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Cervello del cane: capisce il significato delle parole

Un team di scienziati ha scoperto che il cervello del cane, come quello dell’uomo, elabora l’intonazione e il significato delle parole separatamente, anche se il cane usa l’emisfero cerebrale destro per farlo, mentre noi usiamo quello sinistro. Ma rimaneva un mistero da svelare: il cervello del cane segue lo stesso processo per elaborare i complimenti?

Chiunque abbia un cane sa che pronunciare la parola “Bravo!” in tono entusiastico e felice provoca un allegro scodinzolio del proprio amico a quattro zampe. Infatti, proprio come i bambini, i cani comunicano con un linguaggio non verbale per ottenere ciò che vogliono. Studiando il comportamento canino, i ricercatori hanno recentemente identificato 19 gesti di riferimento.

Con “gesto di riferimento” si intende un segnale che richiama l’attenzione del padrone su un oggetto o un’azione specifici. Ecco alcuni di questi segnali: Dammi da mangiare. Gioca con me. Fammi andare fuori. Fammi una grattatina! Ma in realtà, non è tanto il fatto che i cani comunichino che deve stupire, quanto il fatto che i cani capiscano anche i termini e ne possano imparare tanti (si stima tra i 70 e i 200). Questo ha suscitato la curiosità degli scienziati: cosa succede esattamente nel cervello del cane quando riceve una lode o un complimento? È qualcosa di simile al meccanismo gerarchico con il quale il nostro cervello elabora le stesse informazioni acustiche?

Quando una persona riceve un complimento, la regione uditiva subcorticale, più primitiva, reagisce dapprima all’intonazione, che è la portata emotiva del parlato. Poi, il cervello attiva la corteccia uditiva di più recente evoluzione per decodificare il significato delle parole che ha appreso.

Nel 2016 un team di scienziati ha scoperto che il cervello del cane, come quello dell’uomo, elabora l’intonazione e il significato delle parole separatamente, anche se il cane usa l’emisfero cerebrale destro per farlo, mentre noi usiamo quello sinistro. Ma rimaneva un mistero da svelare: il cervello del cane segue lo stesso processo per elaborare i complimenti?

“Si tratta di una domanda importante perché il cane è una specie che non ha la parola, tuttavia risponde correttamente ai nostri messaggi”, afferma Attila Andics, neuroscienziato presso la Eotvos Lorand University di Budapest, in Ungheria, e coautore sia dello studio del 2016 sia di uno studio più recente pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Alcuni cani ad esempio sono in grado di riconoscere migliaia di nomi di oggetti diversi e di collegare il nome all’oggetto specifico.

Studiando le scansioni del cervello di alcuni cani, gli scienziati hanno scoperto che il cervello del cane, proprio come il nostro, elabora i suoni delle parole in modo gerarchico: analizzando prima la componente emozionale con la parte più antica del cervello, ovvero la regione subcorticale, e poi il significato delle parole con la parte più recente, la corteccia.

Questa scoperta approfondisce le nostre conoscenze sull’evoluzione del linguaggio umano, affermano gli autori. L’aspetto più sorprendente è che i cani e l’uomo hanno condiviso un antenato comune circa 100 milioni di anni fa, quindi è probabile che “il cervello di molti mammiferi risponda a suoni vocali in modo simile”, afferma Andics.

I cani sono ottimi ascoltatori

I ricercatori ungheresi hanno eseguito gli esperimenti per lo studio su 12 cani domestici (sei border collie, cinque golden retriever e un pastore tedesco) di proprietari che vivono vicino a Budapest. I ricercatori hanno addestrato i cani a entrare e rimanere immobili in un macchinario per risonanza magnetica funzionale (fMRI), dove gli venivano fatti ascoltare messaggi vocali di lode e apprezzamento pronunciati dall’addestratore, come “bravo” e “bene” insieme a parole sconosciute e neutre come “se” e “già”.

L’addestratrice parlava in ungherese, pronunciando le parole a volte con un’intonazione entusiastica, di lode, e altre volte con un tono neutrale. Le parole venivano volutamente ripetute, con diverse intonazioni, mentre il macchinario rilevava l’attività cerebrale dei cani in ascolto. Inizialmente le regioni uditive, sia nella parte subcorticale che corticale del cervello dei cani, mostravano una maggiore attività mentre questi ascoltavano le parole pronunciate.

Ma sentendo la stessa intonazione (di lode o neutrale) ripetuta più volte, indipendentemente dal fatto che la parola fosse conosciuta o meno, il livello di attività nella parte più antica del cervello diminuiva rapidamente. Questo rapido declino suggerisce che l’intonazione viene elaborata nella parte più antica del cervello del cane.

Allo stesso modo, ascoltando la ripetizione di parole conosciute, il livello di attività nella parte più recente del cervello mostrava una lenta diminuzione ma non quando venivano pronunciate parole sconosciute. Questo lento declino dell’attività in risposta all’ascolto di parole conosciute suggerisce che la parte più recente del cervello è coinvolta nell’elaborazione del significato delle parole.

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Lo studio “suggerisce che quello che diciamo e come lo diciamo sono entrambi aspetti importanti per il cane”, afferma via e-mail David Reby, etologo presso l’Università del Sussex, nel Regno Unito.

“È un fenomeno che possiamo dedurre dalla nostra interazione con il cane ma è in una certa misura sorprendente in quanto i cani non parlano e il loro sistema di comunicazione [abbaiare] non presenta una chiara separazione tra significato e intonazione”.

Studi precedenti mostrano che molti animali, dagli uccelli canterini ai delfini, usano la subcorteccia per elaborare messaggi emozionali e la corteccia per analizzare segnali più complessi appresi, pur non potendo parlare. Le zebre, per esempio, sono in grado di percepire le emozioni nei richiami di altre specie erbivore per sapere se ci sono predatori nelle vicinanze.

È probabile che il linguaggio umano si sia evoluto da tali segnali utilizzando gli stessi sistemi neurologici per sviluppare la parola, nota Terrence Deacon, neuroantropologo presso l’Università della California a Berkeley. E, in quanto animali domestici che si sono evoluti al fianco dell’uomo negli ultimi 10.000 anni, i cani fanno un uso speciale di questa antica capacità di elaborazione delle emozioni umane, aggiunge Andics. “Questo spiega in parte perché il rapporto dell’uomo con il cane sia così speciale” e come i cani riescano a volte a manipolarci con i loro sguardi espressivi.

NaturalMente Cani è tra i libri più apprezzati, più regalati e più recensiti: si prende cura dei nostri amici pelosi passo passo, guidandoti alla corretta alimentazione, ad uno stile di vita sano e all’utilizzo di integratori naturali con specifiche di massima sui dosaggi in base alle tipologia di cane. Se vuoi saperne di più sul libro clicca qui. Se vuoi acquistare la seconda e ultima versione clicca qui.

NaturalMente Cani per la buona salute a 4 zampe

Non rappresenta l’eccezionalità il fatto che il cane, trattato come natura comanda, è in grado di vivere bene e più della media attuale. Purtroppo, è sempre più un’eccezione vedere cani trattati da cani. A ciò, si aggiunga più inquinamento, pipette e collari antipulci tutto l’anno, vaccini sempre più aggressivi, prodotti poco genuini e un’acqua più contaminata che mai. Questi fattori hanno un peso specifico sullo stato di salute delle nostre bestiole. “NaturalMente Cani” sarà un valido supporto…

NaturalMente Cani è uno dei più apprezzati e richiesti libri sulla prevenzione e sulle cure naturali per gli amici pelosi a quattro zampe. Dall’alimentazione ai valori nutrizionali, fino ai “rimedi della nonna”, con un centinaio di erbe selezionate e schedate e altrettanti rimedi tra i più efficaci della fitoterapia e della medicina ayurvedica. Insomma, un amico da sfogliare quando si ha bisogno di mettere in atto periodiche forme di detossicazione e per conoscere eventuali rimedi da usare per prevenire e per integrare, ma anche per curare.

Un block notes in cui sono annotati i più efficaci rimedi, oltre agli integratori naturali da somministrare alcuni con una certa regolarità e altri all’occorrenza. Curare il proprio cane prevalentemente con rimedi naturali è un gesto di grande amore e rispetto. Il ricorso a medicinali moderni è troppo spesso dannoso e non necessario. L’uso dei rimedi naturali aiuta a superare efficacemente diverse patologie: dalle ferite alle punture d’insetto, dall’obesità all’artrite… Tutelando realmente il benessere dei nostri animali riconosceremo loro, in modo concreto, un ruolo e un habitat, amandoli a tutti gli effetti.

Non rappresenta l’eccezionalità il fatto che il cane, trattato come natura comanda, è in grado di vivere bene e più della media attuale. Purtroppo, è sempre più un’eccezione vedere cani trattati da cani. A ciò, si aggiunga più inquinamento, pipette e collari antipulci tutto l’anno, vaccini sempre più aggressivi, prodotti poco genuini e un’acqua più contaminata che mai. Questi fattori hanno un peso specifico sullo stato di salute delle nostre bestiole. “NaturalMente Cani” sarà un valido supporto…

Che i cani si ammalino sempre più frequentemente di malattie tipiche della razza umana, come diabete, tumori, artrite e varie altre patologie di natura autoimmune, causate da più o meno gravi forme di intolleranze alimentari, è un triste ma oggettivo dato di fatto. Succede da quando anche a loro, come facciamo spesso con noi stessi, serviamo cibo spazzatura. Magari non tenendo conto che, alcune crocchette o alcuni snack che acquistiamo lasciandoci incantare da etichette “musicali”, sono ancor più spazzatura di quanto si possa immaginare.

Non è una novità, infatti, che il settore della nutrizione dei cani, ma di tutti gli animali più in generale, sfugga a qualsivoglia regola e controllo in quasi tutti i paesi del mondo. E non è una novità che gran parte dei padroni di cani, quasi non si rende conto di cosa fa ingurgitare al povero animale che ospita in casa. Eppure, tanto per fare un piccolo esempio, non dovrebbe essere difficile prendere atto del fatto che quel “simpaticone con le zanne” è carnivoro e che, di conseguenza, i cereali sono mangimi per galline e volatili…

Perché è importante il libro NaturalMente Cani

Nonostante la crisi, il settore mangimi e accessori per cani continua a crescere. Un business estremamente allettante per gli industriali come anche per il settore della ricerca scientifica, il cui fatturato complessivo in Italia supera il valore di 1,8 miliardi di euro. Nel Belpaese, quattordici milioni di italiani hanno animali da compagnia in casa. Un interesse che, di certo, non può sfuggire al mercato e di riflesso ai suoi meccanismi di vendita come il marketing e i canali principali che lo creano come gli allevamenti o i veterinari.

Anne Leszkovicz, docente di ingegneria chimica all’università di Tolosa, ha analizzato i cibi utilizzati da alcuni allevatori di animali di razza che hanno visto morire i loro cuccioli senza un apparente motivo. La ricercatrice che ha analizzato tra i cinquanta e i cento prodotti industriali per cani e gatti, ha evidenziato che almeno un quarto di questi aveva livelli preoccupanti di micotossine, che “possono generare i tumori. L’aflatossina colpisce il fegato, l’ocratossina i reni, la fumonisina l’apparato digerente… Il cane è l’animale più sensibile all’ocratossina che può indurre il tumore al rene”, ha detto alle telecamere della trasmissione Report di Milena Gabanelli.

Purtroppo, molti specialisti continuano a curare il sintomo e non la causa e quando ritengono di poter risolvere il problema, spesso lo fanno in modo decisamente invasivo e traumatico. Hanno fatto una scelta, quella di credere in una sola forma di medicina. Quella degli effetti collaterali. Certo, in alcuni casi non ci sono alternative, specialmente quando si interviene tardi, i farmaci di sintesi o la chirurgia diventano necessari. Ma in tanti altri casi si può aiutare la nostra bestiola con rimedi naturali. Come l’arnica al posto dell’abusato cortisone, giusto per dirne una.

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Ma soprattutto, si può e si deve fare prevenzione. Un’efficace prevenzione. Questo volume si inserisce umilmente e discretamente tra proprietario, cane e veterinario. Tra coscienza e scienza. “NaturalMente Cani” è figlio di diverse combinazioni, tra queste la consapevolezza che tanti veterinari, troppi, fa comodo che le erbe si vendano e si usino il meno possibile. Non a caso, la documentazione esistente in materia di cure naturali per cani è carente, se si escludono i testi scientifici scritti rigorosamente in “medichese”, che non invogliano assolutamente la lettura di massa, o i libri in lingua straniera.

Oltre a “NaturalMente Cani”, fanno parte della collana “Animali Sani” anche i libri e gli ebook “Manuale Pratico di Omeopatia per Cani: tutti i rimedi dalla A alla Z” e “Manuale Pratico di Omeopatia per Gatti: tutti i rimedi dalla A alla Z”. Per quanto riguarda i libri sull’omeopatia, non è assolutamente necessario acquistare sia il volume dedicato ai cani sia quello dedicato ai gatti. Le terapie di automedicazione nel cane e nel gatto sono identiche.

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Zerocalcare e Macerie Prime sei mesi dopo il primo successo

Ottimo lavoro come sempre, Zerocalcare non mi delude mai. Una bella riflessione sulla vita fatta in modo alternativo ma non banale. Il linguaggio scelto può sembrare da sempliciotti ma i contenuti vanno al di là della forma. Soprattutto è attuale nelle tematiche e dà consigli concreti su come affrontare la difficoltà della vita quotidiana e le sue tentazioni che possono spingere una persona verso l’apatia o lo sconforto.

Dopo oltre centoventimila copie vendute con Macerie Prime, Zero Calcare torna con il capitolo conclusivo della sua storia più emblematica e contemporanea: “Macerie prime. Sei mesi dopo”. Nasce il figlio di Cinghiale. Gli amici si riavvicinano. Niente è più come prima. Il senso di precarietà sociale del suo cast sembra assoluto, i rapporti amicali si lacerano, le tenebre avanzano. Piccoli pezzi di ciascuno vengono perduti, rubati, cambiano gli equilibri. E l’armadillo è sempre latitante.

Se una soluzione esiste, in cosa consisterà? C’è poco da dire, degna conclusione della prima parte di Macerie Prime, storia che racconta perfettamente le ansie e le paure dei trentenni (ma anche quarantenni) di oggi. Il finale va a stemperare il clima claustrofobico che si può percepire lungo tutta la storia, dal primo a questo secondo libro, e va a ridare un minimo di speranza che l’essere umano non si sia completamente trasformato in una sottospecie di creatura piena di rabbia e rancore.

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Ottimo lavoro come sempre, Zerocalcare non mi delude mai. Una bella riflessione sulla vita fatta in modo alternativo ma non banale. Il linguaggio scelto può sembrare da sempliciotti ma i contenuti vanno al di là della forma. Soprattutto è attuale nelle tematiche e dà consigli concreti su come affrontare la difficoltà della vita quotidiana e le sue tentazioni che possono spingere una persona verso l’apatia o lo sconforto.

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Mangia, prega, ama: scoprirsi lesbica a 40 anni: le storie

Dopo aver portato a compimento il proprio difficoltoso divorzio, la Gilbert trascorre l’anno successivo a viaggiare per il mondo. Il viaggio viene pagato con l’anticipo percepito dal suo editore per un libro in fase di scrittura. La scrittrice trascorre quattro mesi in Italia, mangiando e godendosi la vita, “Mangia”. Dopo, trascorre tre mesi in India, trovando la propria spiritualità, “Prega”. Infine, termina il proprio viaggio a Bali, Indonesia, in cerca dell’equilibrio fra le due precedenti scoperte, trovando l’amore “Ama” in un fattore brasiliano. Il libro è rimasto nella classifica dei libri più venduti stilata dal The New York Times per centottantasette settimane.

Che poi a pensarci bene è da un po’ che non tocco l’argomento sessualità sul mio diario elettronico. In questi anni ci siamo raccontati storie importanti. Curiosità che ci hanno aiutato a comprendere come va il mondo. Anzi, che oggi il mondo va come prima. Solo che tutto è diventato più fluido grazie alla tecnologia.

Vuoi sapere cosa c’è nel “piatto” questa volta? Ti rispondo con una domanda provocatoria: e se ti scoprissi lesbica a quarant’anni? Perché a quaranta? Perché mezza vita ti è andata. E vuol dire che per la prima metà del tuo cammino o eri eterosessuale o pensavi di esserlo. E nell’ultimo caso dovevi proprio esserne convinta, al punto sentirti una “femmina Alfa”.

Comunque, a Elizabeth Gilbert – autrice del best-seller “Mangia, prega, ama”, da cui è stato tratto nel 2010 il film con Julia Roberts – è successo. Lei stessa ha confessato di aver tranquillamente lasciato il marito dopo essersi innamorata della sua migliore amica. Il libro altro non è che la sua autobiografia. Racconta del viaggio dell’autrice intorno al mondo dopo aver divorziato dal marito, e di cosa ha scoperto durante i suoi spostamenti. La trentaduenne Elizabeth Gilbert è una donna istruita, ha una casa, un marito ed una carriera di successo come scrittrice.

Ciò nonostante non è felice della propria vita e spesso passa la notte a piangere in bagno. Dopo essersi separata dal marito ed aver iniziato la causa di divorzio, che lui contesta, la donna si imbarca in una relazione di rimpiazzo, che dura per un breve periodo e termina lasciandola ancora più depressa. In seguito, dopo aver scritto un articolo sulle vacanze yoga a Bali, la Gilbert incontra un guaritore di nona generazione, il quale le dice che lei un giorno sarebbe tornata ed avrebbe studiato con lui.

Dopo aver portato a compimento il proprio difficoltoso divorzio, la Gilbert trascorre l’anno successivo a viaggiare per il mondo. Il viaggio viene pagato con l’anticipo percepito dal suo editore per un libro in fase di scrittura. La scrittrice trascorre quattro mesi in Italia, mangiando e godendosi la vita, “Mangia”. Dopo, trascorre tre mesi in India, trovando la propria spiritualità, “Prega”. Infine, termina il proprio viaggio a Bali, Indonesia, in cerca dell’equilibrio fra le due precedenti scoperte, trovando l’amore “Ama” in un fattore brasiliano. Il libro è rimasto nella classifica dei libri più venduti stilata dal The New York Times per centottantasette settimane.

Sulla pagina Facebook della Gilbert è comparso un post che ha ha fatto molto discutere. Elizabeth spiega di essersi innamorata di una scrittrice di origine siriane, Rayya Elias, nel momento in cui alla donna viene diagnosticato un cancro incurabile al pancreas.

Credo che sia davvero uno dei coming out più clamorosi della storia. Inevitabilmente, sono tantissimi i messaggi dei fan che l’hanno ringraziata per il suo coraggio e per l’onestà intellettuale dimostrata. “La morte, o la prospettiva della morte, ha il potere di far pulizia di tutto ciò che non è reale. Mi sono resa conto di non voler semplicemente bene a Rayya. Io la amo. E non c’è più tempo per continuare a mentire”. Firmato Elizabeth Gilbert. Il post è diventato virale. Migliaia e migliaia di commenti.

Cosa succede a scoprirsi lesbica avanti con gli anni

Per tornare alla domanda che ti facevo prima, come vedi, nelle tante variabili della vita, ci si potrebbe scoprire lesbica a quarant’anni o anche più. Tutto normale. Ed è normale che anche il fatto di scoprirsi lesbica avanti con gli anni, spesso dopo lunghe relazioni, matrimoni e figli, sta diventando un tema di cui si parla sempre più spesso.

Vuoi che ti faccia un altro esempio? Cynthia Nixon, la Miranda di Sex and the City, tanto per citarne un’altra di una lunga serie, ha avuto una relazione eterosessuale per ben quindici anni prima di innamorarsi di Christine Marinoni, mentre l’attrice Portia de Rossi è stata sposata con un uomo e poi si è risposata con Ellen DeGeneres. Era il 2008.

Se sei uomo, devi capire che la donna, entrando in un periodo diverso della propria esistenza, spesso esplora la propria identità e la propria sessualità e arriva a metterla in discussione proprio perché inizia a non importargli ciò che pensa di loro la gente. Negli ultimi anni, la maggior apertura verso le cosiddette differenze (ma differente da cosa?) e i vari provvedimenti per la legalizzazione del matrimonio egualitario in molti Paesi del mondo occidentale hanno contribuito a dare alle donne adulte la sensazione di poter vivere la propria sessualità in un modo che fino agli anni Ottanta era inimmaginabile.

Certo c’è ancora tanta strada da fare. Esiste ancora tanto pregiudizio, questo è innegabile. Ma le nuove generazione sono particolarmente inclini a coltivare la fluidità di genere, rifiutando le etichette fisse. “Stiamo finalmente iniziando a riconoscere che la sessualità non è qualcosa né di binario né di fisso. Amore, attrazione, affetto e sesso sono più stratificanti e interessanti di quel che ci era stato insegnato”, ha scritto sul The Guardian Susie Orbach, dopo un matrimonio trentennale e tre figli con lo scrittore Joseph Schwartz. E lo sai in che occasione lo ha scritto? Te lo dico? Quando ha deciso di sposare l’autrice Jeanette Winterson.

Non è mai troppo tardi per fare coming out, e non è mai troppo tardi per trovare l’amore. Holland Taylor, che dovresti ricordare come la Peggy Peabody, la madre miliardaria di Helena Peabody, nonché la signorina Petrie in Debs, in un’intervista ha dichiarato di essere fidanzata con una donna molto più giovane di lei e di pensare al matrimonio. Anna Sale, una giornalista, l’ha intervistata e ha scritto: “Ora a settantadue anni, Holland racconta che senza quel periodo di difficoltà, non sarebbe mai stata in grado di arrivare dov’è adesso: nella prima relazione importante della sua vita”.

“È la cosa più bella e straordinaria che mi sia mai accaduta”, racconta Holland, che non ha voluto rivelare l’identità della sua compagna, né ha voluto che la sua sessualità diventasse argomento politico”. In realtà, si sa chi è la sua fidanzata: Sarah Paulson. Secondo la presidente di Stonewall, Jan Gooding, che è stata sposata per quindici anni e che dal marito ha avuto due figli, le donne che cambiano il proprio orientamento sessuale avanti con gli anni tendono a non voler essere etichettate in alcun modo.

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“Le persone faticano a credere che io mi sia innamorata di una donna di punto in bianco. Sospettano che lo sapevo e negavo a tutti. A me stessa e al mondo. Eppure è successo. È andata proprio così. Quest’idea che tutti si conoscano a fondo fa molto male ai percorsi individuali”. Succede, le cose cambiano. Succede che una donna, ad un certo punto, inizi ad amare le donne. Come succedeva e succede che un uomo, ad un certo punto, inizi ad amare gli uomini. Come capita che non succeda nulla.

Vero succede proprio di tutto. Non dimenticare che nel 2015 c’è stato anche un caso in cui un campione olimpico, o almeno questo pensavamo che fosse, ha rivelato di essere una donna. Non ti ricordi? Caitlyn Jenner. Fino al 2015 tutti la conoscevano come Bruce Jenner, ex-campione olimpico, nonché tra i protagonisti della famiglia da reality più famosa al mondo: i Kardashian.

Poi, tutto ad un trattò, arrivò il coming out. Il suo. Durante una lunga intervista per “ABC News” disse: “Sono una donna”. Ma poi quasi rimangiò l’uscita, anche se ormai la frittata era fatta. Alla fine arrivò la copertina di Vanity Fair a firma di Annie Lieboviz in cui si presentava al mondo col suo nuovo nome e l’identità che aveva sempre desiderato, quella femminile.

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Il patto: come andò la trattativa fra Stato e mafia

Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono gli autori di un libro, secondo me, superlativo. “Il patto: la trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato” edito da Chiarelettere. Sembra un film ma è una storia vera, e inedita, di cui pochissimo si è scritto e parlato. Un infiltrato dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda Repubblica. Un uomo d’onore al servizio dello Stato. Oggi le rivelazioni di Ilardo – raccolte dal colonnello Michele Riccio – sono alla base di un processo in corso a Palermo che vede come principale imputato il generale Mario Mori.

Ilardo parla di patti e di arresti di capimafia (“In Sicilia i capi o muoiono o si vendono”). Fa i nomi. Cita Marcello Dell’Utri, “un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi”. Sembra una storia sudamericana, ma accade in Italia. Meno di venti anni fa. E oggi, dopo le rivelazioni del figlio di Vito Ciancimino, molti all’improvviso parlano. Ilardo nel 1994 nessuno lo ascolta – a parte il colonnello Riccio, che registra tutto. Ed è incredibile perché proprio l’infiltrato porterà gli uomini del Ros nel casolare di Provenzano. Perché il boss non fu arrestato? Dice Mori ai magistrati di Palermo: “Non ricordo… tenga presente che io ero responsabile di una struttura quindi avevo una serie di problematiche…”.

E il suo vice Mauro Obinu: “Abbiamo localizzato il casale… (va considerata) la difficoltà tecnica di entrare, in quanto era costantemente occupato da pastori, mucche e pecore”. Risultato? Provenzano continuerà a trattare con i nuovi referenti politici della Seconda Repubblica. La prefazione è di Marco Travaglio. Queste informazioni servono a spingerti ad acquistare il libro. Paghi. Aspetti che arrivi. Finalmente lo stringi tra le mani. Ti siedi comodamente sul divano e inizia a leggere. Un giorno e una notte non bastano. Biondo e Ranucci riescono davvero a filtrare attraverso la storia di Luigi Ilardo, mafioso che decise di infiltrarsi per conto dello Stato in Cosa nostra, la recente storia d’Italia.

Le testimonianze di Oriente (nome in codice di Ilardo) sono un continuum di fatti e misfatti che vedono protagonisti ovviamente mafiosi, ma anche tante persone insospettabili come politici, imprenditori e “sbirri” al servizio di Cosa nostra. Continuando a scavare negli opaci rapporti tra mafia e istituizioni le domande a cui gli autori cercano di rispondere si rincorrono una sull’altra: quando inizia ufficialmente la trattativa tra Servizi segreti italiani e Mafia? Fu Totò Riina il loro interlocutore fino a quando non diventò una preda e venne arrestato? Perchè non venne perquisito in tempo il rifugio di Riina? Provenzano ne prese il posto? E perchè quest’ultimo non fu catturato (per ben sei anni) nonostante si sapesse, grazie a Ilardo, dove fosse rifugiato?

Ma soprattutto, dietro le stragi di Capaci, Via d’Amelio, di Roma, Firenze e Milano c’era un preciso disegno politico per cancellare chi sapeva della famigerata trattativa e vi si oppose (come Borsellino) prima, e per gettare il Paese nel caos e favorire l’avvento di nuove forze politiche amiche della Mafia? E, infine, perché dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage? Ilardo sarà ammazzato nel 1996, pochi giorni prima di diventare ufficialmente pentito. La sua incredibile storia, immortalata in questo libro, racconta dall’interno il patto inconfessabile tra lo Stato e gli uomini della mafia.

Il patto che lo Stato fece con la mafia: ecco i dettagli

Quel patto che ha portato, nell’aprile del 2018, alle condanne in primo grado degli ex vertici del Ros Mori, Subranni e De Donno, dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, di Ciancimino junior e del boss Leoluca Bagarella. Biondo e Ranucci cercano di fare luce su tutte queste ombre che gravano terribilmente sulla storia recente del nostro Paese e che non possiamo dimenticare per chiedere giustizia e verità. “Italia paese dei misteri, ma non dei segreti” diceva Winston Churchill. “Come dice nella prefazione Marco Travaglio, basta mettere in fila i fatti e chiunque può rendersi conto che molte imprese attribuite a Cosa nostra avevano in realtà altri mandanti”, ha detto al Corriere della Sera Romano Montoni.

Infatti, ci fu una schifosa negoziazione tra importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentanti di Cosa nostra portata avanti nel periodo successivo alla stagione delle stragi del 1992 e 1993 al fine di giungere a un accordo e a delle forme di reciproca convivenza, con l’obiettivo anche di far cessare delle stragi. In sintesi, dunque, il fulcro ipotizzato dell’accordo sarebbe stato la fine della cosiddetta “stagione stragista”, in cambio di un’attenuazione delle azioni di lotta alla mafia, in particolare in seguito all’attività del pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone che aveva condannato nel Maxiprocesso di Palermo centinaia di criminali mafiosi.

Secondo le ricostruzioni, nel settembre-ottobre 1991, durante alcune riunioni della “Commissione regionale” di Cosa nostra avvenute nei pressi di Enna e presiedute dal boss Salvatore Riina, venne deciso di dare inizio ad azioni terroristiche, perché erano state arrestate quattrocento e settantacinque persone sospettate di essere mafiosi. Il terrorismo mafioso contro lo Stato italiano doveva essere rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne una riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche i politici.

Il parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana Salvo Lima, e il suo assistente Sebastiano Purpura, il ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno Calogero Mannino, anche loro democristiani, il Ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli, il Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Carlo Vizzini e il Ministro della difesa Salvo Andò, esponenti del Partito Socialista Italiano. Claudio Martelli era nel mirino dei boss mafiosi perché secondo i pentiti Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza era fra quei quattro “crasti” socialisti che prima si erano presi i nostri voti, nel 1987, e poi ci avevano fatto la guerra. In particolare, Martelli aveva chiamato Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari Penali al ministero.

Il 30 gennaio 1992, la Cassazione confermò la sentenza del maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all’ergastolo; in seguito alla sentenza, i capi della “Commissione” mafiosa regionale e provinciale decisero di avviare la stagione stragista già progettata. Il 12 marzo 1992 l’onorevole Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana, venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche, perché non era più in grado di garantire gli interessi delle cosche mafiose nel governo. In particolare perché non era riuscito a far aggiustare il maxi processo in Cassazione.

Il bersaglio da colpire era Giulio Andreotti

Il vero bersaglio era Giulio Andreotti: Cosa nostra avrebbe voluto rivalersi sul presidente del Consiglio, ma era troppo protetto, era irraggiungibile. Così si ripiegò sul capo corrente di Andreotti in Sicilia, e l’omicidio rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Nel periodo successivo all’omicidio di Salvo Lima, l’onorevole Calogero Mannino, all’epoca nominato ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, nel Settimo Governo Andreotti, si mise in contatto, attraverso il maresciallo Giuliano Guazzelli, con Antonio Subranni, all’epoca comandante del ROS, perché aveva ricevuto un avviso mafioso, una corona mortuaria di fiori, evidente minaccia di morte e temeva a sua volta di essere ucciso.

Il 4 aprile 1992 il maresciallo Guazzelli venne ucciso lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle e l’omicidio venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Guazzelli fu ucciso perché i capi mafiosi volevano dare un segnale forte a Mannino e Subranni, alzare il tiro e imporre accordi ad alti livelli. Il 23 maggio 1992 avvenne la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, perché la Commissione regionale e provinciale di Cosa Nostra e presiedute dal boss Salvatore Riina, voleva vendicarsi della sua attività di magistrato antimafia. Nella strage persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro; l’attentato venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”.

Il Consiglio dei ministri nella seduta dell’8 giugno 1992, in seguito alla strage di Capaci, approvò il decreto-legge “Scotti-Martelli” (detto anche “decreto Falcone”), che introdusse l’articolo 41 bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia: il giorno successivo giunse una telefonata anonima a nome della sigla “Falange Armata” in cui si minacciava che il carcere non si doveva toccare. Nello stesso periodo, il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno contattò Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo, per conto del colonnello Mario Mori (all’epoca vicecomandante del ROS) che informò il generale Subranni. A sua volta, Ciancimino e il figlio Massimo contattarono Salvatore Riina attraverso Antonino Cinà, medico e mafioso di San Lorenzo.

In quel periodo, Salvatore Riina mostrò a Salvatore Cancemi un elenco di richieste dicendo che c’era una trattativa con lo Stato che riguardava pentiti e carcere; sempre in quel periodo, Riina disse anche a Giovanni Brusca che aveva fatto un “papello” di richieste in cambio di fare finire le stragi. L’1 luglio 1992 il giudice Borsellino, che si trovava a Roma per interrogare il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, venne invitato al Viminale per incontrare il ministro Mancino; secondo Mutolo, Borsellino tornò dall’incontro visibilmente turbato.Combinazione, nello stesso periodo, Giovanni Brusca ricevette da Salvatore Biondino la disposizione di sospendere la preparazione dell’attentato contro l’onorevole Mannino.

Secondo Salvatore Cancemi, in quei giorni Riina insistette per accelerare l’uccisione di Borsellino e per eseguirla con modalità eclatanti. Il 15 luglio Borsellino confidò alla moglie Agnese che il generale Subranni era vicino ad ambienti mafiosi, mentre qualche giorno prima le aveva detto che c’era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato, e che presto sarebbe toccato pure a lui di morire. Nello stesso periodo, Riina avrebbe detto a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c’era “un muro da superare”. Quel muro era Paolo Borsellino.

Le stragi e la trattativa fra Stato e mafia

Il 19 luglio 1992, con un attentato in via D’Amelio, a Palermo, fu ucciso Paolo Borsellino. L’attentato fu rivendicato sempre con la sigla “Falange Armata”. Secondo il pm Antonino di Matteo, l’assassinio di Borsellino fu eseguito per “proteggere la trattativa dal pericolo che il dottor Borsellino, venutone a conoscenza, ne rivelasse e denunciasse pubblicamente l’esistenza, in tal modo pregiudicandone irreversibilmente l’esito auspicato”. Dal luogo del delitto non verrà mai rinvenuta l’agenda rossa, nella quale il magistrato annotava tutte le sue intuizioni investigative senza separarsene mai.

In seguito alla strage di via D’Amelio, il decreto “Scotti-Martelli” venne convertito in legge e oltre cento mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell’Asinara e di Pianosa e sottoposti al regime del 41 bis, che venne applicato pure ad altri quattrocento mafiosi detenuti. Il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via d’Amelio, la Procura di Palermo deposita l’istanza di archiviazione dell’indagine definita “Mafia e Appalti”, a cui avevano lavorato con grande interesse sia Giovanni Falcone che, successivamente, Paolo Borsellino. Il decreto di archiviazione venne emesso il 14 agosto 1992.

Tra ottobre e novembre 1992, Giovanni Brusca e Antonino Gioè fecero collocare un proiettile d’artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e panico per riprendere la trattativa con il maresciallo Tempesta che si era interrotta: tuttavia la rivendicazione telefonica con la sigla “Falange Armata” non venne recepita e per questo il proiettile non venne trovato nell’immediatezza ma solo in un momento successivo.

Il 15 gennaio 1993, a Palermo, Totò Riina, capo di Cosa Nostra, viene arrestato dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale, uomini del colonnello Mori e del generale Delfino, che utilizzarono il neo-collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio per identificare il latitante. Era latitante da ben ventitré anni. In seguito all’arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Bagarella, Brusca, Graviano) ed un altro contrario (La Barbera, Ganci, Cancemi, Motisi, Spera, Giuffrè, Aglieri), mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia.

Pochi giorni dopo, il 14 maggio 1993, il giornalista di Mediaset, Maurizio Costanzo, scampa per poco a un’autobomba a Roma: tale attentato venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”. I successivi attentati di Firenze e, di nuovo, Roma, sembrano diretti proprio contro gli altri destinatari dell’esposto. Il magistrato Sebastiano Ardita, ex Capo della direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, da “tecnico” che ha vissuto in prima persona molti momenti chiave di questa vicenda, si esprimerà sul legame fra le stragi e le vicende del 41 bis nel saggio Ricatto allo Stato.

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Il papa, il vescovo di Firenze e Maurizio Costanzo

“Rimane di grande interesse notare chi fossero gli altri destinatari di quell’esposto. Si trattava di nominativi aggiunti per conoscenza, ma appariva chiaro che anche a essi veniva richiesto un intervento contro il 41 bis”. Tra di essi spiccavano i nomi del papa, del vescovo di Firenze, di Maurizio Costanzo, oggetto di un attentato all’uscita dal Teatro Parioli, dove conduceva il suo talk show televisivo. Si trattava evidentemente di un avvertimento nei confronti di un giornalista impegnato contro la mafia, ma anche di una richiesta di aiuto per rendere pubblico il problema dei detenuti sulle isole.

Altrettanto inquietante appare la circostanza che il successivo attentato, sempre nel maggio 1993, ebbe come teatro Firenze. Mentre il terzo attentato risultò direttamente rivolto al papa, perché avvenne proprio ai danni del Vaticano nel successivo mese di luglio. Insomma, quell’indirizzario, ben guardato, aveva tutto l’aspetto di una victim list, se non proprio di persone, almeno di luoghi a esse collegati, e la figura del presidente della repubblica rimaneva in cima a quell’elenco di bersagli possibili. Ma Scalfaro, così come gli altri destinatari che avevano già subìto un attentato, mantenne un profilo rigoroso e distaccato rispetto a quelle sollecitazioni, negandosi a ogni richiesta di intervento.

Tra marzo e maggio 1993 vennero revocati 121 decreti di sottoposizione al 41 bis a firma del dottor Edoardo Fazzioli (all’epoca vicedirettore del Dap), come aveva suggerito il dottor Amato nella nota del 6 marzo. Il 27 maggio 1993, a Firenze, avvenne la strage di via dei Georgofili, che provocò cinque vittime e una quarantina di feriti: l’attentato venne pure rivendicato con la sigla “Falange Armata”. All’inizio di giugno 1993, il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato veniva rimosso per essere destinato all’incarico di rappresentante dell’Italia nel Comitato Europeo per la prevenzione della tortura. La promozione apparve al dottor Amato strumentale al punto tale che poco tempo dopo decise di lasciare la Pubblica Amministrazione per dedicarsi all’attività forense.

I procuratori di Palermo si sono accorti che il 14 giugno la Falange Armata tornò a telefonare, “manifestando soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato”. Il telefonista parlò di una “vittoria della Falange”. Seguirono altre telefonate di minaccia a Mancino e al capo della Polizia Parisi (il 19 giugno), poi a Capriotti e al suo vice Di Maggio (il 16 settembre). Il 26 giugno il dottor Adalberto Capriotti, direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Pro Tempore, inviò una nota al ministro Giovanni Conso, Ministro di Grazia e Giustizia, in cui spiegava la sua nuova linea di silente non proroga di trecento e settantatré provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza a novembre, che avrebbero costituito “un segnale positivo di distensione”.

La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 avvenne la strage di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti) e qualche minuto dopo esplosero due autobombe davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, senza però fare vittime: il giorno successivo due lettere anonime inviate alle redazioni dei quotidiani “Il Messaggero” e “Corriere della Sera” minacciarono nuovi attentati. Il 22 ottobre 1993 il colonnello Mori incontrò nuovamente il dottor Di Maggio. Nello stesso periodo, l’imprenditore Tullio Cannella – uomo di fiducia di Leoluca Bagarella e dei fratelli Graviano – fondò il movimento separatista “Sicilia Libera”, che si radunò insieme ad altri movimenti simili nella formazione della “Lega Meridionale”.

Il patto Stato-mafia iniziava a concretizzarsi lentamente e partiva la scalata dei clan agli apparati della politica. Infatti, nell’ottobre 1993, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dichiarò che incontrò il boss Giuseppe Graviano in un bar di via Veneto a Roma per organizzare un attentato contro i carabinieri durante una partita di calcio allo Stadio Olimpico. Sempre secondo Spatuzza, in quell’occasione Graviano gli confidò che stavano ottenendo tutto quello che volevano grazie ai contatti con Marcello Dell’Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi. Il 2 novembre 1993 il ministro Conso non rinnovò circa trecentoe trentaquattro provvedimenti al 41 bis in scadenza per, a suo dire, “fermare le stragi”.

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Cubo di Rubik: ecco la storia e le soluzioni del cubo magico

Nonostante il cubo di Rubik abbia raggiunto il picco della sua popolarità all’inizio degli anni Ottanta, è ancora largamente noto e utilizzato. Molti speedcuber continuano a confrontarsi in competizioni internazionali nel tentativo di risolvere il cubo di Rubik e altri twisty puzzle nel tempo minore possibile e in varie categorie. Dal 2003, la World Cube Association, l’associazione internazionale che amministra il mondo del cubo di Rubik, ha organizzato e regolamentato tornei e competizioni in tutto l’emisfero, registrando i record nelle varie categorie.

Chi è Rubik? È il cubo più conosciuto al mondo. Il cubo di Rubik, o cubo magico, ma anche rubik-kocka in ungherese, è un celebre twisty puzzle 3D inventato dal professore di architettura e scultore ungherese Ernő Rubik nel 1974. E ovviamente, la ‘prima bozza’ non era uguale alla meraviglia che è migliorata negli anni. Il suo inventore lo chiamava originariamente magic cube, cubo magico. Il rompicapo fu rinominato in Rubik’s cube, cubo di Rubik, dall’azienda Ideal nel 1980, che riuscì a commercializzarlo grazie all’interesse dell’uomo d’affari Tibor Laczi e al fondatore di Seven Towns Tom Kremer.

Nello stesso anno vinse un premio speciale dalla giuria dello Spiel des Jahres in Germania, unico solitario premiato nella storia del premio. Al periodo di gennaio 2009, erano stati venduti nel mondo complessivamente 350 milioni di cubi, rendendo il cubo di Rubik il puzzle più venduto al mondo. È da molti ritenuto essere il giocattolo più venduto al mondo. Su un classico cubo di Rubik, ognuna delle sei facce è ricoperta da nove adesivi, ognuno dei quali presenta un particolare colore: bianco, giallo, rosso, verde, blu e arancione.

Nei modelli attualmente sul mercato, generalmente il bianco è opposto al giallo, il rosso all’arancione, e il verde al blu. Il bianco, il blu e il rosso sono ordinati in senso orario attorno al corrispettivo angolo del cubo. Nei primi cubi messi in commercio, la posizione dei colori variava da un cubo all’altro. Un meccanismo interno permette alle facce di ruotare in modo indipendente, così da mescolare i colori del cubo. Per risolvere il rompicapo, ogni faccia deve tornare a mostrare un solo colore. Rompicapi simili sono stati sviluppati nel tempo, con differenti dimensioni, colori, facce e adesivi, non tutti realizzati da Rubik.

Nonostante il cubo di Rubik abbia raggiunto il picco della sua popolarità all’inizio degli anni Ottanta, è ancora largamente noto e utilizzato. Molti speedcuber continuano a confrontarsi in competizioni internazionali nel tentativo di risolvere il cubo di Rubik e altri twisty puzzle nel tempo minore possibile e in varie categorie. Dal 2003, la World Cube Association, l’associazione internazionale che amministra il mondo del cubo di Rubik, ha organizzato e regolamentato tornei e competizioni in tutto l’emisfero, registrando i record nelle varie categorie.

Nel marzo 1970, Larry ìNichols inventò un puzzle con i pezzi rotabili in gruppo di dimensioni 2x2x2 e ne depositò un brevetto canadese. Il cubo di Nichols era tenuto insieme da dei magneti. A Nichols venne concesso lo United States Patent 3655201, United States Patent and Trademark Office, l’11 aprile 1972, due anni prima che Rubik inventasse il suo cubo. Il 9 aprile 1970, Frank Fox presentò la domanda di brevetto per il suo “3x3x3 sferico”. Ricevette il brevetto britannico (1344259) il 16 gennaio 1974.

L’invenzione di Ernő Rubik: storia del cubo magico

A metà degli anni Settanta, Ernő Rubik lavorava al Dipartimento di Interior Design della Moholy-Nagy University of Art and Design a Budapest. Nonostante la largamente nota versione secondo cui Rubik avrebbe costruito il cubo come uno strumento didattico per insegnare ai suoi studenti a comprendere gli oggetti 3D, il suo vero obiettivo era di risolvere il problema strutturale di muovere le singole parti in modo indipendente senza far crollare l’intero meccanismo. Non si rese conto di aver creato un rompicapo finché non mescolò per la prima volta il cubo e cercò di ricomporlo.

Il cubo originale differiva lievemente da quello odierno: era monocolore, di legno e con gli angoli smussati. Inoltre, all’inizio si diffuse solo tra i matematici ungheresi, interessati ai problemi statistici e teorici che il cubo poneva. Rubik ottenne il brevetto ungherese HU170062 per il suo magic cube nel 1975, dopo aver apportato le modifiche che lo avrebbero portato ad essere tale e quale al puzzle moderno. I primi lotti di esemplari del magic cube vennero prodotti nel 1977 e distribuiti nei negozi di giocattoli di Budapest da parte della Polithechnika, produttrice di giocattoli. Il cubo magico era tenuto insieme da pezzi di plastica che si incastravano tra di loro, impedendo che il cubo si smontasse facilmente, a differenza dei magneti nel design di Nichols. Con il permesso di Ernő Rubik, l’uomo d’affari Tibor Laczi portò uno dei cubi alla fiera dei giocattoli di Norimberga, in Germania, nel febbraio 1979 nel tentativo di renderlo popolare.

Il rompicapo di Rubik venne quindi notato da Tom Kremer, fondatore dell’azienda di giocattoli Seven Towns, e i due firmarono un contratto con la Ideal Toy nel settembre 1979 per vendere il cubo in tutto il mondo. La Ideal voleva almeno un nome riconoscibile da registrare come marchio. Naturalmente, in seguito a questo accordo, nel 1980 al rompicapo di Rubik venne dato il nome del suo inventore. Il cubo fece il suo debutto internazionale alle fiere di giocattoli di Londra, Parigi, Norimberga e New York nel gennaio e febbraio 1980.

Dopo il suo debutto internazionale, la corsa del cubo verso gli scaffali dei negozi dell’Occidente venne momentaneamente frenata affinché il rompicapo potesse venir confezionato secondo le specifiche di sicurezza occidentali. Venne realizzato un cubo più leggero, e la Ideal decise di rinominarlo. Vennero presi in considerazione nomi come The Golden Knot (Il nodo gordiano) e Inca Gold (Oro inca), ma alla fine la compagnia optò per Rubik’s Cube (il cubo di Rubik), e il primo lotto venne esportato dall’Ungheria nel maggio del 1980.

Gli anni Ottanta: il cubo di Rubik moda del momento

Dopo che i primi lotti del cubo di Rubik vennero rilasciati nel maggio del 1980, le vendite furono inizialmente modeste, ma la Ideal iniziò a metà dell’anno una campagna pubblicitaria televisiva supportata da inserzioni pubblicitarie all’interno dei giornali. Alla fine del 1980, il cubo di Rubik vinse il Spiel des Jahres, un premio speciale tedesco come miglior gioco solitario dell’anno, e vinse premi analoghi come miglior gioco nel Regno Unito, in Francia e negli Stati Uniti. Entro il 1981 il cubo divenne una moda, e si stima che nel periodo tra il 1980 e il 1983 vennero venduti circa 200 milioni di cubi di Rubik in tutto il mondo.

Nel solo 1982 ne furono venduti oltre 100 milioni di pezzi e Ernő Rubik divenne il cittadino più ricco del suo paese. Nel marzo del 1981 si tennero le prime competizioni di speedcubing, organizzate dal Guinness dei primati a Monaco, e il cubo di Rubik venne raffigurato sulla copertina del Scientific American dello stesso mese. Nel giugno 1981, il The Washington Post scrisse che il cubo di Rubik era ‘un puzzle che in questo momento di sta muovendo come il fast food… l’Hula hoop o la Bongo Board di quest’anno“, e nel settembre 1981 il New Scientist scrisse che il cubo aveva “attirato l’attenzione dei bambini di età tra i 7 e i 70 anni di tutto il mondo questa estate’.

Dal momento che la maggior parte delle persone riuscivano a risolvere soltanto una o due facce del cubo, vennero pubblicati molti libri sull’argomento, inclusi Notes on Rubik’s “Magic Cube” (1980) di David Singmaster e You Can Do the Cube (1981) di Patrick Bossert. Il cubo di Rubik era diventato così famoso che il libro del dodicenne inglese Patrick Bossert, la prima guida scritta su come risolvere il rompicapo, ha venduto nel mondo oltre un milione e mezzo di copie. In un particolare momento del 1981, tre tra i dieci maggiori best seller negli Stati Uniti erano libri su come risolvere il cubo di Rubik, e il libro più venduto nel 1981 fu The Simple Solution to Rubik’s Cube, di James G. Nourse, che vendette oltre sei milioni di copie.

Nel 1981, il Museum of Modern Art di New York espose un cubo di Rubik, e all’Esposizione internazionale 1982 di Knoxville, Tennessee, venne messo in mostra un cubo di Rubik alto quasi due metri. L’emittente televisiva ABC realizzò addirittura un cartone animato chiamato Rubik, the Amazing Cube. Nel giugno del 1982, si tenne il primo World Rubik’s Cube Championship, a Budapest, e rimase l’unica competizione ad essere riconosciuta come ufficiale finché il campionato non venne rinnovato nel 2003. A ottobre 1982, il New York Times riportò che le vendite del cubo erano crollate e che “la moda del momento è morta”, ed entro il 1983 era chiaro che le vendite erano ormai precipitate. Tuttavia, in alcuni paesi comunisti, come Cina e Urss, la moda era scoppiata in ritardo e la domanda era ancora alta a causa della carenza di cubi.

Il ritorno del cubo di Rubik nel Ventunesimo secolo

I cubi di Rubik continuarono ad essere venduti durante tutti gli anni 1980 e 1990. Nel 1990, Ernő Rubik diventa il presidente della Hungarian Engineering Company e fonda la Rubik International al fine di sostenere i giovani designer. Nel 1995, per celebrare il quindicesimo anniversario del cubo magico, la Diamond Cutters International realizza un cubo di 185 carati fatto d’oro e di gioielli colorati. Tuttavia, fu soltanto agli inizi degli anni 2000 che l’interesse nei confronti del cubo tornò a crescere nuovamente. Negli Stati Uniti, le vendite raddoppiarono tra il 2001 e il 2003, e il Boston Globe riportò che stava “diventando di nuovo figo possedere un cubo di Rubik”.

Il World Rubik’s Games Championship del 2003 fu la prima competizione ufficiale di speedcubing dal 1982; venne organizzato a Toronto e contò 83 partecipanti. Il torneo portò alla formazione della World Cube Association nel 2004. Si dice che le vendite annuali dei cubi di marca Rubik toccarono le 15 milioni di esemplari venduti nel mondo nel 2008. Parte del nuovo interesse venne attribuito all’avvento dei siti Internet di condivisione video, come YouTube, che permisero agli appassionati di condividere le loro strategie di risoluzione del rompicapo.

In seguito allo scadere del brevetto di Rubik nel 2000, altre marche di cubi comparvero sul mercato, specialmente da parte di aziende cinesi. Molti di questi cubi di fattura cinese sono stati progettati per essere veloci e maneggevoli con agilità, e per questo sono preferiti dagli speedcuber. Nel 2005, per il 25º anniversario del rompicapo, è stata messa in vendita una speciale e limitata edizione del cubo di Rubik, con il logo ufficiale – Rubik’s Cube 1980-2005 – stampato sul quadrato centrale di colore bianco. Il 5 febbraio 2009 è stato presentato a una fiera in Germania il Rubik’s 360.

Sfruttando l’iniziale carenza di cubi di Rubik sul mercato, molte imitazioni e variazioni sono apparse nel tempo. Ad oggi, i brevetti sono scaduti e molte aziende cinesi (come Moyu, Dayan, QiWi e GAN, tra le più note) producono varianti, in quasi la totalità dei casi con miglioramenti, del cubo di Rubik e del V-cube.

Rubik’s Cube e la vera del brevetto internazionale

Nichols assegnò il suo brevetto al suo datore di lavoro, la Moleculon Research Corp., che fece causa alla Ideal nel 1982. Nel 1984, la Ideal perse la causa per violazione di brevetto e ricorse in appello. Nel 1986, la corte d’appello decise che il cubo di Rubik 2x2x2 violava il brevetto di Nichols, ma ribaltò il giudizio sul cubo di Rubik 3x3x3. Nello stesso periodo in cui il brevetto presentato da Rubik era ancora sotto esame, Terutoshi Ishigi, un ingegnere e proprietario di una ferriera vicino a Tokyo, depositò un brevetto giapponese per un meccanismo quasi identico, che venne accettato nel 1976 (brevetto giapponese numero JP55-008192).

Fino al 1999, quando venne applicato un emendamento sulla legge giapponese per i brevetti, l’ufficio brevetti giapponese accettava brevetti giapponesi all’interno del Giappone per prodotti tecnologici non divulgati, anche senza il requisito di novità a livello mondiale. Pertanto, il brevetto di Ishigi è generalmente considerato come una reinvenzione indipendente per quel tempo. Rubik depositò ulteriori brevetti nel 1980, incluso un altro brevetto ungherese il 28 ottobre. Negli Stati Uniti, Rubik ottenne lo (EN) United States Patent 4378116, United States Patent and Trademark Office. per il suo cubo il 29 marzo 1983. Questo brevetto è scaduto nel 2000.

Nel 2003, l’inventore greco Panagiotis Verdes ha brevettato un metodo per produrre versioni del cubo di dimensioni superiori al 5×5×5, fino ad arrivare all’11×11×11. Nel giugno del 2008 sono entrati in vendita i modelli 6×6×6 e 7×7×7 nella linea “V-cube” di Verdes, che attualmente (2017) produce sia modelli di dimensioni standard (2x2x2, 3x3x3, 4x4x4) che di dimensioni maggiori (5×5×5, 6×6×6, 7×7×7, 8×8×8 e 9×9×9).

Rubik’s Brand Ltd. detiene anche i marchi registrati per le parole Rubik e Rubik’s e per le rappresentazioni 2D e 3D del rompicapo. Tali marchi registrati sono stati confermati da una decisione del 25 novembre 2014 da parte del Tribunale dell’Unione europea, durante la difesa con successo contro un produttore di giocattoli tedesco intenzionato ad invalidarli. Tuttavia, i costruttori di giocattoli europei hanno comunque il diritto di produrre giocattoli di forma diversa che abbiano simili modi di ruotare o componenti con caratteristiche di movimento analoghe, come ad esempio lo Skewb, il Pyraminx o la Impossiball.

Il 10 novembre 2016, il cubo di Rubik ha perso una battaglia legale lunga dieci anni a proposito dei marchi registrati. L’istituzione più importante dell’Unione europea, la Corte di giustizia, ha decretato che la forma del rompicapo non era sufficiente a garantire la sua protezione come marchio registrato.

Caratteristiche e meccanismi del cubo magico

Un cubo di Rubik parzialmente disassemblato nelle sue componenti. È possibile vedere il meccanismo centrale su cui sono fissati gli altri sei pezzi centrali. Il cubo di Rubik, nella sua versione originale, misura 5,4 centimetri su ogni lato e all’apparenza esterna presenta 9 quadrati su ognuna delle sue sei facce, per un totale di 54 quadrati colorati. Solitamente i quadrati differiscono tra loro per il colore, con un totale di 6 colori differenti. Quando il cubo di Rubik è risolto, ogni faccia ha tutti i nove quadrati dello stesso colore.

Il cubo è composto da 26 distinti cubi più piccoli (in inglese anche detti cubies), che presentano una struttura interna non visibile che permette a ciascun pezzo di incastrarsi con gli altri, garantendo comunque il libero movimento in posizioni diverse. I pezzi centrali di ciascuna delle sei facce, tuttavia, sono soltanto delle superfici ancorate al centro del meccanismo. Questi pezzi centrali permettono agli altri cubi più piccoli di fissarsi ad essi e potersi muovere. Ci sono quindi 21 pezzi distinti: un “nucleo” centrale, con tre assi intersecati fra di loro, che tiene fermi i sei quadrati centrali lasciandoli però ruotare, e altri 20 pezzi che si ancorano su di esso per formare il puzzle completo.

Ogni pezzo centrale ruota attorno a una vite fissata al meccanismo centrale. Una molla, posta tra ciascuna vite e il suo pezzo centrale, mantiene il pezzo stesso in tensione verso l’interno, garantendo una compattezza generale della struttura. Nei cubi utilizzati oggi per lo speedcubing, si può stringere o allentare ciascuna vite per modificare la tensione del cubo a proprio piacimento, in modo da adattare il cubo stesso alle proprie esigenze. Questo non è possibile con i cubi del brand ufficiale Rubik, nei quali non si può agire in alcun modo sulla tensione dei componenti.

Il cubo di Rubik può essere disassemblato senza troppe difficoltà, tipicamente ruotando di 45° la faccia superiore e facendo quindi leva su uno dei pezzi laterali fino a separarlo dal resto dei pezzi, che possono poi essere rimossi dal cubo individualmente. Nel casi di cubi più moderni, invece, è necessario rimuovere la superficie di plastica di uno dei pezzi centrali, quindi allentare la vite che lo collega al meccanismo centrale così da poter separare il cubo nei suoi vari pezzi.

Ci sono sei pezzi centrali che mostrano un lato colorato (identificando, nei cubi in cui ogni lato ha un numero dispari di pezzi, il colore della faccia stessa), dodici pezzi ai bordi che mostrano due facce colorate, e otto pezzi angolari che hanno i tre lati colorati. All’apparenza esterna, il cubo di Rubik 3x3x3 presenta 9 quadrati su ognuna delle sue sei facce, per un totale di 54 quadrati colorati. Solitamente i quadrati differiscono tra loro per il colore, con un totale di 6 colori differenti. Quando il cubo di Rubik è risolto, ogni faccia ha tutti i nove quadrati dello stesso colore.

La colorazione tradizionale del cubo di Rubik è nella sua configurazione classica rosso-arancione, bianco-giallo, blu-verde, tuttavia esistono in commercio anche cubi con una diversa disposizione dei colori o con colori differenti. I cubi da speedcubing vengono solitamente venduti in tre configurazioni principali: “nera”, in cui il cubo è realizzato in plastica nera su cui vengono applicati degli adesivi colorati (come nel cubo di Rubik originale), “bianca”, simile alla precedente ma realizzata con plastica bianca, e “stickerless”, in cui non sono presenti adesivi sul cubo, il quale è realizzato in plastica colorata.

Il rompicapo è disponibile in 4 versioni principali differenti. In seguito sono state create ulteriori versioni, ma non altrettanto utilizzate. (esempio: vedi Cubo di Rubik 360)

2×2×2 (Pocket Cube)

3×3×3 (Rubik’s Cube)

4×4×4 (Rubik’s Revenge)

5×5×5 (Professor’s Cube)

Recentemente, l’inventore greco Panagiotis Verdes ha brevettato un metodo di creazione del rompicapo per superare la versione 5×5×5, fino ad arrivare a 11×11×11. Questi modelli, che includono un meccanismo migliorato per le versioni 3×3×3, 4×4×4 e 5×5×5, sono adatti per risolvere velocemente il rompicapo mentre le tradizionali versioni del cubo superiori a 3×3×3 tendono a rompersi facilmente. Nel giugno del 2008 sono entrati in vendita i modelli 6×6×6 e 7×7×7. Vi è inoltre una variazione del cubo di Rubik chiamata Sudokube: come suggerisce il nome è una combinazione del cubo con il popolare gioco di logica Sudoku. Tra le versioni non ufficiali, va segnalato anche l’esemplare 17×17×17 perfettamente funzionante, creato dall’esperto olandese Oskar van Deventer sfruttando le nuove possibilità offerte dalla stampa 3D.

Ecco la soluzione del cubo di Rubik

Notazione per risolvere il cubo magico

Molti appassionati del cubo di Rubik 3x3x3 (e delle sue varianti di dimensioni diverse) utilizzano una notazione sviluppata da David Singmaster, nota come “notazione di Singmaster”, per distinguere i vari movimenti eseguibili sul cubo. La natura di tale notazione, relativa al modo in cui il risolutore sta impugnando il cubo, permette di utilizzarla per scrivere i diversi algoritmi prescindendo dalla posizione in cui è orientato il cubo o dalla disposizione dei colori sulle sue facce:

NotazioneDescrizione
F (Front)Rotazione di 90° in senso orario della faccia frontale (di fronte al risolutore)
B (Back)Rotazione di 90° in senso orario della faccia posteriore (opposta alla faccia frontale)
R (Right)Rotazione di 90° in senso orario della faccia destra (rispetto al risolutore)
L (Left)Rotazione di 90° in senso orario della faccia sinistra (rispetto al risolutore)
U (Up)Rotazione di 90° in senso orario della faccia superiore
D (Down)Rotazione di 90° in senso orario della faccia inferiore
fRotazione contemporanea di 90° in senso orario della faccia frontale e dello strato intermedio adiacente
bRotazione contemporanea di 90° in senso orario della faccia posteriore e dello strato intermedio adiacente
rRotazione contemporanea di 90° in senso orario della faccia destra e dello strato intermedio adiacente
lRotazione contemporanea di 90° in senso orario della faccia sinistra e dello strato intermedio adiacente
uRotazione contemporanea di 90° in senso orario della faccia superiore e dello strato intermedio adiacente
dRotazione contemporanea di 90° in senso orario della faccia inferiore e dello strato intermedio adiacente
x (Asse x)Rotazione di 90° in senso orario dell’intero cubo attorno all’asse x (cioè secondo R)
y (Asse y)Rotazione di 90° in senso orario dell’intero cubo attorno all’asse y (cioè secondo U)
z (Asse z)Rotazione di 90° in senso orario dell’intero cubo attorno all’asse z (cioè secondo F)

La rotazione è definita in senso orario rispetto alla faccia cui è riferita, ovvero come se il risolutore avesse la faccia in questione di fronte a lui. Quando la notazione è seguita da un simbolo di primo (‘), la rotazione deve essere eseguita in senso anti-orarario. Una lettera seguita da un “2” (a volte scritto come 2), invece, indica che dev’essere compiuta una rotazione di 180°. A titolo di esempio, di seguito viene illustrato un algoritmo noto come Sune (usato nel metodo CFOP), scritto nella notazione di Singmaster secondo una delle sue formulazioni più comuni: R U R’ U R U2 R’

Una delle variazioni più importanti dalla notazione di Singmaster, e di fatto lo standard ufficiale oggi secondo la WCA, è rappresentata dall’utilizzo di w (“wide”) per indicare le rotazioni degli strati intermedi al posto delle lettere minuscole. Quindi, ad esempio, scrivere Rw è equivalente a r: entrambe le notazioni indicano una rotazione della faccia R e dello strato intermedio adiacente ad essa di 90° in senso orario.

In caso si voglia indicare una rotazione degli strati intermedi, esiste un’estensione della notazione precedente in cui le lettere M, E, S denotano gli strati interni del cubo:

NotazioneDescrizione
M (Middle)Rotazione di 90° in senso orario dello strato di mezzo (tra R e L), secondo il senso di L
E (Equatorial)Rotazione di 90° in senso orario dello strato equatoriale (tra U e D), secondo il senso di D
S (Standing)Rotazione di 90° in senso orario dello strato laterale (tra F e B), secondo il senso di F

In caso di cubi di dimensioni maggiori (come il cubo 4x4x4), la notazione viene estesa per inglobare tutti gli strati interni. In questi casi, generalmente parlando, le lettere maiuscole (F B R L U D) si riferiscono agli strati più esterni del cubo (le facce), mentre le lettere minuscole (f b r l u d) indicano gli strati interni. Un asterisco (R*), un numero davanti alla lettera (2R) o due strati fra parentesi (Rr) indicano che i due strati, esterno ed interno, devono essere ruotati contemporaneamente. Ad esempio, un algoritmo del tipo (Rr)’ u2 2F indica di ruotare i due strati destri più esterni una volta in senso anti-orario, ruotare lo strato interno superiore due volte e ruotare lo strato interno frontale una volta in senso orario. Per estensione, in caso di cubi più grandi (5x5x5, 6x6x6, 7x7x7 o maggiori) si introducono rotazioni degli strati ancora più interni (come 3R, che indica la rotazione del terzo strato destro più interno).

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Soluzione a strati: metodo più risolutivo

Il più intuitivo metodo risolutivo è il metodo a strati. Consiste nella risoluzione strato per strato. Vi sono 7 passi da effettuare (croce, angoli primo strato, secondo strato, orientamento spigoli, orientamento angoli, permutazione spigoli, permutazione angoli). Questo metodo ha il vantaggio di dover memorizzare pochi algoritmi, ma non è adatto per lo speedcubing, perché risulta molto più lento rispetto ai metodi più avanzati.

Infatti difficilmente con questo metodo si riesce a scendere sotto il minuto, mentre con quelli degli speedcubing la media è di 8-15 secondi. Questo metodo di risoluzione si può riassumere così: croce, formare una faccia, completare il secondo strato, completare l’ultimo strato e la faccia opposta di quella di partenza.

  • Croce: la croce è il punto di partenza per completare il cubo con questo metodo. Per fare la croce non esistono algoritmi, ma bisogna andare a intuito. Le parti che formeranno la croce saranno la parte centrale di una faccia e gli spigoli a essa adiacenti. Inoltre bisogna tenere conto che lo spigolo deve essere allineato sopra la corrispettiva faccia; per esempio lo spigolo bianco-arancione, la parte bianca andrà vicino alla faccia centrale bianca e quella arancione deve essere allineata alla parte centrale arancione.
  • Prima faccia: dopo aver fatto la croce ed aver allineato bene gli spigoli con le loro corrispondenti facce centrali, si devono portare gli angoli sulla faccia dove si è fatta la croce per completarla. Ogni angolo ha 3 quadratini; uno dei quali sarà quello che dovrà essere portato sulla faccia di partenza. Gli altri due colori corrispondono a due delle facce laterali, le quali avranno la faccia centrale e lo spigolo sopra già allineato. Ogni angolo deve essere posizionato tra i rispettivi colori delle facce centrali; ad esempio l’angolo bianco-rosso-blu andrà posizionato tra la faccia con il centro rosso e quello blu. Per posizionare gli angoli senza disfare la croce bisogna semplicemente muovere i due strati della faccia con la croce, che non sono interessati di quell’angolo, verso il basso e poi riposizionarlo come prima. Così facendo la croce non sarà distrutta e l’angolo sarà messo al suo posto. Dopo aver completato tutti e quattro gli angoli la faccia sarà completata e anche il primo strato, ovvero quello che si trova nelle facce laterali rispetto a quella di partenza e che è direttamente collegato con essa (posizionato sopra il centro della faccia laterale).
  • Secondo strato: il secondo strato coinvolge le quattro facce laterali. Il secondo strato è quello che comprende il quadratino centrale di una faccia per completarlo bisogna posizionare gli spigoli in quello stato. Qui ci troviamo davanti al primo algoritmo cioè un movimento fisso che permette di posizionare un determinato spigolo nella sua posizione (ricordiamo che per completare la croce e la prima faccia non c’erano algoritmi, ma andava ad intuito). L’algoritmo non è sempre lo stesso, infatti ce ne sono diversi per completare questo strato, ma sono tutti efficienti. Nel secondo strato abbiamo già la parte centrale posizionata e quindi si deve mettere a posto gli spigoli ad essa adiacenti; ad esempio nella faccia rossa, che è collegata con quelle blu e verdi, bisogna posizionare gli spigoli rosso-blu e rosso-verdi adiacenti alla faccia centrale. Dopo averlo completato ci saranno da completare il terzo strato e l’ultima faccia.
  • Completare il cubo: questo passaggio è il più difficile non solo perché in alcuni metodi per risolvere questo strato ci sono quattro algoritmi, ma anche perché è la più lunga da completare. Si inizia formando una croce nella faccia opposta a quella di partenza e quella già completata (la faccia opposta al bianco è il giallo, quella del rosso è l’arancione, quella del blu è il verde. Questo vale per la versione originale del cubo, nelle altre versioni i colori possono essere differenti). La croce si forma con un algoritmo così da non distruggere la faccia già fatta e il secondo strato. La croce non deve essere rigorosa come quella della prima faccia; infatti nella prima gli angoli andavano posizionati dopo, in questa gli angoli possono essere anche tenuti insieme alla croce. Dopo aver fatto la croce si guarda lo spigolo che comprende il quadratino della croce nella faccia opposta a quella di partenza e la faccia centrale del terzo strato, l’ultimo da completare. Lo spigolo deve andare sopra gli alti due già posizionati. Gli spigoli devono essere tutti posizionati correttamente per andare avanti. Se invece sono posizionati male si prende una faccia in cui lo spigolo è posizionato bene e si parte con un algoritmo per posizionarli tutti bene. Il secondo caso è quello più frequente e anche in caso di spigoli posizionati male con l’algoritmo che si farà non distruggerà il lavoro fatto prima. Ora si devono posizionare gli angoli. Qui dobbiamo trovare dagli angoli posizionati bene o orientati bene. Posizionati bene significa che i tre quadratini dell’angolo si trovano in mezzo alle tre facce corrispondenti ma in una posizione sbagliata, orientati bene vuol dire che la posizione di cui stavamo parlando prima, è giusta. Ad esempio l’angolo giallo-blu-rosso è posizionato bene quando il quadratino giallo è sulla faccia rossa, quello rosso su quella blu e quello blu su quella gialla. Orientato bene vuol dire che il quadratino giallo è sulla faccia gialla, quello blu su quelle blu, quello rosso su quella rossa. Partendo da un angolo posizionato o orientato bene si parte con un altro algoritmo che andrà a posizionarli bene tutti. Può accadere che siano già tutti posizionati bene. In casi molto rari accade che durante questo algoritmo gli angoli vengono anche orientati bene completando così il cubo saltando un passaggio. L’ultimo passaggio consiste nell’orientare bene tutti gli angoli completando il terzo strato e la faccia opposta a quella di partenza. Qui ci vuole ancora un algoritmo, non difficile da memorizzare, ma molto rischioso perché questo algoritmo non manterrà fisse le posizioni della faccia di partenza e il secondo strato ma le scombinerà per poi rimetterle a posto. Dopo questo algoritmo il cubo sarà completato.

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Taboo: ti presento il gioco di società e di intelligenza

Dovevo regalare un gioco di società per passare un po’ di tempo con amici durante le festività. Io ho la vecchia versione di questo gioco perciò la scelta mi è stata molto facilitata. Appena aperta la confezione mi sono accorto che questa versione ha alcune caratteristiche che differenziano la versione che ho io. La prima è la presenza del “buz” azionato ad aria e non elettronicamente la seconda è la sostituzione della “Pista a caselle” con il “dado della fortuna” ed il taccuino segnapunti, onestamente mentre la prima ha migliorato la versione in mio possesso (ogni volta è un problema ricordarsi della batteria, ora il “buz” funziona sempre).

Conosci Taboo della Hasbro Gaming? Si tratta di un gioco di società ideato da Brian Hersch e pubblicato nel 1989 dalla Milton Bradley Company, famosa società produttrice di giochi da tavolo. Scopo del gioco è far indovinare ai membri della propria squadra una parola, senza però pronunciare una delle cosiddette parole tabù, ossia un elenco di cinque parole correlate a quella da indovinare. Ad esempio, per far indovinare la parola “Arresto”, non si potranno utilizzare “Polizia”, “Stop”, “Liberare”, “Imprigionare” e “Manette”.

Esatto, Taboo è il gioco delle parole vietate: scopo del gioco è suggerire una parola ai propri compagni di squadra nel tempo consentito dalla clessidra, ma facendo attenzione a non usare neppure una delle cinque parole taboo, pena l’eliminazione della carta. Tu sai cosa devi suggerire, ma non riesci proprio a trovare le parole. Per vincere servono creatività, abilità e prontezza, ma il bello è che non ci sono risposte sbagliate.

Ad esempio se la parola è Colosseo non si potranno usare le parole “Roma” e “gladiatori” che sono scritte sulla carta. Alla fine del turno ci si muove di tante caselle quante carte si è riusciti a far indovinare ai proprio compagni nel tempo stabilito dalla clessidra.Non è proibito durante il gioco ricorrere al lessico famigliare e a riferimenti presenti nel luogo in cui si gioca. d esempio per far intendere baule si potrebbe dire qualcosa coma: ”ce n’è uno giallo in camera della mamma”. Vince chi arriva alla casella finale del tabellone.

Dovevo regalare un gioco di società per passare un po’ di tempo con amici durante le festività. Io ho la vecchia versione di questo gioco perciò la scelta mi è stata molto facilitata. Appena aperta la confezione mi sono accorto che questa versione ha alcune caratteristiche che differenziano la versione che ho io. La prima è la presenza del “buz” azionato ad aria e non elettronicamente la seconda è la sostituzione della “Pista a caselle” con il “dado della fortuna” ed il taccuino segnapunti, onestamente mentre la prima ha migliorato la versione in mio possesso (ogni volta è un problema ricordasi della batteria, ora il “buz” funziona sempre).

La seconda differenza dalla prima versione è che anche se aumenta le incognite del gioco, a mio avviso, non migliora il gioco ma lo rende molto più “statico”, praticamente senza un obiettivo finale da raggiungere. Per il resto, rimango sempre dell’idea che è un gioco divertente e intelligente da fare in compagnia di amici. Le regole sono di facile comprensione e le partite non troppo lunghe.

Con Taboo bisogna prima dividersi in più squadre

Per giocare è necessario dividersi in squadre. Per ogni squadra si sceglie un suggeritore, da un turno all’altro può variare, che andrà in mezzo alla squadra avversaria a cercare di far capire agli altri componenti del suo gruppo una determinata parola, senza però utilizzare le cinque parole taboo. Le squadre si susseguono a turno con suggeritori diversi ad ogni turno. Il suggeritore si porrà tra due avversari che potranno controllare le parole taboo.

Per ogni risposta corretta si guadagna un punto, mentre per ogni taboo o infrazione delle regole di suggerimento viene tolto un punto. Alla fine del turno di ogni squadra il numero dei passi della pedina corrisponderà ai punti accumulati nel turno. Il turno finisce con lo scadere del tempo. Indovinata una parola misteriosa la stessa squadra può dunque continuare fino al termine della clessidra.

Le caselle blu fanno perdere il turno seguente della squadra che ci capita sopra. Le caselle con due clessidre danno il doppio del tempo al seguente turno della squadra che ci capita sopra. Le caselle con una faccia taboo e due clessidre danno (oltre al precedente effetto) l’obbligo di scegliere un solo giocatore che risponderà e che non potrà rivolgersi ai suoi compagni.

Le caselle con una faccia taboo e una clessidra danno l’obbligo di scegliere un solo giocatore che risponderà e che non potrà rivolgersi ai suoi compagni, facendo rimanere invariato il tempo a propria disposizione, cioè una clessidra. Sulle ultime sette caselle (viola) bisogna ottenere almeno tre punti per potersi muovere: se la squadra ottiene due parole non si muoverà, se ne ottiene tre si muoverà di una casella, se ne ottiene quattro si muoverà ancora di una, se ottiene sei punti si muoverà di due caselle…

Ogni multiplo di tre si potrà avanzare di una casella. Di quest’ultima regola esistono ulteriori interpretazioni. Per muoversi dalla prima casella viola è necessario ottenere tre punti, per le caselle successive ci si muove di una casella per punto: se la squadra ha totalizzato tre punti si muoverà di una casella, se la squadra ha totalizzato quattro punti di due, se cinque punti di tre e via dicendo. Se il suggeritore fa ottenere alla sua squadra tre o più punti, la pedina della sua squadra potrà essere spostata del corrispondente numero di caselle, pertanto zero caselle se il punteggio è inferiore a tre punti totalizzati. Vince chi raggiunge prima il traguardo.

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In questa seconda edizione, trovo fantastico il dado “del destino”: se sei stanco del classico gioco, il giocatore può lanciare il dado prima di voltare la clessidra. Le facce del dado si suddividono in: indovino singolo (il suggeritore deve scegliere un solo compagno di squadra, che dovrà provare ad indovinare), tempo doppio (quando è finito il tempo concesso dalla prima clessidra basterà voltarla di nuovo e continuare a giocare, lo stesso vantaggio spetterà anche all’altra squadra), statua di sale (Il suggeritore deve stare immobile mentre suggerisce le parole da indovinare, a girare le carte ci penserà la squadra avversaria), dentro tutti (entrambe le squadre possono provare ad indovinare le parole che vengono suggerite) ed infine l’ultimo simbolo è Taboo classico (non dovete fare nulla, basterà seguire le regole classiche).

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La storia del rock raccontata nel libro di Guaitamacchi

Le sonorità del rock si improntano prevalentemente sull’utilizzo di strumenti elettrici, in particolare la chitarra elettrica, che in genere viene accompagnata da una sezione ritmica costituita da basso elettrico e batteria. Frequente negli anni Sessanta fu la presenza dell’organo elettronico, come il Vox Continental e l’Hammond. Dagli anni Settanta e poi sempre più frequentemente hanno cominciato a fare la loro comparsa anche i sintetizzatori.

Nel suo libro La storia del rock Guaitamacchi lo dice forte e chiaro: “Il rock è una forma d’arte”. E in alcuni casi, una forma d’arte suprema paragonabile per valori, influenza e longevità alle più straordinarie espressioni di talento, creatività e fantasia della storia dell’uomo. Ma è una forma d’arte popolare. Indissolubilmente legata a tempi, luoghi e contesti socio-culturali che l’hanno generata. Per capirla, apprezzarla, o amarla ancora di più, questo libro ne racconta la storia. Una storia lunga sessanta anni e che inizia il 5 luglio 1954, nel giorno in cui Elvis Presley ha inciso a Memphis il suo primo singolo. Ma che ha radici più lontane e profonde, tra il continente africano e la cultura e le tradizioni anglo-scoto-irlandesi.

Da allora, sino a oggi, il rock e le musiche a lui connesse o che dal rock si sono sviluppate sono state una colonna sonora fantastica per le vite di centinaia di milioni di giovani (e meno giovani) in tutto il pianeta Terra, accompagnando l’evoluzione dell’uomo del Novecento. Proprio così. Seguimi, in questa recensione che è un viaggio nella storia di una delle arti musicali più belle. Questa popular music sviluppatosi negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. È un’evoluzione del rock and roll, ma trae le sue origini anche da numerose forme di musica dei decenni precedenti, come il rhythm and blues e il country, con occasionali richiami anche alla musica folk.

il rock è incentrato sull’uso della chitarra elettrica, solitamente accompagnata dal basso elettrico e dalla batteria. A partire dagli anni Sessanta in poi, la musica rock si è diramata in una enorme varietà di sottogeneri: si è mescolata con il blues per dar vita al blues rock e al southern rock, poi con il jazz e altre forme di musica orchestrale per creare la fusion e il rock progressivo. Allo stesso tempo, il rock ha anche incorporato influenze dal soul, dal funk e dalla musica latina. Nel corso degli anni sono nati altri generi derivati come il pop rock, l’hard rock, il rock psichedelico, il glam rock, l’heavy metal, e il punk rock.

Gli anni Ottanta hanno visto sbocciare il filone new wave, l’hardcore punk, il rock elettronico e l’alternative rock, mentre negli anni novanta si è assistito alla diffusione del grunge, del britpop, dell’indie rock e del post-rock. La musica rock ha contribuito al diffondersi di movimenti culturali e sociali, portando alla nascita di sottoculture come i mod e i rocker nel Regno Unito e la controcultura hippie, che, da San Francisco, si diffuse negli Stati Uniti negli anni Sessanta. In modo analogo, la cultura punk degli anni Settanta ha poi portato alla nascita delle sottoculture goth ed emo. Continuando una parte della tradizione folk delle canzoni di protesta, una delle manifestazioni iniziali del rock è stata espressione della rivolta giovanile contro il consumismo e il conformismo, fenomeno poi ribaltato a partire dagli anni Ottanta con la diffusione del glam e del pop rock.

Le sonorità del rock si improntano prevalentemente sull’utilizzo di strumenti elettrici, in particolare la chitarra elettrica, che in genere viene accompagnata da una sezione ritmica costituita da basso elettrico e batteria. Frequente negli anni Sessanta fu la presenza dell’organo elettronico, come il Vox Continental e l’Hammond. Dagli anni Settanta e poi sempre più frequentemente hanno cominciato a fare la loro comparsa anche i sintetizzatori. Altri strumenti di contorno, ad esempio il sassofono e l’armonica a bocca, sono usati per lo più in qualità di solisti. Nelle composizioni più elaborate, o nelle ballad, sono talvolta presenti arrangiamenti per archi e ottoni.

Il termine Rock and Roll venne utilizzato per la prima volta nel 1951 dal Dj Alan Freed, per indicare la musica R&B trasmessa nel corso del suo programma radiofonico “The Moondog House Rock’n Roll Party”. Basato sul connubio di vari elementi appartenenti alla tradizione musicale americana e africana (notevoli sono state le influenze jazz, country, blues, folk, gospel, boogie-woogie e R&B), il rock and roll ha rappresentato non solamente un nuovo genere musicale, ma anche un vero e proprio fenomeno sociale, specchio della cultura e della società del tempo, esaudendo così la necessità di emancipazione e i fermenti dei “neri e dei bianchi”.

Tra i precursori rientrano Big Joe Turner nel 1939, con il singolo Roll ‘Em Pete, e Sister Rosetta Tharpe nel 1944, con Strange Things Happening Every Day. Nel 1951 Jackie Brenston and his Delta Cats registrarono quello che da molti è considerato come il primo vero e proprio rock and roll, Rocket 88, presso la Memphis Recording Service di Sam Phillips, raggiungendo il primo posto nella classifica R&B. Verso la metà degli anni Cinquanta iniziarono a riscuotere notevole successo Rock Around The Clock di Bill Halley & The Comets (1954), e soprattutto That’s All Right (Mama) di Elvis Presley (1954), registrata negli Sun Studio di Memphis, che diede origine al cosiddetto “rockabilly”.[14]

Nel 1955 Chuck Berry pubblicò il suo primo singolo Maybelline, unendo country e R&B, e sempre nello stesso anno, uscirono Tutti Frutti di Little Richards e Whole Lotta Shakin’ Goin’On di Jerry Lee Lewis, a rappresentare il massimo splendore del rock and roll. Verso il finire del decennio, numerosi eventi negativi sancirono la fine degli anni d’oro del rock and roll: la morte di Buddy Holly, The Big Bopper e di Ritchie Valens in un incidente aereo. La partenza di Elvis per il servizio militare. I numerosi problemi giudiziari di Chuck Berry e Jerry Lee Lewis. L’ultimo evento culminante fu la morte di Eddie Cochran, il 17 aprile 1960, in un incidente automobilistico, in cui perse la vita il musicista Gene Vincet.

Il rock and roll americano anni Cinquanta riscosse in tutto il mondo un enorme successo, soprattutto in Europa, dove all’inizio degli anni Sessanta Elvis Presley, Chuck Berry e Buddy Holly erano gli artisti d’oltreoceano più amati. Le influenze maggiori si fecero sentire nel Regno Unito, grazie a un crescente numero di giovani che iniziarono a fondare i loro gruppi musicali. Nacquero così gruppi come Beatles, Rolling Stones, Animals, Them, che iniziarono ad entrare nelle classifiche di tutto il mondo grazie a cover di canzoni d’origine statunitense, riuscendo a fondere, in modo originale, il rock and roll con l’R&B.

Iniziò il fenomeno musicale, sociale e culturale della British Invasion, che elevò la Gran Bretagna a fulcro dello sviluppo della nuova generazione anni Sessanta. Il sogno dei giovani artisti divenne presto quello di conquistare la scena negli Stati Uniti. Tra i primi, l’inglese Cliff Richard tentò invano d’imporsi nel mercato americano, proponendosi come l’alternativa inglese a Elvis, e come lui molti altri. Però soltanto nei primi mesi del 1963, con il singolo I Want To Hold Your Hand, i Beatles, con la loro innovativa freschezza, divennero i primi britannici a scalare la classifica statunitense, dando origine al fenomeno Beatlemania, che celermente spopolò in tutto il mondo.

Dai Beatles ai Buzzcocks: viaggio nella storia del rock

Il 9 febbraio del 1964, i Beatles, parteciparono all’Ed Sullivan Show, incollando davanti ai televisori circa settantatré milioni di persone. L’enorme successo dei Beatles aprì la strada all’invasione di altre band inglesi, come gli Animals, che nello stesso anno raggiunsero il successo mondiale con The House Of Rising Sun, mentre I Kinks, con You Really Got Me, realizzarono la prima canzone hard rock della storia. I Rolling Stones, invece, nel 1965, con (I Can’t Get No) Satisfaction, diventarono l’alternativa ai Beatles, portando sonorità derivate dal blues e dal rock, creando uno stile fresco e al contempo fortemente ribelle, rispecchiando i i malumori e le tensioni della società del tempo.

Londra in questo periodo divenne così “la città più di tendenza del mondo”, e la capitale della controcultura giovanile, dando origine anche al movimento “mod” (abbreviazione di modernismo), che abbracciò dal punto di vista musicale band come i The Who, resi noti dal singolo My Generation, e gli Small Faces. Molti gruppi folk rock statunitensi, come i Byrds, con la cover elettrica di Mr Tambourine, i Beau Brummels e i Lovin’ Spoonful, iniziarono a trarre ispirazione dalle band britanniche, nel tentativo di contrastare il loro enorme successo. Si vola. Si passa attraverso tante bellissime correnti artistiche: garage rock, blues rock, surf music, psychedelic rock, jazz rock, west coast rock, progressive canonico, glam rock, passando per la “ribellione punk”.

Stanchi del rock “intellettuale”, come poteva essere definito il rock progressive, una nuova corrente sconvolse il discorso musicale dalla seconda metà degli anni Settanta: il punk. Secondo alcuni critici il pensiero punk nacque negli anni Sessanta grazie ai Velvet Underground. Nelle loro canzoni si parlava già di droga, sesso, vita di strada, degradazione e le loro intenzioni e idee musicali non avevano nulla a che vedere con quelle dei loro contemporanei. Per questo vengono etichettati come proto-punk, e lo storico leader, Lou Reed, venne successivamente riconosciuto dai punk come uno dei padri fondatori del movimento, divenendo un’icona dello stesso tanto da guadagnarsi la copertina del primo numero della rivista Punk Magazine.

Ci furono anche altri gruppi precursori del punk, tra i più famosi si possono citare gli MC5 e Stooges, che avevano il sound rozzo e sporco caratteristico del punk. Durante i primi anni Settanta assistiamo alla nascita del proto-punk, ovvero quel filone di gruppi di ispirazione garage che precedettero l’ondata punk rock dei metà anni Settanta, come i già citati MC5 e Stooges, Patti Smith, o New York Dolls, che diedero alla luce i primi accenni di punk rock proprio sulle basi del garage. Il punk rock sarà considerato un genere direttamente discendente dal garage rock per le sue caratteristiche generalmente più grezze e distorte rispetto al rock and roll più tradizionale. Quindi si può facilmente affermare che il punk nacque molti anni prima dell’avvento di gruppi come Ramones e Clash, ma è nel 1977 che nacquero il movimento e la moda punk.

I primi gruppi oggi riconosciuti con tale etichetta nacquero a New York, tuttavia essi non si identificavano in un genere ben preciso, rivendicando comunque l’appartenenza alla cosiddetta Blank Generation. Fu in questo periodo che i media americani iniziarono ad utilizzare termini come punk, apertamente rifiutato da artisti e fan soprattutto per la sua accezione dispregiativa, e New wave. Solo in seguito questi due termini assunsero una vita propria e distinsero due epoche differenti. Teorico del punk fu il poeta, scrittore, attore, giornalista e musicista Richard Hell. I Ramones, i Sex Pistols ed i Clash furono i primi gruppi “punk” per definizione a livello di moda globale (pur questo non limitando il valore della loro musica).

I Sex Pistols in particolare furono in gran parte plasmati dalla mente del manager Malcolm McLaren (affascinato dagli articoli e dal modo di vestirsi di Richard Hell nei suoi soggiorni newyorkesi) e dalla oggi nota stilista Vivienne Westwood, ma indubbiamente trainati dalla grande personalità del cantante Johnny Rotten (in seguito fondatore dei Pil). Per questo motivo i Sex Pistols sono stati ironicamente definiti “la grande truffa del rock & roll”. La situazione di malcontento e di tumulto durante la crisi del governo thatcheriano in Gran Bretagna fecero sì che il movimento assumesse una forma più massificata rispetto agli Stati Uniti.

L’avvento del punk decretò definitivamente la fine del rock progressive e la fine di quel decennio di sperimentazione e contaminazione: abbandonati i violini, i flauti, i fiati, i sitar, le tastiere, gli organi elettrici, si ritornò alla formazione “originaria” del rock&roll: chitarra, basso e batteria. Dal punto di vista strutturale e armonico delle composizioni, i brani tornarono ad essere di due, tre, massimo quattro minuti, così da poter essere trasmessi per radio, armonicamente più “orecchiabili” e “lineari”, e composti dall’alternarsi di strofe e ritornello. L’ondata di ribellismo dei primi anni punk è testimoniata dagli album Ramones dei Ramones, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols dei Sex Pistols e il primo disco dei Clash.

I Sex Pistols crearono molte controversie durante la loro breve carriera, attirando l’attenzione su di loro e mettendo spesso in secondo piano la musica. I loro show e i loro tour erano ripetutamente ostacolati dalle autorità, e le loro apparizioni pubbliche spesso finivano disastrosamente. I Clash erano famosi per la loro varietà musicale (nel loro repertorio trovano posto reggae, dub, rap, rockabilly e altri generi), per la sofisticatezza lirica e politica che li distingueva dalla maggior parte dei loro colleghi appartenenti al movimento punk e per le loro esibizioni dal vivo particolarmente intense. I Clash con il loro album London Calling marcarono per sempre la storia del rock.

Sempre alla fine degli anni Settanta, sulla scia del punk inglese dei Sex Pistols e dei Clash, si formarono i Police, che diedero vita ad un nuovo sound soprannominato reggae n’ roll, ad evidenziare la particolare inclinazione verso il lato reggae del punk, tra i loro hit, Roxanne, Message in a Bottle. Forse per la prima volta in Gran Bretagna musica rock e politica si incontrarono, ma si persero velocemente di vista: erano iniziati gli anni Ottanta e la filiazione di questo genere di rock approdò alla New wave. Verso la fine degli anni Settanta nacque anche il post-punk, che fonde il punk rock con elementi sperimentali provenienti da artisti come i newyorkesi Velvet Underground, Roxy Music e David Bowie e da generi come disco, dub e krautrock (soprattutto i Can e i Kraftwerk).

Non è da intendere come un genere musicale vero e proprio, ma piuttosto come un’etichetta utilizzata per quei gruppi che intorno al 1980 iniziarono ad unire il punk rock con vari altri generi musicali. Il genere si sviluppò verso i fine anni Settanta tramite l’ondata punk 77, negli Stati Uniti e in contemporanea nel Regno Unito. Con il loro apprezzamento verso i Beach Boys ed il bubblegum pop della fine degli anni Sessanta, i Ramones gettarono le basi per quello che sarebbe poi stato conosciuto come pop punk. Alla fine degli anni Settanta, gruppi del Regno Unito come i Buzzcocks o i The Undertones (successivamente influenzati fortemente dal glam rock) combinarono la velocità e la caoticità delle sonorità punk rock con la musica pop nei toni e nei temi distaccandosi in parte dal punk nella sua rappresentazione classica.

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Dai Green Day agli U2, passando per i Depeche Mode

Il successo vero e proprio del genere però ha inizio verso la fine degli anni Ottanta e primi anni novanta con l’avvento della nuova corrente detta punk revival. I gruppi a saper meglio sfruttare il potenziale commerciale di questi generi e a lanciare il “revival” furono i Green Day, Weezer, The Offspring, seguiti poi da Nofx, classificabili comunque nel melodic hardcore punk, e Rancid, che affermarono il genere a livello mondiale. Alla fine degli anni novanta questo sotto genere è stato poi portato a nuove vette commerciali con i Blink-182. Nel nuovo millennio continua il momento positivo dell’ondata Pop-punk, inizialmente con blink-182 e Sum 41 e poi soprattutto con l’exploit, ancora una volta, dei Green Day da metà decennio in poi, grazie all’apogeo di American Idiot.

Questo bellissimo libro, “La storia del rock”, scava a fondo in correnti come hard rock ed heavy metal, southern rock, new wave of British heavy metal, hair metal, metal estremo e nu metal. Si approda agli anni Ottanta. Sono gli anni della nascita del canale televisivo musicale Mtv, dell’edonismo diventato uno stile di vita, del predominio dell’immagine, delle capigliature cotonate, gellate e laccate, anni che vedono l’esplosione di altri fenomeni musicali come l’hip hop ed il rap, oltre al dilagare della dance. Non sono più i tempi delle radio che promuovono la musica, superate da mirate trasmissioni televisive. Il rock è ancora in evoluzione, in trasformazione, i confini fra pop e rock e altri generi si assottigliano ancora di più, per questo per parlare di rock è doveroso citare anche altri generi.

MTV Europe inaugura le sue trasmissioni con il videoclip di Money for Nothing dei Dire Straits, brano che paradossalmente può essere interpretato anche come una sorta di invettiva contro le rockstar che appaiono in televisione. I Dire Straits sono considerati un unicum nel panorama del periodo, poiché il loro stile musicale risulta del tutto fuori moda e in netta contrapposizione rispetto alle tendenze dell’epoca: la band britannica – guidata dal chitarrista, cantante e compositore Mark Knopfler – propone infatti un rock limpido ed essenziale, ispirato principalmente al blues, al country e al rock and roll americano delle origini. Le loro canzoni, caratterizzate spesso da un tono introspettivo, presentano inoltre testi ricercati e connotati da una forte impronta narrativa.

Il rock si diluisce e si orienta verso il pop, quello mistificato delle grandi multinazionali della musica (o major), alle quali non basta più scoprire nuovi talenti e lanciarli commercialmente, ma astutamente comincia a crearli, svilupparli e lanciarli sul mercato come fossero un qualunque prodotto commerciale, come ad esempio i casi dei New Kids on the Block e dei Milli Vanilli. Ma la scena non è dominio esclusivo di queste operazioni: in questi anni emergono comunque molti gruppi o cantanti che, pur in parte indulgendo alle regole del mercato discografico in materia di promozione dell’immagine, sono dotati di talento. L’album più venduto degli anni Ottanta è stato Thriller di Michael Jackson, mentre la classifica dei singoli vede come vincitori i Bon Jovi con Livin’ on a Prayer. La new wave e la sua sottocultura sbocciano assieme ai primi gruppi punk rock, a tal punto che, inizialmente, punk e new wave sono considerati quasi sinonimi.

Un sottogenere che spicca è inoltre il synth pop, con forti influenze dei Kraftwerk e del compositore francese Jean-Michel Jarre. Il synth pop trova seguaci anche in Italia, come nel caso dei Rockets, che si presentano in pubblico camuffati da alieni e sempre con la pelle ricoperta di crema argentata. Alcune band britanniche come i Depeche Mode e i Pet Shop Boys riscuotono notevole successo. Un personaggio fuori dagli schemi, che emerge in questi anni e che incarna perfettamente il concetto di artista pop rock, è il cantautore Prince, che grazie all’album Purple Rain, dall’arrangiamento innovativo, diventerà uno degli artisti più influenti della musica nera americana.

Il rock degli anni Ottanta sposa l’attivismo politico, che ebbe il suo picco di popolarità negli anni ottanta col singolo “Do They Know It’s Christmas?” del 1984 e il concerto Live Aid per l’Etiopia del 1985, che, oltre ad aver sensibilizzato con successo l’opinione pubblica riguardo alla povertà mondiale e ad aver raccolto fondi per gli aiuti umanitari, è stato anche criticato, insieme ad eventi simili, per aver fornito un palcoscenico per l’accrescimento della popolarità e dei guadagni delle star coinvolte. Gli anni Ottanta vedono il risorgere degli show concepiti come spettacoli di dimensioni sempre più imponenti, che solo a volte sono concerti di beneficenza. A beneficiare del clamore mediatico legato ai mega eventi degli anni ottanta non sono solo i nuovi idoli pop, ma anche gruppi rock già presenti negli anni settanta che raggiungono però l’apice del loro successo nel decennio successivo: gruppi Glam rock come i Kiss o i Queen.

I Queen parteciparono, il 13 luglio 1985, al Live Aid. Nei 20 minuti a disposizione, i Queen suonarono Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer to Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are the Champions. Sia la stampa, sia i settantaduemila spettatori di Wembley, sia gli artisti considerarono la loro interpretazione memorabile, una delle migliori di tutti i tempi. Mercury costruì in questa esibizione “il mito di insuperabile frontman”. La partecipazione al Live Aid diede nuovo entusiasmo ai Queen, che grazie a questo successo tornarono nuovamente a essere un gruppo coeso. Assente dal Live Aid ma personaggio emblematico del rock anni ottanta è Bruce Springsteen, esponente del cosiddetto “Heartland Rock”, caratterizzato da uno stile musicale semplice e rimandi alla vita operaia americana.

Un’altra band emblema del Live Aid, e del rock anni ottanta in generale, è quella degli U2. La band irlandese è caratterizzata dall’utilizzo massiccio di tematiche religiose, politiche e socioeconomiche, che contribuiranno a costruire l’immagine del frontman Bono Vox come guru di un’intera generazione. Gli U2 ottennero il successo planetario con l’album The Joshua Tree, che raggiunse i venticinque milioni di copie vendute. Un tour americano consoliderà la fama della band anche in quel Paese. L’immagine del gruppo negli anni successivi ha continuato ad essere legata alle numerose iniziative umanitarie contro la guerra nei Balcani e a favore della cancellazione del debito dei paesi del terzo mondo. Ma da qui in poi, è un’altra storia. La storia della nascita dell’alternative rock, del grunge, del post-grunge, del britpop, dell’indie rock, del gothic metal e di tutto quello ci siamo portati nel nuovo millennio.

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Pornage: vizi e virtù del porno contemporaneo in un libro

Con “Pornage”, Barbara Costa ci spalanca le porte del sesso contemporaneo: un universo in cui la tecnologia più all’avanguardia si unisce alla perversione più raffinata e le sperimentazioni in camera da letto aprono la strada al cambiamento sociale. In queste pagine il porno diventa una lente di ingrandimento attraverso la quale guardare il presente, lo specchio osceno in cui la collettività si riflette e dalle cui immagini viene a sua volta plasmata.

Vizi e virtù del porno contemporaneo in un libro. Un’opera che, come si suol dire, parte in quarta. Altro che “Cento colpi di spazzola” o “Cinquanta sfumature di rosso”. “Pornage” è un viaggio letterario nei segreti e nelle ossessioni del sesso contemporaneo a cura di Barbara Costa e pubblicato da Il Saggiatore. Che cos’è il sesso, oggi? Cos’è la libertà? Adulti che si eccitano pagando per essere trattati come bambini, mangiare omogeneizzati e giocare col pongo in finti asili appositamente creati. Video porno di anziani ultrasettantenni i cui amplessi vengono visualizzati in rete da milioni di utenti entusiasti.

Transgender, lesbiche e donne che si fingono uomini nei panni di drag queen. Mai come ai giorni nostri la sessualità è stata tanto libera, complessa e variegata. Barbara Costa spalanca le porte di un mondo – quello del sesso e della sessualità contemporanei – fatto di passioni e segreti inconfessabili, di perversioni al di là di ogni immaginazione e godimenti un tempo impensabili: un universo in cui la tecnologia più all’avanguardia si unisce alla perversione più raffinata e le sperimentazioni in camera da letto aprono la strada al cambiamento sociale.

In queste pagine il porno diventa una lente di ingrandimento deformata attraverso cui guardare il presente, lo specchio osceno in cui la collettività si riflette e dalle cui immagini viene a sua volta plasmata. Risultato: dentro al porno ci siamo tutti. Gaudenti e bacchettoni, adolescenti e attempati, single e fidanzati. È il video hot che teniamo in sottofondo mentre scriviamo una mail al capo. È il messaggio sexy che ci compare sullo schermo del telefono alla fine di un appuntamento noioso. È il brivido che ci attraversa in metropolitana immaginandoci avvinghiati allo sconosciuto seduto davanti a noi.

Ma è anche l’adulto che si eccita pagando per essere trattato come un bambino, mangiare omogeneizzati e giocare col pongo, o il filmato a luci rosse di un ultrasettantenne i cui amplessi vengono visualizzati in rete da milioni di utenti entusiasti. Con “Pornage”, Barbara Costa ci spalanca le porte del sesso contemporaneo: un universo in cui la tecnologia più all’avanguardia si unisce alla perversione più raffinata e le sperimentazioni in camera da letto aprono la strada al cambiamento sociale. In queste pagine il porno diventa una lente di ingrandimento attraverso la quale guardare il presente, lo specchio osceno in cui la collettività si riflette e dalle cui immagini viene a sua volta plasmata.

Come nella inedita cartina geografica dell’Italia ricavata dai risultati delle ricerche su Pornhub regione per regione, o in quella che mostra la diffusione dei nuovi modelli di famiglia nati dal poliamore e dal superamento delle identità di genere. Pornage è un racconto in cui si mescolano l’alto e il basso, la fisicità delle escort e la “pura utopia” – come la definisce Giampiero Mughini nella sua prefazione – delle fantasie pornografiche. Un’opera che delinea il mondo che abitiamo e quello che abiteremo. Perché nei porno in virtual reality possiamo godere dei nostri sogni di onnipotenza futuri e le sex realdolls di oggi, obbedienti robot del sesso dotate di intelligenza artificiale, sono già gli ibridi uomo-macchina di domani.

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Cosa pensa Giampiero Mughini del libro Pornage

“Sono così felice che Barbara abbia finalmente scritto questo libro, talmente leale, talmente informato, talmente sacrosanto quanto ai criteri di libertà e creatività sessuale da cui è modellato. E del resto, da quando la conosco sempre ho apprezzato la facilità con cui lei scorrazza lungo le strade in salita e in discesa dell’universo porno. Facciamo parte entrambi degli 80 milioni di esseri umani che ogni giorno smanettano su Pornhub”, ha detto Giampiero Mughini alla presentazione.

Poi, Mughini ha aggiunto, anzi ha confessato: “Talvolta ero io che le indicavo una star di cui fossero ragguardevoli i languori. Talaltra era lei. Bisessuale com’è, né più né meno di un’altra mia amica e scrittrice notissima, il ventaglio delle sue fantasie è a 360 gradi. Bellissimo quel suo riferimento allo scrittore cubano Reinaldo Arenas, uno che nei suoi libri ci mette il massimo di spudoratezze omosex pur di dare un calcio in volto al perbenismo ipocrita del regime castrista”.

“E con tutto questo, nell’andare avanti a leggere il suo libro, ho scoperto qualcosa di me che non mi ero mai detto sino in fondo. Ci arrivo piano piano. Passo per uno che dà un giudizio positivo della pornografia. Certo che sì. Se uno non è un fior di ipocrita, a vedere una bella ragazza che dà in smanie da quanto un uomo la sta lavorando dalla testa ai piedi, deve ammettere che trova lo spettacolo eccitante, che vorrebbe essere eccome al posto di James Deen o dell’immortale Gabriel Pontello, il più smagliante professore di matematica nella storia dell’umanità. Quando poco più che trentenne compravo all’edicola il suo “Supersex”, lo avvolgevo dentro le copie di “Rinascita” o del “Corriere della Sera” o dell’ “Espresso” perché temevo di incontrare il mio amico Paolo Spriano (lo storico per antonomasia del Pci,) che lavorava all’Istituto Gramsci lì dietro l’angolo”.

Il Mughini “senza-peli-sulla-lingua” che siamo abituati a conoscere aggiunge: “Così come ero poco più che ventenne quando arrivavo all’edicola catanese di Piazza Duomo e l’edicolante tirava fuori la copia di “Playboy” che gli portava un pilota dell’Alitalia che volava frequentemente sino a Stoccolma. Sono stato il primo giornalista italiano a dedicare a Riccardo Schicchi il ritratto che meritava, quello di un intellettuale che esplorava continenti inediti dello stare al mondo, quelli dove risiedono il desiderio e l’eccitabilità. Nel mio Dizionario sentimentale del 1992 c’è un capitolo che fa l’apologia della “fellatio”, un capitolo che molti miei amici apprezzarono ma che nessuno di loro avrebbe scritto”.

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Rock files: 500 storie che hanno fatto storia del rock

A sessant’anni di distanza dal giorno in cui “un bel ragazzo con le basette” registrò a Memphis una canzone per la sua mamma, il rock’n’roll è considerato una delle più importanti forme artistiche del Novecento, nonché un’invenzione di assoluta rilevanza socio-culturale. Questo è un libro indispensabile per chiunque ritiene di essere un appassionato di rock. Ma lo è anche per i musicisti. Tutte storie che devono essere conosciute. Scrittura da giornalista, quindi sintetica ma precisa, senza inutili fronzoli, ricca di riferimenti a cd da ascoltare per ritenersi un vero rockettaro.

Dall’apprezzata firma di Ezio Guaitamacchi arriva Rock files: 500 storie che hanno fatto la storia. Non sai di che si tratta? Ti provoco con una domanda: cosa sarebbe successo se Elvis avesse continuato a fare il camionista? E poi un’altra: e se i Beatles fossero rimasti ad Amburgo? E un’altra ancora: e se Dylan non avesse infilato il jack nella sua chitarra, Hendrix avesse abbandonato l’esercito americano e Morrison non si fosse lasciato convincere da Manzarek a fare il cantante? Probabilmente, il rock non sarebbe esistito. E le vite di tutti noi sarebbero state diverse.

Invece, a sessant’anni di distanza dal giorno in cui “un bel ragazzo con le basette” registrò a Memphis una canzone per la sua mamma, il rock’n’roll è considerato una delle più importanti forme artistiche del Novecento, nonché un’invenzione di assoluta rilevanza socio-culturale. Questo è un libro indispensabile per chiunque ritiene di essere un appassionato di rock. Ma lo è anche per i musicisti. Tutte storie che devono essere conosciute. Scrittura da giornalista, quindi sintetica ma precisa, senza inutili fronzoli, ricca di riferimenti a cd da ascoltare per ritenersi un vero rockettaro.

Eccoli, uno dietro l’altro, fatti e misfatti degli autori e delle canzoni che hanno giocato un ruolo importante nella storia del rock. Piacevole la lettura e la rivelazione di alcune perle sconosciute. Se sei amante del rock non puoi perdere queste bellissime perle, tra l’altro associate a brani da ascoltare: cinquecento storie, aneddoti, curiosità, dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, alcune storie già conosciute ma molte altre veramente interessanti e particolari, da leggere e rileggere.

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Sono tanti i momenti che hanno segnato la storia di questa musica e scandito un’evoluzione stilistica e concettuale che l’ha portata a essere, al tempo stesso, fenomeno di aggregazione giovanile, espressione di movimenti controculturali, voce di nuove tendenze, moda commerciale. Si tratta di fatti, episodi, aneddoti ormai assurti allo status di leggenda ma dei quali spesso non si conosce la reale portata se non addirittura i veri retroscena. 500 di queste storie sono state estratte dai grandi “archivi del rock”, selezionate in virtù della loro forza narrativa e dell’alone di fascino che ancora oggi le circonda. Molte hanno davvero fatto epoca, altre sono semplicemente eventi curiosi, eccentrici, originali, a volte anche oltraggiosi o scandalistici, perfetti però per far capire qual è stato l’impatto del rock.

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Il sognatore scelto dal sogno: Lazlo Strange ne è sicuro

I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un’ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l’opportunità di vivere un’avventura dalle premesse straordinarie.

È il sogno a scegliere il sognatore, e non il contrario: Lazlo Strange ne è sicuro, ma è anche assolutamente certo che il suo sogno sia destinato a non avverarsi mai. Orfano, allevato da monaci austeri che hanno cercato in tutti i modi di estirpare dalla sua mente il germe della fantasia, il piccolo Lazlo sembra destinato a un’esistenza anonima. Eppure il bambino rimane affascinato dai racconti confusi di un monaco anziano, racconti che parlano della città perduta di Pianto, caduta nell’oblio da duecento anni: ma quale evento inimmaginabile e terribile ha cancellato questo luogo mitico dalla memoria del mondo?

I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un’ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l’opportunità di vivere un’avventura dalle premesse straordinarie.

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“Il sognatore”, primo capitolo della nuova duologia di Laini Taylor, già autrice dell’acclamata trilogia “La chimera di Praga”, non fa che confermarne il grande talento narrativo. In un mondo fantastico e allo stesso tempo perfettamente credibile, abitato da personaggi indimenticabili, il lettore è chiamato a seguire il sogno di Lazlo Strange, perdendosi con lui tra realtà e magia, amore e violenza, terrore e meraviglia. “Scritto meravigliosamente, con una lingua che è al tempo stesso oscura, rigogliosa e seducente. I lettori saranno impazienti di leggere il secondo”, ha recensito Publishers Weekly – Starred Review. Questo libro di cinquecentoventisei pagine va assaporato. Quindi meglio darsi una mossa…

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Allena il cervello e diventa un genio con Rory’s Story Cubes

Ogni dado ha sei diverse immagini per un totale di cinquantaquattro immagini differenti e oltre dieci milioni di possibili combinazioni. Ci sono immagini di facile utilizzo, la casa, l’albero, la luna, il libro e altre più difficili come il lucchetto, la calamita o l’abaco. In pratica, i dadi sono più che altro uno strumento immediato e divertente per giocare con la fantasia. Si può costruire una storia collettiva, in cui ognuno racconta un pezzo utilizzando una immagine o si può decidere di limitare il tempo costringendo i giocatori ad una improvvisazione frenetica.

Allena il cervello e diventa un genio con Rory’s Story Cubes è ovviamente una provocazione, ma neppure troppo. Immagina di poter trascorrere delle serate o dei pomeriggi senza un attimo di noia, raccontando storie inventate tra amici o familiari. Intere serate e pomeriggi passati a ridere. Che c’è di meglio per evadere senza fuggire dalla realtà? Hai mai sentito parlare di Rory’s Story Cubes? Un gioco fantastico a cui mi sono appassionato da qualche anno e che nel mondo sta diventando un “must have”. Come fu per i Monopoly e il Risiko. Ci puoi giocare con amici intelligenti e meno, colti e forbiti o ignoranti. Fidati, allena il cervello con Rory’s Story Cubes. Anzi, allenatelo. Se non ce l’hai compralo.

Qualunque storia ne verrà fuori sarà divertente perché improvvisata, genuina, spontanea e dettata dalla sorte. Come nei dadi: agiti e lanci. Solo che qui, in Rory’s Story Cubes non fai la somma dei dadi. O meglio la fai, ma è una questione di logica e di fantasia e non di matematica. Il cervello pensa con le immagini ma comunica a parole, e avere un aiuto visivo per risolvere i problemi creativi è vantaggioso. Usare le immagini per innescare storie, tra l’altro, aiuta il cervello a pensare in modi nuovi, ad essere più elastico, a reagire meglio alle sorprese.

Ho capito, ti piace e vuoi sapere subito come funziona. Va bene, te lo dico subito e senza giri di parole, visto che il “come si gioca” è il suo punto forte. Però, dopo leggi fino in fondo, perché ti faccio raccontare dall’autore come lo ha inventato e poi ti presento le diverse varianti. Cominciamo, ogni promessa è debito. Il gioco è molto semplice. Nel proprio turno il giocatore lancerà i nove dadi e cercherà di inventare una storia utilizzando gli oggetti raffigurati nelle facce ottenute.

Ogni dado ha sei diverse immagini per un totale di cinquantaquattro immagini differenti e oltre dieci milioni di possibili combinazioni. Ci sono immagini di facile utilizzo, la casa, l’albero, la luna, il libro e altre più difficili come il lucchetto, la calamita o l’abaco. In pratica, i dadi sono più che altro uno strumento immediato e divertente per giocare con la fantasia. Si può costruire una storia collettiva, in cui ognuno racconta un pezzo utilizzando una immagine o si può decidere di limitare il tempo costringendo i giocatori ad una improvvisazione frenetica.

Possono addirittura diventare uno strumento per una attività didattica a scuola. Il formato della confezione, una piccola scatola di robusto cartone con chiusura magnetica, rende il gioco facilmente trasportabile ed adatto a tutte le situazioni. Ma sai com’è nata l’idea di creare questo simpaticissimo gioco che, nella sua filosofia, rispecchia la sua storia? Inizialmente ha preso la forma di un cubo di Rubik e si chiamava MetaCube. Poi il gioco è evoluto, si è migliorato e il pubblico è andato ben oltre gli allenatori e i terapisti.

A scuola tutti impazziscono per Rory’s Story Cubes

Una ragazza, la figlia dell’autore, ha portato a scuola un prototipo del gioco e l’insegnante lo ha usato da subito per praticare la scrittura creativa con i suoi studenti. In quel momento, gli stessi progettisti del gioco hanno capito che in quei cubi c’era qualcosa di più di un semplice gioco. Hanno capito che dovevano affinare l’idea, non potevano sprecarla. Lasciati raccontare la storia dall’inizio.

“Tutto ha preso forma quando un collega ha riferito di una famiglia intera composta da tre generazioni differenti che ridevano e raccontavano storie per ore durante un giorno di pioggia. In quel momento abbiamo capito che dovevamo andare oltre il Rubik’s Cube. Abbiamo dovuto cambiare il formato”, racconta Rory, autore ed editore di questo gioco d’intelligenza e di fantasia attraverso la The Creative Hub. “Guardando quello che era l’idea del gioco e il suo prototipo, lo abbiamo suddiviso in un formato più piccolo di dadi e sono nati i Rory’s Story Cubes. È diventato più simile a un gioco con più combinazioni casuali e suono aggiunto”. Rory e Anita hanno istituito ufficialmente The Creativity Hub nel 2006.

Attraverso un sito web e il passaparola, la prima serie di dadi è stata esaurita nel maggio 2008, dopo quasi due anni. “Sapevamo che dovevamo rendere i dadi e le stampe più durevoli. Abbiamo lavorato a dei dadi modellati. Oltre mille unità. Quando la recessione ha colpito nel 2008, la nostra attività di formazione, in particolare con la grande banca, si è conclusa bruscamente. Avevamo venduto Rory’s Story Cubes online e sapevamo che esisteva un mercato dell’educazione. Siamo andati alla fiera del giocattolo di Londra nel 2009 per valutare un interesse più ampio in esso come un gioco di famiglia. A questo punto, avevamo venduto mille e cinquecento confezioni solo lì. Tutto è decollato da lì”.

A quel punto, la produzione è passata a diecimila unità e molte sono state distribuite anche in Europa. “Abbiamo appreso ciò che dovevamo sapere sulla produzione del gioco e lo abbiamo fatto noi. Ci siamo rivolti a Gamewright (Ceaco, ndr) per concedere in licenza Rory’s Story Cubes per il mercato nordamericano”. Nel dicembre 2011, Rory’s Story Cubes è stato il gioco più venduto su Amazon. Nel 2012 ha colpito l’opinione pubblica degli Stati Uniti d’America e ha ottenuto molti premi e riconoscimenti. “La cosa più eccitante di tutto il viaggio è vedere la diversità di creatività che viene fuori giocando con Rory’s Story Cubes. Ci piace ascoltare romanzi scritti, illustrazioni disegnate, composizioni musicali, cortometraggi e giochi di ruolo, tutti con l’ispirazione di un rotolo di Rory’s Story Cubes”.

Non tutti i tentativi devono portare a un capolavoro letterario. Raccontare una storia, che non è mai esistita prima, dal vivo ha sempre qualcosa di un po’ magico. Condividere questa esperienza giocosa con la famiglia e gli amici aggiunge il giusto romanticismo. All’origine di tutto c’è la piccola scatola arancione, nata da una ricerca al limite della follia. “Quando dovevamo iniziare la prima serie di cinquecento Rory’s Story Cubes, non potevamo permetterci di ottenere confezioni speciali. Avevamo bisogno di trovare una “trovata”, qualcosa di bello ma esistente. Stavamo esaminando tutti i tipi di imballaggi, comprese le bottiglie di medicinali e i sacchetti di cibo sigillati. Un giorno, Rory raccolse una piccola teca di gioielli e i nove Story Cubes si ci adattavano perfettamente”.

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La lunga caccia alla scatola prima di realizzare il capolavoro

“Siamo andati alla gioielleria dove è stata acquistata la scatola e abbiamo chiesto chi fosse il loro fornitore. Abbiamo quindi acquistato cinquecento confezioni e le abbiamo imballate noi stessi. I clienti che hanno acquistato Rory’s Story Cubes dal sito hanno adorato la piccola scatola. In alcuni commenti, le persone ci raccontavano che si adattavano alle loro tasche, alle borse, ai vani portaoggetti per auto. Insomma potevano portarsi sempre dietro la scatola e potevano giocare dappertutto. In quel pacchetto non c’erano sprechi. Nulla doveva essere buttato via”.

Ma la scatola non andava bene nei negozi. “Quando l’attività di vendita di Rory’s Story Cubes ha iniziato a crescere, i distributori e i rivenditori ci hanno detto che dovevamo metterlo in una scatola più grande. Abbiamo esaminato le esigenze di entrambi e studiato in quale altro caso questo dilemma di imballaggio fosse stato risolto. Guardando il packaging cosmetico, sapevamo che era possibile avere un prodotto con un alto valore in una piccola scatola. Abbiamo realizzato un prototipo basato su cosmetici piuttosto che su imballaggi giocattolo e utilizzato per l’impatto un arancio vibrante, il colore della creatività. Abbiamo aggiunto una custodia aggiuntiva per contenere tutte le informazioni normative, i codici a barre e le regole della lingua localizzate. Alla fine abbiamo avuto un prodotto di cui essere orgogliosi”.

Il gioco si è trasformato in un successo mondiale. Successivamente c’è stata l’introduzione di nuove gamme e così, adesso, ci sono gli Story Cubes classici, per iniziare con le avventure narrative. E a loro si sono aggiunti gli Story Cubes Action, nove cubi per storie di movimento e azione. La cosa più belli è acquistarli di diversi tipi per poi mischiarli e riuscire a creare una combinazione di storie molto dettagliate e fantasiose. Un ottimo modo per imparare meglio il linguaggio e i verbi. Infine, c’è Story Cubes Voyages, per raccontare storie di viaggi e scoperte. Il bello di Story Cubes è che risultano divertenti anche per giocare da soli. Questo successo travolgente ha permesso di creare altri giochi.

Infatti, da questa esperienza sono nati gli Story Cubes StoryWorld, dedicati ai personaggi preferiti dei fumetti, come Batman o Moomin, piuttosto che Doctor Who. Anche permettere di creare un universo in cui i personaggi dei fumetti combattono contro il bene e il male si chiama pensiero creativo. Poi, per soddisfare anche i più esigenti, sono nati Story Cubes Mix e Story Cubes Max, oltre che Story Cubes Collection. Il primo è per creare racconti spaventosi, misteri polizieschi, storie mitiche o favole incantate. Il secondo è perfetto per cantastorie con disabilità visive. L’ultimo, come dice lo stesso nome, è per la collezione. Una elegante confezione in cui mantenere tutti i tuoi Rory’s Story Cubes. Poi si è perso il conto e la fantasia ha riprodotto una moltitudine di Rory’s Story Cubes…

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Memorie ritrovate: La busta gialla di Marco Francalanci

La busta gialla, nella quale c’è una cartella clinica con la registrazione di 24 punture lombari con Albucid tra il novembre 1944 e il gennaio 1945, quando l’autore aveva tre mesi. Un accertamento all’Istituto Gaslini di Genova conferma l’avvenuto ricovero in quell’ospedale per una diagnosi allora letale: meningite di Pfeiffer. In seguito Marco, nel corso di un’inchiesta durata più di due anni, scopre che l’Albucid, il farmaco che gli ha salvato la vita e che era prodotto dalla Bayer, nel 1944 era ancora sperimentale e testato dall’équipe di Mengele sui piccoli prigionieri ebrei nei campi di concentramento.

E’ proprio il caso di dirlo: sono memorie ritrovate quelle contenute nel libro La Busta Gialla, in cui si racconta una vicenda realmente accaduta (e documentata) durante la Seconda Guerra Mondiale a Genova e casualmente scoperta settant’anni dopo dall’autore, che ne è anche il protagonista. Durante una seduta fisioterapica, a Marco viene segnalata la presenza di cicatrici che evidenziano un numero elevatissimo di iniezioni lombari. Chiede spiegazioni sulle loro origini all’anziana madre, Paola, che fa un vago riferimento, peraltro subito ritrattato, a una “busta gialla”.

Il protagonista, giornalista da cinquant’anni, insospettito, va alla ricerca del misterioso involucro nella casa dei genitori, dove fa una clamorosa scoperta: in un vecchio armadio trova alcune scatole metalliche semiarrugginite e una busta gialla. Dentro, un centinaio di lettere fra i suoi genitori quando il padre Luigi era al fronte, che raccontano la loro storia d’amore da quando si conoscevano appena a quando si erano sposati, nel 1943. E poi altrettante fotografie, il diario della mamma, tenuto giorno per giorno nei primi anni di guerra.

Infine, la busta gialla, nella quale c’è una cartella clinica con la registrazione di 24 punture lombari con Albucid tra il novembre 1944 e il gennaio 1945, quando l’autore aveva tre mesi. Un accertamento all’Istituto Gaslini di Genova conferma l’avvenuto ricovero in quell’ospedale per una diagnosi allora letale: meningite di Pfeiffer. In seguito Marco, nel corso di un’inchiesta durata più di due anni, scopre che l’Albucid, il farmaco che gli ha salvato la vita e che era prodotto dalla Bayer, nel 1944 era ancora sperimentale e testato dall’équipe di Mengele sui piccoli prigionieri ebrei nei campi di concentramento.

Contemporaneamente, però, dato che sembrava efficace anche contro le malattie veneree, veniva sperimentato anche sui militari della Wehrmacht, l’esercito di occupazione in Italia. Questa circostanza ha permesso al padre, Luigi, di reperire il farmaco dopo settimane di ricerca, sotto i bombardamenti durante la guerra civile, in una farmacia nei pressi di una caserma tedesca. Tutte queste circostanze vengono confermate dall’Archivio storico della Bayer in Germania, dal quale sentenziano: “Marco si è salvato per aver fatto lui stesso da cavia a un farmaco che poi, trasformato in vaccino, ha salvato migliaia di vite”.

Nel frattempo l’anziana madre, che non ha più motivo di tenere segreti (non voleva condizionare la vita del figlio con l’annuncio che aveva subito una così grave malattia) racconta i suoi anni di guerra attraverso la sua trasformazione obbligata da spensierata ragazzina sedicenne come appare dalle prime foto e dal diario, a una vera e propria “madre coraggio”, che affronta per due volte un ufficiale nazista per impedire che il marito e tutta la sua famiglia vengano deportati in Germania: Luigi, infatti, come reduce dell’esercito italiano, dopo l’8 settembre era obbligato a entrare a far parte dell’esercito della Repubblica di Salò.

Non avendolo fatto, aveva ricevuto la cartolina precetto in vista della deportazione nel tristemente noto in campo di lavoro di Kassel, nella Ruhr. Due faccia a faccia drammatici, al termine dei quali l’ufficiale tedesco “salva” l’uomo e la sua famiglia con una motivazione ancora oggi misteriosa: un atto di generosità o il gesto interessato di un gerarca nazista che, alla fine di una guerra ormai perduta cerca di rifarsi un a verginità in vista di un probabile prossimo processo? Ancora oggi la donna propende per la generosità, le associazioni partigiane per l’interesse personale.

La cartolina di deportazione e l’idea del libro

L’autore, il giornalista Marco Francalanci, al Secolo XIX cronista di nera, politica, giudiziaria, costume, inviato di sport, vicecapocronista nel 1975, dopo una breve parentesi alla conduzione della Terza Pagina, capocronista dal 1978, negli anni più difficili del terrorismo brigatista e di quello neofascista a Genova, nel 1990 passa a La Repubblica come capocronista nella redazione appena aperta a Torino per l’edizione locale. È lui il Marco della storia e sapientemente ha strutturato “La Busta Gialla” come un romanzo storico di guerra. Nel prologo si accenna alla recente scoperta delle tracce di punture lombari e al primo colloquio con la madre, che fa riferimento alla “busta gialla”, il cui ritrovamento viene lasciato in sospeso.

Comincia qui un lunghissimo flashback attraverso il quale la madre racconta la storia della sua famiglia da quando si è trasferita a Genova da Livorno negli anni Trenta dopo la morte del padre, ufficiale di polizia. L’incontro con Luigi (nato a Genova dopo che il padre, un anarchico fiorentino, era fuggito in seguito a gravi disordini) precede il racconto di quegli anni che agli occhi di una ragazzina sembrano sereni, ma sui quali incombono prima la promulgazione delle leggi razziali, poi l’entrata in guerra, con le drammatiche conseguenze sulla vita di tutti i giorni.

Attraverso testimonianze, fotografie, resoconti dei giornali dell’epoca, Paola racconta la guerra attraverso la vita di ogni giorno, i razionamenti, le tessere annonarie, il terrore durante i bombardamenti, la distruzione della sua casa, nella quale si salva solo un tavolino di vimini, davanti al quale si fa fotografare con la mamma e manda l’immagine al fidanzato impegnato con la contraerea in Sicilia. Parallelamente, attraverso un appassionato epistolario, scorre la vicenda del fidanzamento tra i due giovani che si sono incontrati di persona solo una volta o due perché lui è troppo timido per dichiararsi, mentre per lettera riesce a esprimere la profondità dei suoi sentimenti.

Dopo lo smembramento dell’esercito seguito all’8 settembre, Luigi parte da Catania e raggiunge la Toscana, dove Paola vive sfollata e la sposa. La coppia torna a Genova, nella speranza che i combattimenti siano alla fine, ma si trova coinvolta in una guerra civile che a Genova ha vissuto risvolti tragici, tra attentati partigiani, esecuzioni sommarie, rappresaglie dei nazifascisti e sequestri di centinaia di operai nei cantieri per essere inviati nelle fabbriche di armi in Germania e mai più tornati. È in questo clima che Paola affronta per due volte il gerarca nazista per salvare la sua famiglia.

Ma pochi giorni dopo il secondo e decisivo incontro, nel quale l’ufficiale tedesco strappa la cartolina di deportazione, Marco si ammala di meningite, restando un mese in agonia, prima di essere salvato al Gaslini con il farmaco trovato da Luigi. Il racconto si avvia alla fine con lo straziante incontro tra Paola, con il bimbo ormai guarito, e il luminare del Gaslini che l’ha salvato: il professor De Toni, infatti, pochi giorni prima ha perso il figlio partigiano, ucciso dai fascisti nel giorno della Liberazione, proprio dietro l’ospedale. E il lungo flashback si conclude con la consapevolezza da parte di Paola che il figlio si è salvato grazie agli esperimenti condotti sui piccoli prigionieri dei campi di concentramento.

Nell’epilogo, infine, l’autore racconta l’emozione di quando ha scoperto il contenuto della busta gialla e come abbia condotto la lunga e rigorosa inchiesta su se stesso e la sua famiglia, con l’aiuto del Gaslini e la decisiva collaborazione da parte del dottor Thore Grimm, responsabile dell’Archivio storico della Bayer. A completamento del tutto, una postfazione dello storico professor Giangiacomo Migone, non a caso proprietario dell’omonima villa genovese (ora un museo) nella quale l’esercito tedesco, unico caso in Italia, si arrese alle formazioni partigiane, che lo consegnarono poi agli Alleati. Per questa resa il generale tedesco Meinhold, che rinunciò alla distruzione del porto già minato, fu inutilmente condannato a morte da un Hitler ormai agli ultimi giorni di vita.

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Il Metodo Catalanotti secondo Salvatore Silvano Nigro

“Tutto accade in una Vigàta, che non è risparmiata dai drammi familiari della disoccupazione e dalle violenze domestiche. La passione civile avvampa di sdegno il commissario, che ricorre a una “farfantaria” per togliere dai guai una giovane coppia di disoccupati colpevoli solo di voler metter su una famiglia. Per quanto impegnato in più fronti, Montalbano tiene tutto sotto controllo”.

Cosa c’è di meglio del fare presentare a Salvatore Silvano Nigro, filologo, critico letterario, italianista e francesista italiano, oltre che docente di letteratura italiana, il libro di Andrea Camilleri, “Il metodo Catalanotti”? “Il commissario Montalbano crede di muoversi dentro una storia. Si accorge di essere finito in una storia diversa”.

“E si ritrova alla fine in un altro romanzo, ingegnosamente apparentato con le storie dentro le quali si è trovato prima a peregrinare. È un gioco di specchi che si rifrange sulla trama di un giallo, improbabile in apparenza e invece esatto: poco incline ad accomodarsi nella gabbia del genere, dati i diversi e collaborativi gradi di responsabilità, di chi muore e di chi uccide, in una situazione imponderabile e squisitamente ironica”, questa è l’idea di Nigro.

“Tutto accade in una Vigàta, che non è risparmiata dai drammi familiari della disoccupazione e dalle violenze domestiche. La passione civile avvampa di sdegno il commissario, che ricorre a una “farfantaria” per togliere dai guai una giovane coppia di disoccupati colpevoli solo di voler metter su una famiglia. Per quanto impegnato in più fronti, Montalbano tiene tutto sotto controllo”.

“Le indagini lo portano a occuparsi dell’attività esaltante di una compagnia di teatro amatoriale che, fra i componenti del direttorio, annovera Carmelo Catalanotti: figura complessa, e segreta, di artista e di usuraio insieme, e in quanto regista, sperimentatore di un metodo di recitazione traumatico, fondato non sulla mimèsi delle azioni sceniche, ma sull’identificazione delle passioni più oscure degli attori con il similvero della recita”, ha fatto notare il professore.

“Catalanotti ha una sua cultura teatrale aggiornata sulle avanguardie del Novecento. È convinto del primato del testo. E della necessità di lavorare sull’attore, indotto a confrontarsi con le sue verità più profonde ed estreme. Il romanzo intreccia racconto e passione teatrale. Nel corso delle indagini, Montalbano ha la rivelazione di un amore improvviso, che gli scatena una dolcezza irrequieta di vita: un recupero di giovinezza negli anni tardi”.

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“Livia è lontana, assente. Sulla bella malinconia del commissario si chiude questo possente romanzo dedicato alla passione per il teatro (che è quella stessa dell’autore) e alla passione amorosa. Un romanzo, tecnicamente suggestivo, che una relazione dirompente racconta in modo da farle raggiungere il più alto grado di combustione nei versi di una personale antologia di poeti; e, all’interno della sua storia, traspone i racconti dei personaggi in colonne visive messe in moviola perché il commissario possa farle scorrere e rallentare a suo piacimento”, ha concluso Nigro sul libro di Andrea Camilleri, Il metodo Catalanotti.

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Il best seller Disperata e Felice: dedicato alle mamme

Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero.

“Niente mi ha cambiato come mi hanno cambiato i miei bambini. Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato, e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora adesso vorrei dirle io. Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Tanta. Ma anche che ne vale la pena. Sempre”, parola di Julia Elle, oggi una super blogger, che trova il successo sul web a 28 anni, quando è già mamma di Chloe da tre anni e, aspetta, Chris il fratellino. Da qui nasce il fortunato libro “Disperata & felice”. Sono le parole di Julia Elle.

Di se stessa dice: “Io sono una cantante e un’attrice. Quando sono diventata mamma ho capito che incastrare la mia nuova vita con quella vecchia sarebbe stato molto più difficile di quanto credessi. Io che ero sempre stata al centro della mia vita e delle mie scelte ora avevo un’altra priorità ed ero inaspettatamente più felice di quanto fossi mai stata. Ho ideato la web serie “Disperatamente Mamma” perché ero convinta che come me molte mamme avessero bisogno di condividere e far vedere al mondo come è davvero la vita di una mamma”. E ben si comprende da dove sia nata poi l’idea di realizzare anche un libro e un ebook.

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Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero. Julia non ha nulla di diverso dalle altre mamme. Ed è questo il bello della maternità, ci rende tutte uguali, perché se ho capito una cosa è che la mamma miliardaria nella sua villa e la mamma nel monolocale si fanno le stesse domande hanno le stesse paure vivono le stesse fasi e più di tutto amano i propri figli più di ogni altra cosa.

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Curarsi con acqua e limone: la guida in un libro utile

Vuoi sapere cosa mi ha tentato dal leggere questo libro? Non l’ho letto per il nome importante della Oberhammer, che certamente è una garanzia nel campo. Cercavo un manuale rapido e semplice da leggere, che mi desse le corrette indicazioni rispetto alla bevanda di acqua e limone da assumere al mattino a digiuno, di cui tanto avevo sentito parlare dai vari social network, anche se in modo un po’ superficiale e approssimativo. Il libro mi ha dato tutti gli approfondimenti e le informazioni che cercavo. Quindi, ho ritenuto di aver trovato l’argomento giusto.

Che solo a leggere il titolo, Curarsi con acqua e limone, conoscendo l’a-b-c delle norme igienico alimentari, ti verrebbe da dire che il libro potevano anche chiamarlo “La scoperta dell’acqua calda”. E invece, oggi più di ieri, in un periodo storico in cui l’ignoranza cresce e l’analfabetismo dilaga, la gente non sa come curarsi a causa della crisi, c’è bisogno più che mai di un libro come questo: “Curarsi con acqua e limone”.

Ogni giorno ciascuno di noi si occupa della propria igiene personale. Se non ci laviamo e se non abbiamo cura della nostra persona, dopo un certo tempo, emaniamo cattivo odore, ci sentiamo in disordine, abbiamo una sensazione sgradevole e non siamo posto. Non ci si occupa, però, con la stessa cura e attenzione della pulizia interna del corpo. Come conseguenza, nell’organismo si accumulano scorie e tossine che nel tempo lo inquinano e lo affaticano, causando malattia. Come fare allora?

La naturopata Simona Oberhammer, in questa guida, presenta un utilissimo rimedio naturale: acqua e limone. L’autrice spiega come rendere una bevanda semplice un vero e proprio farmaco naturale, che aiuterà a mantenere il benessere, a migliorare la linea, a sentirti vitale e a risolvere tanti piccoli e fastidiosi disturbi. È possibile utilizzare questo rimedio sia per se stessi che per i propri famigliari, anche per i bambini e gli anziani. All’interno trenta ricette speciali e il prontuario per curare le malattie con acqua e limone.

Vuoi sapere cosa mi ha tentato dal leggere questo libro? Non l’ho letto per il nome importante della Oberhammer, che certamente è una garanzia nel campo. Cercavo un manuale rapido e semplice da leggere, che mi desse le corrette indicazioni rispetto alla bevanda di acqua e limone da assumere al mattino a digiuno, di cui tanto avevo sentito parlare dai vari social network, anche se in modo un po’ superficiale e approssimativo. Il libro mi ha dato tutti gli approfondimenti e le informazioni che cercavo. Quindi, ho ritenuto di aver trovato l’argomento giusto.

Infatti, quest’opera è ricca di contenuti, nonostante sia un tascabile. Spiega alla perfezione la tecnica dell’acqua e limone, dai benefici, alle istruzioni per farla nel modo corretto fino alle ricette speciali consigliate in casi di diverse patologie. Consiglio l’acquisto e consiglio di mettere in pratica quello che c’è scritto, è una tecnica semplice ma veramente efficace, la pratico da diversi mesi e ho riscontrato tantissimi benefici.

Quanti di voi hanno sentito che sarebbe necessario bere acqua e limone al mattino? Certamente in tantissimi. E’ un tam tam che gira da diverso tempo nella rete. Ma sapete davvero perché fa bene bere acqua e limone al mattino? Che benefici se ne traggono? Quali sono gli effetti sul nostro organismo? Ci sono delle direttive e delle controindicazioni? Come si prepara correttamente l’acqua calda e limone? “Curarsi con acque e limone” risponde a queste e a molte altre domande.

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Voglio aggiungere un paio di cose, piccole regole di cultura generale che penso non debbano restare fuori da una recensione. I rimedi a base di limone sono solitamente consigliati a chi soffre di: anemia, reumatismi, bronchiti, diabete, cattiva digestione, calcoli, influenza ed ipertiroidismo. Perché il limone ha un effetto alcalinizzante? Gli acidi che ne compongono il succo, nel nostro organismo sono sottoposti ad una reazione basica; i Sali si ossidano e ne derivano carbonati e bicarbonati di calcio e potassio che favoriscono l’alcalinizzazione del sangue.

Raccomandazioni: il limone dev’essere maturo e biologico, dunque non trattato con pesticidi o sostanze chimiche, né cere. Se il sapore non è molto gradevole, mettete una punta di miele nell’acqua e limone. Quello che tutti si chiedono è: l’acqua calda e limone devo berla tutte le mattine tutta la vita? No, non se ne deve abusare. Utile durante i cambi di stagione, la si beve per una ventina di giorni diciamo. O quando si è molto stressati ogni due giorni. Se invece abbiamo festeggiato bevuto e mangiato troppo, o ci sentiamo gonfi, la berremo per circa tre giorni. Se non abbiamo nessun problema va benissimo berla tutte le mattine per una settimana al mese.

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L’agenda rossa di Paolo Borsellino: un libro lacrime e sangue

“Ho capito tutto”. Lo diceva negli ultimi frenetici giorni Paolo Borsellino e dalla lettura di questa cronaca di eventi si ha la sensazione di aver capito qualcosa in più di quello che negli anni ci è giunto attraverso i giornali i dibattiti televisivi e le farse mediatiche. L’agenda rossa di Paolo Borsellino è un libro emozionante, ho percepito la solitudine di un uomo sino all’ultimo minuto della sua vita, sono salito sul treno inarrestabile degli eventi che inesorabilmente, si capisce nel corso delle lettura, avrebbero condotto alla strage di via D’Amelio. Bello ed emozionante.

Già solo il titolo ti invita a comprarlo: “L’agenda rossa di Paolo Borsellino: Gli ultimi 56 giorni nel racconto di familiari, colleghi, magistrati, investigatori e pentiti”. Il libro lo firmano Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco per l’editore Chiarelettere. Il libro ha avuto la prefazione di Marco Travaglio. Molto è stato detto per celebrare la figura eroica di Paolo Borsellino. Molto poco invece si sa degli ultimi cinquantasei giorni della sua vita, dalla strage di Capaci all’esplosione di via d’Amelio, quando qualcuno decide la sua condanna a morte.

Lo Bianco e Rizza ricostruiscono quei giorni drammatici con l’aiuto delle carte giudiziarie, le testimonianze di pentiti e di ex colleghi magistrati, le confidenze di amici e familiari. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’inferno di via d’Amelio, in cui Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti.

Qualcuno si affrettò a requisirla: troppo scottante ciò che il magistrato aveva annotato nella sua corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Chi incontrava? Chi intralciava il suo lavoro in Procura? Quali verità andava scoprendo? E perché, lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, disse: “Ho capito tutto… mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Assassinato da Cosa nostra assieme ai cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, Borsellino resta uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega e amico Giovanni Falcone. Nacque a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. La famiglia di Paolo era composta dalla sorella maggiore Adele, dal fratello minore Salvatore e dall’ultimogenita Rita.

L’ingresso in magistratura di Paolo Borsellino

Nel 1963, Borsellino partecipò a un concorso per entrare in magistratura. Classificatosi venticinquesimo sui centosettantuno posti messi a bando, divenne il più giovane magistrato d’Italia. Incominciò quindi il tirocinio come uditore giudiziario e lo terminò il 14 settembre 1965 quando venne assegnato al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967, fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme a Emanuele Basile, capitano dell’Arma dei Carabinieri.

Nel 1975, Borsellino venne trasferito presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Nel 1980 continuò l’indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille cominciata dal commissario Boris Giuliano, freddato nel 1979, lavorando sempre insieme con il capitano Basile. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell’Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell’Ufficio, come di “adozione” non soltanto professionale.

La vicinanza che si stabilì fra i due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava anch’essa quella carriera, in una sorta di tirocinio. Il 4 maggio 1980 il capitano Basile venne assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Chinnici istituì presso l’Ufficio istruzione un “pool antimafia”, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente.

Diminuiva inoltre il rischio che venissero assassinati da Cosa Nostra con lo scopo di riseppellire i segreti scoperti. Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 29 luglio 1983 Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Pochi mesi dopo giunse a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto nominato al suo posto. Il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, e separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue. Serviva a coordinarsi.

Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e Di Lello, che Caponnetto aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo averla studiata come fossero “quasi delle dispense sulla lotta alla mafia. Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come disse Guarnotta, “si andava ad esplorare un mondo che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza”.

Il trasferimento di Falcone e Borsellino all’Asinara

Per ragioni di sicurezza, nell’estate 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di ottomila pagine che rinviava a giudizio quattrocento e settantasei indagati in base alle indagini del pool. Il maxiprocesso di Palermo che scaturì dagli sforzi del pool cominciò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un’aula-bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e numerosi avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con trecento e quarantadue condanne, tra cui diciannove ergastoli.

Nel 1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, Antonino Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli. Sorse il timore che il pool stesse per essere sciolto. Borsellino parlò in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. Il 20 luglio 1988 a la Repubblica e a L’Unità, riferendosi al Csm, dichiarò: “Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio”, “Hanno disfatto il pool antimafia”, “La squadra mobile non esiste più”

A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di indagare su ciò che succedeva nel palazzo di giustizia. Il 31 luglio, il Csm convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool. Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme con giovani magistrati, alcuni di prima nomina.

Cominciava in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l’istituzione della Superprocura. Nel settembre del 1991, cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l’uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l’esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un’autobomba.

Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle “regole” mafiose e sufficiente a costargli la vita in carcere. Per evitare ciò, prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l’incarico, disse: “Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla”.

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La strage di Capaci, quella di Via D’Amelio e l’agenda rossa

Il 23 maggio 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e poco meno di due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. “All’inizio degli anni settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco”, disse.

E aggiunse: “Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso”.

In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra Cosa nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Alla domanda se Mangano fosse un “pesce pilota” della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia. Sui rapporti con Silvio Berlusconi invece, benché esplicitamente sollecitato dall’intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio, poiché coperto dal segreto istruttorio.

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti di scorta. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

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Riconquista il tuo tempo con la guida di Andrea Giuliodori

Andrea Giuliodori ci ha abituati a contenuti di qualità, e anche in questo suo primo libro non ha deluso le aspettative. Come sempre scorrevole, con un filo di ironia, ti prende per mano e ti guida in un percorso chiaro e coerente dall’inizio alla fine. Non ci sono stratagemmi miracolosi, tecniche elaborate o bacchette magiche per avere giornate di quarantotto ore. Al contrario il libro si concentra su quello che possiamo effettivamente fare per evitare di sprecare il tempo a nostra disposizione e per restare focalizzati nelle cose veramente importanti della nostra vita.

Quante volte ci siamo detti che vorremmo avere più tempo per noi stessi, le nostre passioni, le nostre ambizioni? E quante volte abbiamo accantonato i nostri sogni perché “non abbiamo tempo” per inseguirli? Con la sua chiarezza ed efficacia, “Riconquista il tuo tempo” di Andrea Giuliodori – ingegnere, ex-manager e autore del seguitissimo EfficaceMente.com – ci accompagna lungo una giornata immaginaria, e ci svela, ora dopo ora, strategie pratiche e concrete per riconquistare il nostro tempo.

Scritto con uno stile diretto e dissacrante, “Riconquista il tuo tempo” ci insegna a riappropriarci del nostro bene più prezioso e a fare spazio ai nostri veri sogni. Se anche tu in questo momento ti senti in trappola, se senti che il tuo tempo ti sta sfuggendo di mano o se senti di non averne mai abbastanza per fare quel che desideri davvero, in questo libro scoprirai una nuova filosofia per guardare alle tue giornate e consigli di immediata applicazione per tornare a investire saggiamente e, soprattutto, felicemente il tempo della tua vita.

Andrea Giuliodori ci ha abituati a contenuti di qualità, e anche in questo suo primo libro non ha deluso le aspettative. Come sempre scorrevole, con un filo di ironia, ti prende per mano e ti guida in un percorso chiaro e coerente dall’inizio alla fine. Non ci sono stratagemmi miracolosi, tecniche elaborate o bacchette magiche per avere giornate di quarantotto ore. Al contrario il libro si concentra su quello che possiamo effettivamente fare per evitare di sprecare il tempo a nostra disposizione e per restare focalizzati nelle cose veramente importanti della nostra vita.

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Alcuni aspetti trattati (l’alternanza lavoro riposo, il valore del gioco  del vuoto, e altri) non sono affatto scontati quando si parla di produttività personale, e rendono preziosa la collezione di consigli contenuta in questo libro, che alla fine si rivela utile oltre che molto piacevole da leggere. “Lo scopo del fare non è produrre di più, ma avere il tempo per vivere di più”. Questo libro non è il classico manuale sulla gestione del tempo. Non vi insegna il sistema miracoloso per gestire gli impegni e organizzare le giornate. Va oltre.

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Il complesso di Telemaco: il rapporto tra genitori e figli

Nel nostro tempo nessuno sembra più tornare dal mare per riportare la Legge. Il processo dell’ereditare, della filiazione simbolica, sembra venire meno, e senza di esso non si dà possibilità di trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Telemaco ci indica la nuova direzione verso cui guardare, perché Telemaco è la figura del giusto erede. Il suo è il compito che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi giusti? E cosa davvero si eredita se un’eredità non è fatta né di geni né di beni, se non si eredita un regno?

“Abbiamo tutti almeno una volta guardato il mare aspettando che qualcosa da lì ritornasse”. In questa frase è racchiuso il senso più profondo del libro “Il complesso di Telemaco: genitori e figli dopo il tramonto del padre”. Edipo e Narciso sono due personaggi centrali del teatro freudiano. Il figlio-Edipo è quello che conosce il conflitto con il padre. Il figlio-Narciso resta invece fissato sterilmente alla sua immagine. Abbiamo visto cosa significa l’egemonia del figlio-Narciso: dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Nome del Padre, il mito dell’espansione fine a se stessa ha prodotto la tremenda crisi economica ed etica che attraversa l’Occidente.

Le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Questi non vogliono smettere di essere giovani, mentre i loro figli annaspano in un tempo senza orizzonte, soli, privi di adulti credibili. Esiste un al di là del figlio-Edipo e del figlio-Narciso? Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre. Prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano è qui una domanda inedita di padre, che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra.

Nel nostro tempo nessuno sembra più tornare dal mare per riportare la Legge. Il processo dell’ereditare, della filiazione simbolica, sembra venire meno, e senza di esso non si dà possibilità di trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Telemaco ci indica la nuova direzione verso cui guardare, perché Telemaco è la figura del giusto erede. Il suo è il compito che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi giusti? E cosa davvero si eredita se un’eredità non è fatta né di geni né di beni, se non si eredita un regno?

Massimo Recalcati, che ha pubblicato l’opera con Feltrinelli, attraverso una scrittura ricercata e filosofica, lontana dal fascino e dall’immediatezza di quando parla in pubblico, rivisita il modello mitologico di Telemaco (il rovesciamento del complesso di Edipo) operando un parallelo con le odierne strutture sociali. Nell’antico mito greco, come nella struttura familiare moderna, si avverte il vuoto, l’assenza creata dalla dissoluzione della figura del padre, che è invocato non tanto per restaurare il suo potere e la sua disciplina, ma in quanto testimonianza, riconquista della propria identità e quindi del proprio avvenire.

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Mentre prorompe il disagio della giovinezza (che si esprime con temi attualissimi: l’inesistenza del rapporto sessuale, il legame con l’oggetto tecnologico, la depressione, la violenza), Recalcati ci fa rendere conto che “la sola connessione che conta, la sola che inonda e muove la vita, è quella dell’incontro col desiderio dell’Altro”. Il saggio fonde quindi in maniera originalissima casi clinici, mito, racconti biblici, osservazione della società.

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Molotov: storia di terrorismo immaginario in un libro

In questo libro l’autrice, Rosamaria Aquino, racconta se stessa e una spiacevole vicenda che l’ha pesantemente condizionata, al punto da costringerla a cambiare città, e l’ha professionalmente menomata, per poi farla rinascere dalle sue stesse ceneri e farla tornare più forte di prima. “Molotov, storia di terrorismo immaginario” non è un romanzo. È una presa diretta. Una giornalista giovane e in gamba. Retta, seria. Ama il suo lavoro malgrado mille problemi – precariato su tutti – sempre alla ricerca della verità. Considera l’informazione obbiettiva un dovere assoluto.

Cosa hanno in comune l’inchiesta giornalistica su una piazza, un’indagine su una molotov abbandonata davanti alla questura e le intromissioni della politica e dei poteri forti sulla libertà di stampa? È l’estate del 2012 quando Margherita, una giornalista professionista, viene indagata dalla Digos. Prima per un procurato allarme al Comune di cui scrive cronache quotidiane, poi per una molotov indirizzata alla Questura.

In pochi giorni, Margherita, da indagatrice si ritrova indagata, con tanto di prelievo di impronte, interrogatori e analisi del Dna. Un vortice che cambia la sua vita e inevitabilmente anche la sua visione delle cose. Una tra le tante storie vere di libertà di stampa negate in questo Paese, dove il potere spesso si muove nell’ombra e si tutela mettendo il bavaglio.

In questo libro, l’autrice, Rosamaria Aquino, racconta se stessa e una spiacevole vicenda che l’ha pesantemente condizionata, al punto da costringerla a cambiare città, e l’ha professionalmente menomata, per poi farla rinascere dalle sue stesse ceneri e farla tornare più forte di prima. “Molotov, storia di terrorismo immaginario” non è un romanzo. È una presa diretta. Una giornalista giovane e in gamba. Retta, seria. Ama il suo lavoro malgrado mille problemi – precariato su tutti – sempre alla ricerca della verità. Considera l’informazione obbiettiva un dovere assoluto.

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Indaga, denuncia, lotta. Viene apprezzata finché non porta alla luce una disonestà dilagante, marcia, profonda. A questo punto diviene scomoda. Bastano false prove ed omertà per farla precipitare in un incubo. Diventa l’imputata, il capro espiatorio di un sistema corrotto alle fondamenta. Deve di nuovo lottare, questa volta per se stessa.

Molte opere trattano argomenti simili. Questa si distingue per uno stile rapido, senza fronzoli, quasi una sequenza di fotogrammi autobiografici espressi con l’esasperazione di chi sente la propria coscienza calpestata, per aver tentato – per dirla alla Marco Tullio Giordana – di “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato”. Il libro è edito da Bao Pubblishing.

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Managing reputation in the banking industry di Dell’Atti e Trotta

la professoressa Annarita Trotta spiega l’importanza della reputazione per la sopravvivenza delle banche. In un capitolo “Reputation, Reputational Risk and Reputational Crisis in the Banking Industry: State of the Art and Concepts for Improvements”, discute le pietre miliari all’avanguardia per quanto riguarda la reputazione, il rischio di reputazione e la crisi reputazionale nel settore bancario.

Il tema della crisi reputazionale nel settore bancario ha ricevuto crescente attenzione da parte di accademici e professionisti. “Managing Reputation in The Banking Industry: Theory and Practice“, scritto da Stefano dell’Atti e Annarita Trotta, presenta contributi di esperti che coprono tre aspetti principali: in primo luogo, una revisione approfondita della letteratura sul rischio reputazionale nel settore bancario mirata a identificare le relazioni tra cause, effetti, parti interessate e chiave variabili qualitativo-quantitative coinvolte durante la crisi reputazionale di una banca.

In secondo luogo, escogitare un quadro concettuale per la gestione della crisi reputazionale nel settore bancario, e infine, testare questo quadro con i risultati di un’analisi empirica svolta osservando le variabili chiave di alcuni casi noti della crisi reputazionale relativa alle banche internazionali e al caso proponente studi riguardanti il processo dinamico della gestione della reputazione.

In particolare, la professoressa Annarita Trotta spiega l’importanza della reputazione per la sopravvivenza delle banche. In un capitolo “Reputation, Reputational Risk and Reputational Crisis in the Banking Industry: State of the Art and Concepts for Improvements”, discute le pietre miliari all’avanguardia per quanto riguarda la reputazione, il rischio di reputazione e la crisi reputazionale nel settore bancario.

I concetti principali relativi alla reputazione e al danno reputazionale delle banche sono esplorati in profondità, concentrandosi sulla gestione del rischio reputazionale e sugli approcci normativi per il rischio di reputazione. Sulla base di queste indagini, viene proposto un modello originale per l’analisi della reputazione delle banche e delle crisi reputazionali, arricchito da diverse variabili di allarme reputazionale.

Successivamente alla pubblicazione, edita da Springer e redatta esclusivamente in lingua inglese, si chiarisce finalmente un concetto importante nel campo dell’economia bancaria internazionale: “I metodi quantitativi, tuttavia, utilizzano generalmente approccio contabile (reputazione legata al valore equo delle immobilizzazioni), contabilità di mercato (brand equity) e approccio al capitale intellettuale (Trotta & Cavallaro, 2012)”. In quest’opera, Trotta e Dell’Atti generano più di quaranta indicatori provenienti da fonti diverse su come misurare il capitale della reputazione aziendale. Dal punto di vista contabile, scoprono che i depositi differenziali, il prezzo di mercato della banca, la leva finanziaria, il valore a rischio e il costo del finanziamento possono essere utilizzati come buoni proxy per valutare la reputazione bancaria…

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Il rischio di reputazione, spesso chiamato rischio di reputazione, è un rischio di perdita derivante da danni alla reputazione di un’azienda, a mancati guadagni; aumento dei costi operativi, di capitale o di regolamentazione, o distruzione del valore per gli azionisti, conseguente ad un evento avverso o potenzialmente criminale, anche se la banca non viene giudicata colpevole (Trotta, Iannuzzi e Pacelli, 2016). Gli eventi avversi tipicamente associati al rischio di reputazione comprendono etica, sicurezza, sicurezza, sostenibilità, qualità e innovazione.

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Mi dicevano che ero troppo sensibile di Federica Bosco

Un universo popolato da creature particolarmente “frangibili”, dotate di antenne che percepiscono con la potenza di radar le gioie e il dolore altrui, che si sentono diverse dai più, e spesso a disagio, che temono i rumori e qualunque stimolo violento, che si definiscono certamente ‘difficili’, ma anche creative, generose ed empatiche.

“Ho sempre saputo di essere troppo sensibile. Fin da quando ero piccola mi accorgevo di non percepire le cose come gli altri bambini, ma di sentirle in maniera molto più profonda, intensa, lacerante, da qualche parte fra il cuore e la pancia. Però non riuscivo a esprimerle in nessun modo…”. È così che Federica Bosco ci introduce tra i chiaroscuri di un universo ancora sconosciuto, spesso trascurato persino dalla psicologia e dai tanti specialisti che dovrebbero occuparsi delle mille sfumature dell’animo umano.

Un universo popolato da creature particolarmente “frangibili”, dotate di antenne che percepiscono con la potenza di radar le gioie e il dolore altrui, che si sentono diverse dai più, e spesso a disagio, che temono i rumori e qualunque stimolo violento, che si definiscono certamente ‘difficili’, ma anche creative, generose ed empatiche.

Insomma, creature ipersensibili. Ed è nel loro mondo segreto, tra le sfumature di personalità complesse e affascinanti, tra idiosincrasie e virtù, che ci porta per mano una delle scrittrici italiane più amate, firmando un libro che è insieme un manuale e un’intima confessione, capace di dare a chi fino a oggi si è sentito solo e incompreso il coraggio, l’autostima e la forza per alzare la testa. Mettere le ali. E scoprire che quello che credevano un handicap in realtà può essere uno straordinario super potere.

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Un viaggio introspettivo in ciascuno di noi, che permette di analizzare la propria esistenza sin dai primi ricordi ad oggi insieme alla scrittrice, ogni passo compiuto dando un senso alle nostre paure e alle nostre insicurezze. Parole che donano chiarezza e consapevolezza riguardo i nostri punti di forza e i ai nostri limiti. Scritto in modo chiaro, molto fluido, una volta iniziato vuoi sapere cosa succede dopo. Consigliato a tutti, anche a chi è sensibile, ma soprattutto a chi non lo è.

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Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani

Roma, Napoli, Rimini, Padova, Treviso, Venezia, Jesi, Bologna e Milano, per un viaggio in compagnia di un militante diventato papà e con una galleria di immagini curata da Sherwood Foto per conoscere più da vicino una fra le realtà più dinamiche e discusse della società alternativa italiana. Lo scopo di Claudio Calia è di parlare a tutti, soprattutto a quelli che i centri sociali non li conoscono o non li hanno mai frequentati, e far capire da chi sono abitati, di quali battaglie vivono e quante storie hanno dietro.

Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani non è un libro nuovo, ma è un libro senza tempo e merita una recensione. Oggetto di curiosità e sogni giovanili, laboratori di ideali sociali e insieme fonti di studio e polemiche, la galassia dei centri sociali italiani è un fenomeno complesso e in costante divenire, spesso al centro della cronaca nazionale e locale. Questa guida a fumetti offre i cenni storici fondamentali e le coordinate territoriali principali per potersi orientare tra le diverse realtà autogestite, con interviste a militanti e portavoce.

Roma, Napoli, Rimini, Padova, Treviso, Venezia, Jesi, Bologna e Milano, per un viaggio in compagnia di un militante diventato papà e con una galleria di immagini curata da Sherwood Foto per conoscere più da vicino una fra le realtà più dinamiche e discusse della società alternativa italiana. Lo scopo di Claudio Calia è di parlare a tutti, soprattutto a quelli che i centri sociali non li conoscono o non li hanno mai frequentati, e far capire da chi sono abitati, di quali battaglie vivono e quante storie hanno dietro.

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Il testo è molto fluido e leggendo il libro, che vien via tutto d’un sorso, si intuisce facilmente il legame affettivo e biografico che congiunge l’autore ad alcuni di questi centri sociali. senza dubbio, questo fattore aumenta la sensazione di familiarità. La descrizione non è mai pesante o didascalica, rimane sempre leggera e si tratta per lo più di accenni, il testo sembra quasi suggerire l’azione diretta, come dire: se vi interessa, andate di persona e scoprite il mondo con i vostri occhi. La prefazione a fumetti è di Zerocalcare.

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Quella rivoluzione chiamata dieta della longevità

Esiste la dieta della longevità? Dallo scienziato che ha rivoluzionato la ricerca su staminali e invecchiamento, la dieta mima-digiuno per vivere sani fino a centodieci anni. In questo libro Valter Longo condensa tutte le sue scoperte scientifiche e ci spiega come ridurre il grasso addominale, rigenerare e ringiovanire il nostro corpo abbattendo in modo significativo il rischio di cancro, malattie cardiovascolari, diabete e malattie neuro-degenerative come l’Alzheimer, istruendoci infine sugli effetti benefici di una periodica dieta di restrizione calorica.

La dieta di Valter Longo cura con il cibo, rivoluzionando il rapporto con esso. Semplice da adottare ogni giorno per chi già apprezza la tradizione mediterranea, la dieta del professore Longo si affianca a una pratica antica e comune in tutte le culture e dimenticata dalla nostra società dell’abbondanza: la dieta mima il digiuno, in modo “mirato” e calibrato sulle esigenze della vita di oggi. Va, però, detta una cosa molto importante.

Longo è molto prudente e, leggendo il solo libro, non è possibile cogliere appieno le vere potenzialità delle sue scoperte e della dieta in particolare. Bisognerebbe leggere tutta la letteratura scientifica prodotta nella sua carriera per capire la serietà dei suoi studi. Tuttavia è un ottimo testo divulgativo. Una guida indispensabile per impostare un regime alimentare che riduca drasticamente i fattori di rischio per le malattie cronico-degenerative quali diabete, cancro, sclerosi multipla eccetera.

Il libro tratta fondamentalmente di due tipi di diete: la “dieta della longevità” e la “dieta mima digiuno”. La dieta della longevità è un regime alimentare cronico, da seguire anche per tutta la vita. Consiste principalmente in una dieta vegana, priva di cibi ad alto indice glicemico, con l’aggiunta del pesce. La dieta mima digiuno, invece, è un regime alimentare periodico e clinicamente testato. Esso consiste in una drastica riduzione dell’apporto calorico per cinque giorni, da ripetere da due a dodici volte l’anno, a seconda della condizione fisica dei pazienti.

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Ovviamente Longo vuole che chi intraprenda questa strada sia seguito da un medico o da un biologo nutrizionista esperto in questo campo. Segnalo che ciò che distingue la dieta mima digiuno dalle altre diete non sono solamente i risultati straordinari ottenuti negli studi clinici e negli studi di laboratorio, ma la solidità di tutti i dati scientifici su cui essa si fonda: dall’epidemiologia allo studio sui centenari. Dunque, una dieta che può essere seguita senza diventare necessariamente fanatici.

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La battaglia contro i tumori inizia a tavola: il best seller

Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a essere azionisti occulti, inconsapevoli e senza nemmeno diritto di voto di qualche grande corporation alimentare o piuttosto ridiventare i ben informati unici proprietari della nostra salute, ovvero del più importante patrimonio di cui disponiamo – gratuitamente, per dono divino – fin dalla nascita.

La battaglia contro i tumori inizia a tavola: lo dicono in tanti e da sempre. Lo scrive Maria Rosa di Fazio nel libro “Mangiare bene per sconfiggere il male”. Sembra retorico, ma in questo caso, come non mai: “Fa’ che il cibo sia la tua medicina”, ammoniva Ippocrate, padre della scienza medica. Oggi, in un’epoca di cibi sempre più industriali, manipolati, prodotti con materie prime modificate geneticamente e imposti dalla pubblicità e dal marketing, noi possiamo e dobbiamo andare oltre affermando che “stiamo” bene o male in base a “che cosa” mangiamo o non mangiamo.

Non solo: perché la nostra salute e quella dei nostri figli dipendono anche dal “quando” consumiamo un determinato alimento, dal “come” lo cuciniamo, senza mai sottovalutare “insieme a che cosa” lo abbiniamo e lo portiamo in tavola. Sono tutte informazioni che troverete in questa guida pratica e di facile lettura allo stare bene, ma anche alla prevenzione più naturale, nonché più semplice e perfino più economica, delle peggiori malattie. Informazioni che nascono dall’esperienza ultraventennale di un’affermata oncologa italiana.

Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a essere azionisti occulti, inconsapevoli e senza nemmeno diritto di voto di qualche grande corporation alimentare o piuttosto ridiventare i ben informati unici proprietari della nostra salute, ovvero del più importante patrimonio di cui disponiamo – gratuitamente, per dono divino – fin dalla nascita. Ho letto molto sulla nutrizione e devo ammettere che la dottoressa Di Fazio mi ha stupito, rispondendo con voce autorevole a molti dubbi che avevo sull’alimentazione. La dottoressa ha esperienza ventennale nel campo oncologico e spiega le motivazioni dell’alimentazione che tutti noi dovremmo seguire per poter evitare l’infiammazione e di conseguenza i mali moderni.

Pochi, semplici e chiari consigli per stare bene, con motivazioni valide. In questi ultimi anni siamo bombardati dalla pubblicità, dal consumismo impellente e dalla frenesia delle nostre vite, che spesso ci distoglie dall’importanza sul nutrirci bene e con coscienza. Bando anche ai preconcetti che ci portiamo dietro da anni: il latte fa bene alle ossa, il cervello ha bisogno di zucchero. Dobbiamo cambiare prima di tutto il nostro modo di vivere il cibo. Consiglio, per chi vuole seguire i concetti della Di Fazio di partire con un cambiamento alla volta – frutta solo al mattino, eliminare tutti i latticini e il terribile yogurth, sostituire il pollo con tacchino biologico – sentirete i benefici già dopo pochi giorni, ve l’assicuro.

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Leggerlo è davvero un piacere. L’autrice oltre a essere assolutamente autorevole (venticinque anni di esperienza come medico oncologo) è chiara e spiega in modo semplice, sebbene diretto, il perchè di ogni indicazione nutrizionale che fornisce. Contiene informazioni utili e preziose per avviarsi verso un regime alimentare sano e gustoso. Ci aiuta a capire perché è importante eliminare cibi che, apparentemente sembrano “innocui”, ma che in realtà sono veri veleni e, senza che noi ce ne rendiamo conto, ci avviano verso la strada dell’infiammazione interna e della malattia. Consiglio vivamente a tutti di leggerlo, sopratutto se ancora sani, per evitare di andare incontro a spiacevoli malattie in futuro.

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Assassini seriali recenti: i peggiori serial killer del 1900

Vite raccontate dall’infanzia, traumi e involuzioni delle rispettive personalità. Omicidi, “modus operandi”, nomi e cognomi delle vittime e tantissime altre informazioni aggiornate. I serial killer trattati nel libro: Luis Garavito, Pedro Alonso Lopez, Daniel Camargo Barbosa, Pedro Rodrigues Filho, Andrej Čikatilo, Gary Ridgway, “Ted” Bundy, John Wayne Gacy, Donald Gaskins, Jeffrey Dahmer, “Mostro di Firenze”, Harold Shipman, Arthur Shawcross, “Richard” Ramírez, Dennis Rader, Edmund Kemper III, Peter Manuel, John George Haigh, Dennis Nilsen e Tommy Lynn Sells.

Freddi, spietati, empatici con la sofferenza delle proprie vittime. Gli assassini seriali sono così e rappresentano un “mondo accanto” da sempre. Nel libro “Assassini Seriali: i più spietati” sono raccolte storie di serial killer recenti del 1900. Venti storie, quelle dei venti più spietati serial killer. Racconti sintetici al punto giusto, con dettagli sulle vite, sui traumi, sugli omicidi e sui processi di questi terribili uomini.

I colombiani Luis Alfredo Garavito Cubillos, Pedro Alonso López e Daniel Camargo Barbosa sono in assoluto i tre serial killer del Novecento che si sono lasciati alle spalle la più lunga scia di sangue. Stupratori, pedofili, maniaci. Arrabbiati, asociali, a volte schizoidi. Sempre assetati di sangue e perciò abili cacciatori. Il nome del brasiliano Pedro Rodrigues Filho, nella cultura popolare, è ormai associato alla crudelta fatta a persona. E non da meno quello del satanista texano “Richard” Ramirez.

Mentre Andrej Cikatilo, “Ted” Bundy, Gary Ridgway, Jaffrey Dahmer, Harold Shipman e John George Haigh rappresentano, ognuno per conto proprio, il prototipo ideale del perfetto serial killer moderno, le ombre che aleggiano sul “Mostro di Firenze” ci ricordano che spesso, tanta verità, forse la più crudele, rimane avvolta dietro uno spessissimo alone di mistero.

“Assassini Seriali: i più spietati” è il “libro-inchiesta” di Primo Di Marco che ricostruisce le storie dei venti più terribili assassini seriali del Ventesimo secolo del Novecento e di questo inizio di terzo millennio. Venti monografie. Storie che hanno segnato il mondo. L’opera è presente in formato ebook su quasi tutti gli store italiani e internazionali, mentre il libro è venduto su Amazon, Create Space, Lulu.com (che lo distribuisce all’estero) e nelle librerie italiane distribuito da Youcanprint attraverso l’omonimo catalogo.

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Vite raccontate dall’infanzia, traumi e involuzioni delle rispettive personalità. Omicidi, “modus operandi”, nomi e cognomi delle vittime e tantissime altre informazioni aggiornate. I serial killer trattati nel libro: Luis Garavito, Pedro Alonso Lopez, Daniel Camargo Barbosa, Pedro Rodrigues Filho, Andrej Čikatilo, Gary Ridgway, “Ted” Bundy, John Wayne Gacy, Donald Gaskins, Jeffrey Dahmer, “Mostro di Firenze”, Harold Shipman, Arthur Shawcross, “Richard” Ramírez, Dennis Rader, Edmund Kemper III, Peter Manuel, John George Haigh, Dennis Nilsen e Tommy Lynn Sells.

Storie di Serial Killer è una collana di pubblicazioni. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.