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Un secolo dalla fine della Prima Guerra Mondiale: cosa resta

Per favore, silenzio: oggi sono dispiaciuto. Mi sento mortificato. L’11 novembre 1918 finiva la Prima Guerra Mondiale, una immane strage promossa dall’uomo il 28 luglio 1914 per uccidere i suoi simili. Sono passati cento anni. Un secolo. Un centenario che dovrebbe rappresentare una festa. Invece, ne abbiamo quasi perso la memoria. Chi se lo è ricordato? Chi ha pensato ai milioni di persone che hanno sacrificato la loro vita per darci un futuro (speravano) migliore? Ci penso da stamattina, ma ho aspettato. Ho aspettato che qualche esimio collega o qualche grande esempio di leone da tastiera della comunicazione sociale, se ne ricordasse a dovere. Insomma, aspettavo che qualcuno mi facesse leggere un bel dossier, un insieme di artcioli, di storie… sulla ricorrenza. Storie sulla nostra storia. Ho aspettato inutilmente.

Sono italiano, nipote di un partigiano che ha provato i campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, che è passato dalla Sinfrà salvandosi e che mi ha cresciuto con dei valori tricolore e un certo rispetto nei confronti della Carta Costituzionale. Però, oggi, dopo cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, mi sento un pesce fuor d’acqua. Un portaborse fallito che cerca rifugio in un museo. Sveglia, i nostri antenati sono morti in quella maledetta guerra iniziata 104 anni fa e finita da un secolo. La Prima Guerra Mondiale fu un conflitto armato che coinvolse le principali potenze mondiali e molte di quelle minori tra il luglio del 1914 e il novembre del 1918.

Chiamata inizialmente dai contemporanei Guerra Europea, con il coinvolgimento successivo delle colonie dell’Impero britannico e di altri paesi extraeuropei tra cui gli Stati Uniti d’America e l’Impero giapponese prese il nome di guerra mondiale o anche Grande Guerra: fu infatti il più grande conflitto armato mai combattuto fino alla Seconda Guerra Mondiale. Non si può perdere la memoria di un evento che cambiò radicalmente gli interessi e le politiche mondiali. Il conflitto ebbe inizio, come dicevo, il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo.

A causa del gioco di alleanze formatesi negli ultimi decenni del XIX secolo, la guerra vide schierarsi le maggiori potenze mondiali, e rispettive colonie, in due blocchi contrapposti: da una parte gli Imperi centrali (Germania, Impero austro-ungarico e Impero ottomano), dall’altra gli alleati rappresentati principalmente da Francia, Regno Unito, Impero russo e, dal 1915, Italia. Oltre settanta milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo (sessanta milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni caddero sui campi di battaglia. Si dovettero registrare anche circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie.

Le prime operazioni militari del conflitto videro la fulminea avanzata dell’esercito tedesco in Belgio e nel nord della Francia, azione fermata però dagli anglo-francesi nel corso della prima battaglia della Marna nel settembre 1914. Il contemporaneo attacco dei russi da est infranse le speranze tedesche in una guerra breve e vittoriosa, e il conflitto degenerò in una logorante guerra di trincea che si replicò su tutti i fronti e perdurò fino al termine delle ostilità. A mano a mano che procedeva, la guerra raggiunse una scala mondiale con la partecipazione di molte altre nazioni, come Bulgaria, Romania, Portogallo e Grecia. Determinante per l’esito finale fu, nel 1917, l’ingresso in guerra degli Stati Uniti d’America a fianco degli alleati.

Alle origini della Prima Guerra Mondiale

Lo scoppio della guerra nel 1914 segnò la fine di un lungo periodo di pace e sviluppo economico della storia europea, noto come Belle Époque, e pose termine anche a un più lungo periodo di stabilità politica europea: iniziato nel 1815 con la sconfitta definitiva della Francia napoleonica e continuato per tutto il XIX secolo, vide svolgersi solo conflitti a carattere limitato che tuttavia finirono col minare e inasprire progressivamente i rapporti diplomatici tra le potenze europee e i relativi giochi di alleanze. Per individuare le cause fondamentali del conflitto bisogna risalire innanzitutto al ruolo preponderante della Prussia nella creazione dell’Impero tedesco, alle concezioni politiche di Otto von Bismarck, alle tendenze filosofiche prevalenti in Germania e alla sua situazione economica. Un insieme di fattori eterogenei che concorsero a trasformare il desiderio della Germania di assicurarsi sbocchi commerciali nel mondo.

A questi andarono collegandosi i problemi etnici interni all’Impero austro-ungarico e alle ambizioni indipendentiste di alcuni popoli che ne facevano parte, il timore che la Russia generava oltre frontiera soprattutto nei tedeschi, la paura che tormentava la Francia fin dal 1870 di una nuova aggressione che aveva lasciato una forte animosità verso la Germania e infine l’evoluzione diplomatica del Regno Unito da un atteggiamento di isolamento a una politica di attiva presenza in Europa.

Sotto la guida politica del suo primo cancelliere Bismarck, la Germania si assicurò una forte presenza in Europa tramite l’alleanza con l’Impero austro-ungarico e l’Italia e un’intesa diplomatica con la Russia. L’ascesa al trono nel 1888 del kaiser Guglielmo II di Germania portò sul trono tedesco un giovane governante determinato a dirigere da sé la politica, nonostante i suoi dirompenti giudizi diplomatici. Dopo le elezioni del 1890, nelle quali i partiti del centro e della sinistra ottennero un notevole successo, a causa della disaffezione nei confronti del cancelliere, Guglielmo II fece in modo di ottenere le dimissioni di Bismarck.

Gran parte del lavoro dell’ex cancelliere venne disfatto negli anni seguenti, quando Guglielmo II mancò di rinnovare il trattato di controassicurazione con i russi offrendo così alla Francia l’opportunità di concludere nel 1894 un’alleanza franco-russa. Altro passaggio fondamentale nel percorso verso la guerra mondiale fu la corsa al riarmo navale: il kaiser riteneva che solo un massiccio incremento della Kaiserliche Marine avrebbe reso la Germania una potenza mondiale e nel 1897 fu nominato alla guida della marina l’ammiraglio Alfred von Tirpitz. La Germania iniziò una politica di riarmo che risultò una vera e propria sfida aperta al secolare predominio navale britannico, favorendo un accordo anglo-francese nel 1904 e uno tra Russia e Regno Unito nel 1907, che chiudeva un secolo di rivalità fra le due potenze nello scacchiere asiatico.

Il Regno Unito tentò inoltre di rafforzare la propria posizione in altre direzioni, alleandosi con l’Impero giapponese nel 1902. Nonostante la proposta di Joseph Chamberlain di un trattato con Germania e Giappone per avvantaggiarsi congiuntamente nel Pacifico, la Germania continuò nella sua politica bellicosa aumentando l’attrito con le potenze europee. Da quel momento in poi le grandi potenze europee furono di fatto, anche se non ufficialmente, divise in due gruppi rivali. Negli anni seguenti la Germania, la cui politica aggressiva e poco diplomatica aveva dato il via a una coalizione avversaria, intensificò i rapporti con l’Austria-Ungheria e l’Italia.

Europa a blocchi, barriere tra super potenze

La nuova divisione in blocchi dell’Europa non era una riedizione del vecchio equilibrio di potenza, ma una semplice barriera tra potenze. I diversi paesi si affrettarono ad aumentare i loro armamenti, che nel timore di una deflagrazione improvvisa vennero messi a completa disposizione dei militari. Il Regno Unito aveva dato il via libera alle pretese della Francia sul Marocco, in cambio del riconoscimento dei propri diritti sull’Egitto, tuttavia questo accordo fra le due principali potenze coloniali violava la convenzione di Madrid del 1880, firmata anche dalla Germania. Ne derivò la crisi di Tangeri del 1905 dove il kaiser ribadì il ruolo fondamentale della Germania nella politica extra-europea.

Una prima crisi si aprì nella penisola balcanica nel 1908: a seguito degli sconvolgimenti creati dal movimento del Giovani Turchi nell’Impero ottomano, la Bulgaria si sganciò dall’influenza turca e l’Austria si annetté le provincie di Bosnia ed Erzegovina che già amministrava dal 1879. La Russia accettò l’annessione, ottenendo il libero transito nei Dardanelli, ma l’Italia considerò tale azione un affronto e la Serbia una minaccia. La perentoria richiesta rivolta dalla Germania alla Russia di riconoscere la legittimità dell’annessione sotto pena di un attacco austro-tedesco facilitò la mossa austriaca ma creò non pochi dissapori tra la Russia e le potenze germaniche.

Altro motivo di attrito fu la crisi di Agadir, quando nel giugno 1911, per indurre la Francia a fare concessioni in Africa, i tedeschi inviarono una cannoniera nel porto di Agadir. Il Cancelliere dello Scacchiere David Lloyd George ammonì la Germania ad astenersi da simili minacce alla pace e dichiarò il Regno Unito pronto a supportare la Francia: le velleità del kaiser furono spente ma si acuì il risentimento dell’opinione pubblica tedesca, che ben vide un ulteriore ampliamento della marina da guerra. Il successivo accordo sul Marocco allentò i motivi di frizione, ma proprio in quel momento la situazione politica dei Balcani tornò a essere burrascosa.

La debolezza dell’Impero ottomano, palesata dall’occupazione italiana di Tripoli, incoraggiò Bulgaria, Serbia e Regno di Grecia a rivendicare l’egemonia sulla Macedonia come primo passo per estromettere gli ottomani dall’Europa. Con la prima guerra balcanica i turchi furono rapidamente sconfitti: alla Serbia fu assegnata l’Albania settentrionale ma l’Austria, che già ne temeva le ambizioni, mobilitò l’esercito e alla sua minaccia alla Serbia la Russia rispose con la stessa misura. Stavolta la Germania si schierò con Regno Unito e Francia scongiurando pericolosi sviluppi. Quando la crisi cessò, la Serbia conservò buona parte dei guadagni territoriali, mentre la Bulgaria dovette cedere quasi tutte le conquiste effettuate.

Questo non piacque all’Austria che nell’estate del 1913 propose di attaccare immediatamente la Serbia. La Germania frenò i propositi austriaci ma allo stesso tempo estese il proprio controllo sull’esercito turco, impedendo così il rafforzamento dell’influenza russa nei Dardanelli. Negli ultimi anni in tutti i paesi europei si moltiplicarono gli incitamenti alla guerra, discorsi e articoli bellicosi, dicerie, incidenti di frontiera. La Francia promulgò una legge (detta “dei tre anni”) che, per sopperire all’inferiorità numerica rispetto all’esercito tedesco, allungava di un anno la ferma militare, fino ad allora della durata di due anni. Ciò aggravò i rapporti con la Germania.

L’omicidio di erede al trono d’Austria-Ungheria

Il 28 giugno 1914, giorno di solenni celebrazioni e festa nazionale serba, l’arciduca erede al trono d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e la moglie Sophie Chotek von Chotkowa, recatisi a Sarajevo in visita ufficiale, furono uccisi da alcuni colpi di pistola sparati dal nazionalista diciannovenne serbo Gavrilo Princip: paradossalmente, l’arciduca era forse l’unico austriaco autorevole che fosse comprensivo verso i nazionalisti serbi, perché sognava un impero unito da un legame federativo. Da questo avvenimento scaturì una drammatica crisi diplomatica che infiammò le tensioni latenti e segnò l’inizio della guerra in Europa.

Nei giorni che seguirono, la Germania, convinta di poter circoscrivere il conflitto, sollecitò l’Austria-Ungheria affinché aggredisse al più presto la Serbia. Solo il Regno Unito avanzò una proposta di conferenza internazionale che non ebbe seguito, mentre le altre nazioni europee si preparavano lentamente al conflitto. Quasi un mese dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, l’Austria-Ungheria inviò un duro ultimatum alla Serbia, che accettò solo una parte delle richieste: il 28 luglio 1914 l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, determinando l’irrimediabile acuirsi della crisi e la progressiva mobilitazione delle potenze europee, cagionata dal sistema di alleanze tra i vari stati.

L’Italia, insieme al Portogallo, la Grecia, la Bulgaria, il Regno di Romania e l’Impero ottomano si posero in uno stato di neutralità, attendendo ulteriori sviluppi della situazione. Alla mezzanotte del 4 agosto erano cinque le potenze che ormai erano entrate in guerra (Austria-Ungheria, Germania, Russia, Regno Unito e Francia), ciascuna convinta di poter battere gli avversari in pochi mesi: era opinione diffusa che la guerra sarebbe finita a Natale, o tuttalpiù a Pasqua del 1915. Andiamo per gradi. L’1 agosto, dopo l’inizio delle ostilità fra Austria-Ungheria e Serbia, il governo tedesco dichiarò guerra alla Russia che aveva mobilitato l’esercito e due giorni dopo anche alla Francia.

La strategia tedesca era condizionata dal dover sostenere una guerra su due fronti, ulteriormente aggravata dalle concezioni belliche prettamente aggressive dei francesi che, entro pochi giorni dalla mobilitazione, prevedevano un attacco lungo il comune confine usando tutto il potenziale bellico a disposizione. La duplice dichiarazione di guerra era quindi il necessario primo passo in vista dell’attuazione del piano Schlieffen, che prevedeva la sconfitta della Francia con una “guerra lampo” di sole sei settimane prima di rivolgere l’attenzione a est contro i russi.

Il piano, ideato dal generale Alfred von Schlieffen e completato nel 1905, prevedeva di attaccare la Francia da nord attraverso Belgio e Paesi Bassi, così da evitare la lunga linea fortificata alla frontiera e consentire all’esercito tedesco di calare su Parigi con un’unica grande offensiva. Von Schlieffen continuò a lavorare al piano anche dopo essersi ritirato dall’esercito e lo sottopose a un’ultima revisione nel dicembre 1912, poco prima di morire. Il generale Helmuth Johann Ludwig von Moltke, suo successore come capo di stato maggiore dell’esercito, decise di accorciare il fronte ed escluse i Paesi Bassi dalla manovra. Confidando nella lenta mobilitazione della Russia, Moltke previde di lasciare sul fronte est una forza di dieci divisioni, considerata più che sufficiente a trattenerla fino alla neutralizzazione della Francia, dopo la quale l’esercito tedesco avrebbe potuto rivolgere tutte le forze contro la Russia.

Dalla guerra in movimento a quella in trincea

Il 2 agosto la Germania invase lo stato neutrale del Lussemburgo mentre il 4 agosto, dopo che un formale ultimatum era stato respinto, i tedeschi invasero il Belgio avanzando a gran velocità. L’azione fu il pretesto per la dichiarazione di guerra britannica alla Germania, anche se il Regno Unito non aveva truppe sul continente europeo e il suo corpo di spedizione British Expeditionary Force al comando di Sir John French doveva ancora essere radunato, armato e inviato oltre la Manica. Il 5 agosto le forze tedesche andarono all’assalto del primo vero ostacolo sul loro cammino: il campo fortificato di Liegi con la sua guarnigione di 35.000 soldati.

L’attacco durò più del previsto e solo il 7 agosto la fortezza centrale capitolò. Dopo la caduta di Liegi la maggioranza dell’esercito belga si ritirò verso ovest mentre il 25 più a nord i tedeschi bombardarono Anversa con uno Zeppelin, durante le fasi preliminari dell’assedio della città che durò fino al 28 settembre e comportò enormi devastazioni. Sempre il 12 le avanguardie del corpo di spedizione britannico attraversarono la Manica scortate da navi da guerra: in dieci giorni furono sbarcati senza perdite 120.000 uomini, non avendo la Kaiserliche Marine mai ostacolato le operazioni. Il 20 agosto le truppe tedesche entrarono a Bruxelles. All’estremità meridionale del fronte i francesi, penetrati in Alsazia il 14 agosto e vicini alla città di Mulhouse, giunsero a sedici chilometri dal Reno, ma furono bloccati dai tedeschi e non riuscirono ad andare oltre.

Più a nord le truppe francesi, penetrate in Lorena, furono sconfitte a Morhange e iniziarono a ritirarsi verso Nancy. Le truppe tedesche le inseguirono, ma furono poi sanguinosamente arrestate dalle fortificazioni francesi nel corso della battaglia del Gran Couronné. Il 22 agosto l’esercito tedesco attaccò lungo tutto il fronte ed ebbe inizio la gigantesca battaglia delle Frontiere: la quinta Armata francese fu sconfitta a Charleroi e cominciò l’aspra battaglia di Mons, battesimo del fuoco per il corpo di spedizione britannico che resistette con inaspettata tenacia. I tedeschi riuscirono comunque a superare la resistenza di French e il 23 iniziarono ad avanzare. Quello stesso giorno sia i francesi da Charleroi che i belgi da Namur cedettero alla pressione tedesca e iniziarono a ripiegare. Il 2 settembre il governo francese abbandonò Parigi e si rifugiò a Bordeaux ma gli anglo-francesi appresero da ricognizioni aeree che i tedeschi non stavano più puntando sulla capitale, avendo piegato più a sud-est verso la linea del fiume Marna dietro cui si erano attestati gli alleati.

Il giorno dopo, con i tedeschi a soli 40 chilometri da Parigi e una situazione di grande panico nelle retrovie francesi – un milione di parigini aveva abbandonato la città – il generale Joseph Simon Gallieni, governatore militare della capitale, organizzò, nel sistema di trincee e fortificazioni che l’attorniavano, una nuova armata appena costituita, mentre il comandante in capo, generale Joseph Joffre, preparava la controffensiva. Il 5 settembre i francesi passarono al contrattacco e bloccarono l’avanzata tedesca a est di Parigi durante la prima battaglia della Marna, passata alla storia nell’immaginario collettivo francese col nome di “miracolo della Marna”. I tedeschi dovettero abbandonare il piano Schlieffen ma riuscirono ad arrestare la spinta offensiva degli anglo-francesi nel corso della successiva prima battaglia dell’Aisne, 13-28 settembre.

Nei giorni successivi entrambi i contendenti diedero inizio a una serie di manovre nel tentativo di aggirarsi reciprocamente sul fianco settentrionale, rimasto scoperto, dando luogo alla cosiddetta corsa al mare: ogni tentativo fallito finiva con l’allungare sempre di più la linea del fronte, finché, per la fine di ottobre, entrambi i contendenti non raggiunsero le rive del mare nella regione delle Fiandre. In novembre un ultimo tentativo tedesco di rompere il fronte alleato portò alla sanguinosa prima battaglia di Ypres, al termine della quale i due contendenti si attestarono sulle posizioni raggiunte. La battaglia segnò la fine della guerra di movimento a occidente in favore di una logorante guerra di trincea lungo un fronte continuo di solide postazioni fortificate.

Dal fronte serbo alla spartizione dell’Africa

Prima Guerra Mondiale

Un collage di immagini della Prima Guerra Mondiale.

Benché fosse tecnicamente il luogo dove la guerra aveva preso avvio, il fronte serbo fu relegato ben presto a teatro secondario di un conflitto divenuto ormai mondiale. Con il grosso delle sue forze concentrato in Galizia contro i russi, l’Austria-Ungheria diede avvio all’invasione del territorio serbo il 12 agosto 1914: guidate dal generale Radomir Putnik e supportate anche dalle forze del Regno del Montenegro, le truppe serbe opposero un’ostinata resistenza, infliggendo agli austro-ungarici una sconfitta nella battaglia del Cer (16-19 agosto) e obbligandoli a ritirarsi oltre frontiera. Dopo una controffensiva serba al confine con la Bosnia, sfociata nell’inconcludente battaglia della Drina (6 settembre-4 ottobre), gli austro-ungarici del generale Oskar Potiorek lanciarono una nuova invasione il 5 novembre, riuscendo a occupare la capitale Belgrado.

Putnik fece arretrare lentamente le sue forze fino al fiume Kolubara, dove inflisse una disastrosa sconfitta alle truppe di Potiorek obbligandole ancora una volta alla ritirata. Il 15 dicembre 1914 i serbi ripresero Belgrado, riportando la linea del fronte ai confini prebellici. Le offensive austro-ungariche erano costate all’Impero la perdita di 227.000 uomini tra morti, feriti e dispersi, oltre a un ampio bottino di armi e munizioni di vitale importanza per il mal equipaggiato esercito serbo. Nonostante la vittoria la Serbia ebbe 170.000 caduti durante la campagna, perdite enormi per il suo piccolo esercito ulteriormente aggravate dallo scoppio di una violenta epidemia di febbre tifoide (che fece 150.000 vittime tra i civili) e dalla grave carenza di generi alimentari.

Giunta piuttosto in ritardo alla corsa per la spartizione dell’Africa, nel 1914 la Germania deteneva limitati possedimenti nel continente: isolati dalla madrepatria dal blocco navale alleato e circondati dai territori dei più ampi imperi coloniali britannico e francese, il loro destino era praticamente segnato fin dall’inizio delle ostilità. La piccola colonia del Togoland (odierno Togo) fu rapidamente occupata dalle forze anglo-francesi già verso la fine dell’agosto 1914, mentre più impegnativa fu la lotta nel Camerun tedesco: la capitale Buéa fu occupata da truppe coloniali francesi e belghe il 27 settembre 1914, ma, favorite dal terreno impervio e dalle piogge tropicali, le ultime guarnigioni tedesche non furono costrette a capitolare prima del febbraio 1916. La guarnigione dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest (odierna Namibia) sostenne un’invasione da parte delle truppe sudafricane e benché appoggiata dall’insurrezione di alcuni ribelli boeri contro le autorità britanniche, fu infine costretta alla resa nel luglio 1915.

Molto più lunga fu la lotta nell’Africa Orientale tedesca (odierna Tanzania): al comando di un miscuglio di coloni tedeschi e truppe arruolate tra gli indigeni locali (Schutztruppe), il colonnello Paul Emil von Lettow-Vorbeck intraprese una serie di azioni di guerriglia e attacchi mordi-e-fuggi ai danni delle colonie confinanti (il Kenya britannico, il Congo belga e il Mozambico portoghese), infliggendo agli alleati diverse sconfitte. Fu necessario mettere in campo una vasta forza (arrivata a contare, tra soldati e personale ausiliario, quasi 400.000 uomini) per avere ragione delle elusive truppe di Vorbeck e occupare la colonia: gli ultimi guerriglieri tedeschi, ancora capitanati dal loro comandante, si arresero solo il 26 novembre 1918, dopo essere stati informati dell’avvenuta capitolazione della Germania.

Da tempo alleato del Regno Unito, il 23 agosto 1914 il Giappone dichiarò guerra alla Germania, segnando il destino degli sparpagliati possedimenti tedeschi situati nel Pacifico: ai primi di ottobre una squadra navale giapponese salpò alla volta della Micronesia, dove i tedeschi disponevano di una serie di piccole basi, occupando prima della fine del mese le isole Caroline, le isole Marshall e le isole Marianne praticamente senza combattere. Il 31 ottobre una forza di spedizione nipponica, rinforzata poi anche da un contingente britannico proveniente da Tientsin, pose l’assedio al porto fortificato di Tsingtao, possedimento tedesco in Cina dal 1898, obbligando la guarnigione a capitolare il 7 novembre 1914. Il resto delle colonie tedesche fu occupato dai dominion australi del Regno Unito: il 30 agosto 1914 una forza neozelandese conquistò senza spargimenti di sangue le Samoa, mentre la Nuova Guinea tedesca fu occupata dagli australiani in settembre dopo una breve campagna contro la piccola guarnigione del possedimento. L’ultimo avamposto tedesco, Nauru, cadde in mano australiana il 14 novembre 1914.

Guerra, errori e conseguenze politiche tra alleati

All’inizio delle ostilità le due principali flotte da guerra, quella britannica e quella tedesca, si fronteggiarono nelle ristrette acque del Mare del Nord. La Germania, consapevole dell’inferiorità numerica nei confronti della Grand Fleet britannica, mantenne un atteggiamento prudente, decidendo di evitare uno scontro diretto finché posamine e sommergibili non l’avessero indebolita e non avessero diminuito i commerci con le colonie. La geografia della costa nord della Germania favoriva questo tipo di strategia: le rive frastagliate, gli estuari e la protezione assicurata dalle isole come Helgoland costituivano un formidabile scudo per i porti di Wilhelmshaven, Bremerhaven e Cuxhaven e allo stesso tempo offriva un’eccellente base per rapide incursioni nel mare del Nord.

Durante il primo anno di guerra il Regno Unito si preoccupò quindi di pattugliare il Mare del Nord e permettere il trasferimento della forza di spedizione attraverso La Manica. L’unica azione di rilievo fu un’incursione nella baia di Helgoland, ove la squadra dell’ammiraglio David Beatty affondò parecchi incrociatori leggeri tedeschi confermando alla Kaiserliche Marine la necessità di continuare una tattica difensiva e di accelerare l’attività di sommergibili e posamine. La guerra nel mar Mediterraneo si aprì con un errore destinato ad avere forti conseguenze politiche per gli alleati: nel bacino si trovavano due delle più veloci navi da guerra tedesche, l’incrociatore da battaglia Goeben e l’incrociatore leggero Breslau. Ricevuto l’ordine da Berlino di puntare verso Costantinopoli, furono inseguite dalla Royal Navy, che però non riuscì a intercettarle. Il ministro della guerra turco Ismail Enver diede il suo assenso all’entrata nei Dardanelli alle due navi, ben sapendo che tale decisione rappresentava un atto ostile nei confronti del Regno Unito e che avrebbe sospinto la Turchia nell’orbita tedesca.

Per non pregiudicare la neutralità della Turchia, esse vennero comunque cedute con un finto atto di vendita. Non seguirono atti ostili e le unità furono ancorate al porto di Costantinopoli. Negli oceani invece la caccia alle unità tedesche fu l’obiettivo principale per le flotte alleate. La Germania non ebbe il tempo per far uscire le proprie unità dalle basi del Mare del Nord, così allo scoppio della guerra furono solo i pochi incrociatori dislocati all’estero a costituire una minaccia per i commerci degli alleati. Non era facile conciliare l’esigenza di concentrare le forze nel Mare del Nord in vista di un attacco a sorpresa della Germania con la necessità di pattugliare e difendere le rotte marittime dell’India e dei Dominions. Con la distruzione dell’Emden avvenuta il 9 novembre 1914, i britannici resero sicuro l’oceano Indiano, ma questo successo fu neutralizzato dalla grave sconfitta subita nella battaglia di Coronel nell’oceano Pacifico, dove la divisione dell’ammiraglio Cradock fu battuta dagli incrociatori corazzati dell’ammiraglio Maximilian von Spee.

Questo scacco fu prontamente riscattato dall’ammiraglio Doveton Sturdee, che alla guida degli incrociatori da battaglia Inflexible e Invincible appositamente distaccati dalla Grand Fleet, l’8 dicembre 1914 inseguì la squadra di von Spee nei pressi delle Isole Falkland e ne affondò l’intera divisione (tranne l’incrociatore leggero Dresden che si autoaffonderà tre mesi dopo), distruggendo l’ultimo strumento della potenza navale tedesca negli oceani. Da quel momento in poi gli alleati poterono contare su sicure vie di comunicazione oceaniche per i loro traffici di rifornimenti e truppe. Poiché le rotte oceaniche devono per forza avere un capolinea sulla terra ferma, la logica risposta tedesca fu quella d’incrementare lo sviluppo dell’arma sottomarina, che rese gradualmente più pericolose le traversate. I fronti dove si combatteva e quelli dove ci si aspettava di farlo erano ormai numerosi.

Tutti i belligeranti iniziarono a impiegare ogni risorsa a disposizione e allo stesso tempo affiorarono le prime voci di opposizione alla guerra nel Regno Unito, in Germania (dove il 1º aprile ebbe luogo una manifestazione organizzata da Rosa Luxemburg), in Francia e in Russia. L’Italia, pur restando neutrale, era in cerca dei migliori vantaggi territoriali in cambio di un proprio intervento: l’8 aprile 1915 offrì di affiancare in guerra le potenze centrali se le fossero stati ceduti Trentino, isole della Dalmazia, Gorizia, Gradisca e riconosciuto il “primato” sull’Albania. Una settimana dopo l’Austria-Ungheria rifiutò le condizioni e l’Italia fece richieste ancora più gravose alle potenze dell’Intesa, che si dissero disposte a intavolare delle trattative. Intanto sul fronte del Caucaso l’avanzata russa provocò il risentimento dei turchi contro la popolazione armena, sospettata di aver favorito le truppe dello zar. L’8 aprile iniziarono i rastrellamenti e le fucilazioni, dando avvio a una vera e propria pulizia etnica. Massacri e deportazioni divennero sistematici e gli appelli rivolti agli alleati e a Berlino perché intervenissero in qualche modo rimasero inascoltati.

Trattative segrete e complotti: la triplice alleanza

Alla fine del 1914 il ministro degli esteri Sidney Sonnino avviò contatti con entrambe le parti per ottenere i maggiori compensi possibili e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l’Intesa mediante la firma del patto di Londra, con il quale l’Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese. Il 3 maggio successivo fu rotta la Triplice alleanza, fu avviata la mobilitazione e il 23 maggio fu dichiarata guerra all’Austria-Ungheria, ma non alla Germania, con cui Antonio Salandra sperava, futilmente, di non guastare del tutto i rapporti.

Il piano strategico dell’esercito italiano, sotto il comando del generale e capo di stato maggiore Luigi Cadorna, prevedeva un atteggiamento difensivo nel settore occidentale, dove l’impervio Trentino costituiva un saliente incuneato nell’Italia settentrionale, e un’offensiva a est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso il cuore dell’Austria-Ungheria. Dopo aver occupato il territorio di frontiera, il 23 giugno gli italiani lanciarono il loro primo assalto alle postazioni fortificate austro-ungariche, attestate lungo il corso del fiume Isonzo: l’azione andò avanti fino al 7 luglio, ma a dispetto della superiorità numerica gli italiani non conquistarono che poco terreno al prezzo di molti caduti. Lo schema si ripeté identico a metà luglio, e poi ancora in ottobre e novembre: ogni volta gli assalti frontali degli italiani cozzarono sanguinosamente contro le trincee austro-ungariche attestate sul bordo dell’altopiano del Carso, che sbarrava agli attaccanti la via per Gorizia e Trieste.

Nel settembre 1915 un contingente anglo-indiano al comando del generale Charles Vere Ferrers Townshend risalì il Tigri fino a prendere l’importante città di al-Kut. Benché le linee di rifornimento fossero molto estese, l’alto comando spinse Townshend a proseguire l’avanzata verso la vicina Baghdad, un obiettivo molto più ambito, ma tra il 22 e il 25 novembre le unità britanniche subirono un arresto nella battaglia di Ctesifonte per opera delle rafforzate truppe ottomane. Townshend si ritirò dentro Kut, dove ben presto rimase tagliato fuori e assediato. Quattro distinti tentativi di soccorrere la guarnigione fallirono miseramente e dopo cinque mesi di assedio le forze anglo-indiane, ormai alla fame, capitolarono il 29 aprile 1916, lasciando 12.000 prigionieri in mano ai turchi.

Un nuovo fronte fu aperto nel sud della Palestina: l’Egitto era ufficialmente un vassallo ottomano, sebbene fosse politicamente controllato dal Regno Unito fin dal 1880, e allo scoppio delle ostilità era stato rapidamente occupato da una forza di spedizione britannica, australiana e neozelandese. Il canale di Suez rappresentava un punto vitale per gli alleati e i tedeschi fecero pressione sugli ottomani perché ne progettassero l’occupazione. L’offensiva di Suez iniziò il 28 gennaio 1915 ma dopo una settimana di scontri le forze ottomane furono respinte, anche per via della difficoltà nel mantenere i collegamenti logistici attraverso l’inospitale penisola del Sinai. Le forze alleate si mantennero rigorosamente sulla difensiva fin verso la metà del 1916, quando le continue incursioni ottomane su piccola scala contro il canale convinsero il comandante britannico Archibald Murray a passare all’offensiva: avanzando metodicamente e costruendo, strada facendo, una ferrovia e un acquedotto, le forze britanniche si spinsero attraverso la costa settentrionale del Sinai e sconfissero gli ottomani nella battaglia di Romani (3-5 agosto 1916), ricacciandoli definitivamente oltre la frontiera con la Palestina.

Falliti tutti i tentativi di aggiramento, sul fronte occidentale i due schieramenti iniziarono a fortificare le proprie posizioni scavando trincee, camminamenti, rifugi, erigendo casematte. Dal mare del Nord alle Alpi, fra uno schieramento e l’altro, si estendeva la terra di nessuno, una fascia di terreno martoriata dalle granate e continuamente contesa da entrambi gli schieramenti, che rappresenterà fino agli ultimi attacchi alleati del 1918 la prerogativa del conflitto. Nel corso del 1915, mentre i tedeschi conducevano una quasi esclusiva strategia difensiva, gli anglo-francesi progettarono una serie di offensive per tentare di rompere il fronte e tornare alla guerra di movimento.

Le stragi e la follia delle avanzate strategiche

Già il 20 dicembre 1914 i francesi lanciarono una grande offensiva nella regione della Champagne-Ardenne, proseguita fino al 20 marzo 1915 con scarsissimi guadagni territoriali. Fu poi la volta dei britannici che in marzo attaccarono a Neuve-Chapelle, nell’Artois: fu aperta una piccola breccia nel fronte ma gli attaccanti furono lenti ad approfittarne e i tedeschi la chiusero rapidamente. Tra maggio e giugno gli anglo-francesi lanciarono un nuovo attacco nell’Artois, seguito da una terza offensiva tra settembre e novembre mentre contemporaneamente i francesi attaccavano nella Champagne, prima che l’inverno rallentasse i combattimenti: ancora una volta fu guadagnato poco terreno al prezzo di pesanti perdite.

L’unica azione offensiva tedesca su vasta scala a occidente nel 1915 si ebbe il 22 aprile, quando prese avvio la seconda battaglia di Ypres: impiegando per la prima volta e su vasta scala gas venefici (cloro), i tedeschi tentarono di rompere il fronte alleato nelle Fiandre, ma schierarono troppe poche truppe per sfruttare lo sfondamento iniziale e l’attacco fu poi fermato. Iniziò così la “guerra dei gas”, che nel corso del conflitto costò 78.198 uomini fra gli alleati mettendone fuori combattimento per un periodo più o meno lungo almeno altri 908.645. Le stesse forze alleate, nonostante avessero impiegato nel corso della guerra la stessa quantità di gas dei tedeschi, inflissero alla Germania circa 12.000 morti e 288.000 intossicati, a dimostrazione della maggiore efficacia delle tattiche d’impiego tedesche.

Lo stallo sul fronte terrestre spinse entrambi i contendenti a cercare strategie innovative per uscire dall’impasse. Tra gennaio e febbraio la Germania intensificò la guerra sottomarina dichiarando legittimo attaccare tutte le navi, incluse quelle neutrali, adibite al trasporto di viveri o rifornimenti alle potenze dell’Intesa, sostenendo che si trattava di una “rappresaglia” contro il blocco esercitato dalla Royal Navy. Nel frattempo tutti gli eserciti si adoperavano per aumentare le proprie capacità aeronautiche e il 12 febbraio il Kaiser ordinò di condurre una guerra aerea contro l’Inghilterra con l’uso dei dirigibili Zeppelin. Nello stesso periodo iniziò una pratica che caratterizzò la guerra di trincea per tutto il conflitto, sia sul fronte occidentale sia, in seguito, su quello italiano: la guerra di mine. Il 17 febbraio i britannici arruolarono alcuni minatori che iniziarono a studiare le modalità per eliminare da sottoterra le postazioni tedesche.

Sul fronte carsico, dopo che in marzo un altro assalto italiano sull’Isonzo si era concluso con perdite elevate e scarse conquiste, furono gli austro-ungarici a passare all’offensiva nel Trentino: il 15 maggio 1916 ebbe inizio la Strafexpedition (“spedizione punitiva”), durante la quale l’esercito italiano venne attaccato tra la valle dell’Adige e la Valsugana. Nei venti giorni successivi gli austro-ungarici conquistarono una posizione dopo l’altra, minacciando di tagliare fuori le truppe italiane sull’Isonzo. Tuttavia, utilizzando le divisioni di riserva, il generale Cadorna riuscì a fermare gli austro-ungarici e riprendere alcune posizioni, rischiando però che un’ulteriore offensiva sull’Isonzo potesse far perdere ai suoi uomini le poche conquiste fino allora ottenute.

Non riuscendo a smuovere gli austriaci dal Trentino, Cadorna decise di concentrarsi nuovamente sull’Isonzo: il 4 agosto le truppe italiane mossero all’attacco dal Monte Sabotino al mare, raggiungendo e superando l’Isonzo, conquistando Gorizia e costringendo parte della 5ª Armata austro-ungarica a ripiegare di alcuni chilometri sul Carso. Gli austro-ungarici, però, avevano ceduto terreno solo per posizionarsi su una nuova linea difensiva già pronta, contro la quale si infransero i nuovi assalti italiani. A settembre e ottobre ebbero inizio altre due battaglie, la settima (14-16 settembre) e l’ottava (10-12 ottobre) dell’Isonzo, che causarono un ingente numero di vittime e portarono a grame conquiste territoriali: errori, condizioni meteorologiche avverse e scarsità di materiali impedirono agli italiani di sfondare le linee e raggiungere Trieste.

Il comando italiano, già dopo l’ottava offensiva, voleva dare il via a un ennesimo assalto prima che tutto il fronte fosse bloccato dalla cattiva stagione in arrivo: l’azione ebbe inizio solo il 31 ottobre contro la linea passante per Colle Grande-Pecinca-bosco Malo, ma il 2 novembre Cadorna decise di sospendere l’attacco per mancanza di rifornimenti, anche se gli scontri ripresero comunque il 3: nel complesso si avanzò solo di qualche chilometro e le perdite sofferte ammontarono a 39.000 soldati per gli italiani e a 33.000 per gli austro-ungarici.

La Prima Guerra Mondiale si sposta ad est

Prima Guerra Mondiale

Soldati francesi in trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

L’Italia impegnata in Trentino si appellò allo zar per diminuire la pressione sul proprio fronte. I comandi russi sapevano che non era possibile sferrare nuovi attacchi per assistere gli alleati, data la precaria situazione di truppe e materiali, che andavano radunati e preparati per una prossima decisiva offensiva da compiersi durante la stagione estiva. Solamente il generale Aleksej Alekseevič Brusilov reagì positivamente alla richiesta e poiché stava organizzando un attacco in luglio, anticipò l’azione a giugno per cercare di costringere gli austro-ungarici a trasferire truppe a est. Il 4 giugno 1916 l’offensiva iniziò con un potente tiro d’artiglieria, condotto da 1.938 pezzi su un fronte di circa 350 chilometri, dalle Paludi del Pryp”jat’ fino alla Bucovina. Dopo aver sfondato in vari punti le linee austro-ungariche, in otto giorni i russi catturarono un terzo delle truppe che si opponevano (2.992 ufficiali e 190.000 soldati), 216 cannoni pesanti, 645 mitragliatrici e 196 obici. Il 17 giugno i russi presero Czernowitz, la città più orientale dell’Austria-Ungheria.

Alla fine di luglio la città di Brody, alla frontiera galiziana, cadde in mano ai russi, che nelle due settimane precedenti avevano catturato altri 40.000 austro-ungarici. Ma anche le perdite russe erano state pesanti e nell’ultima settimana di luglio von Hindenburg e Ludendorff assunsero la difesa dell’ampio settore austriaco. Ai primi di settembre Brusilov raggiunse le pendici dei Carpazi, ma lì si arrestò per le evidenti difficoltà geografiche e soprattutto perché l’arrivo di truppe tedesche da Verdun arrestò la ritirata austro-ungarica e inflisse gravi perdite ai russi. L’offensiva volse al termine e anche se non assestò un colpo mortale agli austro-ungarici, raggiunse l’obiettivo principale di distogliere importanti forze tedesche da Verdun e di costringere l’Austria a sguarnire il fronte italiano. Per converso il potenziale bellico russo calò vistosamente per problemi interni e carenze di materiali.

L’opportunità di scendere in campo con gli alleati, l’amicizia che legava Nicolae Filipescu e Take Ionescu alle potenze occidentali e il desiderio di liberare i connazionali della Transilvania dal controllo austro-ungarico, convinsero l’opinione pubblica romena che l’entrata in guerra avrebbe portato notevoli vantaggi. L’avanzata di Brusilov incoraggiò la Romania il 27 agosto 1916 a compiere il passo decisivo. Il paese avrebbe avuto qualche probabilità di successo se fosse sceso in campo prima, quando la Serbia era ancora una forza attiva e la Russia non aveva ancora intaccato il proprio potenziale. I due anni in più di preparazione avevano raddoppiato il numero di soldati a scapito dell’addestramento, quando invece gli austro-tedeschi avevano ormai sviluppato tattiche e armi adatte alla guerra in corso. L’isolamento della Romania e l’incapacità dei suoi vertici militari avevano impedito la trasformazione di un esercito composto da fanteria in una forza moderna.

L’avventata iniziativa romena si risolse in un’enorme sconfitta: la lentezza delle divisioni che attraversarono i Carpazi consentì a von Falkenhayn (da poco sostituito al comando supremo da Hindenburg e Ludendorff e ora comandante della 9ª Armata sul fronte rumeno) di ingrossare le file austro-ungariche con l’invio di divisioni tedesche e bulgare. Mentre Ludendorff arginava i romeni sui Carpazi, il generale August von Mackensen li attaccò da sud-ovest e il 23 novembre li aggirò superando il Danubio. Nonostante la reazione romena, la forza congiunta di von Falkenhayn e von Mackensen si dimostrò insostenibile per un esercito antiquato e mal comandato: il 6 dicembre gli austro-tedeschi entrarono a Bucarest continuando l’inseguimento dei romeni ormai in rotta. La maggior parte della Romania, con i suoi fertili campi di grano e i giacimenti petroliferi, fu conquistata dagli Imperi centrali, che ridussero l’esercito romeno all’impotenza e inflissero una seria sconfitta politico-strategica agli alleati.

Le enormi perdite subite dalla Russia avevano minato alle fondamenta la resistenza morale e fisica del suo esercito, tanto che al fronte molti ufficiali non riuscivano più a mantenere la disciplina. Su tutto il fronte i bolscevichi incitavano gli uomini a rifiutarsi di combattere e a partecipare ai comitati dei soldati per sostenere e diffondere le idee rivoluzionarie. Dal fronte le agitazioni si trasmisero alle città e alla capitale. Il 3 marzo 1917 a Pietrogrado scoppiò un violento sciopero nelle officine Kirov, la principale fabbrica di armamenti e munizioni: l’8 marzo gli operai in sciopero erano circa 90.000, il 10 marzo fu proclamata la legge marziale e il potere della Duma fu messo in discussione dal Soviet cittadino guidato dal menscevico Chkheidze. I soldati inviati in città si unirono alla folla che protestava contro lo zar, al quale non restò altro che abdicare il 15 marzo 1917.

Gli Stati uniti d’America dichiarano guerra alla Germania

Fu proclamata una “Repubblica russa” retta dal Governo provvisorio russo dominato dal socialista Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, il quale si affrettò a confermare la sua alleanza con gli anglo-francesi. In luglio, tuttavia, la nuova offensiva decisa dal governo repubblicano (offensiva Kerenskij) si risolse in una decisa sconfitta per lo stremato esercito russo. Sfruttando il malcontento popolare e delle truppe verso la guerra, tra il 7 e l’8 novembre 1917 le forze bolsceviche s’impossessarono dei centri di potere russi a Pietrogrado e Mosca: la repubblica fu abbattuta e al suo posto nacque una Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa retta da Lenin, rientrato in Russia dalla Svizzera con il permesso dei tedeschi, che ne avevano esattamente stimato l’impatto politico sull’avversario.

La prima mossa del nuovo governo bolscevico fu quella di intavolare trattative per far uscire la Russia dal conflitto. Il 1º dicembre una commissione bolscevica attraversò le linee tedesche a Dvinsk e giunse alla fortezza di Brest-Litovsk, dove una delegazione degli Imperi centrali li attendeva per intavolare trattative di pace: Lenin intendeva chiudere il fronte per rivolgersi ai movimenti controrivoluzionari, che già attaccavano i bolscevichi e gli Imperi centrali colsero l’occasione reclamando condizioni di resa durissime. Dopo lunghi e complessi negoziati, il trattato di Brest-Litovsk, firmato il 3 marzo 1918, sancì la fine della partecipazione russa al conflitto e dei combattimenti sul fronte orientale.

Sebbene nel dicembre 1916 gli Imperi centrali fossero riusciti a impadronirsi di un importante canale di approvvigionamento con l’occupazione della Romania e l’acquisizione del controllo della regione danubiana, il nulla di fatto con cui si era conclusa la battaglia dello Jutland aveva lasciato ai britannici il dominio dei mari, permettendo loro di mantenere il blocco navale: esso era ormai diventato un problema ineludibile, ma d’altro canto i vertici militari nutrivano la speranza che, una volta annientato il blocco, avrebbero potuto risolvere la partita sul fronte occidentale nel giro di pochi mesi. I vertici tedeschi si risolsero quindi a estendere la guerra sottomarina, sebbene ciò aumentasse inevitabilmente il rischio di coinvolgere gli Stati Uniti d’America, già vicini politicamente all’Intesa. Il 1º febbraio 1917 la Germania formalizzò la cosiddetta guerra sottomarina indiscriminata: da quel momento in avanti ogni nave diretta ai porti dell’Intesa sarebbe stata considerata un bersaglio legittimo. Pochi giorni dopo gli Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche con la Germania.

Nonostante gli incidenti susseguitisi incessantemente per due anni, a partire dall’affondamento del RMS Lusitania, il presidente Thomas Woodrow Wilson si era attenuto alla sua politica di neutralità. L’annuncio della campagna sottomarina indiscriminata mostrò che le speranze di pace di Wilson erano utopistiche e, quando a ciò seguì il deliberato affondamento di navi statunitensi e il tentativo tedesco di istigare il Messico ad attaccare gli Stati Uniti (il caso del “telegramma Zimmermann”), il presidente Wilson ruppe gli indugi. Il 4 aprile 1917 presentò al Congresso la proposta di entrare in guerra: il 6 aprile gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania. Nessuno dubitava che l’impatto delle truppe statunitensi in Europa sarebbe stato potenzialmente enorme. Gli Stati Uniti avrebbero addestrato circa un milione di soldati, che a poco a poco sarebbero saliti a tre milioni. Ma ci sarebbe voluto almeno un anno, o forse più, prima che le truppe fossero addestrate, trasportate via nave in Francia e rifornite adeguatamente.

Sul fronte dell’Isonzo gli italiani sferrarono due nuove offensive a metà maggio e poi ancora ad agosto, guadagnando qualche posizione sul bordo dell’Altopiano della Bainsizza seppur al prezzo di molti caduti. Il fronte austro-ungarico fu però talmente logorato che la Germania intervenne ancora una volta. Hindenburg e Ludendorff si accordarono con il comandante in capo austro-ungarico Arthur Arz von Straussenburg per l’organizzare un’offensiva combinata. Alle 02:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-tedesche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza, alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo.

Subito dopo la fanteria sfondò le linee italiane sia sulle montagne sia nella valle dell’Isonzo, dove una divisione tedesca raggiunse il pomeriggio del 24 ottobre la città di Caporetto. Quindi gli austro-tedeschi avanzarono per 150 chilometri in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni, mentre l’esercito italiano ripiegava disordinatamente con numerosi casi di disgregazione e collasso di reparti. Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, ove nel frattempo era stata rafforzata una linea difensiva grazie agli episodi di resistenza sul fiume Tagliamento. La disfatta di Caporetto, oltre al crollo del fronte italiano e alla caotica ritirata delle armate schierate dall’Adriatico fino alla Valsugana, comportò la perdita in due settimane di 350.000 uomini fra morti, feriti, dispersi e prigionieri. Altri 400.000 si sbandarono verso l’interno del paese. L’avanzata degli austro-tedeschi fu infine bloccata sulle rive del Piave a metà novembre, dopo una dura battaglia difensiva.

11 novembre 1918 ore 11: lafine della guerra

Nonostante fosse sempre stata superiore in termini numerici alle potenze centrali, all’inizio del 1918 l’Intesa vide ribaltarsi la situazione, a causa delle perdite subite e del collasso della Russia: sarebbero dovuti passare parecchi mesi prima che le forze statunitensi facessero pendere nuovamente l’ago della bilancia in suo favore. Alla conferenza di Rapallo del novembre 1917 fu decisa la costituzione di un consiglio supremo di guerra dove i maggiori esponenti dei governi alleati sarebbero stati affiancati da rappresentanti militari. Di fatto questi ultimi non avevano però il potere esecutivo in quanto i capi di stato maggiore erano subordinati ai rispettivi governi, che nella conduzione della guerra anteponevano interessi economici.

Nel frattempo la Germania iniziò a trasferire decine di divisioni dal fronte orientale a ovest: per la fine di gennaio 1918 ne aveva a disposizione 177 con altre trenta in arrivo, mentre il potenziale alleato, indebolito dalle enormi perdite nel pantano di Passchendaele, scese a 172 divisioni, formate ognuna da nove battaglioni invece che dai soliti dodici. Il generale Ludendorff, cogliendo il momento favorevole e cercando di anticipare l’arrivo in forze delle truppe statunitensi, ripose le speranze di vittoria in una nuova, fulminea e imponente offensiva a occidente. Per poter utilizzare tutte le truppe disponibili era riuscito a estorcere una pace definitiva sia al governo bolscevico, sia alla Romania. Inoltre per assicurare nel possibile una base economica alla sua offensiva, fece occupare gli immensi campi di grano dell’Ucraina, incontrando solo una misera resistenza da parte di truppe cecoslovacche, ex-prigioniere dei russi.

Il 21 marzo Ludendorff lanciò la programmata offensiva che, in caso di successo, avrebbe consentito alla Germania di vincere la guerra: i tedeschi assalirono le posizioni britanniche sulla Somme, provocandone il crollo e avanzando rapidamente nelle retrovie. I risultati conseguiti dai tedeschi durante l’offensiva furono impressionanti rispetto all’esito di altre battaglie sul fronte occidentale: catturarono 90.000 prigionieri e 1.300 cannoni, inflissero agli anglo-francesi 212.000 tra morti e feriti, annientarono l’intera quinta Armata britannica. Per contro dovettero registrare 239.000 perdite tra ufficiali e soldati, con alcune divisioni ridotte alla metà dei loro effettivi e molte compagnie con appena quaranta o cinquanta uomini.

Nel tentativo di replicare il successo iniziale, Ludendorff lanciò una serie di assalti in sequenza in altre zone del fronte: in aprile i tedeschi sfondarono le linee britanniche vicino a Ypres, in maggio guadagnarono altro terreno attaccando i francesi tra Soissons e Reims, in giugno assaltarono le posizioni francesi davanti Compiègne, ma l’azione fallì e fu bloccata nel giro di pochi giorni. Contemporaneamente truppe anglo-statunitensi vennero in soccorso dei francesi contrattaccando sul fronte della Marna. Il 15 luglio Ludendorff lanciò un’ultima disperata offensiva sulla Marna, ma a inizio agosto lo slancio tedesco su tutto il fronte cessò: l’esercito imperiale, benché fosse a un soffio dalla vittoria, era però esausto e dissanguato dalle enormi perdite, perciò cessò di avanzare. Nel frattempo quasi un milione di soldati statunitensi erano giunti in Francia a dar manforte agli alleati.

Anche sul fronte italiano la fine della guerra contro la Russia aveva permesso all’Austria-Ungheria di rischierare le sue truppe e di preparare un’offensiva risolutiva. L’esercito italiano, ora guidato dal capo di stato maggiore Armando Diaz, era tuttavia bene attestato sulle rive del Piave e in fase di rapida riorganizzazione dopo la disfatta di Caporetto. L’offensiva austro-ungarica coinvolse sessantasei divisioni ed ebbe inizio il 15 giugno (battaglia del solstizio): il Piave fu superato in alcuni punti, ma la forte resistenza italiana e la piena del fiume bloccarono infine gli invasori, che il 22 giugno sospesero l’azione. Al termine dei combattimenti gli austro-ungarici avevano subito gravi perdite e logorato la loro già provata macchina bellica. Fallita l’offensiva, che nei piani doveva annientare l’Italia e dare una svolta al conflitto, l’Austria-Ungheria si avviò a un’irrimediabile crisi militare e politica.

L’offensiva alleata inflisse una serie di sconfitte all’esangue esercito tedesco, le cui truppe iniziarono ad arrendersi in numero sempre crescente. Quando gli alleati ruppero il fronte, la monarchia imperiale si dissolse e i due comandanti supremi Hindenburg e Ludendorff, dopo aver tentato invano di convincere il Kaiser a combattere a oltranza, si fecero da parte. Di fronte alla rivoluzione interna e alla minaccia delle forze alleate ormai in vista del confine nazionale, i delegati tedeschi che si erano recati a Compiègne già il 7 novembre non ebbero altra scelta che quella di accettare le gravose condizioni imposte dagli alleati. L’armistizio entrò in vigore alle 11 dell’11 novembre 1918, ponendo fine alla guerra.

Michael Schumacher e quel paradosso diventato triste realtà

Un paradosso della vita? Michael Schumacher. Ha gareggiato sfrecciando ai 330 e più chilometri orari per anni e anni, battendo record, stabilendo pole position su qualunque circuito e con qualunque condizione meteo. Gli è sempre andata bene, anzi benissimo, fino al 29 dicembre 2013 quando, a Méribel, nell’Alta Savoia, è caduto durante un fuoripista sugli sci e ha urtato con la testa contro una roccia. Ricoverato d’urgenza in ospedale, viene sottoposto a operazione chirurgica per il grave trauma cranico che lo ha ridotto in coma. Un coma che col passare delle ore diventa farmacologico e dura mesi. Anni. Chissà se riusciremo a rivederlo in questa vita…

Destino beffardo per uno che ha corso sulle quattro ruote a motore per una vita e che non ha mai voluto disputare un rally perché riteneva questa specialità poco sicura, rifiutando addirittura la doppia sfida che all’inizio del Terzo Millennio gli fu lanciata da Colin McRae. Ogni volta che penso a Michael penso a Colin e poi a questa storia. Il campione scozzese voleva sfidarlo e batterlo prima al volante di una monoposto e poi di una WRC. Non te lo ricordi? Era la metà di luglio del 2002. Lo scozzese aveva trentaquattro anni. Microfono davanti, in piena conferenza stampa sulla prova del Mondiale Rally appena conclusa, butta la proposta.

Una sfida con Schumi, dove e quando lo decida lui, con una monoposto di Formula 1 da un lato e una WRC dall’altro. Magari la Ferrari e la Ford, rispettivi arnesi di lavoro dei due talentuosi automobilisti. Un giro su ciascuna macchina per entrambi, con il miglior tempo complessivo a decretare il più forte di sempre. In quella occasione, Colin aveva detto: “Del resto, i rallisti sono i migliori piloti in circolazione, si sa”. Colin non aveva i numeri di Schumi e mai li ha avuti, ma il giusto grado di sanità mentale – pari a zeo – per diventare una leggenda degli sterrati, sì, quello lo aveva. La sfidà non si consumò mai, perché Schumi spiegò la sua ritrosia a gareggiare su strade aperte e, di conseguenza, meno sicure di un circuito.

Ma l’occasione, visto che abbiamo citato la sfida, è ghiotta per parlare di un campione come Michael Schumacher. Nato ad Hermülheim il 3 gennaio del 1969, è il pilota di Formula 1 che ha vinto più titoli, considerato tra i più grandi campioni della Formula 1 e in generale dell’automobilismo sportivo di tutti i tempi. Nell’olimpo quasi come Sebastién Loeb, il campione del WRC più titolato della storia dei rally, che non hanno nulla da invidiare alla Formula 1. Ha conquistato sette titoli iridati: i primi due con la Benetton, nel 1994 e nel 1995, e successivamente 5 consecutivi con la Ferrari, nel 2000, nel 2001, nel 2002, nel 2003 e nel 2004. Schumacher detiene la gran parte dei record della Formula 1.

Nel 2003 diviene il più titolato pilota di Formula 1, con la vittoria del sesto titolo mondiale, superando il record di Juan Manuel Fangio, e nel 2004 marca un ulteriore record vincendo il suo quinto titolo iridato consecutivo: il precedente record, che spettava sempre a Fangio era di quattro titoli mondiali consecutivi. Dopo sedici stagioni consecutive in Formula 1 dal 1991 al 2006 e tre anni di inattività, ha deciso a 41 anni di tornare a correre, a partire dalla stagione 2010, rimettendosi così nuovamente in gioco accettando l’offerta della Mercedes, scuderia che a partire dalla stagione 2012 prende il nome di Mercedes AMG F1. Dopo tre Mondiali disputati con la scuderia tedesca, dalla stagione 2010 alla stagione 2012, il 4 ottobre 2012, a quasi 44 anni di età, ha deciso di annunciare il suo secondo ritiro dalle competizioni ufficiali.

Gli inizi di Michael: dai go-kart alle monoposto F1

Michael iniziò la carriera all’età di quattro anni, alla guida di un kart sul circuito di Kerpen, gestito dal padre. Nel 1984 venne contattato da un imprenditore della zona, Jürgen Dilk, rimasto impressionato dal ragazzino, che decise di aiutarlo economicamente. Negli anni seguenti vinse il titolo junior tedesco e il campionato europeo a Göteborg, in Svezia. Nell’ultima gara avvenne un episodio singolare: proprio all’ultima curva dell’ultimo giro, Zanardi e Orsini presero male la curva, facendo così un fuoripista e regalando a Schumacher non solo la vittoria della gara, ma anche il campionato. Nel 1988, grazie a Dilk, partecipò al Campionato Tedesco di Formula Ford e a quello Europeo: si piazzò rispettivamente sesto e secondo, in quest’ultimo alle spalle di Mika Salo.

Nello stesso anno venne aiutato anche da Gustav Hoecker, concessionario Lamborghini, a gareggiare in Formula König, serie addestrativa che utilizzava telai e motori della Formula Panda Italiana: vinse nove gare su dieci laureandosi campione. Il passaggio scontato per Schumacher sarebbe stato la Formula 3, ma Dilk gli fece capire di non potersela permettere. Nel 1989, Willi Weber, proprietario di un team, stupito dalle capacità del giovane pilota tedesco, decise di fargli siglare un contratto biennale per gareggiare in Formula 3. Schumacher chiuse il Campionato Tedesco al secondo posto, battuto di un solo punto da Karl Wendlinger.

Nel 1990 gareggiò nel Campionato Tedesco di Formula 3, laureandosi campione. Verso la fine della stagione, come i suoi rivali Heinz-Harald Frentzen e Karl Wendlinger, siglò un contratto con la Mercedes per pilotare le proprie vetture impegnate nel Campionato Mondiale Sportprototipi di Gruppo C. Sotto la direzione di Peter Sauber, venne creato un junior team Mercedes. Schumacher partecipò all’ultima prova stagionale del Mondiale Prototipi, la 480 Km di Città del Messico, alla guida della Mercedes-Benz C11.

Vinse al debutto, in coppia con Jochen Mass. La Mercedes meditava un ritorno alle gare di Formula 1 con una propria monoposto, dopo l’abbandono del 1955 affidandosi a Jochen Neerpasch come responsabile del reparto corse, in quest’ottica Schumacher sarebbe stato scelto come primo pilota della Mercedes. Il progetto non si realizzò per gli eccessivi costi e la casa tedesca si limitò a fornire il motore alla Sauber a partire dal 1993. Nel 1991, il tedesco gareggiò nel Campionato Mondiale Sportprototipi, ottenendo una vittoria e concludendo nono. Nell’appuntamento più importante della stagione, la 24 Ore di Le Mans, giunse al quinto posto (insieme a Wendlinger e Kreutzpointner) e marcando il giro più veloce in gara.

Prese poi parte anche ad una gara di Formula 3000 Giapponese, giungendo secondo. Schumacher debuttò in Formula 1 nel 1991 al volante della Jordan. La squadra irlandese, rivelazione della stagione, ebbe necessità di sostituire nel Gran Premio del Belgio, a Spa-Francorchamps, Bertrand Gachot, in stato di arresto a Londra. La Mercedes lo girò quindi al team di Eddie Jordan per 150.000 dollari. Il manager di Michael, Willi Weber, affinché la Jordan approvasse tale candidatura, assicurò che il pilota conosceva già il difficile tracciato belga, anche se in realtà, come rivelato dallo stesso manager in occasione dell’anniversario dei 20 anni di Formula 1 di Schumacher, non vi aveva mai girato prima.

Per Schumacher arriva la proposta Ferrari F1

Nonostante il tedesco affrontasse per la prima volta il difficile circuito, stupì gli addetti ai lavori, qualificandosi al settimo posto durante le qualifiche, ma sfortunatamente, non riuscì a ripetersi in gara visto il ritiro dopo poche centinaia di metri, a causa della rottura della frizione. La prestazione in Belgio attirò l’attenzione di Flavio Briatore, direttore della Benetton, che gli offrì subito un contratto, che portò Schumacher ad affiancare Nelson Piquet. La questione contrattuale con il team Jordan venne chiusa con il trasferimento alla squadra irlandese della seconda guida della Benetton, Roberto Moreno. Nella successiva gara a Monza Schumi andò subito a punti davanti al suo compagno di squadra.

Nelle rimanenti gare della stagione andò altre due volte a punti dimostrando che la Formula 1 aveva appena conosciuto una futura promessa. Nel 1996, passò alla Ferrari, scuderia con la quale sarebbe divenuto il pilota più titolato della storia della Formula 1. Ricopriva il ruolo di prima guida al fianco di Eddie Irvine. L’esordio con la Ferrari fu difficile. La squadra non vinceva un titolo mondiale piloti dal lontano 1979, e un titolo Costruttori dal 1983, il clima non era ottimale e il divario tecnico con le scuderie inglesi sembrava incolmabile. La stagione 1996 fu dominata dalle Williams-Renault di Hill – che a fine stagione si laureò campione del mondo per la prima volta – e Jacques Villeneuve.

A Montecarlo, Schumacher vanificò un possibile successo. Partito dalla pole position, fu sorpassato da Hill e successivamente fu costretto al ritiro, dopo essere scivolato su un cordolo bagnato che lo catapultò contro le barriere dalla parte opposta. La prima vittoria arrivò durante la gara successiva al Gran Premio di Spagna sotto il diluvio: Michael, dopo essere partito male, facendo pattinare le gomme sulla pista allagata, fu protagonista di una incredibile rimonta. A questo successo seguirono cinque gare con tre punti conquistati sempre a causa della scarsa affidabilità della F310. In Canada, invece, si staccò un semiasse all’uscita da un pit stop mentre in Francia al tedesco si ruppe il motore addirittura nel giro di ricognizione, unitamente a vari problemi al cambio.

Superati i tempi bui e con 50 punti di distacco dalla testa della classifica, Schumacher tornò alla vittoria al Gran Premio del Belgio. Il divario tecnico tra la Ferrari e la Williams si stava assottigliando, con la vittoria a Monza, nella gara più attesa davanti al proprio pubblico, e ai podi conquistati nelle ultime due gare della stagione. La prima stagione del pilota alla Ferrari si concluse con tre vittorie (in Spagna, Belgio e Italia), cinque piazzamenti a podio ed una serie di ritiri soprattutto per problemi meccanici. Il tedesco concluse comunque il Mondiale al terzo posto dietro alle imprendibili Williams. Era solo l’inizio di una inimitabile carriera.

E così, dopo tutti i titoli iridati vinti, si giunge alla stagione 2006, l’ultima per Schumacher (prima del ritorno targato 2010). Stanco di essere all’ombra di Schumacher, Barrichello decise di rompere il contratto con la Ferrari per cercare nuove glorie con il nuovo team Honda. Al suo posto arrivò Felipe Massa, già collaudatore della Ferrari nel 2003. Il Gran Premio del Bahrein vide un buon secondo posto di Schumacher, beffato da Alonso con la strategia dei pit stop, mentre Massa arrivò nono dopo un testacoda. Proprio al Gran Premio del Bahrain il tedesco eguagliò il record di pole position fino ad allora appartenuto ad Ayrton Senna.

Michael Schumacher annuncia il ritiro dalla F1

La Ferrari aveva ancora problemi e dopo 3 gare Schumacher era distanziato dal leader Alonso di ben 17 punti, ma il tedesco vinse la quarta gara del mondiale, il Gran Premio di Imola, dando così un’ottima impressione della vettura. In occasione del Gran Premio di Imola Schumacher batté il record delle pole position di Senna. Seguì un’altra vittoria del tedesco e quattro di Alonso, tra cui quella a Montecarlo dove Schumacher viene retrocesso in fondo allo schieramento dopo le qualifiche per il discusso parcheggio alla curva della “Rascasse” negli ultimi minuti delle prove ufficiali.

Dopo 9 gare Alonso era al comando della classifica con 84 punti, mentre Schumacher inseguiva a 59. Dal Gran Premio degli Stati Uniti, il ferrarista mise a segno una serie di vittorie consecutive che gli consentirono di riaprire la pratica mondiale, che sembrava già chiusa. Dopo il vittorioso Gran Premio di Monza, gara nella quale il rivale spagnolo ruppe il motore quando si trovava in terza posizione con il tedesco al comando, Schumacher aveva solo 2 punti di svantaggio da recuperare, e la Ferrari era in testa al campionato Costruttori quando mancavano 3 gare alla fine. Dopo la vittoria in quest’ultimo gran premio, il 10 settembre 2006 annunciò ufficialmente il primo ritiro dalle competizioni al termine della stagione 2006 (questa notizia in realtà era già nell’aria da qualche mese).

L’1 ottobre 2006 in Cina, dopo la pole position di Alonso, Schumacher, penalizzato nella prima parte di gara dalle performance delle gomme Bridgestone sotto la pioggia battente, rimontò con il cessare di questa ed il conseguente progressivo asciugamento della pista e vinse il Gran Premio di Cina, passando al primo posto in classifica piloti (maggior numero di Gran Premi vinti in stagione) a pari punti con Alonso. A questo punto, con ancora due eventi stagionali da disputare, il pilota tedesco aveva la concreta possibilità di vincere il mondiale, mentre la Renault era per un punto in testa alla classifica Costruttori.

In Giappone, a Suzuka, le Ferrari partirono in prima fila mentre le Renault occuparono la terza fila. Alla vettura di Schumi, si ruppe il motore al trentasettesimo giro e fu costretto al ritiro regalando così la vittoria al rivale Alonso. Per vincere l’ottavo titolo sarebbe servita una vittoria nell’ultimo GP in Brasile e un ritiro od un arrivo fuori dai punti di Alonso… Disputò l’ultima gara il 22 ottobre 2006, sul Circuito di Interlagos in Brasile. Prima della gara, l’ex calciatore brasiliano Pelé gli donò un trofeo alla carriera.

Il fine settimana non fu molto fortunato per il tedesco che arrivò quarto dopo una gara in rimonta: partito decimo, a causa della rottura della pompa della benzina avvenuta il giorno precedente, rimontò subito quattro posizioni, e dopo aver sorpassato Fisichella sul rettilineo del traguardo, per un contatto con lo stesso, forò uno pneumatico e fu costretto a percorrere quasi un giro intero, molto lentamente, prima di raggiungere la corsia dei box. Dopo la sosta, Schumacher si trovava all’ultimo posto a circa 38 secondi dal penultimo, e prossimo al doppiaggio, difatti era poco davanti al leader della corsa Massa. Il tedesco riuscì a rimontare abbassando più volte il tempo sul giro, compiendo 13 sorpassi in poco più di 40 giri rimasti.

Dopo una rimonta incredibile terminò la sua gara al quarto posto. A pochi giri dalla fine, compì il suo ultimo sorpasso ai danni di Räikkönen, suo successore alla guida della Ferrari l’anno successivo. Il mondiale terminò con la seconda vittoria consecutiva dello spagnolo Alonso seguito al secondo posto da Michael. Titolo costruttori di nuovo alla Renault. Il team BMW-Sauber al Gran Premio del Brasile 2006 presentò sull’alettone posteriore la scritta “Thanks Michael” in omaggio al pilota tedesco.

La proposta Mercedes e il ritorno in F1

Schumacher non abbandonò definitivamente la Ferrari, prendendo parte ad alcune gare del campionato 2007 come superconsulente. Annunciò poi che dal Gran Premio d’Ungheria in avanti, non sarebbe più stato presente al muretto Ferrari. Schumacher ha presentato la cerimonia per la vittoria del team tedesco nell’A1 Grand Prix. Il 13 novembre 2007 tornò in pista a Barcellona in veste di collaudatore, effettuando 64 giri con una Ferrari F2007 senza dispositivi elettronici e segnando il miglior tempo delle due giornate di test. A gennaio 2008 il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo confermò l’impiego di Schumacher come terzo pilota. Sempre nel 2008, partecipò al campionato tedesco di Superbike, ma senza mai andare a punti. Il tedesco affermò di non voler intraprendere una seconda carriera sportiva.

Di rally, poi, non se ne parlava proprio. In passato aveva rifiutato una sfida che gli era stata lanciata da Colin McRae (quando il campione scozzese scomparso in un terribile incidente era in attività). Successivamente divenne membro per la Germania della Commission for Global Road Safety della Fia e delle Nazioni Unite. L’11 febbraio 2009 Schumacher, durante un allenamento privato sul circuito di Cartagena, perse il controllo della Honda CBR 1000 e cadde: subito soccorso, rimase qualche minuto privo di conoscenza. Trasportato in ospedale venne subito dichiarato fuori pericolo.

Il 29 luglio 2009, in seguito all’infortunio di Massa durante le qualificazioni del GP d’Ungheria, la Ferrari annunciò il ritorno alle corse in Formula 1 di Schumacher. Sarebbe stato il tedesco a correre per le restanti gare della stagione 2009, al fianco di Räikkönen. L’11 agosto, tuttavia, Schumacher comunicò di dover rinunciare a disputare le restanti gare della stagione con il team di Maranello a causa di alcuni problemi al collo risalenti all’incidente avvenuto sei mesi prima.

A fine stagione si susseguirono una serie di rumors circa un incontro tra lo stesso Schumacher e Ross Brawn che avevano vissuto insieme le esperienze in Benetton e Ferrari nel quale si parlò di un possibile ritorno del sette volte campione del mondo, al volante della Mercedes, che sarebbe tornata a correre in Formula 1 dopo ben 55 anni di assenza. Difatti la Mercedes era in procinto di rilevare le quote di maggioranza del team di Ross Brawn, che nonostante tutto sarebbe rimasto nelle vesti di “team principal”.

Dopo più di un mese, passato tra rumors e varie indiscrezioni, ci fu il tanto atteso annuncio del ritorno alle corse di Michael Schumacher. Il 23 dicembre 2009 fu ufficializzato dalla neo-scuderia Mercedes, scuderia originata dall’acquisto da parte della casa tedesca del team campione del mondo Brawn GP, l’ingaggio, per le tre stagioni successive, del pilota tedesco, che avrebbe affiancato il suo connazionale Nico Rosberg. Nonostante le aspettative nel precampionato fossero piuttosto elevate, i risultati delle prime gare furono piuttosto deludenti per il team di Brackley: Schumacher colse un sesto posto al suo esordio in Bahrain e due decimi posti nei successivi tre gran premi.

Nel Gran Premio di Spagna come nel Gran Premio di Turchia ottenne due quarti posti. Nel prosieguo della stagione continuò a deludere le aspettative, anche per via della scarsa competitività della vettura rispetto alle monoposto di vertice. Nella parte centrale del campionato il pilota tedesco ottenne solo qualche piazzamento a punti. Nel GP d’Ungheria, chiuso in undicesima posizione, venne penalizzato dai commissari per una manovra ai limiti del regolamento nei confronti di Barrichello, con il quale era in lotta per il decimo posto, venendo arretrato di dieci posizioni in griglia nel successivo Gran Premio del Belgio.

Qui il pilota tedesco fu protagonista di una buona rimonta, chiudendo al settimo posto dopo aver preso il via dalla ventunesima posizione. Nel GP del Giappone, a Suzuka, Schumacher giunse al traguardo al sesto posto, mentre nell’inedito Gran Premio di Corea ripeté il miglior risultato stagionale, quarto sul bagnato. Schumacher chiuse il campionato in nona posizione assoluta con 72 punti. Per la prima volta in carriera il pilota tedesco non ottenne né vittorie né podi in una stagione completa.

Michael Schumacher tra famiglia e vita privata

Sposato dall’agosto 1995 con Corinna Betsch, già fidanzata di Heinz-Harald Frentzen, che lasciò proprio per l’attuale marito, Michael Schumacher ha due figli, Gina Maria nata a febbraio 1997 e Mick nato a marzo 1999. La famiglia vive nel Canton Vaud in Svizzera dal 1996. Nel 2007 Schumacher ha fatto costruire a Gland, sul Lago di Ginevra una grande villa, che è stata ultimata il 28 novembre 2007. Possiede anche un’abitazione e un autodromo a Kerpen, dove è cresciuto un altro pilota di Formula 1: Sebastian Vettel.

È di recente diventato proprietario di un team di kart, il KSM motorsport, acronimo di Kaiser, Schumacher e Muchow. Schumacher è a volte presente in alcuni film. La sua prima apparizione risale al 2006, quando nel cartone animato Cars – Motori ruggenti della Pixar venne raffigurato con l’aspetto di una Ferrari F430. Lo stesso Schumacher doppiò poi la voce della vettura in tutte le lingue e nella versione italiana pronuncia anche una frase in dialetto modenese.

Nel 2008 è apparso nel film Asterix alle Olimpiadi nel ruolo di un condottiero di bighe chiamato Schumakix, recitando insieme a Jean Todt. Ha interpretato il ruolo del misterioso pilota The Stig nel programma Top Gear della BBC, svelando la propria identità nel corso della puntata. Quello fu l’unico episodio nel quale Schumacher interpretò il ruolo di Stig, ricoperto invece usualmente dal pilota Ben Collins. Il fratello Ralf è stato fino al 2007 un altro pilota del mondiale di Formula 1.

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Schumi e il (suo) casco più famoso del mondo

Il casco originale di Schumacher era principalmente bianco con i colori della bandiera tedesca nella parte posteriore. Nella parte superiore era caratterizzato da un cerchio blu con degli asteroidi bianchi. Michael, con l’arrivo di Jos Verstappen alla Benetton, applicò tre bande orizzontali rosse nella parte frontale (sopra la visiera) del suo casco per una maggiore distinzione tra i caschi dei due piloti. Una volta approdato alla Ferrari aggiunse sul retro del casco – dove era presente la bandiera tedesca sul colore giallo – un cavallino rampante.

Dal Gran Premio di Monaco 2000, per differenziare il suo casco, cambiò completamente colore, sfoggiando un casco principalmente tutto rosso con la bandiera della Germania nella parte posteriore. Con il ritorno all’attività alla guida della Mercedes, è stato aggiunto nella parte frontale del casco (al centro sopra la visiera) il simbolo della Mercedes. La bandiera tedesca, presente nella parte posteriore, è stata rimossa così come il cavallino rampante. Al loro posto sono stati applicati due dragoni cinesi. In prossimità della parte superiore è stata applicata una banda nera (contenente il nome di uno sponsor) disposta a semicerchio (dalla parte sinistra ruota intorno al casco fino alla parte destra). Nella parte superiore del casco sono presenti sette stelle che stanno a simboleggiare i sette titoli mondiali vinti dal pilota tedesco.

In occasione dell’anniversario per i vent’anni di Formula 1, celebrato nel Gran Premio del Belgio 2011, è stato prodotto un casco inedito con il quale Schumacher ha corso. Il casco era dorato placcato da un sottile strato di 100 lamine d’oro. Nella parte superiore così come in quella posteriore, è stato confermato il design del casco usuale: sempre con la banda nera disposta a semicerchio, le sette stelle dei campionati vinti (questa volta colorate di nero), e i due dragoni sul retro. Nella parte laterale del casco è stata applicata una banda verticale nera, disposta diagonalmente.

La banda viene interrotta centralmente dalla targa che celebra i vent’anni di Formula 1, difatti vi sono raffigurate le sette stelline tra la data dell’anno d’esordio in Formula 1 (posizionata sopra di esse) e quella della stagione in corso (posizionata sotto). Il 2 settembre 2012, in occasione del Gran Premio del Belgio a Spa-Francorchamps, Michael Schumacher ha sfoggiato un altro casco celebrativo di color platino, in occasione della partecipazione del pilota tedesco al trecentesimo GP di Formula 1.

Il casco è di produzione tedesca, della ditta Schuberth di Magdeburgo, e presenta di fronte, sopra la visiera, la scritta dello sponsor di carburante ed il simbolo della stella Mercedes. Ai lati si vedono i simboli dello sponsor di una nota ditta di bevande energetiche, mentre sopra c’è un disegno tribale rosso. Ai lati il logo MS del suo marchio personale. Sui lati si trova anche la scritta celebrativa che ricorda appunto le trecento partenze in Formula 1. Sul retro, i due draghi rossi cinesi.

Riconoscimenti assegnati a Michael Schumacher

Pilota dell’anno dell’Adac nel 1992

Intitolazione della “S. Schumacher” sul circuito del Nürburgring 2007

Premio dello Sport di AvD nel 1994

Sportivo tedesco dell’anno nel 1995 e 2004

Leone d’Oro di RTL nel 1997

Sportivo mondiale dell’anno della Gazzetta dello Sport nel 2001 e 2002

Campione dei Campioni de L’Équipe nel 2001, 2002 e 2003

Sportivo europeo dell’anno nel 2001, 2002 e 2003

Cittadinanza onoraria della Città di Modena dal 2001

Sportivo dell’anno ai Laureus World Sports Awards nel 2002 e 2004

Campione di Sport dell’Unesco nel 2002

Ambasciatore onorario della Repubblica di San Marino dal 2003

Atleta del secolo nel 2004

Cittadinanza onoraria della Città di Maranello dal 2006

Medaglia d’oro per gli sport motoristici della Fia nel 2006

Volante d’oro nel 1993 e 2011

Ambasciatore svizzero per gli Europei di calcio 2008

Premio Principe delle Asturie nel 2007

Premio speciale della Deutscher Fernsehpreis nel 2007

Sportivo dell’anno di GQ nel 2010

Il 9 settembre ricordo Lucio Battisti

Ci sono date che porterai sempre con te nella vita. Non mi riferisco ai canonici compleanni, anomastici e anniversari. Ci sono date che segnano la scomparsa di persone che non hai mai conosciuto, che non hai mai incontrato, ma che ti hanno accompagnato nei periodi belli e in quelli bui della tua vita, consegnandole definitivamente alla storia. Passare per queste date non ti provoca dolore. Ti regala ricordi che questo qualcuno, spesso diverso per ciascuno di noi, ti riempie d’amore. Sarà perché “i giardini di marzo si vestono di nuovi colori
e le giovani donne in quei mesi vivono nuovi amori”. Io, il 9 settembre ricordo Lucio Battisti, che passava a miglior vita dopo undici giorni di agonia.

Lo ricordo come fosse ieri, tra il 29 e il 30 agosto 1998 si diffonde la notizia del ricovero di Battisti in una clinica milanese. Durante gli undici giorni di ricovero, per volere della stessa famiglia, non viene diffuso alcun bollettino medico. Il 6 settembre le sue condizioni si aggravano e l’8 viene spostato nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale San Paolo di Milano. Lucio muore la mattina del 9 settembre 1998, all’età di 55 anni. Le cause della morte non sono state comunicate ufficialmente: il bollettino medico riporta solamente che “il paziente, nonostante tutte le cure dei sanitari che lo hanno assistito, è deceduto per intervenute complicanze in un quadro clinico severo sin dall’esordio”.

Secondo alcune voci non confermate il musicista sarebbe morto per linfoma maligno che aveva colpito il fegato. Altre voci affermarono che avesse sofferto di glomerulonefrite. Ai funerali, celebratisi in forma strettamente privata a Molteno, furono ammesse appena venti persone, tra le quali Mogol, che aveva scritto i testi dei suoi grandi successi. Lucio Battisti era nato nella sua casa di via Roma numero 40 a Poggio Bustone il 5 marzo del 1943, il giorno dopo Lucio Dalla. Non era solo un cantante. Era anche un grande compositore e un ottimo polistrumentista. Sicuramente, Lucio è tra i più grandi, influenti e innovativi cantanti e musicisti italiani di sempre.

Era il secondogenito di Alfiero, impiegato al dazio e Dea Battisti, casalinga. La sua famiglia si completava con sorella Albarita, mentre il primogenito si chiamava anche lui nome Lucio ed era morto nel 1942 a soli 2 anni di età. Nel 1947, la sua famiglia si trasferì nella frazione Vasche del comune di Castel Sant’Angelo, sempre in provincia di Rieti, e nel 1950 a Roma in Piazzale Prenestino 35. A seguito della promozione per la licenza media, il giovane Battisti chiese in regalo ai genitori una chitarra. L’interesse per lo strumento fu dovuto anche all’influenza di due ragazzi che abitavano nel suo condominio, dai quali aveva sentito suonare i primi brani stranieri di rock and roll giunti in Italia.

Secondo i vari racconti raccolti da fonti autorevoli sulle primissime esperienze musicali di Battisti, a impartirgli le prime lezioni di chitarra sarebbe stato un elettricista di Poggio Bustone, Silvio Di Carlo. Quello che è sicuro, in ogni caso, è che l’approccio principale fu quello di autodidatta. Vari sono gli artisti musicali che Battisti apprezzava: Ray Charles, Otis Redding, i Beatles, Donovan e Bob Dylan sono tra quelli che lo hanno maggiormente ispirato nella sua formazione. Ma amava tutta la musica nera in generale. A circa vent’anni entrò a far parte come chitarrista nel gruppo Gli Svitati, capeggiati dal pianista e cantante Leo Sanfelice.

L’interesse per la chitarra, dopo il periodo iniziale, andò scemando, ma ci fu un notevole ritorno di fiamma nel 1961. Questa passione lo portò a trascurare gli studi, che sosteneva presso l’Istituto Tecnico Industriale Galileo Galilei, suscitando le ire del padre Alfiero, che minacciò il figlio di non firmare l’esenzione dalla leva militare – cui Lucio aveva diritto in quanto figlio di un invalido di guerra – se non si fosse diplomato. Il giovane Lucio si impegnò e si diplomò come perito elettronico nel 1962. E il padre mantenne la promessa firmando l’esenzione dai due anni allora previsti per il servizio militare. In questo periodo fu libero di provare a guadagnarsi da vivere con la musica.

Il periodo di gavetta di Battisti ebbe inizio nell’autunno del 1962, quando cominciò a suonare a Napoli con I Mattatori. La solitudine e la mancanza di soldi, sullo spirare dell’anno, lo portarono tuttavia alla decisione di tornare a casa. Successivamente, fece parte de I Satiri, gruppo romano che accompagnava Enrico Pianori, e che spesso suonava a Roma nel night Cabala. Nello stesso locale suonavano I Campioni, un gruppo ben più famoso che, dopo l’abbandono di Bruno De Filippi, era alla ricerca di un chitarrista. Una prima offerta fu fatta ad Alberto Radius, che però rifiutò, così il leader della band Roby Matano decise di offrire il ruolo a Battisti, che accettò entusiasta.

Si trasferì quindi a Milano, principale zona di attività dei Campioni, e gravitò nell’ambiente che ruotava attorno al club Santa Tecla, allora tempio del jazz e della nascente musica rock italiana. Battisti vivrà tutto il resto della sua vita in Lombardia: a Milano, tornando ogni tanto a Rieti, prima nel quartiere popolare del Giambellino, poi nella zona di Città Studi, in una villetta in Largo Rio de Janeiro, per trasferirsi dal 1973 fino alla sua morte in una villa nel residence Il Dosso di Coroldo a Molteno, all’epoca in provincia di Como e ora di Lecco, nella ricca Brianza. All’inizio del 1964, I Campioni partirono per un tour in Germania e nei Paesi Bassi, dove ebbero la possibilità di ascoltare musica che in Italia non veniva trasmessa.

Fu proprio Matano, che ha più volte rivendicato una sorta di “primogenitura” nella scoperta del talento di Battisti, a spronarlo a scrivere canzoni. Ne nacquero alcuni pezzi, come “Se rimani con me”, i cui testi erano stati scritti da Matano, ma depositati a nome di Battisti, perché l’amico non era iscritto alla Siae, che rimasero perlopiù mai pubblicati. Alcuni di questi pezzi furono successivamente rimaneggiati da Battisti sulla base di nuovi testi di Mogol, come “Non chiederò la carità”, che diverrà “Mi ritorni in mente”. Il 14 febbraio del 1965, Battisti riesce ad avere un appuntamento con il discografico Franco Crepax.

Durante il provino, viene notato da Christine Leroux, un’editrice musicale di origine francese giunta a Milano negli anni sessanta, contitolare delle edizioni El & Chris. Cacciatrice di talenti per la casa discografica Ricordi, fu una delle prime a credere nel talento di Battisti, e fu lei a procurargli il fatidico appuntamento con l’autore Giulio Rapetti, in arte Mogol. Riguardo a questo primo incontro con Battisti, Mogol ha raccontato di non essere rimasto particolarmente impressionato dalle canzoni che il giovane musicista gli aveva proposto, ma di aver comunque deciso di collaborare con lui per la sua umiltà nell’ammettere i propri limiti e la voglia di fare e di migliorarsi.

Non volevano farlo cantare per via della voce

Nel 1966, fu lo stesso Mogol a insistere con Battisti, scettico egli stesso circa le proprie doti vocali, perché cantasse in prima persona le sue canzoni, anziché limitarsi ad affidarle ad altri artisti. Mogol dovette superare non poche resistenze presso la Ricordi, la loro casa discografica, ma alla fine, minacciando di dare le dimissioni, l’ebbe vinta. Battisti esordì come solista nel febbraio 1966 con il brano “Adesso sì”, composto e presentato al Festival di Sanremo 1966 dall’esordiente Sergio Endrigo e la cui cover è contenuta nella raccolta Sanremo 1966 della Dischi Ricordi. Seguì il primo 45 giri “Dolce di giorno” e “Per una lira”, con modestissimi risultati di vendite.

Le due canzoni vennero poi portate al successo rispettivamente dai Dik Dik e dai Ribelli capitanati da Demetrio Stratos. Nel circuito degli “addetti ai lavori”, Per una lira si fece notare come brano fortemente innovativo nel testo e nella scrittura musicale. Nel 1967, Mogol e Battisti sono gli autori del brano “29 settembre” che, interpretato dagli Equipe 84 e più volte trasmesso nel programma radiofonico Bandiera Gialla, si classifica al primo posto nella hit parade. Sempre nel 1967, i due sono ancora una volta autori di un altro brano interpretato e portato al successo dagli Equipe 84, “Nel cuore, nell’anima”.

Per l’ex Camaleonte Riki Maiocchi poi scrissero la celebre “Uno in più”, considerata una canzone-manifesto della cosiddetta linea verde, con cui Mogol, lavorando con giovani cantanti e autori, come Battisti, intendeva perseguire un rinnovamento della tradizione musicale italiana. Per quanto riguarda la carriera da solista, Battisti produsse il suo secondo singolo, “Luisa Rossi ed “Era”, che conteneva un rhythm and blues e una canzone dalle atmosfere quasi medioevali, ma non riscosse grande successo. Ancora nel 1967, Battisti scrisse Non prego per me per Mino Reitano e suonò la chitarra in La ballata di Pickwick, sigla iniziale e finale dello sceneggiato Il Circolo Pickwick, mai pubblicata su disco; la canzone è cantata da Gigi Proietti.

Il successo è alle porte. Nel 1968 pubblica il singolo “Prigioniero del mondo” e “Balla Linda“. La prima, una canzone scritta da Carlo Donida con testo di Mogol, che doveva essere originariamente interpretata da Gianni Morandi, fu presentata con scarso successo alla manifestazione Un disco per l’estate 1968. Di questa canzone esiste anche un videoclip, che rappresenta tra l’altro il primo filmato in cui compare il cantante, girato su pellicola in bianco e nero a Tonezza del Cimone. Di maggiore successo è il retro, “Balla Linda”, una canzone melodica ma già “sperimentale” per i canoni musicali dell’epoca, nel cui testo Battisti e Mogol rifiutano la convenzione delle rime baciate.

Con Balla Linda partecipò al Cantagiro 1968, classificandosi quarto ed entrò, per la prima volta con una canzone da lui interpretata, in hit parade. Con una versione in inglese intitolata Bella Linda ed eseguita dai The Grass Roots, otterrà un notevole successo anche negli Stati Uniti, piazzandosi al numero 28 della classifica di Billboard. Durante un viaggio a Londra con Mogol, che per l’occasione si incontra con Bob Dylan, Battisti viene avvicinato dai produttori dei Beatles attraverso Paul McCartney: erano pronti a investire milioni di dollari su di lui per lanciarlo nel mercato americano, ma Battisti rinunciò perché gli pareva eccessivo che i produttori si tenessero il venticinque per cento.

“Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”, avrebbe detto Lucio nella sua ultima intervista nel 1979, undici anni dopo il suo decollo come cantante. In quella occasione, umilmente, commento: “Trovo che le canzoni che ho scritto prima del mio debutto come cantante siano state ottimamente interpretate dai Dik Dik, Equipe 84… ma a un certo punto, mi sentivo di poter dire la mia anche come cantante, cioè di aggiungere qualche cosa, non di migliore ma di diverso, magari, a quella che era la mia canzone”.

Dopo due partecipazioni consecutive come autore al diciassettesimo e al diciottesimo Festival della Canzone Italiana a Sanremo con “Non prego per me”, interpretata da Mino Reitano e gli Hollies, e “La farfalla impazzita”, scritta per Johnny Dorelli e Paul Anka, Battisti prese parte come interprete – per la prima e unica volta in carriera – all’edizione numero 19 della rassegna con “Un’avventura”, un brano dalla venatura rhythm and blues interpretato in coppia con Wilson Pickett, esponente di punta di tale genere musicale. Il brano si classificò al nono posto finale con 69 voti. La partecipazione a Sanremo aumentò di molto la sua popolarità, ma lo espose anche a critiche di vario genere. Ma forse anche queste critiche contribuirono alla crescita del suo successo.

Nel 1969 la sua popolarità raggiunge i massimi livelli. Durante il 1970 compone “Sole giallo, sole nero” e “Io ritorno solo per la Formula 3”, “Insieme e Io e te da soli” per Mina, “Per te” per Patty Pravo, “Mary oh Mary” ed “E penso a te” per Bruno Lauzi, “Io mamma”, “Uomini” e “Perché dovrei” per una cantante da lui lanciata senza successo, Sara. Sempre nello stesso anno suona la chitarra nella canzone “La prima cosa bella” di Nicola Di Bari, che si classifica al secondo posto al Festival di Sanremo.

Il 2 giugno partecipa per la seconda volta a “Speciale per voi” di Renzo Arbore. Durante il dialogo con il pubblico in sala ribadisce di non essere un cantante politicamente impegnato e ancora una volta viene criticata la sua voce, stavolta dal giornalista e conduttore Renzo Nissim. Alla fine Battisti, evidentemente stanco di tutte quelle chiacchiere, tronca bruscamente il discorso dicendo al pubblico: “Sono tre ore che state a parlare e non si è concluso niente! Io propongo delle cose: vi emozionano, vi piacciono, sì o no?“. Dopo aver ricevuto un coro di “sì” intona “Il tempo di morire” e “Fiori rosa, fiori di pesco”, dimostrando ancora una volta la sua avversione per le discussioni e i pettegolezzi e il desiderio di essere giudicato solo per la sua musica.

L’8 giugno 1970 esce il singolo “Fiori rosa fiori di pesco” e “Il tempo di morire”, che contiene le due canzoni interpretate in anteprima a Speciale per voi. Dal 21 giugno al 26 luglio di quell’anno, su iniziativa di Mogol, i due intraprendono un viaggio a cavallo da Milano a Roma. Il viaggio sarà raccontato dallo stesso Battisti in tre articoli su TV Sorrisi e Canzoni. Appena tornato dal viaggio iniziò i preparativi per il tour che intraprenderà quell’estate con la Formula 3: dieci date eseguite tra L’altro mondo di Rimini, La Bussola di Viareggio e il locale di Gino Paoli a Sestri Levante. Sarà anche il suo ultimo tour. Il 2 settembre Battisti vince il Festivalbar 1970 con la canzone Fiori rosa fiori di pesco. In questa occasione annuncia di avere in mente di realizzare un concept album basato sul tema dell’amore visto con angolazioni nuove.

Con Emozioni la carriera di Lucio Battisti decolla

Il 15 ottobre esce il singolo “Emozioni” e “Anna”. Nel novembre 1970 il concept album annunciato in occasione del Festivalbar, “Amore e non amore”, è pronto: essendo però un album piuttosto sperimentale e di difficile comprensione, la metà dei brani sono strumentali e tendenti verso il rock progressivo, la Ricordi decide di metterlo da parte e a dicembre pubblica invece un’altra raccolta, intitolata “Emozioni”, dove si trovano in versione stereofonica i brani tratti dai singoli già pubblicati, stavolta senza neanche un inedito. Con questa operazione commerciale da parte della Ricordi i rapporti di Battisti con la casa discografica si cominciano a incrinare. In quel periodo si sparse la notizia di una possibile collaborazione tra Mogol-Battisti e Pete Townshend, dopo che questi rimase affascinato dall’ascolto del brano “Emozioni”, durante un incontro col duo avvenuto a Londra

Ad aprile, Battisti pubblica il singolo “Pensieri e parole” e “Insieme a te sto bene”. Il produttore discografico Alessandro Colombini, prima della pubblicazione, era molto scettico riguardo al singolo ed era sicuro che “Pensieri e parole” avrebbe decretato la fine del sodalizio Mogol-Battisti, invece la canzone ebbe un successo tale da essere definito da Lelio Luttazzi “regina di Hit parade”. L’1 maggio 1971 partecipa alla trasmissione televisiva Teatro 10, dove canta in playback “Pensieri e parole” e dal vivo con la chitarra “Eppur mi son scordato di te”, canzone all’epoca affidata alla Formula 3. Recandosi negli studi Rai a Roma, Lucio dimenticò la propria chitarra a Milano e ne acquistò all’ultimo momento una da pochi soldi alla Stazione Termini. Nonostante ciò la sua esibizione mandò in visibilio il pubblico, che nel finale iniziò anche a urlare.

Ormai, Lucio Battisti è una star che non tramonterà mai. le sue canzoni, le sue poesie, le sue melodie sono destinate ad accompagnare intere generazioni, tramandate da madre e padre in figli. Il binomio Mogol-Battisti sembra andare alla grande, ma poi nel 1979 arriva una sferzata in una sua intervista: “Il nostro rapporto è il rapporto di due persone di questo tempo che dopo tanti anni di lavoro assieme, improvvisamente, per divergenze di interessi, si sono messi ognuno su una sua rotaia, su una sua strada, per cui adesso da quattro o cinque anni a questa parte ci vediamo al massimo un mese all’anno. È l’esperienza di due persone che stanno diventando completamente diverse”. Dopo la fine del sodalizio con Mogol, Battisti attraversò un periodo felice e spensierato durante il quale si dedicò a hobby come il windsurf, praticato assieme all’amico Adriano Pappalardo.

Lucio continua ad essere amato. E sarà amato fino alla fine. E poi si sa, a volte ritornano. Infatti, negli anni trascorsi dall’uscita del suo ultimo disco nel 1994 al 1998, si parlerà con insistenza di un riavvicinamento artistico tra Battisti e Mogol, ma tali voci non troveranno mai conferma e, comunque, non si concretizzeranno. Nell’autunno del 1996, data la regolarità biennale seguita a partire da Don Giovanni, molti si aspettavano la pubblicazione di un nuovo album da parte di Battisti, ma così non fu, e da quel momento cominciarono a circolare voci sull’esistenza di un fantomatico nuovo album, che non sarebbe stato ancora pubblicato a causa delle difficoltà da parte di Battisti nel trovare un accordo con le case discografiche, che non avevano accettato le sue richieste, troppo alte in rapporto al calo delle vendite degli ultimi album.

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In tutta la sua carriera ha venduto oltre venticinque milioni di dischi, ma i numeri non sono sufficienti a spiegare l’uomo e il fenomeno, anzi il fenomenale uomo. Abile chitarrista e perfezionista, noto anche per l’attenzione ai dettagli e la cura quasi maniacale che dedicava agli arrangiamenti e agli accordi. La sua produzione ha impresso una svolta decisiva al pop rock italiano: da un punto di vista strettamente musicale, Lucio Battisti ha rivoluzionato e personalizzato in ogni senso la forma della canzone tradizionale e melodica, spesso combinandola con sonorità e ritmi tipici di svariati generi, riuscendo costantemente a rinnovarsi e ad addentrarsi con versatilità ed eclettismo nel rhythm and blues, prog rock, elettropop, latina, arrivando a toccare anche la new wave, la disco music, il folk, il soul, il beat e altro ancora.

Lucio non è mai morto. Continua ad accompagnarci ancora oggi. La sua storia è presente. Grazie all’armoniosa integrazione della sua musica con i testi scritti da Mogol, Battisti ha segnato un’epoca della cultura musicale e del costume italiani, interpretando in stile poetico temi ritenuti esauriti o difficilmente rinnovabili, come il coinvolgimento sentimentale e gli avvenimenti della vita quotidiana. Ma Soprattutto ha infiammato milioni di cuori. Ha saputo esplorare argomenti del tutto nuovi e inusuali, a volte controversi, spingendosi fino al limite della sperimentazione pura nel successivo periodo di collaborazione con Pasquale Panella, caratterizzato da strutture musicali originali e disarticolate e da un rapporto col testo spinto ai limiti del non sense.

Talvolta criticato per le sue particolari doti vocali, Battisti è stato anche una figura estremamente schiva e riservata: durante la sua carriera è apparso sporadicamente in pubblico e si è prestato alla stampa con sempre minor frequenza fino a quando ha deciso di ritirarsi completamente dalla scena, non apparendo più neanche nelle copertine dei suoi album. Per celebrare i vent’anni dalla scomparsa, il 14 settembre 2018 Sony Music pubblica per la prima volta tutti gli album originali, in edizione limitata numerata, in formato vinyl replica. I venti album sono stati rimasterizzati dai nastri originali. Buon Lucio a tutti.

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