, la febbre della Rift Valley, il virus di Marburg, il virus Ebola, i coronavirus mutanti e vari tipi di febbre emorragica. La maggior parte di questi morbi sembrano essere però troppo virulenti e rapidi a uccidere per potersi diffondere su vasta scala. Il virus dell’Hiv può essere considerato pandemico, sebbene la sua diffusione – per ora inarrestabile nel sudest africano – sia teoricamente controllabile con misure preventive di applicazione piuttosto semplice, e la sua importanza in Europa e nel resto del mondo occidentale sia al momento piuttosto ridotta.

Nel 2003 si è temuta una pandemia di Sars. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, le istituzioni e i media hanno più volte fatto riferimento alla minaccia di azioni terroristiche con uso di armi biologiche, e dunque alla possibilità che una pandemia possa essere iniziata scientemente da un gruppo etnico o politico ai danni di un altro, liberando nell’ambiente agenti patogeni selezionati o modificati per ottenere gli effetti più devastanti.

Sembra che si possa anche osservare una certa regolarità nelle pandemie di influenza, con intervalli compresi tra i  20 e i 40 anni. A partire dal febbraio 2004 si sono cominciate a rilevare casi di influenza aviaria in Vietnam. Si teme che l’influenza aviaria possa combinarsi con ceppi di influenza umana, dando vita a una pandemia potenzialmente molto pericolosa. Nel 2009 c’è stata una pandemia influenzale del virus H1N1, ovvero l’influenza suina, che si è rivelata meno pericolosa del previsto. Nel 2010 non si sviluppò nessun tipo di pandemia. La più recente epidemia in ordine di tempo è l’ebola.

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