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Il sognatore scelto dal sogno: Lazlo Strange ne è sicuro

È il sogno a scegliere il sognatore, e non il contrario: Lazlo Strange ne è sicuro, ma è anche assolutamente certo che il suo sogno sia destinato a non avverarsi mai. Orfano, allevato da monaci austeri che hanno cercato in tutti i modi di estirpare dalla sua mente il germe della fantasia, il piccolo Lazlo sembra destinato a un’esistenza anonima. Eppure il bambino rimane affascinato dai racconti confusi di un monaco anziano, racconti che parlano della città perduta di Pianto, caduta nell’oblio da duecento anni: ma quale evento inimmaginabile e terribile ha cancellato questo luogo mitico dalla memoria del mondo?

I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un’ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l’opportunità di vivere un’avventura dalle premesse straordinarie.

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“Il sognatore”, primo capitolo della nuova duologia di Laini Taylor, già autrice dell’acclamata trilogia “La chimera di Praga”, non fa che confermarne il grande talento narrativo. In un mondo fantastico e allo stesso tempo perfettamente credibile, abitato da personaggi indimenticabili, il lettore è chiamato a seguire il sogno di Lazlo Strange, perdendosi con lui tra realtà e magia, amore e violenza, terrore e meraviglia. “Scritto meravigliosamente, con una lingua che è al tempo stesso oscura, rigogliosa e seducente. I lettori saranno impazienti di leggere il secondo”, ha recensito Publishers Weekly – Starred Review. Questo libro di cinquecentoventisei pagine va assaporato. Quindi meglio darsi una mossa…

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Allena il cervello e diventa un genio con Rory’s Story Cubes

Allena il cervello e diventa un genio con Rory’s Story Cubes è ovviamente una provocazione, ma neppure troppo. Immagina di poter trascorrere delle serate o dei pomeriggi senza un attimo di noia, raccontando storie inventate tra amici o familiari. Intere serate e pomeriggi passati a ridere. Che c’è di meglio per evadere senza fuggire dalla realtà? Hai mai sentito parlare di Rory’s Story Cubes? Un gioco fantastico a cui mi sono appassionato da qualche anno e che nel mondo sta diventando un “must have”. Come fu per i Monopoly e il Risiko. Ci puoi giocare con amici intelligenti e meno, colti e forbiti o ignoranti. Fidati, allena il cervello con Rory’s Story Cubes. Anzi, allenatelo. Se non ce l’hai compralo.

Qualunque storia ne verrà fuori sarà divertente perché improvvisata, genuina, spontanea e dettata dalla sorte. Come nei dadi: agiti e lanci. Solo che qui, in Rory’s Story Cubes non fai la somma dei dadi. O meglio la fai, ma è una questione di logica e di fantasia e non di matematica. Il cervello pensa con le immagini ma comunica a parole, e avere un aiuto visivo per risolvere i problemi creativi è vantaggioso. Usare le immagini per innescare storie, tra l’altro, aiuta il cervello a pensare in modi nuovi, ad essere più elastico, a reagire meglio alle sorprese.

Ho capito, ti piace e vuoi sapere subito come funziona. Va bene, te lo dico subito e senza giri di parole, visto che il “come si gioca” è il suo punto forte. Però, dopo leggi fino in fondo, perché ti faccio raccontare dall’autore come lo ha inventato e poi ti presento le diverse varianti. Cominciamo, ogni promessa è debito. Il gioco è molto semplice. Nel proprio turno il giocatore lancerà i nove dadi e cercherà di inventare una storia utilizzando gli oggetti raffigurati nelle facce ottenute.

Ogni dado ha sei diverse immagini per un totale di cinquantaquattro immagini differenti e oltre dieci milioni di possibili combinazioni. Ci sono immagini di facile utilizzo, la casa, l’albero, la luna, il libro e altre più difficili come il lucchetto, la calamita o l’abaco. In pratica, i dadi sono più che altro uno strumento immediato e divertente per giocare con la fantasia. Si può costruire una storia collettiva, in cui ognuno racconta un pezzo utilizzando una immagine o si può decidere di limitare il tempo costringendo i giocatori ad una improvvisazione frenetica.

Possono addirittura diventare uno strumento per una attività didattica a scuola. Il formato della confezione, una piccola scatola di robusto cartone con chiusura magnetica, rende il gioco facilmente trasportabile ed adatto a tutte le situazioni. Ma sai com’è nata l’idea di creare questo simpaticissimo gioco che, nella sua filosofia, rispecchia la sua storia? Inizialmente ha preso la forma di un cubo di Rubik e si chiamava MetaCube. Poi il gioco è evoluto, si è migliorato e il pubblico è andato ben oltre gli allenatori e i terapisti.

A scuola tutti impazziscono per Rory’s Story Cubes

Una ragazza, la figlia dell’autore, ha portato a scuola un prototipo del gioco e l’insegnante lo ha usato da subito per praticare la scrittura creativa con i suoi studenti. In quel momento, gli stessi progettisti del gioco hanno capito che in quei cubi c’era qualcosa di più di un semplice gioco. Hanno capito che dovevano affinare l’idea, non potevano sprecarla. Lasciati raccontare la storia dall’inizio.

“Tutto ha preso forma quando un collega ha riferito di una famiglia intera composta da tre generazioni differenti che ridevano e raccontavano storie per ore durante un giorno di pioggia. In quel momento abbiamo capito che dovevamo andare oltre il Rubik’s Cube. Abbiamo dovuto cambiare il formato”, racconta Rory, autore ed editore di questo gioco d’intelligenza e di fantasia attraverso la The Creative Hub. “Guardando quello che era l’idea del gioco e il suo prototipo, lo abbiamo suddiviso in un formato più piccolo di dadi e sono nati i Rory’s Story Cubes. È diventato più simile a un gioco con più combinazioni casuali e suono aggiunto”. Rory e Anita hanno istituito ufficialmente The Creativity Hub nel 2006.

Attraverso un sito web e il passaparola, la prima serie di dadi è stata esaurita nel maggio 2008, dopo quasi due anni. “Sapevamo che dovevamo rendere i dadi e le stampe più durevoli. Abbiamo lavorato a dei dadi modellati. Oltre mille unità. Quando la recessione ha colpito nel 2008, la nostra attività di formazione, in particolare con la grande banca, si è conclusa bruscamente. Avevamo venduto Rory’s Story Cubes online e sapevamo che esisteva un mercato dell’educazione. Siamo andati alla fiera del giocattolo di Londra nel 2009 per valutare un interesse più ampio in esso come un gioco di famiglia. A questo punto, avevamo venduto mille e cinquecento confezioni solo lì. Tutto è decollato da lì”.

A quel punto, la produzione è passata a diecimila unità e molte sono state distribuite anche in Europa. “Abbiamo appreso ciò che dovevamo sapere sulla produzione del gioco e lo abbiamo fatto noi. Ci siamo rivolti a Gamewright (Ceaco, ndr) per concedere in licenza Rory’s Story Cubes per il mercato nordamericano”. Nel dicembre 2011, Rory’s Story Cubes è stato il gioco più venduto su Amazon. Nel 2012 ha colpito l’opinione pubblica degli Stati Uniti d’America e ha ottenuto molti premi e riconoscimenti. “La cosa più eccitante di tutto il viaggio è vedere la diversità di creatività che viene fuori giocando con Rory’s Story Cubes. Ci piace ascoltare romanzi scritti, illustrazioni disegnate, composizioni musicali, cortometraggi e giochi di ruolo, tutti con l’ispirazione di un rotolo di Rory’s Story Cubes”.

Non tutti i tentativi devono portare a un capolavoro letterario. Raccontare una storia, che non è mai esistita prima, dal vivo ha sempre qualcosa di un po’ magico. Condividere questa esperienza giocosa con la famiglia e gli amici aggiunge il giusto romanticismo. All’origine di tutto c’è la piccola scatola arancione, nata da una ricerca al limite della follia. “Quando dovevamo iniziare la prima serie di cinquecento Rory’s Story Cubes, non potevamo permetterci di ottenere confezioni speciali. Avevamo bisogno di trovare una “trovata”, qualcosa di bello ma esistente. Stavamo esaminando tutti i tipi di imballaggi, comprese le bottiglie di medicinali e i sacchetti di cibo sigillati. Un giorno, Rory raccolse una piccola teca di gioielli e i nove Story Cubes si ci adattavano perfettamente”.

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La lunga caccia alla scatola prima di realizzare il capolavoro

“Siamo andati alla gioielleria dove è stata acquistata la scatola e abbiamo chiesto chi fosse il loro fornitore. Abbiamo quindi acquistato cinquecento confezioni e le abbiamo imballate noi stessi. I clienti che hanno acquistato Rory’s Story Cubes dal sito hanno adorato la piccola scatola. In alcuni commenti, le persone ci raccontavano che si adattavano alle loro tasche, alle borse, ai vani portaoggetti per auto. Insomma potevano portarsi sempre dietro la scatola e potevano giocare dappertutto. In quel pacchetto non c’erano sprechi. Nulla doveva essere buttato via”.

Ma la scatola non andava bene nei negozi. “Quando l’attività di vendita di Rory’s Story Cubes ha iniziato a crescere, i distributori e i rivenditori ci hanno detto che dovevamo metterlo in una scatola più grande. Abbiamo esaminato le esigenze di entrambi e studiato in quale altro caso questo dilemma di imballaggio fosse stato risolto. Guardando il packaging cosmetico, sapevamo che era possibile avere un prodotto con un alto valore in una piccola scatola. Abbiamo realizzato un prototipo basato su cosmetici piuttosto che su imballaggi giocattolo e utilizzato per l’impatto un arancio vibrante, il colore della creatività. Abbiamo aggiunto una custodia aggiuntiva per contenere tutte le informazioni normative, i codici a barre e le regole della lingua localizzate. Alla fine abbiamo avuto un prodotto di cui essere orgogliosi”.

Il gioco si è trasformato in un successo mondiale. Successivamente c’è stata l’introduzione di nuove gamme e così, adesso, ci sono gli Story Cubes classici, per iniziare con le avventure narrative. E a loro si sono aggiunti gli Story Cubes Action, nove cubi per storie di movimento e azione. La cosa più belli è acquistarli di diversi tipi per poi mischiarli e riuscire a creare una combinazione di storie molto dettagliate e fantasiose. Un ottimo modo per imparare meglio il linguaggio e i verbi. Infine, c’è Story Cubes Voyages, per raccontare storie di viaggi e scoperte. Il bello di Story Cubes è che risultano divertenti anche per giocare da soli. Questo successo travolgente ha permesso di creare altri giochi.

Infatti, da questa esperienza sono nati gli Story Cubes StoryWorld, dedicati ai personaggi preferiti dei fumetti, come Batman o Moomin, piuttosto che Doctor Who. Anche permettere di creare un universo in cui i personaggi dei fumetti combattono contro il bene e il male si chiama pensiero creativo. Poi, per soddisfare anche i più esigenti, sono nati Story Cubes Mix e Story Cubes Max, oltre che Story Cubes Collection. Il primo è per creare racconti spaventosi, misteri polizieschi, storie mitiche o favole incantate. Il secondo è perfetto per cantastorie con disabilità visive. L’ultimo, come dice lo stesso nome, è per la collezione. Una elegante confezione in cui mantenere tutti i tuoi Rory’s Story Cubes. Poi si è perso il conto e la fantasia ha riprodotto una moltitudine di Rory’s Story Cubes…

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Memorie ritrovate: La busta gialla di Marco Francalanci

E’ proprio il caso di dirlo: sono memorie ritrovate quelle contenute nel libro La Busta Gialla, in cui si racconta una vicenda realmente accaduta (e documentata) durante la Seconda Guerra Mondiale a Genova e casualmente scoperta settant’anni dopo dall’autore, che ne è anche il protagonista. Durante una seduta fisioterapica, a Marco viene segnalata la presenza di cicatrici che evidenziano un numero elevatissimo di iniezioni lombari. Chiede spiegazioni sulle loro origini all’anziana madre, Paola, che fa un vago riferimento, peraltro subito ritrattato, a una “busta gialla”.

Il protagonista, giornalista da cinquant’anni, insospettito, va alla ricerca del misterioso involucro nella casa dei genitori, dove fa una clamorosa scoperta: in un vecchio armadio trova alcune scatole metalliche semiarrugginite e una busta gialla. Dentro, un centinaio di lettere fra i suoi genitori quando il padre Luigi era al fronte, che raccontano la loro storia d’amore da quando si conoscevano appena a quando si erano sposati, nel 1943. E poi altrettante fotografie, il diario della mamma, tenuto giorno per giorno nei primi anni di guerra.

Infine, la busta gialla, nella quale c’è una cartella clinica con la registrazione di 24 punture lombari con Albucid tra il novembre 1944 e il gennaio 1945, quando l’autore aveva tre mesi. Un accertamento all’Istituto Gaslini di Genova conferma l’avvenuto ricovero in quell’ospedale per una diagnosi allora letale: meningite di Pfeiffer. In seguito Marco, nel corso di un’inchiesta durata più di due anni, scopre che l’Albucid, il farmaco che gli ha salvato la vita e che era prodotto dalla Bayer, nel 1944 era ancora sperimentale e testato dall’équipe di Mengele sui piccoli prigionieri ebrei nei campi di concentramento.

Contemporaneamente, però, dato che sembrava efficace anche contro le malattie veneree, veniva sperimentato anche sui militari della Wehrmacht, l’esercito di occupazione in Italia. Questa circostanza ha permesso al padre, Luigi, di reperire il farmaco dopo settimane di ricerca, sotto i bombardamenti durante la guerra civile, in una farmacia nei pressi di una caserma tedesca. Tutte queste circostanze vengono confermate dall’Archivio storico della Bayer in Germania, dal quale sentenziano: “Marco si è salvato per aver fatto lui stesso da cavia a un farmaco che poi, trasformato in vaccino, ha salvato migliaia di vite”.

Nel frattempo l’anziana madre, che non ha più motivo di tenere segreti (non voleva condizionare la vita del figlio con l’annuncio che aveva subito una così grave malattia) racconta i suoi anni di guerra attraverso la sua trasformazione obbligata da spensierata ragazzina sedicenne come appare dalle prime foto e dal diario, a una vera e propria “madre coraggio”, che affronta per due volte un ufficiale nazista per impedire che il marito e tutta la sua famiglia vengano deportati in Germania: Luigi, infatti, come reduce dell’esercito italiano, dopo l’8 settembre era obbligato a entrare a far parte dell’esercito della Repubblica di Salò.

Non avendolo fatto, aveva ricevuto la cartolina precetto in vista della deportazione nel tristemente noto in campo di lavoro di Kassel, nella Ruhr. Due faccia a faccia drammatici, al termine dei quali l’ufficiale tedesco “salva” l’uomo e la sua famiglia con una motivazione ancora oggi misteriosa: un atto di generosità o il gesto interessato di un gerarca nazista che, alla fine di una guerra ormai perduta cerca di rifarsi un a verginità in vista di un probabile prossimo processo? Ancora oggi la donna propende per la generosità, le associazioni partigiane per l’interesse personale.

La cartolina di deportazione e l’idea del libro

L’autore, il giornalista Marco Francalanci, al Secolo XIX cronista di nera, politica, giudiziaria, costume, inviato di sport, vicecapocronista nel 1975, dopo una breve parentesi alla conduzione della Terza Pagina, capocronista dal 1978, negli anni più difficili del terrorismo brigatista e di quello neofascista a Genova, nel 1990 passa a La Repubblica come capocronista nella redazione appena aperta a Torino per l’edizione locale. È lui il Marco della storia e sapientemente ha strutturato “La Busta Gialla” come un romanzo storico di guerra. Nel prologo si accenna alla recente scoperta delle tracce di punture lombari e al primo colloquio con la madre, che fa riferimento alla “busta gialla”, il cui ritrovamento viene lasciato in sospeso.

Comincia qui un lunghissimo flashback attraverso il quale la madre racconta la storia della sua famiglia da quando si è trasferita a Genova da Livorno negli anni Trenta dopo la morte del padre, ufficiale di polizia. L’incontro con Luigi (nato a Genova dopo che il padre, un anarchico fiorentino, era fuggito in seguito a gravi disordini) precede il racconto di quegli anni che agli occhi di una ragazzina sembrano sereni, ma sui quali incombono prima la promulgazione delle leggi razziali, poi l’entrata in guerra, con le drammatiche conseguenze sulla vita di tutti i giorni.

Attraverso testimonianze, fotografie, resoconti dei giornali dell’epoca, Paola racconta la guerra attraverso la vita di ogni giorno, i razionamenti, le tessere annonarie, il terrore durante i bombardamenti, la distruzione della sua casa, nella quale si salva solo un tavolino di vimini, davanti al quale si fa fotografare con la mamma e manda l’immagine al fidanzato impegnato con la contraerea in Sicilia. Parallelamente, attraverso un appassionato epistolario, scorre la vicenda del fidanzamento tra i due giovani che si sono incontrati di persona solo una volta o due perché lui è troppo timido per dichiararsi, mentre per lettera riesce a esprimere la profondità dei suoi sentimenti.

Dopo lo smembramento dell’esercito seguito all’8 settembre, Luigi parte da Catania e raggiunge la Toscana, dove Paola vive sfollata e la sposa. La coppia torna a Genova, nella speranza che i combattimenti siano alla fine, ma si trova coinvolta in una guerra civile che a Genova ha vissuto risvolti tragici, tra attentati partigiani, esecuzioni sommarie, rappresaglie dei nazifascisti e sequestri di centinaia di operai nei cantieri per essere inviati nelle fabbriche di armi in Germania e mai più tornati. È in questo clima che Paola affronta per due volte il gerarca nazista per salvare la sua famiglia.

Ma pochi giorni dopo il secondo e decisivo incontro, nel quale l’ufficiale tedesco strappa la cartolina di deportazione, Marco si ammala di meningite, restando un mese in agonia, prima di essere salvato al Gaslini con il farmaco trovato da Luigi. Il racconto si avvia alla fine con lo straziante incontro tra Paola, con il bimbo ormai guarito, e il luminare del Gaslini che l’ha salvato: il professor De Toni, infatti, pochi giorni prima ha perso il figlio partigiano, ucciso dai fascisti nel giorno della Liberazione, proprio dietro l’ospedale. E il lungo flashback si conclude con la consapevolezza da parte di Paola che il figlio si è salvato grazie agli esperimenti condotti sui piccoli prigionieri dei campi di concentramento.

Nell’epilogo, infine, l’autore racconta l’emozione di quando ha scoperto il contenuto della busta gialla e come abbia condotto la lunga e rigorosa inchiesta su se stesso e la sua famiglia, con l’aiuto del Gaslini e la decisiva collaborazione da parte del dottor Thore Grimm, responsabile dell’Archivio storico della Bayer. A completamento del tutto, una postfazione dello storico professor Giangiacomo Migone, non a caso proprietario dell’omonima villa genovese (ora un museo) nella quale l’esercito tedesco, unico caso in Italia, si arrese alle formazioni partigiane, che lo consegnarono poi agli Alleati. Per questa resa il generale tedesco Meinhold, che rinunciò alla distruzione del porto già minato, fu inutilmente condannato a morte da un Hitler ormai agli ultimi giorni di vita.

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Il Metodo Catalanotti secondo Salvatore Silvano Nigro

Cosa c’è di meglio del fare presentare a Salvatore Silvano Nigro, filologo, critico letterario, italianista e francesista italiano, oltre che docente di letteratura italiana, il libro di Andrea Camilleri, “Il metodo Catalanotti”? “Il commissario Montalbano crede di muoversi dentro una storia. Si accorge di essere finito in una storia diversa”.

“E si ritrova alla fine in un altro romanzo, ingegnosamente apparentato con le storie dentro le quali si è trovato prima a peregrinare. È un gioco di specchi che si rifrange sulla trama di un giallo, improbabile in apparenza e invece esatto: poco incline ad accomodarsi nella gabbia del genere, dati i diversi e collaborativi gradi di responsabilità, di chi muore e di chi uccide, in una situazione imponderabile e squisitamente ironica”, questa è l’idea di Nigro.

“Tutto accade in una Vigàta, che non è risparmiata dai drammi familiari della disoccupazione e dalle violenze domestiche. La passione civile avvampa di sdegno il commissario, che ricorre a una “farfantaria” per togliere dai guai una giovane coppia di disoccupati colpevoli solo di voler metter su una famiglia. Per quanto impegnato in più fronti, Montalbano tiene tutto sotto controllo”.

“Le indagini lo portano a occuparsi dell’attività esaltante di una compagnia di teatro amatoriale che, fra i componenti del direttorio, annovera Carmelo Catalanotti: figura complessa, e segreta, di artista e di usuraio insieme, e in quanto regista, sperimentatore di un metodo di recitazione traumatico, fondato non sulla mimèsi delle azioni sceniche, ma sull’identificazione delle passioni più oscure degli attori con il similvero della recita”, ha fatto notare il professore.

“Catalanotti ha una sua cultura teatrale aggiornata sulle avanguardie del Novecento. È convinto del primato del testo. E della necessità di lavorare sull’attore, indotto a confrontarsi con le sue verità più profonde ed estreme. Il romanzo intreccia racconto e passione teatrale. Nel corso delle indagini, Montalbano ha la rivelazione di un amore improvviso, che gli scatena una dolcezza irrequieta di vita: un recupero di giovinezza negli anni tardi”.

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“Livia è lontana, assente. Sulla bella malinconia del commissario si chiude questo possente romanzo dedicato alla passione per il teatro (che è quella stessa dell’autore) e alla passione amorosa. Un romanzo, tecnicamente suggestivo, che una relazione dirompente racconta in modo da farle raggiungere il più alto grado di combustione nei versi di una personale antologia di poeti; e, all’interno della sua storia, traspone i racconti dei personaggi in colonne visive messe in moviola perché il commissario possa farle scorrere e rallentare a suo piacimento”, ha concluso Nigro sul libro di Andrea Camilleri, Il metodo Catalanotti.

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Il best seller Disperata e Felice: dedicato alle mamme

“Niente mi ha cambiato come mi hanno cambiato i miei bambini. Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato, e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora adesso vorrei dirle io. Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Tanta. Ma anche che ne vale la pena. Sempre”, parola di Julia Elle, oggi una super blogger, che trova il successo sul web a 28 anni, quando è già mamma di Chloe da tre anni e, aspetta, Chris il fratellino. Da qui nasce il fortunato libro “Disperata & felice”. Sono le parole di Julia Elle.

Di se stessa dice: “Io sono una cantante e un’attrice. Quando sono diventata mamma ho capito che incastrare la mia nuova vita con quella vecchia sarebbe stato molto più difficile di quanto credessi. Io che ero sempre stata al centro della mia vita e delle mie scelte ora avevo un’altra priorità ed ero inaspettatamente più felice di quanto fossi mai stata. Ho ideato la web serie “Disperatamente Mamma” perché ero convinta che come me molte mamme avessero bisogno di condividere e far vedere al mondo come è davvero la vita di una mamma”. E ben si comprende da dove sia nata poi l’idea di realizzare anche un libro e un ebook.

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Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero. Julia non ha nulla di diverso dalle altre mamme. Ed è questo il bello della maternità, ci rende tutte uguali, perché se ho capito una cosa è che la mamma miliardaria nella sua villa e la mamma nel monolocale si fanno le stesse domande hanno le stesse paure vivono le stesse fasi e più di tutto amano i propri figli più di ogni altra cosa.

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