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Quando eravamo bambini e non potevamo aspettare di crescere

Quando ero piccolo, mettevo le mie braccia nella maglietta e dicevo alle persone che avevo perso le braccia. Riavviavo il videogioco ogni volta che sapevo che stavo per perdere. Dormivo con tutti gli animali di peluche così nessuno di loro si offendeva. Perché tutti quando eravamo bambini non potevamo aspettare di crescere.

Avevo quella penna a quattro colori, e cercavo di spingere i bottoni tutti in una volta. La decisione più difficile era scegliere con quale gioco del Nintendo giocare. Aspettavo dietro una porta per spaventare qualcuno, poi me ne andavo perché ci aveva messo troppo tempo per uscire.

Fingevo di dormire, così potevo essere trasportata a letto. Pensavo che la luna seguisse la mia macchina. Guardavo due gocce scivolare sulla finestra e facevo finta fosse una gara. Andavo sul computer solo per usare Paint. L’unica cosa di cui mi dovevo preoccupare era il Tamagotchi.

Gli unici “falsi” amici che avevo erano quelli invisibili. Mi sbucciavo le ginocchia che guarivano meglio di un cuore distrutto. Ricordo quando eravamo bambini e non potevamo aspettare di crescere.

Confessioni di una studentessa universitaria in crisi e in trappola

Confessioni di una studentessa universitaria in crisi e in trappola in uno di quei giorni di sole, che illuminano gli angoli più adombrati, quelli più protetti da una vegetazione fitta ma in asfissia. Anche i sassi hanno caldo. Ma un caldo che fa evaporare il Po di una Torino inspiegabilmente chiusa per fare dispetto ai turisti stranieri.

Un Parco del Valentino vuoto, anche gli spacciatori sono in ferie. I tossici no. Loro sono malati e, in questa vita, probabilmente non andranno in vacanza. In questo spaccato da cartolina stropicciata e stracciata, non ti aspetti di raccogliere la confessione di una studentessa universitaria in crisi d’identità.

In realtà, neppure ti aspetti di incontrare qualcuno con cui parlare. Poi, con quel caldo umido, forse non ci sarebbe neppure la voglia di scambiare due-quattro-sei chiacchiere impegnative con sconosciuti. Vero, ma se vedi una persona in lacrime, magari una donna, in quel contesto non puoi fare il “mi sai nen” e tirare dritto. Potrebbe essere stata vittima di uno scippo, di una violenza. Alla fine, non sarebbe la prima volta.

Scusa stai bene? Hai bisogno? Non voglio disturbarti, ma solo sapere se posso aiutarti. Forse, Giada aspettava questa domanda da un po’, o forse no. Forse se la stava facendo inconsciamente già da mesi. È un fiume in piena. Senza alzare lo sguardo da terra, con un filo di voce si sfoga.

Mastica amaro. “Arriva un momento in cui vorresti non ti importasse. E invece ti importa. Devo scegliere del mio futuro, ma in realtà stanno scegliendo gli altri per me. Ridicolo come io non riesca ad esprimere ciò che voglio, o come in realtà io riesca ad esprimerlo, ma alla fine non conti nulla per nessuno. Mi sento continuamente sotto pressione, obbligata ad essere all’altezza delle aspettative altrui”. 

“Sto aspettando solo di crollare, semplicemente di lasciare che tutto mi soffochi al punto tale da non voler più reagire, e provare il lusso di piangere senza nessuna barriera. Vorrei potermi arrendere, staccare la spina e non essere una delusione.  Perchè arrendersi non è concesso? Perchè mostrarsi debole non è accettato come mostrarsi infallibile?”. 

Ed ecco che viene fuori il cuore ferito di Giada, studentessa universitaria in crisi d’identità come tante nostre figlie o cugine, o serelle. “A volte vorrei semplicemente sentirmi dire: non fa niente, non è la fine del mondo se dovessi sbagliare scelta. Università, lavoro, stato d’animo. Vorrei semplicemente che smettesse di importarmi delle aspettative della mia famiglia, dello sguardo di mio padre, e per una volta riuscire a sognare. E invece mi importa eccome”.

Come si sentono le persone belle, desiderate e amate?

Come si sentono le persone belle, desiderate e amate? Già, chissà come ci si sente ad essere talmente belle o belli da attirare lo sguardo dei passanti, il sabato mattina, con i capelli spettinati e senza né trucco né occhiali da sole. Chissà come ci si sente ad essere pieni di amici, di quelli veri però, quelli ai quale dici “sto male” e che si presentano a casa tua al massimo un quarto d’ora dopo.

Chissà come ci si sente ad essere sempre la prima o il primo scelto, mai messi in disparte, mai inutili. Chissà come ci si sente ad avere fiducia in sé stessi. Chissà come ci si sente ad essere amati, ma amati sul serio, di quegli amori che vengono scritti sui muri o tra le pagine di un libro. Quegli amori che ti mettono a soqquadro lo stomaco, e che non ti fanno battere solo il cuore, ma tutta la gabbia toracica. Già, chissà…